Vai al menu

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


IL BLOCNOTES

NOTIZIARIO INFORMATIVO DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI

A cura di Massimiliano Penna

Febbraio 2017

SOMMARIO

SINTESI DEI LAVORI DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI: SEDUTA DEL 3 dicembre 2016

DI MASSIMILIANO PENNA

Sabato 3 dicembre, presso la propria Sede a Milano in via Mozart 16, si è svolta l'ultima seduta del 2016 del Consiglio Regionale dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Lombardia.

La seduta si è aperta alle ore 9.40 col saluto ai presenti del Presidente Stilla. All'appello risultavano assenti i Consiglieri Bondio, Fiordalisi, Gavioli, La Corte, Livraghi, Mazzoleni, Pitrelli e Signorini. Il Vicepresidente della Sezione di Monza Maria Rosaria Vanoni sostituiva il Presidente Luca Aronica.

Ai lavori partecipavano inoltre il Presidente Regionale Onorario Rodolfo Cattani e la Componente la Direzione Nazionale Katia Caravello; assistevano inoltre il dott. Roberto Aroldi in qualità di Segretario verbalizzante, la Coordinatrice delle attività riabilitative dell'IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) Lombardia Silvia Marzoli e le Componenti il Comitato di Gestione della Sezione di Lodi attualmente sotto commissariamento Daniela Monico e Lucia Perta.

Dopo aver approvato il verbale relativo alla seduta del 24 settembre u.s., il Consiglio ha altresì approvato le delibere adottate dall'Ufficio di Presidenza in occasione della riunione tenutasi il 17 novembre u.s..

Giunti al punto 3 dell'ordine del giorno, la Presidenza Regionale ha riferito quanto segue:

1. il 1° ottobre u.s., a Tirrenia, si è svolta una riunione del Consiglio Nazionale aperta ai Coordinatori delle diverse Commissioni Nazionali. Il Consiglio Nazionale si è poi riunito il 26 e 27 novembre uu.ss. ed ha approvato i nuovi Regolamenti Generali dell'Unione e dell'IRIFOR Centrale;

2. il 25 settembre u.s. si sono svolte le Assemblee dei Soci delle Sezioni di Lodi e Milano, le quali hanno approvato le Relazioni Programmatiche e i Bilanci Preventivi per l'anno 2017;

3. l'8 ottobre u.s. a Sondrio, presso la sede del Credito Valtellinese, si è svolto il convegno dal titolo "Camminiamo insieme. Disabilità visiva e pluridisabilità", mentre il 15 ottobre u.s. a Milano, presso la Sede del Consiglio Regionale Lombardo dell'Unione, si è tenuto un seminario inerente le problematiche connesse all'albinismo. Per entrambi gli eventi si è riscontrata una buona partecipazione;

4. il 9 ottobre u.s., presso la Sezione di Brescia, si è tenuto l'annuale incontro con le famiglie dei bambini assistiti dal servizio "Intervento Precoce";

5. il 14 ottobre, il 23 e 24 novembre uu.ss. la Presidenza Regionale ha partecipato ai Consigli Sezionali di Brescia, Bergamo, Monza e Pavia;

6. il 22 novembre u.s. la Presidenza Regionale ha partecipato all'incontro convocato dal Direttore Generale dell'Assessorato al Reddito di Autonomia e Inclusione Sociale Paolo Favini, al fine di proseguire il confronto circa i nuovi criteri di riparto del contributo ordinario previsto dalla Legge Regionale 1/2008;

7. il 19 ottobre u.s., presso la Fondazione Maugeri di Pavia, ha avuto luogo il convegno dal titolo "la dignità di ritornare autonomi nella vita quotidiana: diritto dell'ipovedente";

8. il 20 ottobre u.s. si è svolto un incontro al quale hanno preso parte i Presidenti dei diversi Gruppi Sportivi della nostra regione, al fine di definire i diversi aspetti operativi in vista della partecipazione dell'Unione della Lombardia all'edizione 2017 della Stramilano con una propria delegazione;

9. il 23 ottobre u.s. si è svolta l'Assemblea Regionale dei Quadri Dirigenti;

10. è sempre alta l'attenzione verso il delicatissimo tema dell'inclusione scolastica:

11. nei mesi di ottobre e novembre, presso le Sezioni di Brescia, Bergamo, Lodi, Pavia e Sondrio, si sono svolte diverse dimostrazioni di prodotti organizzate dal Centro Regionale Tiflotecnico;

12. l'8 novembre u.s. ha avuto luogo un incontro con il Direttore Regionale dell'INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) per discutere in merito al progetto "Comunic@bilità", volto a favorire l'accessibilità ai servizi del suddetto Istituto da parte degli utenti con disabilità visiva o uditiva;

13. il 10 novembre u.s. la Presidenza Regionale ha partecipato ad un incontro con i responsabili dell'Istituto Eugenio Medea di Bosisio Parini per avviare un confronto in vista della sottoscrizione di una convenzione con l'IRIFOR Lombardia finalizzata ad implementare l'offerta di servizi nell'ambito del progetto "Intervento Precoce";

14. il 12 novembre u.s. ha avuto luogo la riunione del Comitato Regionale Giovani. Successivamente, il 24 novembre u.s., il Coordinatore regionale Pietro Palumbo ha partecipato alla riunione nazionale dei Coordinatori Regionali, nel corso della quale è stato costituito l'omologo Comitato Nazionale, che risulta così composto: Valentina Lelli (Lazio), Carolina Liberato (Liguria), Arianna Ramauro (Campania), Lucia Barbera (Sicilia), Zylfarari Krenare (Molise), Michael Pellegrino (Marche) e Antonio Garofalo (Puglia), il quale è stato eletto Coordinatore nazionale;

15. il 24 novembre u.s., presso il Comune di Milano, si è svolto un incontro in occasione del quale si è discusso in merito all'offerta formativa da attuare tramite la piattaforma di e-learning "MilanoPerTutti";

16. l'8 ottobre u.s. è stata convocata la Commissione Regionale Universitari. Esprimendo profondo rammarico per la totale mancanza di partecipazione alla suddetta riunione, viene dato mandato al Vicepresidente Flaccadori affinché individui 3 studenti universitari e costituisca un Gruppo di lavoro;

17. il 29 ottobre u.s. si è svolta la conferenza di presentazione del concerto "Mozart incontra Paisiello", organizzato dall'Associazione Amici del Loggione del Teatro alla Scala di Milano per sostenere le attività dell'Unione della Lombardia. Il predetto evento si è svolto il 25 novembre u.s. a Milano presso la chiesa di S. Marco, registrando una buona partecipazione;

18. si constata con soddisfazione l'ottima riuscita del corso di aggiornamento rivolto ad insegnanti organizzato dalla Sezione di Cremona nei mesi di ottobre e novembre. Il suddetto corso, della durata di 18 ore, ha visto la partecipazione di 104 insegnanti e si è svolto a Casalmaggiore, Crema e Cremona. La Presidenza Regionale ha auspicato che, traendo spunto dall'iniziativa in oggetto, vengano organizzati eventi similari a livello regionale.

Terminate le comunicazioni della Presidenza Regionale, ha preso la parola la Componente la Direzione Nazionale Katia Caravello la quale, oltre a dare un aggiornamento generale in merito alle varie attività che attualmente vedono impegnati gli Organi Associativi a livello nazionale, ha riferito quanto segue:

1. si è insediato il nuovo Comitato Nazionale Genitori, che ha già iniziato ad operare per la ricostruzione di un collegamento tra i Coordinatori e le Strutture periferiche dell'Associazione;

2. è stato ufficialmente sottoscritto il protocollo tra l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e l'Ordine degli Psicologi;

3. si è insediato il Comitato Nazionale Giovani, che ha eletto quale Coordinatore Antonio Garofalo.

Giunti all'esame del punto 4 dell'ordine del giorno, uditi i riferimenti della Presidenza Regionale e dopo un sereno dibattito, il Consiglio ha stabilito che per l'anno 2017 verranno promosse le seguenti iniziative di raccolta fondi a sostegno delle attività dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Lombardia:

Successivamente, la Presidenza Regionale ha riferito in merito a vari aspetti tecnico-operativi in vista della 5° Giornata Regionale per la Prevenzione della Cecità e la Riabilitazione Visiva che si celebrerà l'8 dicembre p.v.. Al riguardo, dalla Presidenza è giunto un forte invito a valorizzare il più possibile la suddetta iniziativa che, di anno in anno, sta riscuotendo sempre maggiore apprezzamento anche al di fuori della Lombardia. Per l'anno 2017, il Consiglio ha stabilito di modificare la grafica degli astucci di cioccolato distribuiti e si provvederà altresì ad una rimodulazione del contributo minimo richiesto.

Venendo al punto 6 dell'ordine del giorno, per quanto attiene al servizio "Spazio Disabilità InFormAzioni Accessibili", il Consiglio ha preso atto di quanto riferito dalla Presidenza Regionale in merito al nuovo assetto del suddetto servizio nel rispetto dei criteri previsti dal nuovo bando emanato da Regione Lombardia per il triennio 2017-2019. A differenza di quanto avvenuto finora, il servizio dovrebbe essere gestito da una sola Associazione Temporanea di Scopo avente quale capofila il Consiglio Regionale Lombardo dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e, quali partners, LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), ANFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), ENS (Ente Nazionale Sordi) e AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) Milano e, quali collaboratori, Forum della Solidarietà, AnMIL (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro) e UNMS (Unione Nazionale Mutilati per Servizio). Da parte dell'apposito nucleo di valutazione non è ancora pervenuta alcuna comunicazione ma, da una prima impressione, sembrerebbe che il progetto predisposto soddisfi i criteri previsti dal bando.

Proseguendo i lavori il Consiglio, uditi i riferimenti della Presidenza inerenti il progetto presentato alla Direzione Nazionale per un eventuale supporto da parte del Fondo di Solidarietà predisposto dalla Sede Centrale, prendendo atto che non sono ancora pervenute notizie al riguardo, ha deliberato di avviare una prima selezione per l'assunzione di un nuovo dipendente e di dare mandato all'Ufficio di Presidenza di individuare le Sezioni alle quali garantire il supporto per la predisposizione della contabilità come previsto dal progetto stesso se approvato.

I lavori sono poi proseguiti con l'esposizione al Consiglio da parte del Consigliere Benzoni dei dati emersi dall'indagine svolta su invito della Presidenza Nazionale in merito alla situazione occupazionale delle persone con disabilità visiva nelle diverse realtà italiane. Da quanto esposto dal Consigliere Benzoni, è emerso che in Lombardia rispetto agli anni 80, allorquando fu approvata la Legge 113/1985 in materia di inserimento lavorativo dei centralinisti telefonici non vedenti, la percentuale delle persone occupate è fortemente diminuita. Se ciò rappresenta indubbiamente un fattore estremamente negativo, si constata che, pur con lentezza e fra svariate difficoltà, si stanno affermando poco a poco figure lavorative alternative rispetto a quelle di centralinista, di insegnante e massofisioterapista che fino a 2 decenni fa erano considerate come "tradizionali". «Tutto ciò - ha affermato Benzoni - rappresenta una sfida per il futuro che potrà essere affrontata solo se si saprà interpretare in maniera puntuale e realistica l'evoluzione del mercato del lavoro, individuando tutti quegli spazi in cui le persone con disabilità visiva potrebbero dare il loro contributo concreto se messi nelle condizioni ottimali. Non sarà di certo un'operazione semplice e, proprio per questo motivo, sarà fondamentale l'apporto dei giovani dal momento che proprio questi ultimi saranno i lavoratori di domani». Dalla relazione esposta dal Consigliere Benzoni è scaturito un ampio dibattito che ha visto intervenire i Consiglieri Masto, Marchetto, Iuzzolino, Lisi, Mazzetti e Romano. Dagli interventi è emersa l'unanime preoccupazione per le innumerevoli incognite sempre più grandi che si presentano per il futuro lavorativo. Al fine di elaborare strategie realmente rispondenti alle esigenze lavorative delle persone con disabilità visiva, dal Consigliere Masto è giunto un forte invito ai Dirigenti Provinciali a prestare la massima attenzione nell'aggiornare i dati relativi alla situazione lavorativa dei rispettivi Soci. Il Consiglio ha poi approvato la proposta della Presidenza Regionale, dando incarico alla Commissione Regionale Nuove Professioni, integrata dal Referente per le tematiche lavorative Osvaldo Benzoni, di procedere ad una prima elaborazione delle suddette strategie in vista di un coinvolgimento di personalità anche esterne all'Associazione operanti nel mondo del lavoro, come rappresentanti sindacali e responsabili delle agenzie di lavoro.

Venendo all'esame del punto 9 il Consiglio, constatata la necessità di provvedere ad un rinnovamento e ad un migliore posizionamento del sito web dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Lombardia nell'indicizzazione dei motori di ricerca così da avere una maggiore visibilità, uditi i riferimenti della Presidenza Regionale inerenti i costi preventivati da un'azienda specializzata, ha dato mandato ai Consiglieri Iuzzolino, Lisi e Marchetto di coadiuvare il Presidente nell'approfondire i diversi aspetti per giungere all'elaborazione di una proposta da presentare al Consiglio nella prossima seduta.

Successivamente, dopo avere assunto decisioni in merito alla gestione del Centro Regionale Tiflotecnico, udita la relazione del Presidente Stilla in qualità di Commissario della Sezione di Lodi, il Consiglio ha ratificato la Relazione Programmatica e il Bilancio Preventivo per l'anno 2017 approvati dall'Assemblea dei Soci il 25 settembre u.s..

Giunti così al punto 12, sono state adottate le seguenti delibere di carattere amministrativo:

1. viene ratificata la spesa pari ad euro 473,50 per la partecipazione della coppia lombarda al torneo nazionale di scopone scientifico organizzato dalla Sede Centrale;

2. viene autorizzata la spesa pari ad euro 63,44 per il rinnovo delle caselle di posta elettronica certificata;

3. viene autorizzata la spesa pari ad euro 153,00 per il rinnovo dell'host relativo al sito web del Consiglio Regionale UICI della Lombardia;

4. viene autorizzata la spesa pari ad euro 600,00 a titolo di compenso annuo per l'addetto alla gestione del sito web di cui al punto 3;

5. viene approvato il rendiconto relativo al concerto organizzato dall'Associazione Amici del Loggione del Teatro alla Scala, svoltosi il 25 novembre u.s. a Milano presso la Chiesa di S. Marco;

6. previa comunicazione dei relativi dati da parte del Segretario Aroldi, viene ratificato il riparto dei proventi della Lotteria di Primavera;

7. viene approvato il riparto fra le varie Sezioni del contributo di cui al capo 7° della Legge Regionale 1/2008, risultante dai seguenti parametri: metà del contributo suddivisa in parti eguali e il restante 50% suddiviso in base al numero dei rappresentati da ciascuna Sezione;

8. viene dato mandato alla Presidenza di procedere alle opportune valutazioni in vista del cambio di gestore telefonico per gli uffici del Consiglio Regionale.

Sono state altresì adottate le seguenti delibere di carattere organizzativo:

1. si aderisce all'evento organizzato dalla Banca d'Italia il prossimo 17 febbraio p.v. per la presentazione della nuova banconota da 50 euro;

2. si svolgerà il 28 gennaio 2017 il seminario promosso dalle Commissioni Anziani e Pari Opportunità nell'ambito del progetto "Quando il malato non vede, che fare?";

3. viene approvato il calendario dei diversi workshop organizzati nell'ambito della manifestazione "Facciamoci Vedere", in programma presso l'Istituto dei Ciechi di Milano nei giorni 13, 14 e 15 dicembre pp.vv..

Dopo avere approvato l'assestamento al Bilancio Preventivo per l'esercizio anno 2016, non essendovi altri argomenti da trattare, alle ore 13.15 la seduta si è conclusa.

Torna all'indice

UICI MANTOVA: CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE progetto SENZA OSTACOLI - PERCORSI INCLUSIVI DI ATTIVITÀ SPORTIVA E DI EDUCAZIONE INTEGRATA ALLO SPORT

DI MIRELLA GAVIOLI E MONICA PERUGINI

Mercoledì 18 gennaio 2017 alle ore 15.30

presso la sede dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti onlus di Mantova, la presidente UICI Mirella Gavioli e la presidente della POLISPORTIVA ANDES H DI MANTOVA, Monica Perugini, alla presenza del componente il CDA di Fondazione Cariplo dr. Mario Anghinoni e dei rappresentanti delle varie associazioni e partner di rete, hanno reso noto agli organi televisivi e di stampa locale e a tutti gli intervenuti, che il progetto SENZA OSTACOLI, PERCORSI INCLUSIVI DI ATTIVITÀ SPORTIVA E DI EDUCAZIONE INTEGRATA ALLO SPORT PER GIOVANI E GIOVANISSIMI DISABILI, VOLTI AL BENESSERE ED ALLA COESIONE SOCIALE", presentato nell'ambito del Bando Sport 2016 congiunto FONDAZIONE CARIPLO / REGIONE LOMBARDIA "SPORT OCCASIONE DI BENESSERE", è stato approvato e ritenuto meritevole di finanziamento.

Il progetto è stato reso possibile grazie alla costituzione di una vasta rete composta da 7 partner con i quali Polisportiva Andes H, in questi anni, ha per altro intessuto rapporti di collaborazione e reciprocità sui temi dell'inclusione sociale di ragazzi e ragazze diversamente abili, anche attraverso lo sport. Oltre ai partner di progetto, l'idea è stata sostenuta da numerosi soggetti di rete che collaboreranno alla realizzazione ed alla riuscita delle varie fasi previste.

Questi i partner del progetto: l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti onlus di Mantova, che, oltre ad occuparsi della parte organizzativa per la raccolta ed il raccordo delle adesioni di interesse alle varie attività, quale associazione referente, coinvolgerà i propri giovani iscritti e/o simpatizzanti, al fine di sostenere la loro partecipazione alla pratica delle discipline proposte e, in particolare, a quella della scherma, grazie alla presenza in rete anche di Mantova Scherma che ha già sperimentato occasioni di pratica integrata con persone non vedenti e ipovedenti e con disabilità.

L'Associazione Genitori Casa del Sole Vittorina Gementi, che aggrega sul territorio in progetti di inclusione, e per il raggiungimento di forme di vita indipendente le famiglie della struttura di Curtatone, promuoverà il progetto presso i propri ragazzi disabili gravi e gravissimi a cui troppo raramente, vengono proposte occasioni di integrazione extracurriculari, escludendoli di fatto da una serie di opportunità di inserimento e di aggregazione, in particolare di natura sportiva e motoria, che potrebbero fungere anche da sollievo per i genitori e le famiglie stesse, sempre molto coinvolte dall'impegno di cura per i propri figli. Così l'associazione di solidarietà familiare DONNEXTRA' ONLUS, provvederà alla organizzazione concreta delle attività anche di carattere ausiliario e di trasporto dei ragazzi, valorizzando la forte tradizione di volontariato che la contraddistingue, coadiuvata dal Club AMICI DI COSETTA.

L'associazione dilettantistica CAVA Boschetto di Montanara che gestisce un vasto parco, compresa una cava di pesca, metterà a disposizione le proprie strutture per la pratica sportiva della pesca anche a favore di ragazzi con disabilità grave e gravissima.

FISDIR Lombardia (Federazione Italiana sport disabilità intellettiva) e SOCIETÀ Studia & Lavora, si dedicheranno alle fasi attinenti la formazione, la prima degli istruttori e dei tecnici sportivi, la seconda degli educatori ed operatori sociali. FISDIR LOMBARDIA , in particolare, da tempo, persegue l' obiettivo di essere il punto di riferimento su cui far convergere tutte le iniziative formative e informative, sia di tipo formale che informale, volte ad assicurare la formazione personalizzata di figure tecniche e professionali, proponendo con continuità, corsi finalizzati, di cui è diventato polo d'eccellenza in Lombardia.

La Società cooperativa Studia & Lavora è specializzata nella formazione del personale, educatori professionali, operatori sociali ed animatori, che devono acquisire nuove conoscenze e competenze per svolgere in modo adeguato impegni professionali con persone fragili e a rischio di disagio ed esclusione.

La rete è arricchita da un nutrito elenco di soggetti pubblici e privati che hanno espresso forti motivazioni per la buona riuscita del progetto e che, attraverso le loro specificità, collaboreranno alle varie fasi ed azioni.

Significativa è la partecipazione di due importanti Istituti scolastici come il CFP e azienda Speciale FOR-MA e l'IC Mantova 3, che coinvolgeranno i ragazzi e le loro famiglie, oltre alla preziosa presenza del servizio DI EDUCAZIONE FISICA dell'UFFICIO SCOLASTICO TERRITORIALE di Mantova e delle associazioni sportive presso le quali si realizzeranno le attività organizzate in forma integrata come la SOCIETÀ GINNASTICA AURONE ASD, IL BOWLING MANTOVA di Cerese, Mantova Scherma e STUDIO ARTE & MOVIMENTO di Marmirolo. L'associazione ARTE DELL'ASSURDO contribuirà alle fasi di comunicazione ed organizzazione delle attività.

Queste le discipline sportive proposte:

NUOTO, GINNASTICA, DANZA, BOWLING, BOCCE, PESCA SPORTIVA, TENNIS TAVOLO, BICI SPECIALI, SCHERMA.

E BUONO SPORT A TUTTI!

Torna all'indice

Dalla sezione di como

GRAN TOUR DELLA GRECIA CLASSICA DAL 30 MAGGIO AL 5 GIUGNO 2017 (iscrizione entro il 20 marzo)

1° giorno: LECCO - COMO - ANCONA (480 km)

Partenza da Lecco Piazza Stazione ore 4.40, da Como San Giovanni ore 5.10, Como Rebbio 5.20, in direzione di Ancona. Arrivo in tempo utile per l'imbarco sul traghetto Anek Lines e partenza alle ore 13.30 in direzione della Grecia, Igoumenitsa. Notte in navigazione a bordo del traghetto. Cena inclusa.

2° giorno: IGOUMENITSA - KALAMBAKA (166 km)

Prima colazione a bordo, arrivo ad Igoumenitsa alle ore 8.00, sbarco e incontro con la guida locale parlante italiano e partenza per Kalambaka, via Ioannina. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita dei famosi monasteri delle Meteore, laddove la natura aveva già fatto uno spettacolo l'uomo, una volta tanto, non ha rovinato tutto ma ci ha messo del suo per trasformare lo spettacolo in un capolavoro. Ci troviamo nel bel mezzo della Grecia continentale, in un luogo che non a caso l'Unesco ha deciso di includere nella sua ambitissima lista e che rappresenta una delle destinazioni più visitate di tutto il paese: le Meteore. Un paesaggio a tratti lunare formato da imponenti pinnacoli di roccia levigata dove ogni tanto spunta un monastero. I primi eremiti arrivarono nell'area nell'XI secolo alla ricerca di un luogo in cui trovare isolamento spirituale: le cavità tra le rocce, che raggiungevano esclusivamente con l'aiuto di corde e scale removibili, erano l'ideale. Soltanto in un momento successivo, a partire dal XIV secolo, vennero costruiti dei monasteri sulla sommità delle rocce che divennero ben presto importanti centri di culto per la chiesa ortodossa. Inizialmente erano 24, oggi ne sono rimasti solo 6 e sono tutti visitabili. Al di là delle bizzarrie architettoniche, all'interno delle minuscole chiese dei monasteri sono conservati degli affreschi, che spesso ricoprono le intere pareti, da lasciare letteralmente a bocca aperta.

Al termine trasferimento in hotel e sistemazione nelle camere riservate, cena e pernottamento.

3° giorno: KALAMBAKA - DELFI - ATENE (400 km)

Prima colazione e partenza per Delfi. Delfi è un importante sito archeologico, nonché una storica città dell'antica Grecia, che si estende sulle pendici del monte Parnaso, nella periferia della Grecia Centrale. Nei tempi antichi si pensava che Delfi fosse il centro del mondo, quindi era sede dell' ombelico del mondo. Era la sede del più importante e venerato oracolo del dio Apollo: l'oracolo di Delfi; i resti del tempio dedicato all'Apollo Delfico della mitologia greca fanno parte, con il famoso teatro e lo stadio (in cui ogni quattro anni si svolgevano i giochi pitici che seguivano di tre anni l'Olimpiade e prendono il nome dalla Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo), del famoso sito archeologico visitato annualmente da migliaia di turisti. Sull'architrave del portale al santuario (all'interno del quale ardeva la fiamma eterna) erano riportate delle massime di sapienza, tra cui il celebre motto "conosci te stesso" e che sarà poi fatto proprio da Socrate. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio proseguimento per Atene. Sistemazione in albergo. Cena e pernottamento.

4° giorno: ATENE

Prima colazione e partenza per la visita guidata di Atene, dell'Acropoli. Giro panoramico in autobus della città passando davanti ai monumenti e alle piazze principali: Piazza della Costituzione, Palazzo del Parlamento, MiliteIgnoto, Biblioteca Nazionale, Piazza Omonia, Arco di Adriano ecc. L'Acropoli di Atene è il simbolo della Grecia, dei fasti della sua civiltà classica e il punto di riferimento più significativo della cultura greca. La città sacra, l'Acropoli, il più grande complesso architettonico ed artistico giunto fino a noi dall'antica Grecia si trova a 156 metri sul livello del mare sulla sommità pianeggiante di un promontorio roccioso largo 140 metri e lungo 28 che sovrasta la valle di Ilissos. Voluta nel V secolo a. C. da Pericle in un'area dove a partire dal secondo millennio a. C. erano edificati palazzi reali e luoghi di culto comprende i 4 capolavori dell'arte classica greca: il Partenone, costruito da Ictino, i Propilei, gli ingressi monumentali della zona sacra dedicata ad Atena, l'Eretteo e il tempio di Atena Nike. Oggi l'Acropoli è patrimonio mondiale dell'Unesco. Il paesaggio è monumentale ed è composto da strutture massicce perfettamente bilanciate tra loro e con la natura dando vita ad un colpo d'occhio bellissimo. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio escursione a Capo Sounion per la visita del tempio del dio del mare Poseidone. Ciò che resta di questa antico tempio, infatti, sorge su uno sperone roccioso a picco sul mar Egeo, in un contesto scenografico senza paragoni! La dedica al Dio del mare Poseidone non poteva essere più azzeccata: non c'è nulla intorno se non il blu del cielo e dell'acqua sottostante. Al termine trasferimento in hotel, cena e pernottamento in albergo.

5° giorno: ATENE - ARGOLIDE (380 km)

Prima colazione e partenza per l'Argolide. Sosta sul famoso Canale di Corinto, canale artificiale che collega il Golfo di Corinto con il mar Egeo. Visita guidata del teatro di Epidauro, celebre per la sua acustica perfetta. Il teatro di Epidauro nel Peloponneso, è uno dei più grandi esempi di architettura greca rimasti fino ai giorni nostri. Proseguimento del viaggio passando da Nauplia, graziosa cittadina nota per essere stata la prima capitale della Grecia moderna, raggiungendo Micene che sorge su una collina (278 m slm), stretta e protetta da due cime elevate e scoscese, secondo la tradizione la città fu fondata da Perseo figlio di Zeus e di Danae. Pranzo in ristorante. Pomeriggio visita del Tesoro di Atreo, dell'Acropoli, della Porta dei Leoni delle famose tombe reali. Nel tardo pomeriggio arrivo ad Olimpia, sistemazione in albergo, cena e pernottamento.

6° giorno: ARGOLIDE - OLYMPIA - PATRASSO (170 km)

Prima colazione e partenza per Olympia, antico santuario e sede degli antichi giochi Olimpici. Visita del sito archeologico con il santuario di Giove, l'officina di Fidia, lo Stadio ed il locale museo archeologico. Olimpia è l'antica città nel Peloponneso sede dei giochi olimpici, che si sono svolti ogni 4 anni a partire dal 776 a. C., e luogo di culto di grande importanza. Chiamata anche la Valle degli Dei, Olimpia già nel X secolo a. C. divenne il centro del culto di Zeus e i resti di antichi templi, teatri e monumenti ne sottolineano l'importanza. Il più famoso tempio di Olimpia è proprio quello eretto in onore di Zeus dove si trovava la statua del dio realizzata da Fidia, lo scultore che diede vita anche al Partenone di Atene, e appartenente alle sette meraviglie del mondo. Olimpia ha una delle più alte concentrazioni di capolavori del mondo greco antico e dista meno di 4 ore da Atene e solo un'ora da Patrasso. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio rientro a Patrasso e imbarco sul traghetto per l'Italia, partenza alle ore 17.30. Notte in navigazione.

7° giorno: ANCONA - COMO - LECCO (480 km)

Prima colazione e pranzo a bordo del traghetto. Arrivo ad Ancona alle ore 16.30 e sbarco. Trasferimento in Pullman Gt per Como. Arrivo a Como e a Lecco in tarda serata .

QUOTA PARTECIPAZIONE: MIN. 30 € 880.00

MIN. 40 € 850.00

MIN. 50 € 790.00

SUPPLEMENTO SINGOLA: € 120.00 (non disponibile nelle tratte in nave)

ASS. ANNULLAMENTO FACOLTATIVA: € 45.00 (da confermare in fase di prenotazione)

(Ass. annullamento solo per motivi sanitari certificabili e non preesistenti al momento della conferma)

Note informative per la traversata in nave: a bordo di questi traghetti sono presenti aree comuni, bar, ristoranti e ponte solarium con piscina. Consigliamo per la navigazione di portare con sé un piccolo bagaglio a mano con l'occorrente necessario per la notte (pigiama, un cambio, beauty case e costume).

Note informative per il trasporto cani guida a bordo della nave: i cani guida possono accompagnare i loro padroni ovunque, sia in aree interne che in aree esterne della nave; devono viaggiare con la relativa documentazione: libretto sanitario in corso di validità e passaporto europeo dell'animale -EU PET PASSPORT. Il supplemento per i cani guida in cabina è di € 50 per cane a tratta.

La quota comprende:

- Trasferimento A/R per il porto e tour in Grecia con Pullman Gt

- Cabina doppia interna in traghetto per la tratta Ancona - Igoumenitsa e Patrasso - Ancona

- Sistemazione in hotel 3*/4* (1 notte a Kalambaka, 2 notti ad Atene, 1 notte a Olympia)

- Trattamento di pensione completa dalla cena del primo giorno al pranzo del'ultimo giorno

- Bevande incluse in hotel e in ristorante (1/4 vino e ½ di acqua per persona), non incluse durante i pasti in traghetti

- Guida locale parlante italiano

- Visita guidata a: Monasteri delle Meteore, Sito archeologico e museo di Delfi, Atene, canale di Corinto, teatro di Epidauro, Tesoro di Atreo, i siti archeologici di Olympia.

- Assicurazione sanitaria

- Accompagnatore dell'Agenzia Vecchie Mura Viaggi

La quota non comprende:

- Ingressi ai siti/musei circa 70 euro, consigliamo di non includere gli ingressi in quanto chi supera i 60 anni ha diritto ad uno sconto che di solito è pari al 50%, e in alcuni siti statali della comunità europea danno la possibilità di sconti o biglietti omaggi per persone non vedenti o ipovedenti

- Tasse di soggiorno ove previste negli hotel

- Mance e extra di carattere personale e Tutto ciò non specificato nella dicitura "La quota comprende"

ISCRIZIONE ENTRO IL 20 MARZO CON ACCONTO DI € 300.00, SALDO ENTRO IL 10 MAGGIO

Torna all'indice

Dalla sezione di lecco

GRAN TOUR DELLA ROMANIA DAL 10 AL 17 SETTEMBRE 2017

PRIMO GIORNO - LECCO / MILANO / BUCAREST

Ritrovo dei partecipanti presso la stazione di Lecco verso le ore 6.15, trasferimento con pullman gt per l'aeroporto di Bergamo in tempo utile per il disbrigo delle formalità d'imbarco. Volo diretto con partenza alle 9.25 e arrivo a Bucarest alle 12.40. Incontro con l'assistenza Rumeno e trasferimento dall'aeroporto all'hotel, con un giro panoramico di Bucarest che include: palazzo del parlamento (il più grande d'Europa e il secondo al mondo con oltre 1000 stanze per il quale hanno lavorato 400 architetti e 20.000 lavoratori); Il palazzo di Cotroceni con la zona residenziale di Cotroceni (abbellita da antiche ville in stile a memoria del volto della "Piccola Parigi" degli anni '30); la Piazza della rivoluzione con il bellissimo Palazzo reale; la collina dei Patriarchi (il piccolo Vaticano) dove si trovano la sede della chiesa ortodossa romena e il Palazzo dei Patriarchi; il Museo del Villaggio - museo all'aperto - riproduzione fedele delle diverse zone rurali della Romania. Sistemazione hotel e cena.

SECONDO GIORNO - BUCAREST - CURTEA DE ARGES - SIBIU (300 KM)

Prima colazione e partenza per Sibiu, la capitale europea della cultura nel 2007. Sulla strada sosta a Curtea de Arges per il pranzo e visita della città e la cattedrale di Curtea de Arges, che nasconde la leggenda di Manole. Poi si prosegue con la Transfagarasan - la strada di montagna più spettacolare al mondo. Arrivo a Sibiu, "la città degli occhi". Cena e pernottamento.

TERZO GIORNO - SIBIU - BIERTAN - SIGHISOARA - BISTRITA (250 KM)

Prima colazione e mattina dedicata alla visita della città di Sibiu, ex capitale europea della cultura con la Piazza Grande, Piazza Piccola e Piazza Huet, la Chiesa evangelica, il Museo Bruckenthal, il Ponte delle Bugie e molto altro. Pranzo in ristorante e al termine partenza verso la Cittadella di Biertan, un esempio caratteristico di fortezza-chiesa-famiglia, una delle 300 chiese fortificate costruite tra i secoli XIV e XVII in Transilvania. La cittadella arroccata su di una collina, nel centro del villaggio, con mura unite da una scalinata coperta, con e muri di difesa, 6 torri e 3 bastioni. Una delle porte della chiesa ha fin'oggi 19 serrature. Arrivo nel pomeriggio a Sighisoara, la più bella città medievale della Romania, fortezza abitata dal 1300, circondata da torri e bastioni e anche la città dove e nato Vlad l'Impalatore. Cena e pernottamento in hotel a Bistrita.

QUARTO GIORNO - BISTRITA - TIHUTA - MOLDOVITA - VORONET (200 KM)

Prima colazione e Partenza per il passo Tihuta - Bargau, la famosa zona dove e stato filmato il film "Dracula" di F. Ford Coppola. Visita del castello del conte Vlad. Pranzo e in seguito proseguiamo per la Bucovina, chiamata "la zona dei 2000 monasteri". I monasteri Voronet, Sucevita, Moldovita e Humor con i loro affreschi sia interni che esterni, ciascuno con il proprio colore dominante, furono decorati tra il sec. XV e XVI e sono considerati capolavori di arte bizantina, unici in Europa, motivo per il quale fanno parte del patrimonio UNESCO. Anticamente gli affreschi svolgevano un ruolo di difesa, e in seguito una volta decorate con gli affreschi con temi religiosi, sono diventati una Bibbia per il popolo analfabeta del XV secolo. Il Monastero di Moldovita, risalente al 1532 e costruito da Petru Rares è dipinto sia all'esterno che all'interno come la „Vittoria di Costantinopoli", „La Preghiera della Santa Vergine" o „l'Albero di Jesse". Il colore dominante del Monastero di Moldovita è un giallo solare. Si tratta della più grande chiesa eretta nel periodo dello stile Moldavo. Cena e pernottamento in Hotel a Campulung Moldovenesc.

QUINTO GIORNO - VORONET - SUCEVITA - VORONET (200 KM)

Prima colazione e visita del Monastero fortificato di Suceavita dove gli affreschi esteriori sono datati 1596 e il colore verde predomina su tutti. Tempo permettendo visita a un laboratorio di lavorazione manuale della ceramica nera di Marginea, dal tempo dei daci. Sosta per il pranzo e nel pomeriggio vedremo l'ultimo e il più bel monastero della Bucovina: Monastero di Voronet, fondato nel 1488 dal sovrano Stafano il Grande e conosciuto come „La Cappella Sistina dell'Est" con il famoso colore dominante „blue di Voronet". Possibilità di un breve giro in carrozza nei boschi vergini della Bucovina. Cena e Pernottamento.

SESTO GIORNO - VORONET - AGAPIA - BRASOV (350 KM)

Prima colazione e partenza per la zona di Neamt col Monastero Agapia famoso per le opere del famoso pittore romeno Nicolae Grigorescu. Qui sarà possibile visitare anche il Museo Etnografico di Nicolae Popa. Continuiamo col Passo di Oituz, dove la strada sembra perdersi nella bellezza della natura. Pranzo in fase di escursione. Nel pomeriggio arrivo a Brasov, forse la più bella città medioevale della Romania e visita del centro storico: la Chiesa Nera, la Piazza del Consiglio, il quartiere vecchio Schei, La Porta Caterina che separava i rumeni dai sassoni nel periodo di occupazione AustroUngarica etc. Cena e pernottamento in hotel a Poiana Brasov.

SETTIMO GIORNO - BRASOV - BRAN - SINAIA - BUCAREST (200 KM)

Prima colazione e partenza per il famoso Castello di Bran, il più bel castello medievale della Romania, costruito nel XIII sec. e conquistato nel XVI imo sec. da Vlad Tepes - più conosciuto come l´Impalatore Dracula. In seguito arriviamo a Sinaia dove si potrà visitare il più bel castello rumeno, in stile bavarese, risalente ai tempi di re Carol I - il Castello Peles. Vicino visitiamo il Monastero di Sinaia, in stile rumeno brancovenesc, che ha dato anche il nome alla località. Pranzo e Ritorno a Bucarest e passeggiata a piedi nel centro storico della capitale, la "Piccola Parigi dell'Est"; tra la zona Lipscani dove si potranno ammirare le vecchie birrerie, gli antiquariati, l'antica corte dal tempo di Vlad Tepes, l'antico albergo taverna Hanul lui Manuc, una delle più vecchie chiese di Bucarest - la chiesa Stavropoleos, etc. Cena e pernottamento in hotel a Bucarest.

OTTAVO GIORNO - BUCAREST / MILANO / LECCO

Prima Colazione, tempo libero con possibilità di ulteriori visite a cura del nostro accompagnatore; pranzo in ristorante. Nel pomeriggio trasferimento in tempo utile all'aeroporto. Volo da Bucarest alle ore 22.15 con arrivo a Bergamo alle 23.30 e di seguito trasferimento a Lecco in pullman Gt.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

MIN. 30 PAGANTI € 1.020.00

MIN. 40 PAGANTI € 950.00

MIN. 50 PAGANTI € 930.00

SUPPLEMENTO SINGOLA: € 175.00

ASS. ANNULLAMENTO FACOLTATIVA: € 55.00

(da confermare in fase di prenotazione)

(Ass. annullamento solo per motivi sanitari certificabili e non preesistenti ed imprevedibili al momento della prenotazione)

Documenti necessari: carta identità valida per l'espatrio senza timbro di rinnovo

N.B.

- Precisiamo, come a voi è già noto per tutte le nostre iniziative, che è indispensabile l'iscrizione di un accompagnatore per 1 o 2 soci al fine di non dover chiedere l'assistenza personale ad altre persone, partecipanti alla gita.

INFORMAZIONI UTILI:

- EMISSIONE BIGLIETTI AEREI ENTRO E NON OLTRE IL 29/03/2017 CON VERSAMENTO DI € 300.00 PER PERSONA NON RIMBORSABILI SENZA ASSICURAZIONE, DOPO TALE DATA E FINO I PRIMI DI GIUGNO RICALCOLIAMO LA TARIFFA AEREA RIQUOTANDO LE TASSE AEROPORTUALI E L'ADEGUAMENTO CARBURANTE. LA CIFRA POTREBBE VARIARE DI ALMENO € 50,00 E POTREBBERO ESSERCI PROBLEMI CON IL VOLO.

- SI RACCOMANDA DI PROCEDERE ALLE ISCRIZIONI ED AL PAGAMENTO DELL'ACCONTO DELLA QUOTA DI PARTECIPAZIONE ESCLUSIVAMENTE IN SEZIONE, MENTRE DOPO IL 29 SOLO ALL'AGENZIA VECCHIE MURA, IN QUANTO DOVRÀ ESSERE VERIFICATA LA DISPONIBILITÀ AEREA ED ALBERGHIERA ED EFFETTUATA LA RIQUOTAZIONE DEI VOLI IN TEMPO REALE. IL TUTTO È STATO PIANIFICATO, PER RENDERE PIÙ FLUIDA LA GESTIONE ED EVITARE DISGUIDI DI OGNI GENERE.

- SALDO 30 GIORNI PRIMA DELLA PARTENZA.

NORMATIVA CANI GUIDA IN VOLO

- LINEE GUIDA SPECIFICHE PER IL CANE GUIDA / ASSISTENZA ISCRIZIONE IN VIAGGIO DI INTRA UE / SEE

- I PASSEGGERI CHE VIAGGIANO CON UN CANE GUIDA / ASSISTENZA DEVE PORTARE UN VALIDO PASSAPORTO ANIMALI * O DOCUMENTAZIONE DI UN TERZO PAESE CERTIFICATO UFFICIALE VETERINARIO * (PIÙ DOCUMENTAZIONE MEDICA OBBLIGATORIA) SU TUTTI I VOLI DEI PAESI UE / SEE.

- LINEE GUIDA GENERALI PER IL VIAGGIO:

- PER ESSERE ACCETTATI SU UN VOLO RYANAIR UN CANE GUIDA / ASSISTENZA DEVE ESSERE ADDESTRATO PER ESEGUIRE LE ATTIVITÀ A BENEFICIO DI UNA PERSONA CON UNA DISABILITÀ (FISICA, SENSORIALE O PSICHICA).

- IL CANE GUIDA / ASSISTENZA DOVRÀ INDOSSARE UNA FASCIA IDENTIFICATIVA STANDARD PER TUTTO IL VIAGGIO.

- I CANI GUIDA / ASSISTENZA CHE VIAGGIANO IN CABINA DEVONO SEDERE SUL PAVIMENTO AI PIEDI DEL PASSEGGERO. UN MASSIMO DI QUATTRO CANI GUIDA / ASSISTENZA SONO AMMESSI PER VOLO. IL CANE CON I CONTENITORI E GLI ALIMENTI SONO TRASPORTATI GRATUITAMENTE.

- I PASSEGGERI CHE DESIDERANO VIAGGIARE CON IL LORO CANE GUIDA A BORDO DEVONO PRENOTARE QUESTO SERVIZIO PREFERIBILMENTE IL GIORNO STESSO DI QUANDO SI EFFETTUA LA PRENOTAZIONE. QUESTO PUÒ ESSERE FATTO ON-LINE AL MOMENTO DELLA PRENOTAZIONE INIZIALE DEL VOLO O TRAMITE LA LINEA DI ASSISTENZA SPECIALE RYANAIR.

- ATTENZIONE: LA MANCATA PRENOTAZIONE/AVVISO DEL CANE GUIDA POTREBBE COMPORTARE L'INDISPONIBILITÀ DEL SERVIZIO ALL'ARRIVO ALL'AEROPORTO E VOI DI NON ESSERE IN GRADO DI VIAGGIARE SUL VOLO PRENOTATO.

- * PASSAPORTO ANIMALI: È RESPONSABILITÀ DEL PASSEGGERO GARANTIRE CHE IL PET PASSPORT PRESENTATO È AGGIORNATO E CONFORME AI REQUISITI DI VACCINAZIONE E OTTEMPERA ALLA LEGISLAZIONE DEL PAESE DI DESTINAZIONE. NON POSSIAMO ACCETTARE ALCUNA RESPONSABILITÀ PER EVENTUALI CANI GUIDA / ASSISTENZA CHE NON POSSEGGANO LA CORRETTA DOCUMENTAZIONE. VI CONSIGLIAMO, SE AVETE DEI DUBBI SULLA IDONEITÀ DELLA DOCUMENTAZIONE O DEI DETTAGLI DEL PASSAPORTO PER ANIMALI DI CONTATTARE L'AEROPORTO DI DESTINAZIONE PRIMA DEL VIAGGIO.

- * CERTIFICATO VETERINARIO SANITARIO DI UN PAESE TERZO RICONOSCIUTO: PER CANI GUIDA E PROPRIETARI DI CANI GUIDA / ASSISTENZA IN PAESI CHE NON RILASCIANO PASSAPORTI PER ANIMALI, SARÀ NECESSARIO OTTENERE UN CERTIFICATO UFFICIALE VETERINARIO PER DIMOSTRARE CHE IL LORO CANE È CONFORME ALLE REGOLE DEL PET TRAVEL SCHEME.

LA QUOTA COMPRENDE:

- Trasferimento con Pullman Gt Lecco-Bergamo-Lecco

- Volo di linea diretto Bergamo-Bucarest-Bergamo

- Bagaglio per persona 15 kg in stiva e 10 kg a mano

- Itinerario come da programma in terra Romena con pullman gt moderno con tutti i confort a disposizione del gruppo, dal primo all'ultimo giorno

- Guida locale parlante italiano dall'arrivo in aeroporto a Bucarest fino al giorno di partenza

- 7 notti in hotel 3*/4* (es. Bucarest Ramada, Sibiu Hotel Class, Bistrita Hotel Krone, Bucovina Hotel Sandru, Poiana Brasov, Hotel Piatra Mare)

- Trattamento di pensione completa dalla cena del primo giorno al pranzo dell'ultimo giorno

- Prime colazioni a buffet con servizio al tavolo delle bevande calde; tutti i pasti sia in hotel che in ristorante sono con servizio al tavolo

- Bevande incluse ai pasti principali (1/4 vino e ½ acqua per persona)

- Tutti gli ingressi inclusi come da programma

- Assicurazione medico-bagaglio

- Accompagnatore consolidato come l'anno 2016 dell'Agenzia Vecchie Mura Viaggi (Sig.ra Baracco Claudia)

LA QUOTA NON COMPRENDE:

- Tassa di soggiorno ove prevista.

- Mance ed Extra di carattere personale e tutto quanto non espressamente indicato alla voce "La quota comprende".

Torna all'indice

Corso di Vela autonoma per non vedenti 18-25 Marzo 2017

Homerus Associazione Onlus, Circolo FIV (Federazione Italiana Vela), prima scuola di vela dedicata ai non vedenti ed ipovedenti, informa tutti gli interessati che sono aperte le iscrizioni al corso di vela autonoma per non vedenti che si terrà dal 18 al 25 Marzo 2017 presso la sede della scuola di vela Homerus, a Bogliaco (sponda bresciana del lago di Garda) Comune di Gargnano.

Il corso, tenuto da istruttori volontari con esperienza pluriennale nell'insegnamento ai non vedenti ed ipovedenti, avrà lo scopo di insegnare ai partecipanti la conduzione ed il governo in autonomia di una imbarcazione a. vela, le imbarcazioni utilizzate saranno a chiglia fissa, classe Meteor.

Negli ultimi giorni del corso i nuovi allievi potranno inoltre navigare con altri velisti non vedenti ed ipovedenti, che, navigando da molti anni, condivideranno le loro esperienze completando la formazione con proprie strategie e modalità nella navigazione a vela.

Il costo per persona è di € 270 per il corso e di € 80 per la quota associativa, comprensiva di Tessera FIV, incluso il salvagente personale che resterà al partecipante al termine del corso.

E' necessario che il partecipante si munisca di abbigliamento adeguato come, ad esempio, cerata da barca completa di giacca e pantaloni.

Homerus, previo accordi, potrà fornire cerate adeguate ai partecipanti ad un prezzo agevolato.

I costi di vitto ed alloggio e l'organizzazione alberghiera è a carico dei partecipanti, Homerus è disponibile a fornire informazioni se richieste.

Il numero massimo di partecipanti è di 8 allievi

Per potersi iscrivere è necessario contattare la segreteria al numero 0365-599656 o Luigi Bertenza al numero di cellulare da richiedere alla segreteria stessa.

Entro 20 giorni dall'inizio del corso, previo conferma della segreteria, il partecipante dovrà versare sia la quota che l'iscrizione, Mediante bonifico bancario su Banca Prossima, Agenzia di Milano,

IBAN IT84I0335901600100000003401

Intestato a HOMERUS ASSOCIAZIONE ONLUS di € 350, e comunicare a info@homerus.it tutti i propri dati:

nome cognome telefono e-mail indirizzo e codice fiscale, oltre al certificato medico in corso di validità, attestante l'idoneità alla pratica sportiva.

Dopo il corso sarà possibile, accompagnati dai nostri volontari ed amici, utilizzare le barche dell'associazione per veleggiate ed allenamenti.

Torna all'indice

Comunicazioni varie

Dalla sezione di varese

18 febbraio: Visita didattico emozionale al Museo Tattile di Varese

La Sezione UICI di Varese vi invita sabato 18 febbraio alle ore 10.30 ad una visita al Museo tattile di Varese dove è ospitata una collezione di modelli tattili in legno che riproducono aspetti del paesaggio, dell'architettura, dell'arte, del design.

Con la visita al Museo Tattile Varese si ha modo di verificare come i modelli tattili abbiano una duplice funzione: didattica ed emozionale. Conoscendo attraverso il tatto si scopre un mondo nuovo. Lo confermano gli oltre 13.000 visitatori.

Oltre ai modelli, il museo ospita percorsi e installazioni multisensoriali, capaci di conciliare il divertimento con l'interesse per la sperimentazione. Si tratta di percorsi nei quali il visitatore ha modo di verificare, divertendosi, come i sensi parlino un linguaggio speciale capace di farci conoscere meglio e più approfonditamente tutti gli aspetti della realtà.

Per informazioni contattare Carmen Passarello tramite mail all'indirizzo musigatto@alice.it o al recapito telefonico da richiedere in Sezione.

Ritrovo il 18 febbraio 2017 alle ore 10.30 al museo tattile di Varese, presso Villa Baragiola, via F. Caracciolo 46 a Varese. La visita sarà gratuita per i disabili mentre avrà un costo ridotto di 4 euro per gli accompagnatori. Il biglietto intero è di 6 euro.

DAL MOVIMENTO APOSTOLICO CIECHI

25-28 marzo: tour artistico-enogastronomico

Il MAC propone il tour artistico-enogastronomico - "Italia da scoprire", dal 25 al 28 maggio 2017.

La Marca trevigiana: antichi borghi medioevali e la strada del prosecco, tra dolci colline punteggiate da castelli; le ville del Palladio, le abazie, Treviso ed i suoi canali.

Per le iscrizioni e il programma completo rivolgersi a Rino Nazzari, e-mail rino.nazzari@tin.it.

Torna all'indice

Mi-Lorenteggio.com del 10-01-2017

Città Metropolitana di Milano: trovato l'accordo per l'inclusione scolastica degli studenti disabili

Da domani i ragazzi potranno rientrare in classe con la certezza che la situazione è risolta.

MILANO. In un'ottica di collaborazione e in attesa che si concretizzi il passaggio di consegne previsto con il prossimo anno scolastico, le istituzioni garantiscono il servizio per gli studenti disabili. Da domani i ragazzi potranno rientrare in classe con la certezza che la situazione è risolta. È stato trovato infatti l'accordo sull'inclusione scolastica degli studenti tra Città metropolitana di Milano e Regione Lombardia. Al termine dell'incontro tra il consigliere delegato al bilancio, Franco D'Alfonso e l'assessore regionale all'economia Massimo Garavaglia, Regione Lombardia ha assicurato la propria disponibilità a coprire il servizio per i mesi a venire, fino al termine dell'anno scolastico in corso. Già nei prossimi giorni Regione Lombardia provvederà a erogare alla Città metropolitana di Milano i fondi necessari. «La nostra priorità è sempre stata quella di garantire il servizio- dichiara Franco D'Alfonso-. Finalmente, grazie anche alla collaborazione dell'assessore Garavaglia, possiamo esserne certi. Il servizio per l'inclusione scolastica degli studenti disabili è garantito e finanziato. La nostra posizione non è mai stata quella della "sterile" polemica politica, ma quella costruttiva di chi fa tutto ciò che è in suo potere per risolvere un problema impattante sulla vita di circa 2400 famiglie del nostro territorio. La collaborazione istituzionale che deve sempre essere messa davanti agli interessi politici di parte- conclude il consigliere delegato al bilancio della Città metropolitana- ci permette di dare certezza alle ragazze e ai ragazzi, alle bambine e ai bambini con disabilità sul loro sacrosanto diritto allo studio». «Siamo soddisfatti di questa parziale ma positiva conclusione di una collaborazione istituzionale che anticipa, ne sono certa, la risoluzione totale di un problema che si trascina da troppo tempo», questa la dichiarazione di Arianna Censi, vicesindaca della Città metropolitana di Milano.

Torna all'indice

Superando.it del 25-01-2017

Alunni lombardi tra spiragli di luce e insidie

Dopo tante pressioni da parte delle Associazioni, è decisamente una buona notizia che la Regione Lombardia abbia approvato due emendamenti alla propria Legge di Bilancio, acquisendo le competenze sui servizi a supporto dell'inclusione di alunni e studenti con disabilità. E tuttavia, in quei provvedimenti ci sono anche delle insidie e dei punti da chiarire, come segnalano le Federazioni LEDHA e FAND.

MILANO. Sono tante - si legge in una nota congiunta della LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e della FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) - le difficoltà che anche in Lombardia molti bambini e ragazzi con disabilità devono ancora oggi affrontare, quando si parla di assistenza alla comunicazione, di consulenza tiflologica e di fornitura dei testi scolastici per gli alunni con disabilità sensoriale, oltreché di assistenza educativa e di trasporto per gli studenti che frequentano le scuole superiori. Per molti di loro, questi disagi si traducono in una minore frequenza scolastica oppure nella permanenza a scuola, ma senza i supporti necessari. E in alcuni casi, sono le famiglie a farsi carico di questi oneri. Tutto questo è frutto di una situazione, ripetutamente denunciata dalle Associazioni, di mancata corresponsabilità tra le Istituzioni che dura da troppo tempo. E che sembrava destinata a non sbloccarsi mai. Ora, finalmente, potrebbe esserci una luce in fondo al tunnel. A fronte infatti dell'impossibilità delle Province e delle Città Metropolitana di Milano di garantire quei servizi essenziali, il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato due emendamenti alla Legge di Bilancio che, modificando la Legge Regionale 19/07, attribuiscono alla stessa Regione "la promozione, il sostegno e la gestione, in relazione all'istruzione secondaria di secondo grado, dei servizi di trasporto e di assistenza per l'autonomia e la comunicazione personale degli studenti con disabilità fisiche o psichiche, nonché, in relazione a tutti i gradi di istruzione e ai percorsi di istruzione e formazione professionale, la promozione, il sostegno e la gestione dei medesimi servizi per gli studenti con disabilità sensoriale"».

Si tratta decisamente, secondo LEDHA e FAND, di «una buona notizia per i quasi cinquemila studenti con disabilità e per le loro famiglie, che possono guardare con maggiore serenità al proprio percorso scolastico», fermo restando, naturalmente, che «la Regione dovrà definire, per la gestione dei servizi, "le modalità di coinvolgimento degli enti locali e dei soggetti del sistema regionale al fine di assicurarne la gestione coordinata"».

Ci sono tuttavia anche delle insidie, negli emendamenti approvati, sulle quali le Federazioni lombarde intendono mettere in guardia. «Le maggiori - si legge nella nota - si nascondono nel secondo emendamento approvato (Norme transitorie e norma finanziaria) e non tanto nel primo comma che impegna la Giunta ad approvare le "Linee guida", per la cui stesura siamo certi saranno coinvolte sia le Associazioni, sia le rappresentanze degli enti gestori dei servizi, bensì nei due passaggi successivi. Nel primo di essi si scrive infatti: «Al fine di garantire la continuità nello svolgimento delle funzioni provinciali e della Città metropolitana, in relazione all'anno scolastico in corso continuano a trovare applicazione le disposizioni delle leggi regionali 19/2007 e 3/2008 nel testo vigente alla data di entrata in vigore della presente legge"». «Si tratta - è la domanda posta da LEDHA e FAND - di un modo per affermare che la Legge diverrà operativa con il nuovo anno scolastico. E quindi? Cosa succederà nei prossimi sei mesi in quei territori in cui le Province non hanno adottato le misure sufficienti a garantire i servizi necessari, proprio per il venir meno delle risorse disponibili?».

Un capitolo a sé merita un altro punto, quando cioè si parla dei «segnali positivi giunti dalle comunicazioni seguite da un incontro tra la Regione Lombardia e la Città Metropolitana di Milano, dal quale risulterebbe che i ragazzi con disabilità potranno rientrare in classe con la certezza che la situazione è risolta». «Siamo certi che alle parole seguiranno i fatti», auspicavano le Federazioni lombarde e tuttavia non sembra proprio che questo sia successo, a giudicare dalla denuncia di questi giorni ripresa anche dal nostro giornale e proveniente da una serie di organizzazioni del territorio di Milano, che parla di «servizi ancora sospesi e di gravi problemi tuttora irrisolti».

E in ogni caso, LEDHA e FAND «si aspettano che analoga attenzione venga riservata anche ai bambini e ragazzi con disabilità che vivono nel resto del territorio lombardo».

La parte finale della nota è riservata all'altra "insidia" rilevata dalle Federazioni, quando cioè si cita «il secondo emendamento approvato dalla Giunta di Regione Lombardia, il quale evidenzia che "alle spese derivanti dall'articolo 9 si provvede con le risorse statali assegnate a tal fine alla Regione, in applicazione dell'articolo 1, comma 947, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato "Legge di stabilità 2016")». Ebbene, l'augurio è che questo articolo faccia parte delle norme transitorie e non di quelle finanziarie. Infatti, se è certo che i fondi statali dedicati a questi servizi saranno d'ora in poi gestiti direttamente dalla Regione, è altrettanto certo che queste risorse siano ampiamente insufficienti e che quindi si debba prevedere uno stanziamento ad hoc, per fare fronte a questa nuova competenza regionale».

«E del resto - concludono Alberto Fontana e Nicola Stilla, presidenti rispettivamente di LEDHA e di FAND Lombardia - è bene ricordare che ci si trova di fronte a diritti esigibili da parte di ognuno degli studenti coinvolti e che, come recentemente ribadito dalla Corte Costituzionale: "è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione"», con esplicito riferimento alla recente Sentenza 275/16 della Consulta, di cui abbiamo dato ampia notizia ai Lettori. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it (Ilaria Sesana).

Torna all'indice

Avvenire del 06-01-2017

Dopo l'accordo al Ministero timori per la fuga degli insegnanti

Ancora preoccupazioni per la legge della Buona Scuola. L'accordo firmato il 29 dicembre tra i sindacati e il nuovo ministro dell'IstruzioneValeria Fedeli sulla mobilità degli insegnanti nell'anno scolastico 2017/2018 rischia di aumentare i disagi nelle scuole milanesi ma anche in tutte le altre della Lombardia e del nord Italia. Lo svincolo dall'obbligo di permanenza triennale nel proprio ambito o nel proprio istituto che sarà in vigore dal 1° settembre 2017 e rischia di acuire soprattutto la mancanza di insegnanti di sostegno, che già vengono compensati con chiamate dalle u- niversità. Il pericolo è che il prossimo anno scolastico inizi con ancora minori aiuti per i bambini disabili di Milano e provincia, destabilizzandoli psicologicamente e dal punto di vista dell'apprendimento. I docenti a supporto degli alunni con difficoltà, che devono possedere un titolo per poter esercitare, erano già pochi al via delle lezioni di questo anno ed era stato necessario affiancare ai bambini insegnanti senza l'ulteriore abilitazione.

Ora che, con le varianti introdotte alla legge sulla Buona Scuola, è possibile spostarsi liberamente rientrando nel vecchio luogo di residenza e di lavoro, moltissimi insegnanti di sostegno lasceranno gli istituti in cui attualmente prestavano servizio. La situazione ha portato i presidi dell'Anp (Associazione nazionale presidi) a mobilitarsi appoggiando le proteste e le preoccupazioni dei genitori degli alunni.

La nuova soluzione risolve a favore dei docenti il problema che l'algoritmo del Miur aveva causato alla riapertura delle scuole in settembre, e a cui era seguita una mediazione lunga e complicata. Un regalo di Natale sgradito per il Provveditorato che, al ritorno dalle vacanze, ha dovuto subito confrontarsi con la nuova situazione alla quale dovrà iniziare a far fronte non appena riceverà l'ordinanza, si pensa fra un mese circa. A quel punto i docenti potranno compilare la propria domanda on-line indicando non solo la città ma anche l'istituto in cui intendono andare a lavorare. Le famiglie degli alunni, soprattutto di quelli disabili, intanto, hanno già cominciato ad esprimere la loro preoccupazione e a far sentire la loro voce. Una nuova protesta, solo pochi mesi dopo un già burrascoso avvio dell'anno scolastico.

di Monica Lucioni

Torna all'indice

Il Giorno del 10-01-2017

L'assistenza in classe ai nostri figli? "Paghiamo noi 1.200 euro al mese"

COLOGNO MONZESE. Prima campanella e per tanti studenti con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali i servizi di inclusione scolastica non sono ripartiti, dall'assistenza alla comunicazione in classe al trasporto a scuola. Non si trovano i fondi per coprire tutti gli interventi necessari fino a fine giugno. L'allarme viene dagli enti provinciali ai quali la Regione ha delegato questa funzione. Promettendo di riprendersela in carico dal prossimo anno scolastico. «Sono circa 2.400 gli alunni coinvolti», aveva affermato la vicesindaco della Città Metropolitana di Milano, Arianna Censi, in una riunione convocata in fretta e furia nella sede di Palazzo Isimbardi per lanciare l'allarme. «Senza dotazione finanziaria necessaria, il 40% dallo Stato, il 60% dalla Regione, non siamo in grado di coprirne i costi». Occorrono 6,5 milioni, solo a Milano, per stipendiare le assistenti ed educatrici speciali fino alla fine dell'anno scolastico. I fondi arrivati finora (circa 3,5 milioni) sono bastati per i primi tre mesi. E non sempre. Il sindaco Giuseppe Sala aveva scritto al Pirellone, chiedendo una risposta. Anche la Provincia di Pavia ha lamentato la mancanza di 1,4 milioni per finanziare gli interventi rivolti a 240 studenti. La Lehda, Lega per i diritti delle persone con disabilità, sta aiutando le famiglie. Anche per un'eventuale via legale. La Regione, per bocca dell'assessore all'Economia Massimo Garavaglia, ha già risposto che «una soluzione si troverà». I fondi «ci sono per i primi sei mesi del 2017, come concordato con l'assessore al bilancio di Città Metropolitana, Franco D'Alfonso. Nel solo 2016 abbiamo già dato 32 milioni in più, non dovuti. Se poi li hanno usati per altro non è colpa nostra».

"Dobbiamo mettere da parte i soldi, come a inizio anno. Ma non potremo andare avanti per molto. Il diritto allo studio dei nostri figli sembra non interessare a nessuno. Non vorrei volessero eliminare il servizio, visto che per le superstrade i finanziamenti si trovano sempre". Debora Mauri è una delle centinaia di mamme di Milano e hinterland i cui figli, oggi, hanno dovuto fare a meno degli assistenti sociali. Ora è intenzionata a fare causa.

Partiamo dal principio.

"Ho due figli ipovedenti gravi in prima media e quarta primaria all'istituto comprensivo Montale di Cologno Monzese".

Cosa fa un'assistente alla comunicazione?

"È una esperta che fa da ponte tra scuola e famiglia, segue i miei figli con materiale con caratteri ingranditi e Braille. Integra le ore di sostegno. Un supporto grazie al quale i bambini sono in grado di raggiungere gli stessi obiettivi dei compagni di classe. Che di solito parte a inizio anno scolastico".

Stavolta?

"Un anno particolare. Le assistenti le assumiamo noi genitori, stipulando i contratti, anticipando, se necessario. Poi veniamo rimborsati. Ma a settembre, non avendo avuto alcuna risposta da Città Metropolitana ho aspettato ottobre per far iniziare il servizio".

Poi?

"Mi hanno scritto a fine ottobre che il rimborso sarebbe arrivato e che in realtà avrei potuto anticipare il servizio già da settembre. E me lo dicono dopo due mesi di solleciti da parte mia?".

Quanto costa?

"Circa 14,70 euro l'ora, 600 euro al mese, 5mila euro l'anno per ciascun alunno, rimborsati in tre tranche. Anche se per l'anno 2015-2016 l'ultima mi era stata restituita tra fine agosto e inizio settembre".

Quasi tre mesi dopo la fine delle lezioni... Ieri i suoi figli sono tornati in classe. Con l'assistente?

Sì. Ma perché mi sono mossa io. Senza alcuna garanzia, per ora, di riavere indietro quanto io e mio marito metteremo da parte per pagare a fine mese. Bisogna prevedere un tesoretto: i figli non possono andarci di mezzo".

Cosa fate lei e suo marito per lavoro?

"Io sono casalinga. Mio marito è impiegato".

I rimborsi dei primi tre mesi di anno scolastico sono arrivati?

"Circa 2mila euro. Una quota non sufficiente: ne mancano 400".

Che idea si è fatta della situazione?

"Sembra non interessare a nessuno. Le famiglie sono abbandonate a se stesse. Temo si voglia eliminare il servizio. Quando si tratta di progettare superstrade, che poi non si realizzano mai o non servono, i soldi ci trovano sempre. Per il diritto allo studio dei bambini disabili, garantito dalla Costituzione, i finanziamenti arrivano in ritardo o spariscono. E sono i piccoli a rimetterci sempre".

Farà ricorso?

"Attraverso la Ledha, la Lega per i diritti delle persone disabili, mi sto muovendo. Perché non potrò pagare l'assistente di tasca mia fino alla fine dell'anno scolastico".

di Luca Salvi

Torna all'indice

Il Corriere della Sera del 21-01-2017

I vantaggi di una scuola inclusiva: attenzione a uno, qualità per tutti

BRESCIA. Non è questione di buoni sentimenti: una scuola che non sa includere tutti è una scuola inefficiente. Prima ancora che inumana e discriminante. E la capacità di inclusione è valutata anche in termini di continuità didattica assicurata, o meno, agli studenti con disabilità, come evidenziano in questi giorni i dati sulla «giostra» degli insegnanti di sostegno, per usare la definizione di Gianantonio Stella sulle pagine nazionali. L'immagine è chiara: 1 studente su 3 ha avuto quest'anno un nuovo insegnante in classe, ma per gli alunni con disabilità, che necessiterebbero di maggiore stabilità, lo scenario è ancor più vorticoso. Quasi il 40% dei docenti di sostegno (38.000 su circa 96.000) ha cambiato sede e di conseguenza alunni in carico; detto in altro modo, quasi 100.000 disabili su 238.000 certificati si son visti modificare l'insegnante di riferimento.

Se Palestrina piange, Brescia non ride, pur contenendo le criticità con il supporto delle famiglie e degli Enti locali. Il problema è strutturale e dunque non vale la buona volontà dell'Ufficio scolastico in loco: il docente di sostegno è per così dire precario per legge. La norma prevede infatti che per il sostegno una certa quota sia autorizzata di anno in anno e che su quei posti vengano assunti docenti con contratto a tempo determinato. Sono i cosiddetti posti «in deroga», circa 41.000, destinati a salire nel prossimo anno a oltre 46.000; ma nemmeno per gli insegnanti in ruolo la situazione si stabilizzerà, perché il recente concorso non coprirà tutti i 6.000 posti in palio, per carenza di vincitori: quasi il 50% resterà vacante (con punte vicino al 60% alle medie) e la metà di questi in Lombardia.

Emergono proposte concrete al riguardo: la rivista «Tuttoscuola» chiede da tempo la stabilizzazione dell'organico in deroga, con un aggravio di spesa (del 7% circa) non eccessivo e l'obbligo di permanenza quinquennale del docente di sostegno sul posto, provvedimento rivoluzionario anche per il sindacato che tutela oggi più l'insegnante che lo studente disabile. Anche il Governo pare mettere in agenda la questione e nel Dcm del 14 gennaio scorso si impegna, all'art. 16, a garantire la continuità educativa e didattica. Ma il salto di qualità spetta alla scuola tutta: è una didattica inclusiva sempre e per tutti che fa da riferimento per le famiglie. Nell'infanzia e nella Primaria è così, meno nei gradi superiori. La scuola che sa affrontare il problema individuale è capace di qualità globale; non un sistema che frena per attendere i più lenti, come teme un pregiudizio diffuso, ma un ambiente educativo che dà a ognuno ciò che spetta a tutti. E si ritorna così a un risultato di efficienza.

di Ennio Pasinetti

Torna all'indice

MilanoToday del 14-01-2017

Tram, bus e disabili: si lavora per rendere accessibili le fermate

MILANO. Due milioni di euro per adeguare le fermate di superficie di tram, bus e filobus a favore dei disabili e, in generale, delle utenze deboli. È il finanziamento del comune di Milano, inserito nel piano triennale delle opere pubbliche, e sarà utilizzato per adeguare soprattutto le fermate della 90-91, che richiedono modifiche importanti. "Investiamo per rendere i mezzi pubblici sempre più accessibili a tutti", commenta Marco Granelli, assessore alla mobilità.

Lo stanziamento riguarda, come detto, esclusivamente il trasporto in superficie. In metropolitana quasi il 75% è accessibile ai disabili, ma la percentuale sale al 100% per le linee 3 e 5, le più recenti. Le linee 1 e 2 risentono ovviamente del periodo di costruzione, quando la sensibilità sul tema era inferiore. Talvolta è per esempio impossibile realizzare un ascensore. Tuttavia per alcune stazioni di M1 e M2 si potrà intervenire con ventiquattro milioni e mezzo di euro e progetti preliminari già realizzati.

A luglio 2016, poi, sono partiti i lavori per otto ascensori a Romolo, Bonola e Lampugnano, mentre sono già finanziati quelli per Cernusco sul Naviglio. Infine le linee 1, 2 e 3 sono dotate di pedane mobili per agevolare il superamento del dislivello tra banchina e treno, problema che non sussiste per l'ultima linea realizzata (M5). E per i non vedenti, alle fermate del metrò sono state apposte linee di orientamento sulla banchina.

È accessibile ai disabili la totalità dei 1.148 bus attivi a Milano, che hanno anche l'annuncio sonoro in prossimità della fermata. Quasi tutti (il 99%) hanno anche l'annuncio visivo con schermi o display. I bus di nuova acquisizione hanno tutti la pedana manuale di salita e discesa. È prevista, in futuro, la realizzazione di fermate "ad isola" per evitare che le autovetture vengano parcheggiate in loro prossimità.

Quanto ai tram, il 40% è accessibile ai disabili. Anche in questo caso il motivo è dato dal fatto che molti tram in servizio sono "storici" e in particolare quelli più antichi, che pure rappresentano un vero e proprio simbolo meneghino, sono difficilmente adattabili. Ma è in corso il "revamping" di cinquantuno tram vecchi, di chi dieci già in servizio e ora dotati di elevatori per carrozzine. Restano comunque diversi problemi dovuti soprattutto ai tempi di azionamento delle pedane e all'inaccessibilità delle fermate.

Aveva fatto discutere il caso, nel 2015, di un disabile che aveva citato in giudizio Atm e il comune di Milano (vincendo la causa) perché la linea che gli servirebbe per recarsi in centro, il tram 24, non era servito da mezzi adatti ai disabili. Il giudice ordinò ad Atm di immettere su quella linea un numero sufficiente, e distribuito durante tutta la giornata, di vetture accessibili.

Torna all'indice

La Provincia di Como del 05-01-2017

Quella malattia rara chiamata albinismo Si studia a Grandate

LA STORIA. L'associazione italiana che raccoglie le persone colpite da questa anomalia congenita è in via Giotto Collaborazione con Telethon, il Niguarda e il San Raffaele.

Albinit, ovvero il fenomeno dell'albinismo in Italia ha casa a Grandate. Dal 2009 l'associazione italiana degli albini ha la sua sede in via Giotto, oggi conta 88 iscritti e si batte per informare e sensibilizzare la società su questa anomalia congenita ereditaria.

LA SCIENZA. Uno dei fondatori di questo gruppo, oggi segretario dell'associazione, il grandatese Marzio Ghezzi, ha riunito grazie a Telethon una rete di cittadini italiani accomunati da questo speciale biancore, l'albinismo infatti si manifesta nella quasi totale assenza di pigmenti nella pelle e nei capelli, perfino nell'iride degli occhi. Albinit, facendo riferimento all'ospedale Niguarda e al San Raffaele, oltre a dialogare con le altre associazioni per albini a livello Europeo, è riuscita ad organizzare un servizio di day hospital, un percorso diagnostico che comprende su tutti una visita oculistica, una dermatologica ed una genetica. Senza pigmento infatti la camera oscura dell'occhio non funziona come dovrebbe, la messa a fuoco è carente, mancano parecchi decimi, quanto alla pelle, così candida, rischia con facilità di ammalarsi sotto ai raggi del sole. Le stime mondiali dicono che un nuovo nato ogni 17mila è albino, l'albinismo riguarda anche il regno animale, è una casualità genetica che non ha confini, non esistono casi soltanto in Occidente, ci sono tanti albini anche nella nera terra africana. Stéphane Ebongue Koube infatti è uno degli associati di Albinit, quest'uomo è scappato da Douala, in Camerun, è fuggito certo per le difficili condizioni economiche, per gravi episodi di violenza, ma anche perché laggiù si sentiva diverso, discriminato. Ha i tipici tratti somatici centro africani, ma è bianchissimo. Giunto in Italia si è rivolto a questa associazione ed oggi a distanza di decenni da Torino raccoglie fondi per finanziare una biblioteca per non vedenti proprio nella città di Douala. Per incontri, eventi e contatti il metodo più semplice è consultare il portale albinit.org. Per sostenere le iniziative del gruppo è stato pubblicato anche un bel calendario, i protagonisti ritratti nei primi piani dei vari mesi sono i protagonisti dell'associazione.

SPAZIO AIUTO. Grazie ad Albinit da qualche mese è attivo anche lo "Spazio Help", al momento questo servizio è partito nell'ospedale Rossi di Verona, qui tre operatori danno supporto alle famiglie che per la prima volta ricevono una diagnosi di ipovisione legata all'albinismo. Soprattutto le mamme e i papà hanno bisogno di risposte pronte, di un supporto valido. È proprio per questo che Albinit è nata, da una coppia di genitori grandatesi che 14 anni fa ha dato alla luce un bambino bianchissimo, albino appunto. Gli sforzi della ricerca medica e le nuove frontiere per prevenire il manifestarsi dell'albinismo ora guardano con interesse alla genetica, oltre che a molecole capaci di intervenire almeno su una particolare forma d'albinismo, chiamato oculocutaneo.

***

«Io, papà di un ragazzo albino Che fatica vivere come gli altri».

Perché l'associazione italiana albini ha sede a Grandate in via Giotto?

«È casa mia - racconta Marzio Ghezzi, il segretario di Albinit - ed il motivo è semplice. Io e mia moglie 14 anni fa abbiamo avuto il nostro secondo figlio, è nato albino. Non sapevamo cosa fare, cercavamo informazioni, esperti, persone con le quali condividere i nostri bisogni e i nostri pensieri. Così attraverso Telethon ci siamo messi in contatto con altre mamme ed altri papà con bambini albini. Gli interrogativi erano tanti, in breve tempo abbiamo fondato una associazione ufficiale». L'albinismo è una anomalia genetica, in natura è presente in tutti e cinque i contenenti, ma ci sono anche cervi e delfini bianchi, ogni animale può nascere albino. «Vero, solo in Italia gli albini sono circa 5mila - spiega ancora Ghezzi - essere albini però comporta qualche sfida in più da vincere. Per esempio l'ipovisione, l'occhio mancando di pigmento fatica a vedere bene, si muove troppo e non mette a fuoco e con l'iride perforata si arriva ad un massimo di due decimi nonostante gli occhiali. Ci sono problemi di abbagliamento, è difficile vedere lontano, serve supporto per esempio a scuola. In più bisogna stare attenti al sole, i raggi ultra violetti su una pelle così bianca possono fare seri danni, fino a provocare il cancro, occorre difendersi». Qualche passo avanti con Albinit è stato fatto, almeno a riguardo di supporto medico, di visite specializzate, oltre che di conoscenza. «Il nostro obiettivo infatti è far conoscere a tutti questa anomalia, sensibilizzare la società per una piena integrazione - dice Ghezzi - siamo ormai ad 88 associati in Italia e tra non molto compiremo i nostri primi dieci anni di vita associativa. Il nostro sogno però è spronare la scienza, perché se è vero che gli errori genetici difficilmente si possono correggere sarebbe magnifico poter trovare soluzioni e cure per vivere al meglio». (S. Bac.)

Torna all'indice

L'Eco di Bergamo del 28-01-2017

Scoprire il mondo con il tatto Arriva il tunnel "sensoriale"

BREMBATE. Quindici metri di lunghezza, sette sezioni rigorosamente al buio, mezz'oretta di visita guidata con un obiettivo: far conoscere la realtà attraverso l'uso del tatto. Si parla del tunnel della vita che da sabato 4 febbraio (inaugurazione alle 17) sarà allestito all'oratorio di Brembate Sopra nell'ambito della settimana dell'accoglienza-inclusione promossa dall'Unione italiana ciechi e ipovedenti, in collaborazione con l'istituto comprensivo di Brembate, l'associazione genitori locale e di Grignano e l'Asd Omero. Tutti insieme sono i promotori di «Toccare, conoscenza del mondo attraverso la sensorialità», serie di iniziative in programma sino al 24 febbraio, tra cui spicca il già citato «tunnel». Percorrendolo i visitatori rivivranno le varie fasi dell'esistenza umana, dalla nascita sino al tramonto. Curiosità: a far da guida ai normodotati saranno in questo caso persone non vedenti, che prenderanno idealmente per mano i visitatori nel lungo viaggio della vita: «L'iniziativa è aperta ovviamente a tutte le scuole primarie dalla terza elementare in avanti, ma non solo - spiega Irma Bolandrini, tra le anime organizzative del progetto -. La consigliamo a tutti, perché le tante persone che l'hanno sperimentata l'hanno definita suggestiva e nutriente per l'anima». Nata due anni fa grazie alla collaborazione tra l'Unione Italiana ciechi e lo studio di architettura Balini, da allora la struttura sta girando la nostra provincia, e vanta esposizioni (e consensi) sia a BergamoScienza che nei centri di Albino, Calusco d'Adda e Cepino. L'esposizione sarà uno dei momenti clou della settimana dell'accoglienza-inclusione, non l'unico, perché nelle serate del 17 e del 18 febbraio, a fare pendant con l'opera ci saranno due suggestive cene al buio (dalle 19,30), alla scoperta del mondo dei sapori. Per informazioni e prenotazioni per queste ultime contattare Mascia 347-2226774, referente dell'Asd Omero. Per prenotazioni infrasettimanali al tunnel (ingresso libero il sabato dalle 15 alle 18 la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18) contattare il numero 339-7185401 o scrivere a bibliotecabraille@comune.bg.it. (Lu. Pe.)

Torna all'indice

L'Eco di Bergamo del 05-01-2017

"Odissea Cieca" a San Pellegrino E gli occhi sono bendati in platea

«La Musa lo amò molto, ma un bene e un male gli diede: degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto». Il ritratto di Demodoco, cantore del re dei Feaci nell'ottavo canto dell'Odissea, è sintesi ideale del progetto teatrale Blind Odissey (Odissea Cieca) che vivrà in terra al Casinò di S.Pellegrino Terme il 28 gennaio la sua prima nazionale. Uno spettacolo straordinario tutto da scoprire con gli altri sensi: tatto, udito e gusto.

SAN PELLEGRINO TERME. Nasce dalla collaborazione fra Marco e Massimo Grieco (salernitani, definiti «Grieco Brothers» dalla Cnn) e il Teatro Sì, nato 20 anni fa al Seminarino di Città Alta e guidato da Irma Gervasoni.

«Ad oggi - sottolinea Marco, autore delle musiche - sono molti gli spettacoli adattati per non vedenti, ma mai si è arrivati ad un genere che faccia del "sentire e non vedere" un'esperienza emozionale, anche per un pubblico normodotato, opportunamente bendato. La vista è il senso più traditore, perché mostra l'apparenza e mette in ombra olfatto, tatto, udito e gusto. Chiude le porte ad un sesto senso prioritario in teatro e nella vita: la fantasia».

«Odissea the musical» dei Grieco fu nel 2007 il primo musical della storia dedicato al poema di Omero, rappresentato in Italia e all'estero. «Non era raro - aggiunge Grieco - scorgere spettatori che nei momenti più intensi chiudevano gli occhi. L'incontro con Irma, gli attori del Teatro Sì e Paolo Parimbelli dell'Unione Ciechi di Bergamo, hanno mosso la molla decisiva. Abbiamo riscritto i 25 brani del musical, dopo averli riascoltati al buio. Ciò che abbiamo "visto" con la mente o immaginato di toccare e assaporare era molto più intenso». «The Blind Odyssey» sarà uno spettacolo di oltre 2 ore, con un allestimento che prevede la disposizione circolare delle file di sedie (160 posti) e una serie di accorgimenti tecnici. «Gli attori indosseranno costumi di scena, ma diventeranno dei performers - spiega Irma Gervasoni - per coinvolgere gli spettatori con movimenti coreografici tattili. La musica darà risalto al canto, per il quale non sono previsti microfoni, affinchè si possano distinguere provenienza di voci ed entrate in scena. Quando in scena ci saranno banchetti, gli spettatori potranno assaporare pietanze e brindare; saranno simulati il vento e lapioggia, diffusi profumi come il salmastro del mare o la terra ed il muschio». «Questo spettacolo - aggiunge - è il coronamento del nostro percorso, nato nel quartiere con spettacoli per ragazzi, che negli anni ha formato una grande famiglia sul palco e dietro le quinte. Abbiamo realizzato progetti di inclusione per persone disabili, didattici per giovani liceali e costumisti, che sono entrati a far parte del nostro gruppo. "Blind Odissey" dimostra nel concreto quanto la disabilità (visiva) non sia necessariamente svantaggio, ma possa aprire scenari artistici di norma preclusi agli occhi della normalità». Attore protagonista di «Blind Odissey» sarà il giovane Andrea Ricchiuto, che già in questi anni ha impersonato Ulisse. Ci saranno avvicendamenti per altri personaggi, dopo un casting interno avvenuto al buio, per individuare attraverso voce e cadenza l'aderenza al ruolo di ciascun attore. «L'investimento economico per lo spettacolo è davvero rilevante - conclude Gervasoni - e dobbiamo per questo un grazie enorme a chi ci supporta nell'avventura. Penso al patrocinio di Comune e Parrocchia di San Pellegrino Terme che hanno accolto l'idea con entusiasmo, ma anche l'associazione Vecchia Bergamo, la Comunità delle Botteghe di Bergamo Alta, Emi sistemi elettrici, Clinica dentale Pianeta Sorriso, Istituto di bellezza Jeunesse, Gelateria dei Mille e Ristorante Roccolino. Altri si aggiungeranno a breve, e altri ancora potranno farlo. In primavera andremo in scena al Ridotto del Donizetti». È un treno da non perdere e, per una volta, uno spettacolo da «non vedere».

Da lunedì 9 gennaio è possibile prenotare i biglietti d'ingresso contattando i seguenti numeri: 334.311 14 13 - 320.866 12 55 - 333.430 54 19.

di Giambattista Gherardi

Torna all'indice

NOTIZIE DALLA SEDE CENTRALE e dal web

Questo spazio vuole essere una sorta di "miniguida" per orientarsi all'interno delle molteplici attività svolte dalla Sede Centrale della nostra Associazione.

A tal fine, vi proponiamo quei comunicati diramati dalla Sede Centrale e quei contenuti apparsi sul giornale elettronico di quest'ultima nel mese appena trascorso, che contengono notizie e iniziative che pensiamo possano suscitare un concreto interesse nei nostri soci.

Di sicuro qualcosa sfuggirà, ma ci si augura che questa selezione possa essere un valido punto di riferimento.

Si augura buona lettura.

1) Comunicato n. 1, diramato in data 02-01-2017

Calendario delle riunioni degli organi nazionali anno 2017

In allegato, il calendario in oggetto, con preghiera di tenerne conto nella programmazione delle iniziative, delle attività e delle riunioni in sede regionale e territoriale.

______________________________________________________________________________________

Giovedì, 26 Gennaio h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Giovedì, 2 Marzo h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Giovedì, 13 Aprile h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Sabato, 29 Aprile h08.30 Coordinatori commissioni nazionali

Sabato, 29 Aprile h13.30 e Domenica 30 Aprile h8.30 CONSIGLIO NAZIONALE

Giovedì, 25 Maggio h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Giovedì, 6 luglio h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Sabato 30 Settembre h08.30 DIREZIONE NAZIONALE

Sabato 30 Settembre h14.30 e Domenica 1 ottobre h8.30 ASSEMBLEA NAZIONALE QUADRI DIRIGENTI

Giovedì, 9 Novembre h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Sabato, 25 Novembre h14.30 e Domenica 26 Novembre h08.30 CONSIGLIO NAZIONALE

Giovedì, 14 Dicembre h8.30 DIREZIONE NAZIONALE

Torna all'indice

2) Comunicato n. 3, diramato in data 03-01-2017

Manovra di finanza pubblica 2017 - Pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 297 del 21 dicembre 2016 - Norme di maggiore interesse

La Legge di Bilancio per il 2017 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 297 del 21 dicembre scorso e ha assunto il n. 232 del giorno 11 dicembre 2016.

Tra le varie norme del provvedimento, composto da un unico articolo con 638 commi e dalle allegate Tabelle di Bilancio di ciascun Ministero, che riguardano direttamente l'attività dell'Unione e, in generale, le persone con disabilità visiva, richiamo alla vostra attenzione le seguenti:

Dal "pacchetto pensioni"

Comma 209: all'articolo 9,comma 2, della legge 29 marzo 1985, n. 113, le parole: <In attesa della legge di riforma generale del sistema pensionistico,> sono soppresse e sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: <nonché all'incremento dell'età anagrafica a cui applicare il coefficiente di trasformazione per il calcolo della quota di pensione nel sistema contributivo come previsto dall'articolo 1, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335>.

Sul punto, desidero sottolineare l'importanza portata di tale norma, fortemente sostenuta dall'Unione nell'ultimo decennio e precisamente dall'entrata in vigore della legge 335/1995, la cosiddetta Riforma Dini, ma sempre disattesa.

Ora finalmente i lavoratori dipendenti non vedenti così individuati dalla legge 138/2001, artt. 2, 3 e 4, in sede di applicazione del beneficio di maggiorazione figurativa dei quattro mesi per ogni anno di lavoro svolto, potranno avvantaggiarsi di un incremento anche economico della quota di pensione determinata con il sistema di calcolo contributivo, ricordando che, dal 1° gennaio 1996, tale maggiorazione dei quattro mesi, per la medesima quota, era valevole solo ai fini del diritto a pensione e dell'anzianità assicurativa.

Sono pressoché integralmente confermati i contributi in favore dell'Unione e delle istituzioni collegate, così da consentire una più stabile programmazione delle future attività.

Inoltre, per l'anno 2017 è stato riconosciuto al Libro Parlato un ulteriore contributo di 200 mila Euro da destinare alla realizzazione di e-book, in collaborazione con la Fondazione LIA Libri Italiani Accessibili.

Fra le altre disposizioni che possono interessare la nostra categoria, in sintesi, le seguenti:

Dal "pacchetto pensioni"

Comma 179: nell'ambito delle norme sull'anticipo pensionistico agevolato, viene introdotto l'APE, acronimo che sta per Anticipo Pensionistico. È un progetto sperimentale che consentirà di andare in pensione, a partire dal 1° maggio 2017 e fino al 31 dicembre 2018, a chi abbia raggiunto almeno 63 anni di età e un minimo contributivo di venti anni. Il progetto APE verrà declinato in diverse modalità attuative, a seconda della platea dei potenziali beneficiari, cui è offerto. Accanto all'APE volontario (che verrà concesso dietro l'erogazione di prestiti di banche e assicurazioni che dovranno essere poi restituiti con rate di ammortamento costanti dagli interessati), c'è anche l'APE agevolato per i lavoratori con riduzione della capacità lavorativa pari o superiore al 74 per cento (APE agevolato- Invalidi) e per i lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con disabilità in situazione di gravità ai sensi dell'articolo 3 comma 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104. A queste particolari categorie verrà richiesto un minimo contributivo maggiore rispetto all'APE volontario, ossia di trenta anni. Secondo tale prospettiva, a differenza dell'APE volontario, quello sociale dovrebbe configurarsi come un sussidio di accompagnamento alla pensione pagato interamente dallo Stato. Con l'APE agevolato è, però, posto un tetto di importo massimo di pensione, che verrà corrisposto nella misura non superiore euro 1.500,00 lordi mensili.

Per comprendere meglio la portata della norma sarà necessario attendere le istruzioni operative che verranno emesse prossimamente dall'INPS con propria circolare.

Comma 194: è prevista l'abrogazione della penalizzazione, introdotta dalla Riforma Fornero del 2011, che, come è noto, consisteva nel taglio dell'1/2 per cento delle quote retributive di pensione per ciascun anno di anticipo rispetto al sessantaduesimo anno di età, per i lavoratori che raggiungevano il requisito contributivo necessario per il pensionamento anticipato.

Comma 214: viene confermata l'VIIIª salvaguardia che consentirà di mantenere in vigore, in via eccezionale, le vecchie regole di pensionamento, vigenti sino al dicembre 2011, nei confronti di determinati soggetti che il legislatore ritiene meritevoli di una particolare tutela previdenziale. A costoro continueranno ad applicarsi le vecchie disposizioni in materia di requisiti di accesso e di decorrenza anche se il diritto al pensionamento matura dopo il 31 dicembre 2011. Tra i beneficiari, ci sono coloro che, nel corso del 2011, erano in congedo straordinario per assistere figli con disabilità grave, i quali perfezioneranno il requisito dei 40 anni di contribuzione per la pensione entro il 6 gennaio 2019, compresa la finestra mobile. Come per il passato, non tutti i lavoratori che si trovano in questa situazione potranno ottenere l'uscita anticipata dal servizio per salvaguardia, essendo la capienza dell'VIIIª salvaguardia per tale fattispecie di soggetti beneficiari limitata a 700 posti disponibili.

Dalle misure per il collocamento mirato:

Comma 251: le risorse del Fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità sono riattribuite nel Fondo regionale per l'occupazione dei disabili e dovranno essere prioritariamente utilizzate allo scopo di finanziare gli incentivi alle assunzioni.

Dalle misure per l'inclusione scolastica degli alunni con disabilità:

Comma 616: stanzia un contributo di circa 23 milioni di euro annui alle scuole paritarie che accolgono alunni con disabilità. La ripartizione verrà effettuata con Decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, tenendo conto del numero degli alunni con disabilità accolti da ciascuna scuola paritaria, percentualmente considerati rispetto al numero complessivo degli alunni frequentanti.

Vive cordialità.

Mario Barbuto

Presidente Nazionale

Torna all'indice

3) Comunicato n. 9, diramato in data 17-01-2017

Assistenza per disabili da Trenitalia

RFI, Reti Ferroviarie Italiane, la società che si occupa delle stazioni e delle infrastrutture ferroviarie e che gestisce il servizio di assistenza PRM, cioè ai passeggeri con disabilità e a ridotta mobilità, ha attivato da lunedì 16 gennaio, il nuovo numero unico nazionale per la prenotazione del servizio di assistenza, a tariffazione ordinaria, raggiungibile sia da rete fissa, che da rete mobile.

Il nuovo numero sarà il seguente: 02323232.

Continuerà ad esistere, comunque, il numero verde, raggiungibile da rete fissa, 800906060.

Con l'occasione, ringraziamo la nostra commissione autonomia che, nei tavoli di lavoro, ha fatto sentire forte la nostra voce.

Vive cordialità

Mario Barbuto

Presidente Nazionale

Torna all'indice

4) Comunicato n. 11, diramato in data 23-01-2017

Importi anno 2017 pensioni ed indennità per i ciechi civili

Con circolare INPS N. 8 del 17-01-2017, allegato 3 Tabella M1 pp. 26-27, sono stati resi noti gli importi delle provvidenze economiche spettanti ai ciechi civili per l'anno 2017.

Fonte normativa di riferimento:

Decreto Ministro Economia e Finanze, di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, N. 17 del 17 novembre 2016 (GU n. 274 del 23-11-2016)

Prestazioni a favore dei ciechi civili categoria INVCIV (pensioni e indennità)

L'indice di aumento di perequazione automatica, calcolata in via provvisoria e con effetto dal 1° gennaio 2017, per le pensioni e limiti di reddito personale lordo annuale è pari allo 0,0%.

Pensione per i ciechi assoluti ricoverati e i ciechi parziali ventesimisti: Euro 279,47

Pensione per i ciechi assoluti non ricoverati: Euro 302,23

Assegno a vita a esaurimento: Euro 207,41

L'indice di aumento di perequazione automatica, calcolata in via provvisoria e con effetto dal 1° gennaio 2017, per le indennità è pari allo 1,35%.

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento sono indipendenti dai redditi.

Richiamo l'attenzione sulle seguenti ulteriori informazioni utili, sempre riportate in circolare INPS N. 8/2017:

Per i titolari di prestazioni INVCIV con revisione sanitaria scaduta.

I titolari di prestazioni INVCIV in attesa di revisione conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefìci, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura, come prevede l'art. 25 comma 6-bis del Decreto Legge N. 90/2014.

Pertanto, per le prestazioni a favore di invalidi civili, ciechi civili e sordi, per le quali nell'anno 2017, risulti memorizzata nel database una data di revisione sanitaria, il pagamento è comunque impostato anche per le mensilità successive alla data di scadenza della revisione.

Misure di incremento in favore di titolari di prestazioni INVCIV (pensioni e assegni) che versino in situazioni reddituali personali e/o familiari particolarmente disagiate, quindi con un reddito annuo bassissimo.

Unitamente al presente comunicato, vengono illustrate alcune fattispecie di situazioni, che danno diritto ad incrementi economici dei trattamenti INVCIV (Allegato).

Non sono infrequenti, infatti, casi di nuclei familiari, dove, ad esempio il marito (o parimenti la moglie) sia cieco civile e titolare solo di provvidenze INVCIV e la moglie casalinga o disoccupata o, al massimo, che percepisca la sola pensione sociale.

In tali casi, il reddito familiare sarà certamente molto basso e, pertanto, l'interessato titolare di prestazione INVCIV potrà, a richiesta, ottenere dall'INPS un incremento economico della medesima prestazione INVCIV, secondo le misure sotto riportate.

Il testo completo della circolare INPS N. 8/2017 è sul sito http://www.inps.it/portale/default.aspx, alla sezione INPS COMUNICA, ULTIME CIRCOLARI.

Vive cordialità.

Mario Barbuto

Presidente Nazionale

______________________________________________________________________________________

Allegato

Calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 67 della Legge N. 448 del 1998 (circolare INPS N. 8 del 17-1-2017, allegato 3 Tabella L pag. 25)

Requisiti richiesti:

a) status visivo: cecità totale e parziale

b) età: nati prima del 1° gennaio 1931 - ciechi totali ricoverati (fasce 6, 11) e ciechi parziali (fasce 8, 12, 13, 16 e 17)

c) limite reddito: se pensionato solo, il limite di reddito deve essere inferiore a Euro 3.719,17; se pensionato coniugato, il limite reddituale familiare deve essere inferiore a Euro 15.458,65*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento: di Euro 70,72 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al

limite di reddito di Euro 4.638,53, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 16.378,01

a) status visivo: cecità totale

b) età: nati prima del 1° gennaio 1931 - ciechi totali non ricoverati (fasce 7 e 10)

c) limite reddito: se pensionato solo, il limite di reddito deve essere inferiore a Euro 3.719,17; se pensionato coniugato, il limite reddituale familiare deve essere inferiore a Euro 15.458,65.

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento: di Euro 54,57 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al

limite di reddito di Euro 4.638,53, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 16.378,01

a) status visivo: cecità totale e parziale

b) età: ultrasessantacinquenni nati dopo il 31 dicembre 1930 - ciechi totali e ciechi parziali (fasce 6,7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 16 e 17)

c) limite reddito: se pensionato solo, fino a Euro 4.743,70; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 10.568,61*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento di Euro 70,72 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al limite di reddito di Euro 5.663,06, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 11.487,97.

Aumento della pensione INVCIV previsto dall'art. 70, comma 6, della Legge 388/2000- Finanziaria 2001 (cit. circolare INPS, allegato 3 Tabella M4 pag. 32)

Requisiti richiesti:

a) status visivo: cecità totale e cecità parziale (fasce 6,7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 16 e 17)

b) età minima: non è previsto alcun limite di età

c) limite reddito: se pensionato solo, Euro 5.959,20; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 12.483,77*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento di Euro 10,33 mensili. L'aumento è spettante se non vengono superati i limiti di reddito.

Incremento al milione previsto dall'art. 38 della Legge 448/2001 - Finanziaria 2002, modificato dall'art. 5, comma 5, della Legge N. 127/2007) (cit. circolare INPS, allegato 3 Tabella M5 pp. 33-37)

I soggetti pensionati particolarmente indigenti possono richiedere un aumento mensile della pensione fino ad un massimo di Euro 638,33.

Requisiti richiesti:

d) status visivo: cecità totale e cecità parziale

e) età minima: per i ciechi totali 60 anni (fasce 6,7,10 e 11), per i ciechi parziali 70 anni ( fasce 8, 12, 13, 16 e 17)

f) limite reddito: se pensionato solo, Euro 8.298,29; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 14.123,20*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

Modalità di calcolo:

L'entità dell'erogazione, che va valutata caso per caso, sarà tale da portare in ogni caso la pensione dell'interessato alla cifra complessiva di Euro 638,33 mensili.

Al fine di agevolare la valutazione, sono di seguito riportate le principali casistiche che potrebbero presentarsi in Sezione:

Ad es.

basso percepirà una somma aggiuntiva mensile di Euro 358,86, oltre alla pensione di Euro 279,47, per arrivare al limite reddituale personale annuale di Euro 8.298,29 (ad es. se la sua unica fonte di reddito è la pensione INVCIV di Euro 279,47, il calcolo sarà il seguente: Euro 279,47 + somma aggiuntiva di Euro 358,86 = totale mensile di Euro 638,33 che moltiplicato per 13 mensilità darà un reddito personale annuale di Euro 8.298,29);

reddito familiare basso percepirà una somma personale aggiuntiva mensile di Euro 358,86, oltre alla pensione di Euro 279,47, che concorrerà al limite reddituale familiare annuale di Euro 14.123,20 (ad es. se la sua unica fonte di reddito è la pensione INVCIV di Euro 279,47 e la moglie è titolare di assegno sociale (che per il 2017 è pari a Euro 448,07), il calcolo sarà il seguente: Euro 279,47 + somma aggiuntiva di Euro 358,86 = totale personale mensile di Euro 638,33 che moltiplicato per 13 mensilità e sommato all'assegno sociale di Euro 448,07 della moglie sempre per 13 mensilità darà un reddito familiare annuale di Euro 14.123,20);

reddito basso percepirà una somma personale aggiuntiva mensile di Euro 336,10, oltre alla pensione di Euro 302,23, per arrivare al limite reddituale personale annuale di Euro 8.298,29 (ad es. se la sua unica fonte di reddito è la pensione INVCIV di Euro 302,23, il calcolo sarà il seguente: Euro 302,23 + somma aggiuntiva di Euro 336,10 = totale mensile di Euro 638,33 che moltiplicato per 13 mensilità darà un reddito personale annuale di Euro 8.298,29);

Il reddito della pensione INVCIV, oltre agli aumenti INVCIV (ex art. 67 della Legge N. 448 del 1998, ex art. 70, comma 6, della Legge 388/2000 o per l'incremento INVCIV al milione), si somma anche ad eventuali altri redditi personali, se percepiti dal pensionato. Fondamentale ai fini della percezione della somma aggiuntiva, il cui importo va a concorso fino al raggiungimento del limite previsto, è il rispetto dei limiti reddituali che, si ribadiscono, sono: di Euro 8.298,29 se il pensionato fa nucleo familiare a se stante, e di Euro 14.123,20 se coniugato.

Ad. es., se le fonti di reddito di un soggetto cieco totale ultrasessantenne anni (fasce 6,7,10 e 11) o cieco parziale ultrasettantenne ( fasce 8, 12, 13, 16 e 17) - nucleo familiare a se stante - sono la pensione INVCIV e altri Redditi da Pensionato (RP), il calcolo sarà il seguente: Euro INCIV + eventuali maggiorazioni INVCIV o sociali + RP + somma personale aggiuntiva X a concorso= totale mensile di Euro 638,33 che per 13 mensilità darà un reddito personale annuale di Euro 8.298,29.

Analogo calcolo se coniugato, per arrivare al limite reddituale familiare annuale di Euro 14.123,20.

Per ottenere gli aumenti INVCIV (calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 67 della Legge N. 448 del 1998, calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 70, comma 6, della Legge 388/2000 (Finanziaria 2001), l'incremento INVCIV al milione) nonché per richiedere altre tipologie di maggiorazioni sociali non collegate alle prestazioni per invalidità civile (circolare INPS 8/2017, allegato 3), l'interessato dovrà presentare apposita istanza, anche tramite via patronale, compilando il modello INPS AP11 per Prestazioni Accessorie (Barrare la seconda casella).

Infine, per le detrazioni d'imposta per familiari a carico si prenda visione sempre dell'allegato 3 della circolare INPS N. 8 del 17-1-2017, Tabella N pag. 39 e successive (ad es. per ogni figlio portatore di handicap).

Torna all'indice

5) Comunicato n. 13, diramato in data 23-01-2017

Campus Internazionale sulla Comunicazione e l'Informatica per giovani ciechi e ipovedenti - ICC 2017

Anche quest'anno la nostra Unione desidera partecipare al Campus Internazionale sulla Comunicazione e l'Informatica per giovani ciechi e ipovedenti - ICC

http://www.icc-camp.info/.

L'edizione 2017 si terrà dal 23 luglio al 1° agosto presso l'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, e accoglierà numerose delegazioni provenienti da tanti Paesi europei e anche extraeuropei, tra le quali il nostro gruppo di giovani ciechi e ipovedenti italiani tra i 16 e i 20 anni con il loro coordinatore e un assistente vedente.

Possibili eccezioni ai limiti di età saranno valutate caso per caso.

In allegato, una comunicazione di dettaglio contenente ulteriori informazioni sul Campus.

Per proporre la propria candidatura a partecipare al campus, Occorrerà inviare:

Prego di scrivere al Coordinatore Nazionale per ICC 2016 Sara Kobal

sarakobal@alice.it

e in copia a Francesca Sbianchi, Coordinatrice del nostro Ufficio Relazioni Internazionali

inter@uiciechi.it

al più presto e comunque preferibilmente entro il 10 aprile 2017.

Confido in una adesione numerosa.

Vive cordialità

Mario Barbuto

Presidente Nazionale

______________________________________________________________________________________

XXIII Campus per giovani ciechi ed ipovedenti ICC2017

L'International Camp on Communication and Computers ICC è un'opportunità unica per imparare come le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) e le tecnologie assistive (AT) arricchiscano notevolmente la vita di ciechi ed ipovedenti.

http://www.icc-camp.info/

Ma ICC è molto di più, infatti partecipando potrai:

a. fare amicizia con ragazzi provenienti da tanti altri paesi

b. aggiornare ed arricchire le tue conoscenze informatiche e sulle tecnologie assistive

c. scoprire opportunità di studio all'estero

d. condividere esperienze multiculturali

e. migliorare la lingua inglese

f. acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro

g. divertirti

Workshop

Durante il soggiorno potrai scegliere di partecipare a moltissime attività. Ecco alcuni esempi di argomenti su cui si concentreranno workshop di ICC:

tecnologie della comunicazione e dell'informazione

tecnologie assistive per lo studio, il tempo libero e la mobilità

come presentarsi in pubblico e autonomia quotidiana

prepararsi allo studio universitario

prepararsi ad accedere al mercato del lavoro

ICC2017 dove? quando?

ICC 2017 si svolgerà in Belgio, a Lovanio, dal 23 luglio al 1 agosto 2017

I requisiti per partecipare sono:

- essere ipovedente o non vedente

- avere tra i 16 e i 20 anni

- avere una buona conoscenza della lingua inglese

- avere una buona autonomia personale

Lingua ufficiale del campus: INGLESE

Costo

Quota di iscrizione al campo: non più di € 400

I partecipanti dovranno inoltre coprire le proprie spese di viaggio dal luogo di residenza fino all'aeroporto di arrivo.

Per partecipare basta:

inviare una e-mail preferibilmente entro il 10 aprile 2017 al coordinatore nazionale di ICC2017 Sara Kobal all'indirizzo sarakobal@alice.it e a Francesca Sbianchi, coordinatrice della Commissione Giovani dell'UICI all'indirizzo francyh9@hotmail.com con oggetto "CANDIDATURA ICC 2017" in cui dovrai inserire i dati personali e produrre un testo in lingua inglese di almeno 200 parole con una presentazione di te, degli hobby e delle motivazioni per cui vuoi partecipare all'iniziativa.

Dato che i posti a disposizione sono purtroppo limitati, se necessario sarà operata una selezione delle candidature ricevute.

...come and get involved!

Torna all'indice

6) Comunicato n. 16, diramato in data 30-01-2017

Soggiorno estivo in Spagna per il perfezionamento della lingua inglese. Scadenza candidature: 27/04/2017

La O.N.C.E. (Organizzazione Nazionale Spagnola dei Ciechi) ha programmato anche per quest'anno un soggiorno-studio per il perfezionamento della lingua inglese che si svolgerà presso il suo Centro di Risorse Educative di Pontevedra (Spagna) e rivolge all'Unione il suo invito a selezionare alcuni giovani ciechi e ipovedenti italiani che avranno la possibilità di frequentare il corso succitato.

Potranno candidarsi per la partecipazione al soggiorno giovani ciechi o ipovedenti di età compresa tra i 15 e 17 anni (che abbiano già compiuto 15 anni alla data del 30 luglio 2017 e che non abbiano ancora compiuto 18 anni alla data dell'11 agosto 2017) e che siano già in possesso di un livello di conoscenza della lingua inglese B1 - B2.

L'arrivo dei partecipanti a Pontevedra è previsto nel pomeriggio del 30 luglio e la partenza l'11 agosto 2017.

Durante il soggiorno i partecipanti seguiranno un corso intensivo di inglese di livello intermedio-alto (60 ore), oltre a partecipare a varie attività ludico-sportive e culturali.

A carico dei partecipanti resteranno le spese di viaggio dal luogo di residenza fino all'aeroporto di Vigo, che è l'aeroporto più vicino a Pontevedra, e ritorno. Le spese di soggiorno, di studio e il transfer dall'aeroporto di Vigo a Pontevedra e viceversa sono a carico della O.N.C.E.

Come requisito imprescindibile, il possesso delle abilità linguistiche per accedere al corso dovrà essere attestato dall'insegnante di lingua inglese della scuola di provenienza di ciascun candidato sulla base dello schema grammaticale allegato alla presente.

Per garantire la partecipazione di candidati adeguatamente qualificati, si invita caldamente a inviare unicamente le candidature di quei ragazzi che possiedano effettivamente il livello di competenza linguistica indicato.

In fase di selezione, sarà comunque somministrato ai candidati un test scritto a distanza e gli idonei verranno contattati telefonicamente da un esaminatore per una verifica ulteriore del livello di conoscenza della lingua inglese.

Altra condizione importante per la partecipazione al soggiorno-studio è l'essere in possesso di una ragionevole autonomia nelle attività della vita quotidiana e nella mobilità (ossia la capacità di muoversi in un ambiente dopo averlo conosciuto).

I candidati dovranno far pervenire all'Ufficio Affari Internazionali all'indirizzo

inter@uiciechi.it

la seguente documentazione entro giovedì 27/04/2017:

______________________________________________________________________________________

Il file .doc contenente il testo del presente comunicato e la relativa scheda allegata è scaricabile utilizzando il seguente url:

http://www.uiciechi.it/archivio/circolari/2017/01/16.doc

Torna all'indice

Sede centrale: comunicati diramati nel mese di gennaio

Di seguito viene riportato l'elenco completo dei comunicati diramati dalla Sede Centrale U.I.C.I. nel mese appena trascorso, con la specificazione del relativo numero e dell'oggetto.

Vi ricordiamo che tutti i comunicati possono essere consultati all'indirizzo internet http://www.uiciechi.it/documentazione/circolari/main_circ.asp

dove è possibile effettuare ricerche mirate tramite un comodissimo motore di ricerca.

- 1 Calendario delle riunioni degli organi nazionali anno 2017

- 2 Rubrica di SlashRadio "Dialogo con la Direzione" mercoledì 11 gennaio ore 16,30

- 3 Manovra di finanza pubblica 2017 - Pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 297 del 21 dicembre 2016 - Norme di maggiore interesse

- 4 Decisioni del Collegio dei Probi Viri

- 5 Nuovi Regolamenti

- 6 Rassegna Stampa 2016

- 7 Comunicazione per nuova APP accessibile di Trenitalia

- 8 Slash Radio web: trasmissioni settimana 16-20 gennaio 2017

- 9 Assistenza per disabili da Trenitalia

- 10 Seminario Donna come tutte le altre. Storie, problemi e prospettive di donne non vedenti Napoli, 20 gennaio 2017

- 11 Importi anno 2017 pensioni ed indennità per i ciechi civili

- 12 Rubrica di SlashRadio "Chiedi al presidente"

- 13 Campus Internazionale sulla Comunicazione e l'Informatica per giovani ciechi e ipovedenti - ICC 2017

- 14 Slash Radio Web: trasmissioni settimana 23-27 gennaio 2017

- 15 Assemblea Regionale dei Quadri Dirigenti del Lazio dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (ONLUS)

- 16 Soggiorno estivo in Spagna per il perfezionamento della lingua inglese. Scadenza candidature: 27/04/2017

Torna all'indice

Avvenire del 03-01-2017

Inail. Fondi per il reinserimento dei disabili

Interventi per il superamento e l'abbattimento delle barriere architettoniche nei luoghi di lavoro, per l'adeguamento e l'adattamento delle postazioni di lavoro e per la formazione. Sono queste le tipologie di intervento per cui Inail l'11 luglio scorso ha emanato un regolamento per sostenere il datore di lavoro nei suoi obblighi di inclusione delle persone con disabilità per infortunio o malattia professionale. Con la circolare n. 51/2016, vengono forniti chiarimenti e istruzioni funzionali all'applicazione del Regolamento per il reinserimento e l'integrazione lavorativa delle persone con disabilità da lavoro e assicurarne un'applicazione omogenea su tutto il territorio.

La circolare illustra nel dettaglio le modalità operative per l'attivazione degli interventi, con riferimento:

Gli interventi sono mirati a garantire agli infortunati e alle persone affette da malattia professionale la continuità lavorativa nello svolgimento della stessa mansione, ovvero di una mansione diversa, laddove le condizioni psico-fisiche conseguenti all'evento lesivo non consentano più di proseguire l'attività lavorativa precedentemente svolta. La copertura dei costi degli interventi è assicurata dall'Inail nei limiti delle risorse finanziarie annualmente stanziate nel bilancio, che per l'anno 2017 ammontano a 21.200.000 euro.

La circolare fornisce chiarimenti ed esemplificazioni sulle tre tipologie di intervento previste e sui limiti di spesa per tipologia:

Nei limiti complessivi fissati per ciascuna tipologia di intervento, al datore di lavoro è rimborsato il 100% delle spese sostenute per il superamento o l'abbattimento delle barriere architettoniche e l'adeguamento delle postazioni di lavoro. L'importo che l'Inail può rimborsare per gli interventi di formazione è invece pari al 60% del costo totale. L'Istituto rimborsa e/o anticipa ai datori di lavoro le spese relative alla realizzazione dei progetti personalizzati attivati fino a un massimo complessivo di 150mila euro per ciascun progetto.

Nella circolare sono illustrate le modalità di attivazione degli interventi attraverso l'elaborazione del progetto personalizzato di reinserimento da parte delle equipe multidisciplinari territoriali dell'Inail, il coinvolgimento del lavoratore e la partecipazione attiva del datore di lavoro, che ne cura direttamente la fase di realizzazione in piena rispondenza alle misure organizzative e a ogni altra peculiarità aziendale. Nella consapevolezza dell'importante funzione svolta dall'informazione istituzionale per rendere conoscibili e comprensibili ai non addetti ai lavori provvedimenti che presentano necessari profili di tecnicismo, Inail ha organizzato una campagna di comunicazione, che partirà domani e si articolerà tra la seconda metà di gennaio e il mese di febbraio, con il coinvolgimento della stampa quotidiana e periodica, le reti televisive, internet e i social media. L'attività di informazione proseguirà per tutto il 2017 con eventi organizzati delle sedi territoriali Inail con la partecipazione degli stakeholder, al fine di dare la più ampia informazione sulle modalità di attivazione degli interventi a tutela delle persone con disabilità da lavoro per la conservazione del posto di lavoro.

L'obiettivo delle attività messe in campo dall'Istituto è dare forza al modello di servizio del nuovo Inail, che mette al centro la persona con disabilità da lavoro, destinataria non solo di prestazioni economiche che indennizzano il danno biologico, ma anche di una più articolata gamma di interventi personalizzati diretti a favorire il massimo recupero delle funzioni lese e la piena integrazione in ambito familiare, sociale e lavorativo.

Torna all'indice

Superando.it del 27-01-2017

Lo sterminio delle persone con disabilità come "prova generale"

di Domenico Massano

«Seguendo la cronologia delle operazioni di sterminio naziste - scrive Domenico Massano - si può ragionevolmente concludere che essendo stato l'omicidio delle persone con disabilità il primo, precedendo quello degli zingari e quello degli ebrei, con buona probabilità è servito anche da "prova generale" per i successivi». Nella Giornata della Memoria di oggi, 27 gennaio, presentiamo un'approfondita ricognizione su uno dei momenti più terribili e tragici della storia umana, prendendo le mosse dal "Programma di Eutanasia" del regime nazista e dal Processo di Norimberga ai "medici disumani".

«Questa raccolta di documenti fu pubblicata per la prima volta 10 anni fa. Sono testimonianze che erano e restano spaventose. Il tempo non potrà mai attenuarne l'orrore» (1). Con queste parole inizia la seconda edizione del testo in cui Alexander Mitscherlich, con Fred Mielke, si propose di descrivere, analizzare e testimoniare, quanto accadde nel corso del processo dei medici nazisti, iniziato a Norimberga il 9 dicembre 1946 e terminato il 19 luglio 1947.

Tra i crimini contestati ai 23 imputati - di cui 20 erano medici - vi erano anche quelli legati al cosiddetto "Programma di Eutanasia", in cui, tra il 1939 e il 1945, trovarono la morte circa 200.000 persone con disabilità o con disturbi psichici (oltre 70.000 nell'ambito del solo Programma Aktion T4). Tutti gli imputati si dichiararono non colpevoli. Al termine del processo sette di loro furono assolti, sette furono condannati a morte, gli altri a pene detentive di diversa durata.

Alexander Mitscherlich era il presidente della Commissione di Osservatori inviata dall'Ordine dei Medici della Germania Occidentale per il processo. Di essa facevano parte anche il dottor Fred Mielke e la psichiatra Alice Ricciardi von Platen. Nessuno di loro aveva ancora raggiunto i 40 anni e, probabilmente, ci si aspettava da parte loro un diplomatico silenzio nello stilare il resoconto delle vicende processuali. Silenzio che, presumibilmente, avrebbe aperto loro le porte verso una brillante carriera sanitaria. I tre incaricati decisero, invece, non solo di raccontare fedelmente la cronaca del processo, ma di contribuire attivamente a quel grande percorso di chiarimento delle responsabilità che nel dopoguerra ritenevano «avrebbe dovuto esserci nel nostro paese» (2), ma che, secondo quanto amaramente dovettero costatare alcuni anni dopo, non ci fu.

A settant'anni di distanza dalla conclusione del processo, e in occasione della Giornata della Memoria di oggi, 27 gennaio, credo valga la pena ricordare quanto scrissero i diversi componenti della Commissione Medica, per provare a capire le ragioni di questa rimozione e valutare se, come io credo, abbiano ancora oggi qualcosa, o molto, da insegnarci.

Alice Ricciardi von Platen fu la prima a scrivere nel 1948 il libro Il nazismo e l'eutanasia dei malati di mente, mentre i suoi colleghi, un anno dopo, documentarono il loro lavoro nel testo Medicina disumana. Documenti del "Processo dei medici" di Norimberga (preceduto nel 1947 da un breve opuscolo documentativo). Entrambi i libri passarono non solo inosservati, ma fu come non fossero mai apparsi. La loro sorte «è avvolta ancora oggi nell'oscurità» (3) e il loro contenuto «fu rimosso dalle nostre coscienze» (4).

L'analisi che Mitscherlich offre di questa rimozione nell'introduzione alla seconda edizione del suo lavoro è la seguente: «E qui è opportuno soffermarsi un po' sulla sorte (finora assai singolare) di questo libro e dell'opuscolo che lo precedette, "Das Diktat der Menschenverachtung". [...] Uscito l'opuscolo, cominciarono a giungerci proteste di alcuni studiosi il cui nome figurava in quei documenti. [...] Ma nessuno di coloro che avevano lavorato nell'apparato hitleriano inserì nella sua difesa la semplice frase: Mi dispiace. Qui si profilava già quello che si potrebbe definire l'isolamento dei colpevoli, cioè il riversare tutte le colpe sulle spalle dei criminali patologici, altro aspetto di quell'ostinazione a non voler vedere e capire che a mio avviso, se continuerà, segnerà la fine della nostra esistenza storica» (5).

Porre l'accento su una mancanza, su un «Mi dispiace», credo che non solo sia centrale nell'analisi di quanto accaduto, ma sia soprattutto indicativo della persistenza, anche in seguito, di un certo atteggiamento che, secondo l'Autore, continuava a non riconoscere nelle vittime persone di egual valore.

È interessante notare, inoltre, come questo processo di "patologizzazione" di alcuni per salvare tutti gli altri, questo riversare le colpe su pochi "colpevoli", non venga da Mitscherlich accettato in maniera esclusiva, bensì solo in relazione a una redistribuzione della responsabilità, diretta e/o indiretta, nell'àmbito di una ben più ampia platea istituzionale: «È innegabile - scrive - che la dittatura di Hitler fu criminale, tanto al vertice quanto al gradino più basso, quello degli aguzzini, ignoranti o istruiti che fossero. Di un'oscurità sconcertante è la funzione svolta dal grande strato intermedio; ma è chiaro che senza la complicità di questo, senza la sua tolleranza e indifferenza, i progetti delittuosi non avrebbero mai potuto tradursi in azione. [...] Dei circa 90.000 medici che esercitavano in Germania in quell'epoca, circa 350 si macchiarono di crimini. In sé, la cifra è alta, soprattutto se si pensa alle dimensioni dei delitti; ma in rapporto a tutto il corpo dei medici resta solo una piccola frazione: circa un trecentesimo. [...] Ma il nocciolo della questione è un altro. Se 350 furono coloro che commisero direttamente dei crimini, c'era tutto un apparato che li mise in condizione ed offrì loro la possibilità di degenerare. Essi non uccisero pazienti che avevano in cura. [...] L'analisi del caso patologico particolare è necessaria, naturalmente, ma non sviscera il rapporto tra causa ed effetto, non sviscera la catena di motivi che rende possibile simili delitti» (6).

Mitscherlich, quando ormai la guerra è terminata da quindici anni, teme che non sia stato ancora colto l'insegnamento e il monito legato a tali crimini. L'averli relegati in un passato ormai superato, attribuendo tutte le colpe ai pochi condannati e ritenendosi quasi immunizzati dal ripetersi di tali avvenimenti, non è accettato dall'Autore: «Ché questa documentazione non riguarda storia morta, ma avvenimenti verificatisi nei nostri tempi. [...] E perciò non basta aver paura che certe cose possano ripetersi; bisogna anche capire che quelle cose sono state fatte da uomini che, quando vennero al mondo, non erano mostri, ma spesso in maniera del tutto normale, grazie a doti normali, arrivarono a farsi un'istruzione e ad occupare posti importanti nella società, prima di narcotizzare e paralizzare le facoltà umane che avevano acquisito e di risprofondare nelle bassezze degli istinti bestiali distruttivi. [...] Ma ci è parso necessario far forza al nostro amor proprio, cioè alla stima che cerchiamo di avere di noi stessi, e tentare di individuare il rapporto che c'è tra questi fenomeni di abbrutimento di paralisi della coscienza e la nostra "società civile". Alla base di queste azioni c'è tutta una gamma di atteggiamenti che vanno dalla perversione congenita e dalle peggiori forme di degenerazione alla "tolleranza" servile, quella forma minore disumanità che da un lato è caratterizzata dall'egoismo dell'istinto di conservazione e dalla vile sopravvalutazione di superiori, e dall'altro da una capacità enorme, che sconfina nel virtuosismo, di tacitare la voce della coscienza [grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni, N.d.R.]» (7).

Mitscherlich apparteneva, come i suoi colleghi, al mondo sanitario e lo conosceva dall'interno. Era, inoltre, un membro rispettato di quella "società civile" che non temeva di chiamare in causa. L'aver riconosciuto la preoccupante attualità di alcuni degli aspetti più "comuni" e "normali" degli atteggiamenti e comportamenti, che furono sfondo e, soprattutto, presupposto del "Progetto Eutanasia", rappresentava per lui un potenziale pericolo di riproposta, magari in modi e forme diversi, di tali crimini e violenze.

Tali preoccupazioni vennero condivise anche dall'altro membro della Commissione, la citata Ricciardi von Platen, che con uno sguardo forse maggiormente rivolto al futuro, nell'introduzione del suo testo ammoniva: «La dimensione raggiunta dall'Eutanasia negli istituti tedeschi dimostra come, una volta intrapresa la strada dell'annientamento delle cosiddette vite indegne, non ci siano più limiti: sostenuti da considerazioni di carattere ideologico e materiale si annienta la vita anormale sino al punto in cui non si è annientata la vita stessa. [...] Nell'epoca dell'interesse collettivo, evidentemente, il diritto del singolo alla tutela statale non è più un fatto scontato. Ma se le tendenze distruttive dovessero avere il sopravvento, l'interesse collettivo si trasformerebbe in minaccia di sterminio nei confronti degli individui malati ed indifesi. Finché l'umanità vivrà, solo una parte degli individui sarà conforme alla norma dell'essere umano medio» (8).

Si potrebbe pensare che l'enormità dell'accaduto e la "patologizzazione" degli autori dei crimini siano sufficienti per metterci al riparo dal ripetersi di simili derive criminali. Mitscherlich, Mielke, Ricciardi von Platen, tuttavia, non la pensavano così. Erano stati testimoni del processo, del clima in cui si era svolto e degli atteggiamenti con cui i loro resoconti furono accolti. Alcuni loro ammonimenti mantengono intatta tutta la loro attualità, e portano in primo piano la necessità di continuare a studiare, a ricordare quanto accaduto, cercando, al contempo, di rileggerlo, di contestualizzarlo nella nostra società odierna, in particolare provando a chiedersi se sia stata definitivamente superata la logica di un bio-potere che, secondo Michel Foucault, ha governato le moderne società, fondandosi su un'idea razzista per cui «la morte dell'altro, la morte della cattiva razza, della razza inferiore (o del degenerato, o dell'anormale), è ciò che renderà la vita in generale più sana; più sana e più pura» (9). Concetti che si ritiene essere lontani dalla nostra attuale cultura e civiltà, e che inducono a derubricare la morte dell'"altro" a caso fortuito o inevitabile, a un'eccezione legata, per lo più, a sofferenze personali e/o comportamenti accidentali. L'analisi di Foucault, però, prosegue ulteriormente: «Sia ben chiaro che quando parlo di messa a morte non intendo semplicemente l'uccisione diretta, ma anche tutto ciò che può essere morte indiretta: il fatto di esporre alla morte o di moltiplicare per certuni il rischio di morte, o più semplicemente la morte politica, l'espulsione, il rigetto» (10).

Intesa in questi termini la «morte indiretta» è stata non solo presupposto e precondizione dell'attuazione del "Programma eutanasia", preceduto da anni di ostracismo, tagli di risorse, violenze e stigmatizzazioni delle persone con disabilità o con disturbi psichici, ma è anche qualcosa che interroga l'attuale "società civile". Credo infatti che le morti del passato ci riguardino ogni volta in cui non ci indigniamo, non prendiamo posizione o ci giriamo dall'altra parte di fronte a piccole ingiustizie e/o violazioni dei diritti di cui siamo testimoni nel nostro quotidiano. Il fatto che, oggi come allora, ci siano persone che non voltano lo sguardo, che continuano a battersi, nelle grandi così come nelle piccole cose, per la dignità, la garanzia e il rispetto dei diritti di tutti, è, credo, non solo la speranza, ma anche l'impegno della memoria.

Il "Progetto Eutanasia" della Germania nazista

«Il genocidio nazista non si è verificato in un vuoto. Esso fu soltanto il metodo più radicale per escludere alcune classi umane dalla comunità nazista tedesca. La linea politica di esclusione seguì e si sviluppò nel corso di oltre cinquant'anni di opposizione scientifica all'eguaglianza fra gli uomini» (11).

Nel 1920 apparve un libro dal titolo L'autorizzazione all'eliminazione delle vite non più degne di essere vissute, in cui gli autori, Alfred Hoche (1865-1943), uno psichiatra, e Karl Binding (1841-1920), un giurista, svilupparono un concetto di "eutanasia sociale": il malato incurabile, secondo gli Autori, era da considerarsi non soltanto come un portatore di sofferenze personali, ma anche di sofferenze sociali ed economiche. Da un lato il malato provocava sofferenze nei suoi parenti e, dall'altro, sottraeva importanti risorse economiche che sarebbero state più utilmente utilizzate per le persone sane. Lo Stato, dunque, arbitro della distribuzione delle ricchezze, doveva farsi carico del problema che questi malati rappresentavano. Ucciderli avrebbe pertanto portato a un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza personale e consentire una distribuzione, più razionale e utile, delle risorse economiche (12).

Tuttavia, la motivazione economica non appariva ancora sufficiente per passare dalla teorizzazione alla pratica della soppressione delle cosiddette "vite indegne di essere vissute". Il nazismo avrebbe completato le teorie "economiche" aggiungendovi il suo progetto razziale.

Già al tempo della pubblicazione del Mein Kampf, fra il 1924 e il 1926, Hitler aveva dichiarato che la sacra missione razziale del popolo tedesco era quella di «raccogliere e conservare [...] i più preziosi fra gli elementi originari di razza e [...] di sollevarli con lentezza, ma in modo sicuro, in una posizione di predominio». Hitler fu chiarissimo sulla necessità della sterilizzazione («i mezzi medici più moderni»), a sostegno di una visione immortalizzante della razza mediata dallo Stato («un futuro millenario»). Per lui il rischio era assoluto: «Se non è più presente la forza per lottare per la propria salute, cessa il diritto di vivere in questo mondo di lotta» (13).

Il nazismo predicava un progetto di "igiene della razza" su base "eugenetica", vale a dire coltivava l'idea di ottenere un miglioramento della "razza" germanica coltivando e favorendo i caratteri ereditari favorevoli, "eugenici", e impedendo lo sviluppo dei caratteri ereditari sfavorevoli, "disgenici". All'interno di questo progetto non trovavano ovviamente posto i malati incurabili e le persone con disabilità o con disturbi psichici. Queste persone erano sostanzialmente una minaccia non soltanto per l'economia tedesca, ma, cosa ancor più grave, un terribile pericolo di degenerazione per la razza tedesca nel suo complesso.

È opportuno, però, ricordare che se «l'eugenetica condusse, a lunga scadenza, agli orrori dell'olocausto hitleriano», questa deriva criminale trovò il suo "humus vitale" nella teorizzazione e nell'istituzionalizzazione dell'eugenetica in moltissimi Paesi democratici (Stati Uniti, Svezia, Svizzera...) (14).

Il movimento nazionalsocialista giunse al potere nel gennaio del 1933, con la nomina di Hitler come Cancelliere da parte del Presidente del Reich. Il 14 luglio 1933 fu promulgata la legge sulla sterilizzazione, con il macchinoso nome di Legge per la prevenzione di nuove generazioni affette da malattie ereditarie. Tale norma aprì l'offensiva contro le persone con disabilità e servì da pietra angolare per la legislazione eugenetica e razziale del regime. Alle politiche di sterilizzazione furono affiancate politiche di eugenetica positiva, ossia di incoraggiamento e promozione delle nascite ritenute "positive" per il regime.

Relativamente a queste misure promozionali di soggetti "puri", è doveroso ricordare il Progetto Lebensborn o Fonte della vita. Himmler aveva voluto questo istituto al fine di «creare nelle SS [...] un'élite biologica, un nucleo razziale da cui la Germania potesse attingere per rinvigorire un'eredità ariana ora pericolosamente diluita attraverso generazioni di mescolanza razziale».

Nell'àmbito del progetto nazista che doveva sfociare nell'omicidio delle "vite non degne di essere vissute", un'attenzione particolare venne dedicata alla preparazione dell'opinione pubblica fin dagli Anni Trenta, attraverso un oculato e mirato programma propagandistico. Le organizzazioni naziste prepararono opuscoli, poster e film, dove si mostrava il costo di mantenimento degli istituti medici preposti alla cura dei malati incurabili, e in cui si affermava che il denaro risparmiato poteva essere speso con più profitto per il "progresso" del popolo tedesco "sano".

Nel 1939, secondo quanto testimoniato dal dottor Brandt al Processo di Norimberga, il padre di un bambino, di nome Knauer, si rivolse alla Cancelleria del Führer (KdF), pregandolo di autorizzarlo a ricorrere all'eutanasia: «Hitler mi incaricò di occuparmi di quella faccenda e di partir subito per Lipsia, per costatare sul luogo se le cose che gli erano state dette rispondevano a verità. Si trattava di un bambino che era nato cieco e sembrava idiota, e a cui inoltre mancavano una gamba e parte di un braccio [...]. I medici sostennero che mantenere in vita un bambino simile era veramente ingiustificato. Qualcuno osservò che era più che naturale che negli istituti di maternità, in casi simili, i medici stessi di propria iniziativa somministrasse loro l'eutanasia, senza star tanto a discutere» (15).

Brandt, dopo il consulto con i medici, fece uccidere il bambino. In seguito al "caso Knauer", Hitler autorizzò Philipp Bouhler, direttore della Cancelleria del Führer, e Karl Brandt, a istituire un programma di soppressione dei bambini portatori di difetti fisici e/o mentali.

Verso l'estate del 1939 la pianificazione era stata terminata e le prime uccisioni avvennero nell'ottobre dello stesso anno. Per l'uccisione furono creati i cosiddetti "Reparti per l'assistenza esperta dei bambini". Il primo "reparto" fu aperto nella clinica di Heinze a Brandenburg-Gorden e, nella circolare che ne annunciava la creazione, si dichiarava che «sotto esperta supervisione medica il reparto di psichiatria infantile a Gorden fornirà tutti gli interventi terapeutici disponibili resi possibili da recenti scoperte scientifiche». Furono istituiti altri ventidue reparti simili in tutta la Germania, sul modello di quello di Gorden (16). L'attuazione della politica di eutanasia infantile fu così lasciata agli specialisti, ai medici dei reparti infantili e la scelta della tecnica di soppressione era lasciata alla loro discrezione.

Dopo la sterilizzazione obbligatoria e l'uccisione dei bambini, l'uccisione degli adulti rappresentò l'ulteriore passo la cui autorizzazione e copertura "legale" arrivò con una lettera che Hitler stesso indirizzò a Bouhler e Brandt nell'ottobre 1939 (successivamente retrodatata al 1° settembre 1939): «Al capo (della Cancelleria) del Reich Bouhler e al dottor Brandt viene affidata la responsabilità di espandere l'autorità dei medici, che devono essere designati per nome, perché ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano disponibile del loro stato di salute possa essere concessa una morte pietosa» (17).

La sede dell'organizzazione fu stabilita al civico numero "4" della Tiergartenstrasse di Berlino. Proprio da questo indirizzo fu ricavato il nome in codice per l'operazione di eutanasia: T4. Così come per l'eutanasia infantile, la seconda sezione del KdF -la già citata Cancelleria del Führer al cui vertice vi era Bouhler - diretta da Victor Brack, fu quella cui fu assegnato il compito di coordinare l'eutanasia degli adulti, affidandone direttamente a Brack la direzione e il coordinamento.

Brack assunse lo pseudonimo di Jennerwein, e insieme al collaboratore Werner Blackenburg, che utilizzava lo pseudonimo Brenner, iniziò il reclutamento del personale che doveva integrare quello già presente e scelsero personalmente tutti gli uomini e le donne che avrebbero dovuto far parte della T4. Tutto il personale aderì volontariamente.

In seguito furono fondati sei centri di uccisione, anche se, nel corso dello sviluppo del programma, lavorarono insieme non più di quattro centri. I primi due centri, istituiti nel gennaio 1940, cui come a tutti gli altri fu poi assegnata una sigla in codice, furono quelli di Brandeburgo (B), dove si erano tenuti gli esperimenti, e di Grafeneck (A). A maggio del 1940 fu aperto il centro di Hartheim (C) e a giugno quello di Sonnenstein (D). A settembre del 1940 Bernburg (Be) sostituirà Brandeburgo e a dicembre Hadamar (E) sostituirà Grafeneck. Queste sostituzioni si resero necessarie, viste le crescenti critiche provenienti dalla popolazione, e spinsero i dirigenti della T4 a prestare maggiore attenzione alla segretezza e alla dissimulazione dell'operazione, come con l'istituzione dei centri di smistamento in cui i pazienti facevano tappa prima di essere portati alla destinazione finale (18).

Centro di uccisione è la definizione che Henry Friedlander utilizza per definire gli Istituti destinati alla soppressione delle persone selezionate, perché ritiene che sia la più adeguata per descrivere «luoghi in cui gli esseri umani erano uccisi con una procedura che prendeva a modello la produzione industriale», distinguendoli dai campi di concentramento, poiché in questi ultimi gran parte dei prigionieri moriva per fame, malattie, lavori forzati e/o esecuzioni sommarie (19).

Nei centri di uccisione l'utilizzo di farmaci per via iniettiva, come testimonierà Karl Brandt, fu sperimentato con scarso successo, sia per i tempi del decesso sia giacché la morte con questa procedura era giudicata "inumana". Fu così fatta la proposta dell'impiego del monossido di carbonio e lo stesso Brandt, in un successivo colloquio con Hitler, gli consiglierà l'impiego del gas come metodo più umano di uccisione delle vittime.

La scelta, il numero e l'organizzazione del personale rispondevano a un'esigenza strettamente correlata all'uccisione delle persone, ossia, come ben descrive Friedlander: «Se la camera a gas fu un'invenzione della Germania nazista, una creazione ancora più rilevante fu il metodo approntato per trascinare le vittime nelle camere a gas, ucciderle e disfarsi dei loro corpi, come in una catena di montaggio. [...] Ogni partecipante poteva sentirsi ridotto al rango di non più di una piccola rotella in una grande macchina medica che aveva la sanzione ufficiale dello stato» (20).

La concomitanza di diversi fattori (l'impossibilità di mantenere il segreto sull'operazione e le crescenti proteste della cittadinanza, i sermoni di denuncia del vescovo Clemens August von Galen, e il probabile raggiungimento del numero di vittime previsto) (21), portarono Hitler a ordinare la sospensione dell'operazione T4 il 24 agosto 1941. Tale ordine, tuttavia, se da una parte obbligò dirigenti e responsabili a ridimensionarne l'impianto organizzativo, dall'altra non ebbe l'effetto di sospendere gli omicidi, bensì esclusivamente quello di imporre un cambiamento del metodo con cui erano effettuati.

Si aprì così una nuova fase, comunemente definita di "eutanasia selvaggia", e in cui i medici potevano decidere di loro iniziativa chi doveva o no morire e come ucciderlo. Non si uccidevano più le persone nelle camere a gas, si uccidevano nelle corsie degli ospedali, con farmaci e/o per inedia (22). Le professioni sanitarie, in particolare gli psichiatri, assunsero il comando delle operazioni e ponderarono attentamente i modi "scientificamente" migliori per uccidere i pazienti.

Parallelamente al proseguimento delle uccisioni delle persone con disabilità negli ospedali vi fu inoltre anche la prosecuzione del progetto di ampliamento del raggio d'azione della T4, le cui pratiche erano state esportate già nella primavera del 1941 - prima dell'ordine di sospensione di Hitler - nei campi di concentramento, sotto la sigla 14f13, e si erano estese in modo indiscriminato a un vasto numero di prigionieri e, in particolare, agli ebrei.

Nell'àmbito dell'operazione 14f13 assistiamo all'ampliamento delle potenziali vittime, attraverso un passaggio che appare significativo e rende più chiaro l'anello di congiunzione tra lo sterminio dei disabili e quello degli ebrei. Oltre alle persone con disabilità e inabili al lavoro, in precedenza selezionate e uccise, gli ebrei diventano una categoria di persone da uccidere, pur con l'inutile formalità, come si è visto, della visita medica.

Con la conclusione della T4, inoltre, il personale impiegato nel progetto di eutanasia fu reclutato per portare avanti le azioni di sterminio coordinate e gestite dalle SS. Particolarmente significative in tal senso sono le valutazioni che lo storico Edouard Husson fa sui collegamenti tra il programma T4 e Reinhard Heydrich, braccio destro di Himmler e, probabilmente, l'artefice e il principale ideatore della "soluzione finale".

Il coinvolgimento delle SS e l'interesse di Heydrich sugli sviluppi del programma T4, fin dal suo inizio, erano legati all'idea che il sistema "eutanasia" avesse tutte le caratteristiche di una "soluzione definitiva", e che ci fosse la possibilità di ampliarlo ad altri gruppi di persone, non appena ve ne fossero stati i presupposti. Nel novembre del 1941, un centinaio di funzionari e medici impiegati nella T4 furono inviati in Polonia per lavorare, sotto le direttive di Odilo Globocnik e Adolf Eichmann, alla realizzazione del campo di sterminio di Belzec.

Belzec, insieme a Sobibor e Treblinka, facevano parte di un unico progetto finalizzato allo sterminio degli ebrei di Polonia, che prenderà il via nel 1942 e sarà definito Aktion Reinhard, in relazione al nome del suo ideatore, morto nel giugno del 1942 (23).

Nel mese di dicembre 1941 arrivò a Belzec anche Christian Wirth, che aveva avuto una parte centrale nella realizzazione della prima camera a gas a Brandeburgo. Wirth fu poi promosso ispettore di tutti e tre i centri, subordinato solo a Globocnick.

Dopo la fine di Aktion Reinhard nel 1943, il gruppo della T4, composto di ben novantadue persone, sotto la direzione di Wirth, si trasferì sulla riviera adriatica, occupando e cercando di trasformare la vecchia Risiera di San Sabba, vicino a Trieste, in un campo di sterminio.

Secondo diversi Autori vi fu una stretta relazione tra lo sterminio dei disabili e la "soluzione finale" attuata dai nazisti e finalizzata all'eliminazione degli ebrei. Secondo Friedlander, in particolare, gli ebrei non furono l'unico gruppo di persone selezionato con criteri biologici, ma tale criterio fu applicato anche alle persone con disabilità, secondo il medesimo crescendo che passò attraverso la definizione di normative discriminatorie, l'attuazione di politiche ostracizzanti e in ultimo la realizzazione del programma di omicidio di massa per l'eliminazione definitiva.

Seguendo con attenzione la cronologia delle operazioni di sterminio naziste si può ragionevolmente concludere che essendo stato l'omicidio delle persone con disabilità il primo, precedendo quello degli zingari e quello degli ebrei, con buona probabilità è servito anche da modello e "prova generale" per i successivi. Il successo dell'operazione convinse i gerarchi nazisti che era possibile indurre uomini e donne comuni a uccidere un gran numero di persone innocenti, con la copertura e la cooperazione delle strutture burocratiche e culturali/scientifiche. Per Friedlander, dunque, lo sterminio delle persone con disabilità non fu solo la premessa della soluzione finale, ma il suo primo capitolo (24).

Nell'opera di Raul Hilberg La distruzione degli Ebrei d'Europa, Christopher R. Browning (25) evidenzia come il numero delle pagine e gli approfondimenti legati all'argomento siano stati considerevolmente aumentati tra la prima edizione del 1961 e quella, riveduta e ampliata, del 1985, in cui l'Autore afferma che: «L'eutanasia era la prefigurazione concettuale e nello stesso tempo tecnica e amministrativa della "soluzione finale" che sarebbe stata attuata nei campi di sterminio» (26).

Se il nazismo contribuì allo sviluppo parossistico di questi nuovi meccanismi di potere, è importante rilevare come gli stessi siano, tuttavia, presenti in tutte le società moderne che funzionino secondo le modalità del bio-potere (27). Occorre sviluppare un'analisi approfondita di questi meccanismi, proprio a partire dalla loro manifestazione estrema. Il rischio di banalizzarli o dimenticarli non solo sarebbe ingenuo, ma, forse, sarebbe un nuovo passo verso la loro tacita accettazione e verso le loro potenziali derive.

Note:

(1) Alexander Mitscherlich, Fred Mielke, Medicina disumana. Documenti del "Processo dei medici" di Norimberga, ed. it. 1967 (I ed. 1949, II ed. 1960), Milano, Feltrinelli, p. 5.

(2) Ibidem, p. 12.

(3) Norbert Frei, Carriere. Le elites di Hitler dopo il 1945, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 22.

(4) Alice Ricciardi von Platen, Il nazismo e l'eutanasia dei malati di mente, ed. it. 2000 (I ed. 1948, II ed. 1993), Firenze, Le Lettere, p. 5.

(5) Mitscherlich, Mielke, Medicina disumana cit., p. 14.

(6) Ibidem, p. 13.

(7) Ibidem, p. 6.

(8) Ricciardi von Platen, Il nazismo e l'eutanasia dei malati di mente cit., pp. 10-11.

(9) Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 219-222.

(10) Ivi.

(11) Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista. Dall'eutanasia alla soluzione finale, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 3.

(12) Jeremy Rifkin, Il secolo biotech. Il commercio genetico e l'inizio di una nuova era, Milano, Baldini Castoldi, 2003, passim.

(13) Robert Jay Lifton, I medici nazisti, Milano, Rizzoli Editore, 2002, p. 43 (edizione più recente 2012).

(14) Raffaella De Franco, In nome di Ippocrate. Dall'"olocausto medico" nazista all'etica della sperimentazione contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2001, p. 114.

(15) Mitscherlich, Mielke, Medicina disumana cit., p. 138.

(16) Gianni Moriani, Pianificazione e tecnica di un genocidio, Roma, Franco Muzzio, p. 71.

(17) Ibidem, p. 72.

(18) Friedlander, Le origini del genocidio nazista cit., p. 123.

(19) Ibidem, p. 454.

(20) Ibidem, p. 129.

(21) Richard J. Evans, Il Terzo Reich in guerra, Milano, Mondadori, 2014, passim.

(22) Lifton, I medici nazisti cit., p. 134.

(23) Michael Burleigh, Wolfgang Wippermann, Lo stato razziale. Germania (1933-1945), Milano, Rizzoli, 1992, p. 148.

(24) Friedlander, Le origini del genocidio nazista cit., p. X.

(25) Christopher R. Browning, Le origini della soluzione finale, Milano, il Saggiatore, 2012, p. 205.

(26) Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d'Europa, Torino, Einaudi, 1999, p. 985.

(27) Foucault, Bisogna difendere la società cit., p. 225.

Segnaliamo che accedendo a un'altra ampia ricognizione storica, curata da Stefania Delendati per il nostro giornale, con il titolo Quel primo Olocausto, oltre ad approfondire i vari temi riguardanti lo sterminio di migliaia e migliaia di persone con disabilità, da parte del regime nazista, si può anche consultare (nella colonnina a destra del testo) il cospicuo elenco di testi da noi presentati in questi anni su tale materia.

Torna all'indice

Redattore Sociale del 05-01-2017

Addio a Tullio De Mauro. I suoi appunti su come raccontare la disabilità

La cultura italiana in lutto per la morte del linguista e docente universitario. Aveva 84 anni. Una vita dedicata alla grande passione per la lingua e la parola. Fra le sue riflessioni, anche quella sui termini utilizzati per indicare la disabilità: da minorato a disabile, passando per handicappato e diversamente abile. Ecco una sua intervista.

ROMA. Linguista, docente universitario, saggista: ma soprattutto un appassionato della lingua e delle parole. È morto a 84 anni Tullio De Mauro, uno degli uomini di cultura più conosciuti dell'Italia contemporanea. Ministro della Pubblica istruzione dal 2000 al 2001, presidente della Fondazione Bellonci, che organizza il premio Strega, De Mauro era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, il 31 marzo del 1932. Si era laureato in Lettere classiche a Roma nel 1956, poi una lunga carriera universitaria: alla Sapienza è stato direttore del Dipartimento di scienze del linguaggio, e in moltissimi altri incarichi ha seguito e in parte guidato il processo di cambiamento del linguaggio.

Semiologo, autore di innumerevoli opere di linguistica, intellettuale tra i più impegnati in favore della crescita culturale degli italiani, Tullio De Mauro per oltre mezzo secolo ha riflettuto sul significato delle parole e il loro uso. Il mensile SuperAbile, edito dall'Inail, nel 2012 gli aveva chiesto un aiuto per muoversi all'interno del campo minato dei termini utilizzati per indicare la disabilità. Un campo dove si ha spesso l'impressione che ogni parola sia quella sbagliata, un vero terreno di battaglia dove antiche ottiche si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità. E dove lui stesso ricordava che la ricerca delle parole giuste deve sempre andare di pari passo con la costruzione di nuove condizioni culturali, economiche e sociali. Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell'intervista, curata da Antonella Patete, al grande linguista oggi scomparso.

Come si è evoluto negli ultimi decenni il linguaggio che definisce la disabilità?

Grazie per l'invito a riflettere su un tema complesso, per i suoi aspetti linguistici, certamente, ma anche per i molti fattori di altro ordine che si intrecciano alla scelta di parole nel campo semantico della disabilità. In attesa di studi specialistici d'insieme che analizzino la storia di questo campo nelle diverse lingue, le considerazioni ben fondate sono solo di primissima approssimazione. La prima cosa da dire è che questo campo semantico è un campo di battaglia, dove antiche ottiche, impastate di ignoranze e pregiudizi, si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità, con nuove esigenze di scienza, di vita sociale, di umanità. Nelle nostre lingue e culture lo stesso campo generale e unitario è, mi pare di dover dire, di formazione recente, ottocentesca, legato allo sviluppo dell'incidenza sociale di pratiche mediche e alla crescita della coscienza della parità di diritti. Nella tradizione, i cui riflessi persistono tuttora nel parlare, concettualizzata e verbalizzata non è la disabilità in generale, comunque la si voglia chiamare, ma sono le innumerevoli forme che essa assume nell'orizzonte dei sedicenti normali. In primo piano ci sono ciechi, sordi, muti, storpi, zoppi, gobbi, dementi, imbecilli, pazzi che si aggirano oltre i margini dell'universo dei sani. Questa storia antica sopravvive tuttora nel nostro parlare, ci è difficile liberarcene per la concretezza e crudezza che ci offre per definire in modo non mieloso ed eufemistico chi mal ode, o vede, o articola, o si muove, o tiene la stazione eretta, o "ragiona come noi". E non solo sopravvive: in anni recenti talune comunità di persone con alcune forme di disabilità hanno rivendicato il diritto a continuare a denominarsi con le parole più crude e dirette. Ciechi, dunque, o sordi, contro il tentativo pressante di introdurre espressioni elaborate in sedi specialistiche e usate spesso in chiave di copertura eufemistica: videolesi, audiolesi, motulesi, non vedenti, non udenti, non deambulanti...

Quando inizia questo processo?

La ricerca di espressioni generali, unificanti e sostitutive delle tradizionali comincia dall'Ottocento, di pari passo con l'emergere di una volontà e di un costume meno inumani e discriminanti. Fu allora ripreso e riproposto l'uso di invalide in francese, invalido in italiano, cui seguirono poi i più fortunati disabile dal 1869 e, in pieno Novecento, dagli anni Trenta, minorato, un aggettivo e sostantivo condannato da puristi, ma, per la sua stessa fortuna e diffusione, soggetto a usi pesantemente negativi e offensivi. Trent'anni dopo la stessa sorte doveva toccare a handicappato tratto dall'inglese, usato in due testi importanti: la legge 118, sulla eliminazione delle barriere edilizie, e la circolare del ministero dell'Istruzione, «sul più ampio inserimento degli alunni handicappati nelle scuole aperte a tutti gli allievi», cioè nella scuola dell'obbligo. Ma proprio il faticato e faticoso affermarsi di queste norme e il loro largo impatto resero rapidamente popolare la parola handicappato e, com'era avvenuto per minorato, aprirono la via a usi negativi e offensivi. Di qui, non solo in italiano, la ricerca di nuove espressioni più neutre, da portatore di handicap a diversamente abile, espressione concettualmente bizzarra dato che tutti siamo diversamente abili. E l'ansia di trovare nuove espressioni non è finita e si sono lanciati neologismi come diversabile e diversabilità.

È così che siamo arrivati al linguaggio politicamente corretto. Alcuni lo considerano una conquista, altri ne sottolineano l'ipocrisia, come nel caso della (s)fortunata formula diversamente abile.

Certamente c'è un margine di ipocrisia, fastidiosa a confronto del molto che resta da fare per eliminare le barriere e migliorare le condizioni di vita specifiche dei disabili. Tuttavia bisogna tenere presente che l'intero campo di espressioni è necessariamente in movimento sia nell'uso comune sia a livello specialistico internazionale, come mostra il succedersi di classificazioni e riclassificazioni: nel 1980 la classificazione Icidh, International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps, dell'Organizzazione mondiale della sanità; dieci anni dopo la Icf, International Classification of Functioning, sempre dell'Oms, che ripensa la stessa nozione di salute e in questo quadro propone una riclassificazione delle diverse funzionalità e dei loro limiti; nel 2006 il documento, la Convenzione dell'assemblea Onu in cui emerge la difficoltà di trovare una buona definizione unitaria per tutelare i «diritti delle persone con disabilità».

Quando si pensa ai termini comunemente usati per la disabilità, vengono in mente soprattutto i limiti che ogni parola ha in sé. È qualcosa di inevitabile?

Esistono le parole giuste e come trovarle? In Italia, e non solo, siamo all'inizio di un lungo cammino nella riflessione scientifica, nelle procedure di comprensione e diagnosi e nella conquista della diffusione di un atteggiamento sociale che ci impegni al riconoscimento non solo teorico del pari diritto alla vita di ogni creatura umana e vivente. Non è un cammino facile. A mano a mano troveremo le parole giuste per capire e farci capire in una prospettiva che è profondamente nuova.

Spesso a essere sotto accusa per l'uso di formule scorrette e banalmente convenzionali è il giornalismo. In letteratura, invece, si usano talvolta espressioni molto crude che, se adoperate in altri contesti, sarebbero duramente condannate. Perché ai narratori è concessa maggiore libertà?

Perché devono aiutarci a capire le cose nella loro drammatica crudezza, diffidando di espressioni generiche, benintenzionate, magari, ma opache. Se nelle strade eleganti di New York o Roma o Tokyo si affollano barboni, mendicanti, disperati, non miglioriamo certo le cose se, descrivendo la situazione, li chiamiamo persone in condizione di disagio ambientale con riflessi psicosomatici. Sforziamoci di costruire condizioni di cultura ed economia in cui non siano possibili la marginalizzazione e reiezione di una parte delle persone. Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell'impegno per la parità di diritti.

Torna all'indice

Redattore Sociale del 02-01-2017

Media e disabilitÀ, Petaccia: l'auto-rappresentazione non è sufficiente

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/6. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. L'analisi di Simona Petaccia: qualcosa sta cambiando, ma la strada per una rappresentazione realistica dei disabili è lunga.

ROMA. Qualcosa sta cambiando, ma la strada per una rappresentazione realistica dei disabili è lunga. Il perchè lo spiega Simona Petaccia, giornalista specializzata in attività di informazione e comunicazione delle imprese pubbliche e private -(simonapetaccia.it), che - dice - è "nata su quattro ruote". Si occupa di turismo accessibile (dirittidiretti.it) e si propone come consulente per enti pubblici, aziende e associazioni. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disablii.

"Perché manca la vita reale delle persone con disabilità sui media? Da anni se lo chiedono in tanti, notando che il suo racconto oscilla tra cliché e deformazioni. - sottolinea - Si passa, infatti, dai "supereroi" che suscitano ammirazione agli infelici da compatire perché non potranno mai avere una vita "normale". È innegabile che qualcosa stia cambiando, ma la strada per una rappresentazione realistica dei disabili sarà lunga. L'unica scorciatoia è offerta dall'abbandonare il "fai da te" per affidarsi a professionisti in grado di ottenere una duplice finalità: agevolare la comprensione alla "gente comune" e facilitare il lavoro a quei giornalisti che, operando nelle testate generaliste, sono privi delle giuste chiavi di lettura. Molti, però, sono abituati a improvvisare e comunicare la disabilità con malinconia o rabbia, ignorando che una comunicazione professionale può trasformare la diffidenza, il 'timore reverenziale' e la pietà verso i disabili in interesse reale, passione comune e partecipazione sentita. È questo un modo efficace per promuovere la loro presenza attiva nella vita civile, politica, economica, sociale e culturale".

"Tante persone disabili dovrebbero capire che i tempi sono cambiati. - prosegue - In passato l'obiettivo principale era quello di attrarre l'attenzione sui temi della disabilità, ignorati dal sistema informativo. Era perciò funzionale un sensazionalismo fatto di accuse, immagini con persone incatenate, eccetera. Oggi, invece, bisogna lavorare sullo sviluppo di una vera cultura della disabilità, passando dalla quantità alla qualità dell'informazione. Lo scopo non deve essere più quello di finire in prima pagina, ma far capire ai cosiddetti decision maker che l'attenzione verso le persone con disabilità è un investimento, non una spesa. E che questa logica è più fruttuosa per l'intera società".

Per Simona Petaccia "l'auto-rappresentazione non è sufficiente". "Bisogna condividere discipline diverse e prospettive multiple per fonderle in qualcosa di nuovo. - spiega - È necessario che la comunicazione non sbocci soltanto da meeting settoriali e che i disabili partecipino anche a progetti ed eventi estranei alla disabilità. Bisogna farlo per due ragioni. Uno: i 'principianti della disabilità' non sono appesantiti né dall'esperienza diretta né dal sapere convenzionale e possono essere più "leggeri" nell'affrontare il tema con ironia o irriverenza. Due: i disabili vivono le difficoltà in prima persona e possono cogliere dettagli che sfuggono ad altri, ispirando soluzioni che facilitano la vita di tutti anche se nate per superare una disabilità. In definitiva, bisogna cambiare prospettiva partendo dalla disabilità per arrivare a una comunicazione che non sia semplicemente inclusiva, ma creativa e innovativa. Soltanto in questo modo si può uscire dai media specializzati e dai programmi strappalacrime per essere voci credibili su tutti i mass media, a prescindere dalla propria disabilità".

Torna all'indice

Redattore Sociale del 09-01-2017

Media e disabilità, Bartolucci: fastidiosa tendenza a parlare per categorie

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/9. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. L'analisi di Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti.

ROMA. "La visibilità delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali dal quale non è possibile prescindere, se si vuole realmente riuscire a vincere la sfida che la società e le nuove modalità di interazione sembrano lanciare. Abbattere il muro del pregiudizio, sgretolare i numerosi stereotipi che ancora vengono associati, per esempio, alla cecità e/o all'ipovisione, è la battaglia più difficile da combattere, per giungere a una forma di comunicazione, che sia non solo informazione, ma anche e principalmente formazione". Ne è convinta Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti, associazione con cui collabora dal 1989. Sempre per l'Uici coordina la Commissione nazionale pari opportunità e cura il mensile Kaleîdos. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disabili..

"È vero che, attualmente, viene 'concesso' alle persone con disabilità un po' più di spazio e offerta maggiore visibilità rispetto al passato ma, oltre a non essere ancora sufficiente, non sempre riesce a trasmettere le giuste informazioni nei dovuti modi. Nel leggere gli articoli pubblicati da quotidiani e periodici, ancora confinati in reconditi angoli delle ultime pagine, è possibile notare la consueta tendenza a focalizzare l'attenzione sempre sui medesimi temi, senza approfondirli e nella quasi totalità dei casi, astenendosi dal fornire informazioni circostanziate, atte a far meglio comprendere quali siano le difficoltà incontrate o quali siano le modalità con cui si raggiungono traguardi od obiettivi uguali a quelli dei normodotati. Insomma, dai media si apprende poco della nostra vita, della quotidianità, delle potenzialità e capacità, per non parlare della produttività delle persone cieche e ipovedenti e non solo", sottolinea. "Si parla o, piuttosto, si straparla più di falsi invalidi o di legge 104 fruita da chi non ne avrebbe titolo che non delle barriere che impediscono la piena inclusione, creando oltretutto un clima di diffidenza anche nei confronti di chi quotidianamente combatte la propria battaglia per affermare i propri diritti e per far comprendere che si è in primo luogo persone".

Per Luisa Bartolucci "disturba molto quell'aura di compassione che non di rado permea articoli, servizi e/o persino semplici note di agenzia; è possibile trattare queste tematiche anche con leggerezza, oserei dire con il sorriso sulle labbra. Un altro aspetto che reputo fastidioso è il voler sempre parlare per categorie, anche quando si racconta la storia di un singolo".

"Non è che, se vi sono ciechi che hanno particolari attitudini o sono eccellenti musicisti, ciò significa che tutti coloro che hanno problemi di vista debbano esserlo per forza, così come, non è che tutti i disabili sono buoni, o tutti diffidenti, o tutti bravi. - spiega - Abbiamo pregi e difetti in quanto singoli, in quanto persone, non a seconda della disabilità. Grazie alla rete e ai social si sta diffondendo una tipologia di comunicazione che parte direttamente da noi, attraverso pagine Facebook, blog o radio web. Ritengo positivo che i comunicatori disabili raccontino se stessi e rappresentino le proprie istanze. Certo occorre evitare di divenire autoreferenziali, ma far sentire la nostra voce è indubbiamente un grosso salto di qualità. Ciò tuttavia non deve condurre a ritenere superflua la narrazione fatta da esterni, poiché essa sicuramente può aiutarci a comprendere meglio come e cosa gli altri vedono in noi, in alcuni casi può rappresentare quasi una forma di mediazione, un non trascurabile momento di reciproca crescita e arricchimento".

Torna all'indice

Redattore Sociale del 10-01-2017

Media, Molinari: per raccontare la disabilità bisogna informarsi

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/10. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. Molinari, addetto stampa del Parlamento UE in Italia: il racconto delle Paralimpiadi, vero passo avanti.

ROMA. "Si può sempre fare di meglio quando si parla della rappresentazione della disabilità sui media, ma la buona notizia è che le cose piano piano stanno cambiando in meglio". Maurizio Molinari, cieco dalla nascita, è addetto stampa del Parlamento europeo in Italia, è stato corrispondente da Bruxelles per l'agenzia Redattore Sociale, collaboratore della Bbc World Service e di altri media italiani ed europei. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disabili.

"La questione fondamentale degli ultimi anni - sottoliena - è che ormai si può reagire attraverso i social: chi sbaglia può essere corretto e chi esprime opinioni improprie è soggetto alla critica. E questo è sicuramente un meccanismo positivo, che giova all'informazione nel suo complesso. Poi è vero che tutto si può migliorare e che a volte, quando si parla di disabilità, occorrerebbe maggiore accuratezza da parte dei giornalisti. Per esempio, non è possibile fare il copia-incolla di un brogliaccio della guardia di finanza quando si parla di falsi invalidi o di finti ciechi in particolare".

"Se non si sa - spiega - che un cieco può usare il cellulare, basta chiamare qualsiasi associazione operante sul territorio e farsi spiegare come fa. Insomma, con qualche semplice accorgimento si potrebbe facilmente evitare una brutta cantonata.

La regola di ascoltare il punto di vista delle persone disabili vale sempre. Il motto del Forum europeo sulla disabilità "Niente su di noi, senza di noi" può essere applicato anche al giornalismo. E allora non bisogna mai dimenticare di chiedere ai diretti interessati come preferiscono essere chiamati, di farsi spiegare come funzionano i diversi ausili o come fanno a fare le tante cose della vita quotidiana. Tuttavia, con l'arrivo nel mondo dell'informazione e della comunicazione di generazioni più giovani, che hanno maggiore dimestichezza con la disabilità, le cose cambiano in meglio. Così, un po' alla volta, stiamo raggiungendo l'obiettivo finale di considerare le persone con disabilità prima persone e poi disabili. Anzi, dovremmo arrivare al punto che una persona disabile non faccia più notizia, e quando fa una cosa tutto sommato normale non diventi una sorta di miracolo".

"In questo senso il racconto delle Paralimpiadi ha costituito un vero passo avanti, per lo meno per come è stato fatto nelle ultime due passate edizioni: - prosegue Molinari - i media hanno coperto bene l'evento e hanno giustamente esaltato le doti straordinarie degli atleti, sia perché appunto sono atleti sia perché sono anche disabili. Ma hanno messo in luce anche risultati sportivi veramente apprezzabili perché, se nessuno di loro corre veloce come Usain Bolt, bruciano comunque il traguardo in tempi proibitivi per la maggior parte delle persone, anche di quelle senza disabilità. Ovviamente le loro imprese possono essere descritte da tutti e non solo, né soprattutto, dai giornalisti disabili, che invece potrebbero (e dovrebbero) occuparsi di tutti gli argomenti, esattamente come i loro colleghi. Ma attenzione, è vero anche il contrario: per raccontare bene la disabilità non è necessario essere disabili; basta studiare, informarsi, ascoltare e confrontarsi".

Torna all'indice

Redattore Sociale del 04-01-2017

Giornata alfabeto Braille, "gap culturale e normativo impedisce integrazione"

ROMA. "Oggi si celebra la Giornata internazionale dedicata all'alfabeto Braille: sia un'occasione per rimarcare che c'è un gap, prima di tutto, culturale ma anche normativo, che oggi impedisce la piena integrazione sociale e culturale dei non vedenti. Una società civile e aperta che si definisca tale non può non superare qualsiasi barriera". Così il vicesegretario vicario Udc, Antonio De Poli, in occasione della Giornata internazionale dedicata all'alfabeto Braille. "Non esistono persone di serie B: garantire l'accesso alla cultura attraverso l'alfabeto Braille è una battaglia di civiltà, così come lo è assicurare, così come previsto dalla legislazione vigente, il diritto per un non vedente di essere accompagnato da un cane guida. Le resistenze culturali vanno superate", conclude De Poli. (DIRE)

***

Giornata del Braille. Fedeli: superamento delle barriere, obiettivo prioritario.

ROMA. "L'inclusione, il superamento delle barriere e degli ostacoli alla conoscenza devono essere sempre la nostra priorità". Così la Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, in occasione della Giornata internazionale dedicata all'alfabeto Braille. La Giornata è indetta in memoria di Louis Braille, nato il 4 gennaio 1809, e della sua invenzione che ha cambiato l'approccio alla lettura per i non vedenti.

"In Italia la scuola è in cammino da tempo sulla strada dell'inclusione e del superamento delle barriere. Tutti insieme dobbiamo continuare a lavorare per migliorare la qualità dell'apprendimento e della vita scolastica degli alunni con disabilità. Dobbiamo farlo in sinergia con le famiglie, le associazioni, il territorio, consapevoli che ogni differenza può trasformarsi in occasione di arricchimento e crescita per l'intera comunità scolastica", conclude Fedeli.

Luis Braille aveva appena tre anni quando, mentre giocava con gli attrezzi del papà sellaio, si ferì gravemente agli occhi. Da quel giorno, non vide più nulla. Solo 12 anni dopo, il giovanissimo Luis inventò un nuovo modo di comunicare, un alfabeto che porta il suo nome, che viene usato in tutto il mondo e di cui in tutto il mondo oggi si celebra la ricorrenza. Prende spunto da un codice militare, fatto di punti e linee in rilievo, che consentiva di scrivere messaggi cifrati leggibili anche al buio. Dopo 200 anni, il Braille è ancora il sistema di comunicazione e apprendimento più usato dai non vedenti di tutto il mondo.

Torna all'indice

Superando.it del 04-01-2017

L'inclusione scolastica secondo l'ISTAT

a cura di Salvatore Nocera*

«Presenta molte ombre - scrive Salvatore Nocera - il quadro che emerge dal rapporto annuale ISTAT sull'"Integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado", relativo all'anno scolastico 2015-2016 e solo l'emanando Decreto Delegato applicativo della Legge 107/15 potrebbe fugarle, volendo realmente provvedere con interventi immediati e globali a migliorare la qualità dell'inclusione». Allo stesso Nocera affidiamo una sintesi in tredici punti del rapporto ISTAT, cercando in tal modo di fornire un'informazione (e un commento) il più esauriente possibile.

L'ISTAT ha recentemente presentato l'annuale rapporto intitolato L'integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, relativo all'anno scolastico 2015-2016. In esso, scrive Salvatore Nocera, «viene rappresentato un quadro che presenta molte ombre e che solo l'emanando Decreto Delegato applicativo della Legge 107/15 potrebbe fugare, nel caso si voglia realmente provvedere con interventi immediati e globali a migliorare la qualità dell'inclusione».

Allo stesso Nocera, dunque, affidiamo la seguente sintesi in tredici punti di quel rapporto, cercando in tal modo di fornire ai Lettori un'informazione (e un commento) il più esauriente possibile.

1. È da tener presente che i dati dell'ISTAT riguardano esclusivamente gli alunni con disabilità frequentanti la scuola primaria e quella secondaria di primo grado nell'anno scolastico 2015-2016. Si tratta quindi di dati parziali, non comprendenti gli alunni delle scuole dell'infanzia e delle secondarie di secondo grado.

2. Le percentuali di presenza di alunni con disabilità nella scuola primaria, attualmente il 3,2%, e il 3,9% nella secondaria di primo grado, è quasi raddoppiata rispetto al primo dato della serie storica dell'ISTAT, fissato nell'anno scolastico 1989-1990 (rispettivamente 1,7% e 1,9%). Ciò si spiega agevolmente con il fatto che nel 1989 ancora non era stata approvata la Legge Quadro 104/92.

3. L'incessante progressione dal 2000 ad oggi (2% primaria e 2,5% secondaria di primo grado) può spiegarsi con una maggiore presa di coscienza del diritto all'inclusione nelle scuole comuni, ma forse anche con un'eccessiva facilità nelle certificazioni, al fine di ottenere maggiori benefìci anche in casi non dovuti: per esempio alunni con DSA (disturbi specifici di apprendimento), che fino al 2010, data di entrata in vigore della Legge 107/10, erano stati molto spesso certificati come alunni con disabilità.

Il costante incremento di certificazioni nella scuola secondaria di primo grado rispetto a quelle della scuola primaria sta ad indicare un paradosso e cioè che, mentre logica vorrebbe che a una buona inclusione nella scuola primaria dovrebbe rimanere costante (o ridursi) il numero delle certificazioni, nella secondaria si ha un aumento di certificazioni. Sorge dunque il sospetto che la mancata sufficiente preparazione sulle didattiche inclusive dei docenti della scuola secondaria stimoli la richiesta di certificazioni per avere più risorse umane a disposizione.

4. Il fatto che nella scuola primaria l'8% degli alunni con disabilità non sia autosufficiente per la cura dell'igiene personale, negli spostamenti e nel mangiare e che nella secondaria di primo grado tale dato sia pari al 6%, comporterebbe una seria organizzazione da parte dei dirigenti scolastici circa l'espletamento dei compiti relativi a queste funzioni da parte dei collaboratori scolastici.

Non sempre, però, i dirigenti e i collaboratori scolastici rispettano il CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) del 2003 che prevede espressamente tali compiti a carico dei collaboratori stessi. Ciò spiega le numerose lagnanze delle famiglie, talora assurte alla ribalta della cronaca giornalistica, altre volte anche di quella giudiziaria.

Su questo aspetto l'Amministrazione Scolastica deve seriamente intervenire e in ciò la citata Legge 107/15 (Buona Scuola) potrebbe fare molto, avendo introdotto l'obbligo della valutazione del personale scolastico da parte dei dirigenti e quello di questi ultimi da parte dei direttori scolastici regionali.

Nessuna norma prevede il rispetto del genere degli alunni, almeno a partire dal quarto anno della scuola primaria, e chi volesse fare rispettare tale corretto principio di civiltà dovrebbe appellarsi all'articolo 2 della Costituzione.

5. Rispetto alle ore di assistenza riguardanti l'autonomia e la comunicazione per alunni non autosufficienti, di cui all'articolo 13, comma 3 della Legge 104/92, nella scuola primaria si nota una differenza tra Nord e Sud: infatti, il numero medio di ore settimanali per ciascun alunno è pari al Nord a 13,8 e al Sud a 11,5.

Ciò che per altro suscita perplessità è la legenda esplicativa del glossario del rapporto ISTAT con cui si identificano le mansioni di tali figure. In essa, infatti, si legge che gli assistenti forniti dai Comuni devono anche aiutare gli alunni non autosufficienti a mangiare e ad andare in bagno. Come già detto, invece, il compito della cura dell'igiene personale e l'assistenza ai pasti, in base al CCNL del 2003, rientrano nelle funzioni aggiuntive del mansionario dei collaboratori scolastici, come lo stesso glossario fa presente alla voce Collaboratori scolastici. Per il futuro, quindi, sarà bene che l'ISTAT chiarisca questo aspetto, non certamente secondario.

6. Significativo è il dato relativo alla disabilità intellettiva, pari al 42,5% nella scuola primaria e al 50,3% nella secondaria di primo grado, che sommata a quella relativa agli alunni con disabilità affettivo-relazionale (16,4% nella primaria e 17,1 nella secondaria di primo grado), raggiunge circa i due terzi degli alunni con disabilità, il che comporta i maggiori problemi dell'inclusione.

Se a queste percentuali si aggiungono quelle relative all'apprendimento, all'attenzione e ai disturbi comportamentali e quelle concernenti le disabilità visive e uditive, si vedrà come occorra un forte impegno del Ministero nella formazione iniziale e obbligatoria in servizio, non solo dei docenti specializzati per il sostegno, ma anche e soprattutto di quelli curricolari.

Occorre infine tener presente che nelle percentuali dell'ISTAT gli alunni sono presenti più volte perché possono avere più di una tipologia di disabilità.

7. Docenti di sostegno: la percentuale del rapporto di 1 a 2 è in linea con la normativa che lo prevede come media nazionale nell'articolo 19, comma 11 della Legge 111/11. Anzi, tale norma, in applicazione della Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale, consente le deroghe con rapporto di 1 a 1 nei casi di maggiore gravità, che possono quindi superare il rapporto medio di 1 a 2.

Quanto al maggior numero di ore di sostegno settimanali assegnate al Sud, ciò può spiegarsi con il fatto che in tali Regioni i servizi forniti dagli Enti Locali - come l'assistenza per l'autonomia e la comunicazione, molto diffusi al Nord - sono carenti e talora assenti.

8. Queste le percentuali di famiglie che hanno presentato ricorso per avere l'aumento del numero di ore di sostegno: 8,2% per la scuola primaria e 5,1% per quella secondaria di primo grado, di cui al Sud rispettivamente il 12,4% e il 9,1%. Ciò può spiegarsi, come già detto, con il fatto che il numero di ore di sostegno, indipendentemente dalla loro qualità, è considerato come l'unica risorsa o quasi, in mancanza di un'adeguata formazione dei docenti curricolari, oltreché tenendo conto della carenza di servizi al Sud da parte degli Enti Locali.

Purtroppo, quando manca il docente per il sostegno in classe, dato il disinteresse di buona parte degli insegnanti curricolari, le famiglie fanno causa per ottenere il massimo numero possibile di ore di sostegno, che viene così considerato più un "docente di assistenza" che di intervento didattico. Pertanto, fino a quando il Ministero non avrà realizzato una più approfondita specializzazione dei docenti per il sostegno e una maggiore formazione di quelli curricolari, è molto probabile che la percentuale dei ricorsi possa crescere, aggiungendosi a quelli per le ore di sostegno anche quelli contro le cosiddette "classi pollaio" e contro la mancata assistenza sia educativa che igienica.

9. È assai significativo il fatto che le famiglie incontrino più volte al mese i docenti per il sostegno, in percentuale maggiore rispetto agli incontri con i docenti curricolari (22,8% e 16,2% nella scuola primaria, 24,2% e 12,5% in quella secondaria di primo grado). Ciò è un chiaro sintomo della delega prevalente al docente per il sostegno non solo da parte dei docenti curricolari, ma anche delle stesse famiglie, in palese controtendenza a quella che è la cultura corretta dell'inclusione.

10. «Il 16% degli alunni con disabilità della scuola primaria - si legge nel rapporto dell'ISTAT - ha cambiato insegnante di sostegno durante l'anno scolastico, il 19% nella scuola secondaria di primo grado. Il 42% degli alunni della scuola primaria ha cambiato l'insegnante di sostegno rispetto all'anno precedente, mentre nella scuola secondaria di primo grado ciò accade nel 36% dei casi».

Questi dati sono assai preoccupanti, anzi li si può definire vergognosi, per la qualità dell'inclusione scolastica. La continuità didattica, infatti, è un diritto fondamentale e non averla realizzata in misura tanto elevata denuncia da sola l'urgenza di un intervento innovatore da parte del Ministero.

In tal senso, si confida nell'applicazione del Decreto Delegato, comma 181, lettera c), n. 2 della citata Legge 107/15, che ribadisce appunto il principio irrinunciabile della continuità didattica.

11. Anche la partecipazione alle visite di istruzione costituisce un indicatore per valutare il livello inclusivo realizzato dalle scuole. Nella scuola primaria non partecipa a visite con pernottamento l'8,4%, che al Sud sale al 12%, mentre nella scuola secondaria di primo grado non partecipa il 20%, che sale al 31,3% al Sud, rispetto all'11,3% del Nord.

Le ragioni di tale mancata partecipazione, che è sintomo di scarsa inclusione, possono rinvenirsi, oltre che nei problemi di mancanza di organizzazione delle scuole, anche in ragioni economiche. In molte scuole, infatti, si chiede ancora alle famiglie degli alunni con disabilità di contribuire non solo alla spesa di soggiorno dell'alunno, come è giusto, ma anche alla quota del suo accompagnatore, cosa logicamente vietata dalla Legge 67/06, che tutela le persone con disabilità da ogni discriminazione.

12. L'ISTAT conferma dati ben noti da numerose ricerche circa la sussistenza ancora assai elevata di barriere architettoniche e senso-percettive nelle scuole italiane.

13. Infine, la digitalizzazione per favorire l'inclusione scolastica, rispetto alla quale l'ISTAT presenta i seguenti dati: ancora un quarto delle scuole primarie e secondarie di primo grado non ha postazioni informatiche destinate ad alunni con disabilità, con divari negativi per il Sud (31,5% delle scuole primarie e 26,4% di quelle secondarie di primo grado) e punte d'eccellenza al Nord (Emilia Romagna con circa il 85% delle scuole di entrambi gli ordini con postazioni adatte).

Le postazioni adatte sono nella classe dell'alunno con disabilità solo nel 40% delle scuole primarie e nel 36,7% delle scuole secondarie di primo grado.

Quanto poi all'uso che i docenti per il sostegno fanno di tali tecnologie nella didattica si notano alcuni fatti "strani": mentre infatti non le usa - pur avendole a disposizione - appena il 5,8% degli insegnanti nelle primarie e il 3,4% nelle secondarie di primo grado, nella Provincia Autonoma di Bolzano tale percentuale sale incredibilmente al 23,8% nelle primarie e in quella di Trento si rileva il 12% nelle secondarie di primo grado. Ancor più strano risulta poi il dato della Valle d'Aosta, per quanto riguarda la mancata frequenza di corsi di aggiornamento sulle tecnologie da parte dei tutti i docenti per il sostegno della scuola; infatti, mentre la media nazionale è pari al 17,9% delle scuole primarie e al 15,2% delle secondarie di primo grado, in Valle d'Aosta le percentuali salgono rispettivamente al 42,9% e 29,4%. Non è dato per altro comprendere tale divario, dal momento che stiamo parlando di zone tra le più ricche del nostro Paese.

Appena più di un quarto delle scuole ha invece tutti i docenti per il sostegno formati sull'utilizzo delle tecnologie. Ciò significa che quasi tre quarti delle scuole mancano di docenti formati e questo dovrebbe senz'altro indurre il Ministero a puntare - con il prossimo piano triennale per l'aggiornamento obbligatorio in servizio - a colmare questo grave vuoto. Sembra tuttavia che gli strumenti organizzativi più idonei per tale compito, costituiti dai CTS (Centri Territoriali di Supporto) e previsti solo da una Circolare Ministeriale, non abbiano ancora ricevuto l'ingresso ufficiale nella bozza dell'emanando Decreto Delegato sull'inclusione di cui al punto 6 della lettera c) del comma 181 della Legge 107/15.

di salvatore Nocera,

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale e responsabile per l'Area Normativo-Giuridica dell'Osservatorio sull'Integrazione Scolastica dell'AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

Torna all'indice

Il Corriere della Sera del 03-01-2017

Quei diritti «fuori» bilancio: il Tar e la tutela dei più deboli

I diritti incomprimibili costituiscono lo specchio fedele del grado di civiltà della comunità, per cui al loro riconoscimento deve seguire la predisposizione di adeguati strumenti di tutela e valorizzazione sulla cui certezza il cittadino possa sempre contare.

I «diritti incomprimibili» sono i diritti riconosciuti alla persona, che non possono essere «compressi», limitati o sacrificati, dall'esercizio di un pubblico potere, si traduca esso in una legge o in un provvedimento amministrativo. Il tema dei diritti incomprimibili e del loro riconoscimento, è stato affrontato recentemente dalla Corte Costituzionale, nella sentenza n.275 del 16 dicembre 2016, in un giudizio relativo ad una legge regionale dell'Abruzzo, che condizionava il contributo per il trasporto degli studenti disabili allo stanziamento di bilancio, a sua volta vincolato dal pareggio di bilancio. La Corte, partendo dal presupposto che il diritto incomprimibile all'istruzione del disabile impone al legislatore di predisporre gli strumenti idonei alla sua realizzazione ed attuazione, afferma che «è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». Questo si traduce nell'obbligo di includere le spese per i servizi a tutela dei diritti incomprimibili tra le spese obbligatorie e nel divieto di prevedere finanziamenti aleatori o rimessi a indefinite esigenze finanziarie di bilancio. La Corte Costituzionale si è pronunciata su una questione sollevata dal Tribunale amministrativo regionale dell'Abruzzo, sezione staccata di Pescara, in una controversia sorta tra la Provincia di Pescara e la Regione. Perché il Tar interviene in una controversia sui diritti? Sempre più frequentemente il Giudice amministrativo, identificato come il giudice naturale dell'economia, che giudica controversie in materia di appalti, opere pubbliche, urbanistica, edilizia, si occupa anche dei diritti della persona e proprio dei diritti incomprimibili. Ciò nell'ambito di controversie che nascono per i limiti introdotti nell'erogazione dei servizi alla persona, erogazione oggi fortemente condizionata da ragioni di bilancio. In questo settore il Giudice amministrativo, chiamato a valutare le scelte allocative dei finanziamenti dei servizi, ha riconosciuto la necessità di una piena tutela della persona, ritenendo che le esigenze di risparmio di spesa, certamente meritevoli di considerazione nell'attuale momento storico, non possono assurgere a giustificare l'adozione di provvedimenti che rischiano di trasformare diritti incomprimibili in diritti finanziariamente condizionati. I diritti incomprimibili costituiscono lo specchio fedele del grado di civiltà della comunità, per cui al loro riconoscimento deve seguire la predisposizione di adeguati strumenti di tutela e valorizzazione sulla cui certezza il cittadino possa sempre contare.

Silvana Bini,

vice presidente Associazione Nazionale Magistrati Amministrativi

Torna all'indice

Superando.it del 09-01-2017

Un sigillo alla garanzia dei diritti

di Salvatore Nocera*

«È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione»: sono certamente una pietra miliare nella storia del diritto allo studio (e non solo) degli alunni con disabilità, le parole pronunciate dalla Corte Costituzionale nella Sentenza n. 275 del 2016, di cui avevamo dato notizia in dicembre e alla quale dedichiamo ora un ampio approfondimento. «Se la Sentenza n. 215 del 1987 - scrive Salvatore Nocera - era stata la Magna Charta dell'integrazione scolastica, questa è il sigillo posto su tale Magna Charta».

Con particolare soddisfazione, poco prima delle feste natalizie, avevamo titolato Sempre i Diritti prima dei bilanci la nota con la quale avevamo informato i Lettori della Sentenza 275/16 della Corte Costituzionale, riguardante una controversia tra la Regione Abruzzo e la Provincia di Pescara sul trasporto scolastico degli alunni con disabilità, provvedimento destinato a diventare senza alcun dubbio un vero e proprio "punto fermo". A curare un ampio approfondimento su quella Sentenza è oggi per noi Salvatore Nocera.

Il 16 dicembre scorso la Corte Costituzionale ha depositato la Sentenza 275/16, tramite la quale ha dichiarato incostituzionale una norma della Regione Abruzzo, concernente le spese per il trasporto a scuola degli alunni con disabilità.

Si tratta di un provvedimento di enorme importanza, in quanto si fonda sull'articolo 38 della Costituzione e sulle Sentenze della stessa Corte, specie la 215/87 e la 80/10; anzi, mentre quest'ultima aveva sancito sanciva l'intangibilità del diritto allo studio con riguardo al numero necessarie di ore di sostegno, questa stabilisce l'intangibilità dello stesso diritto con riguardo al trasporto a scuola.

Vediamo i fatti. In forza dell'articolo 28 della Legge 118/71, il trasporto alle scuole del primo ciclo degli alunni con disabilità (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) è gratuito ed è posto a carico dei Comuni di residenza degli stessi. Per le scuole secondarie di secondo grado, invece, ha provveduto a garantire lo stesso diritto l'articolo 139 del Decreto Legislativo 112/98, oggi sostituito dalla Legge 56/14, la quale ha stabilito che tale spesa sia posta a carico delle Regioni che possono assegnarle ad altri Enti Subregionali.

Dal canto suo, il Consiglio di Stato aveva espressamente chiarito che anche per le scuole superiori il trasporto degli alunni con disabilità dovesse essere gratuito, con la Sentenza 2361/08. Rimaneva tuttavia il dubbio circa la compatibilità di tali orientamenti con l'articolo 81 della Costituzione, che dopo la modifica introdotta dalla Legge 1/12, prevede l'obbligo del pareggio annuale di bilancio.

Ebbene, questo dubbio è stato fugato per quanto riguarda la spesa per le ore di sostegno, con la citata Sentenza 80/10 della Corte Costituzionale, mentre per quanto concerne il trasporto, è arrivata ora questa Sentenza 275/16.

La Regione Abruzzo, infatti, aveva stabilito con propria Legge che la Regione stessa contribuisse alle spese di trasporto, poste a carico delle Province per le scuole superiori, in misura del 50% sulla base della rendicontazione fornita dalle stesse. Con successiva norma, però, la Regione aveva stabilito che tale rimborso sarebbe avvenuto «nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio» [articolo 6, comma 2 bis della Legge Regionale 78/78, aggiunto dall'articolo 88, comma 4 della Legge Regionale 15/04, N.d.R.]. Pertanto, quando le Province abruzzesi avevano chiesto i rimborsi delle spese sostenute dal 2006 al 2012, la Regione aveva decurtato notevolmente tali rimborsi, appellandosi proprio alle ridotte disponibilità di bilancio anche in previsione degli anni successivi. Le Province, quindi, per ottenere le somme corrispondenti alle spese anticipate, avevano portato la Regione di fronte al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), il quale aveva ritenuto di dover sollevare il problema di legittimità costituzionale della norma regionale limitatrice del proprio obbligo di rimborso delle spese di trasporto, in quanto limitava i finanziamenti e quindi il servizio di trasporto gratuito, ovvero il diritto allo studio degli alunni con disabilità.

La Consulta, dunque, ha fatto proprie le argomentazioni del TAR abruzzese, dichiarando incostituzionale la norma limitatrice dell'obbligo della Regione di finanziare le spese di trasporto, che aveva ritenuto insostenibili secondo i vincoli dei propri bilanci annuali.

Meritano senz'altro di essere riportati di seguito molti passi della motivazione della Sentenza 275/16, perché essi sono di straordinaria importanza.

Questa, innanzitutto la "Motivazione in fatto n. 9 del TAR" fatta propria dalla Corte: «9.- Viceversa l'inciso "nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio", contenuto nell'art. 6, comma 2-bis, della legge della Regione Abruzzo n. 78 del 1978, legittimerebbe una decisione arbitraria della Regione di coprire in modo discontinuo i costi del servizio, gestito in conformità del piano previsto dall'art. 6 della medesima legge».

Non è quindi legittimo lasciare alla discrezionalità politica dei bilanci l'esigibilità o meno del diritto allo studio degli alunni con disabilità. E l'argomentazione diviene ancor più penetrante così come segue: «11.- Il finanziamento del servizio potrebbe essere ridotto in modo repentino e incontrollato, di anno in anno, rendendo del tutto variabile ed inattendibile la continuità e la pianificazione dell'organizzazione dello stesso da parte delle Province, con inevitabili ripercussioni sulle famiglie e sulla possibilità di queste di poter assicurare la frequenza scolastica ai propri figli».

L'Avvocatura della Regione aveva fatto appello al principio del pareggio di bilancio, ormai costituzionalizzato, nel modo che segue: «14.- In ogni caso, la difesa regionale rappresenta che l'effettività del diritto allo studio del disabile deve essere bilanciato [sic] con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, con il principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all'art. 81 Costituzione; che il limite della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio "costituirebbe una legittima scelta fra prestazioni essenziali, gratuite, e non essenziali, eseguibili dietro pagamento di un contributo, da effettuarsi in relazione alle finalità perseguite, ed alle esigenze dell'utenza di base».

La Corte Costituzionale, però, non ha condiviso tali argomentazioni, contestandole alla luce dell'articolo 24 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e dell'articolo 38 della Costituzione sul diritto intangibile all'educazione ed all'istruzione; infatti, nelle motivazioni in punto di diritto così si esprime: «5.- La natura fondamentale del diritto, che è tutelato anche a livello internazionale dall'art. 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, ratificata e resa esecutiva con legge 3 marzo 2009, n. 18, impone alla discrezionalità del legislatore un limite invalicabile nel "rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati" (sentenza n. 80 del 2010), tra le quali rientra il servizio di trasporto scolastico e di assistenza poiché, per lo studente disabile, esso costituisce una componente essenziale ad assicurare l'effettività del medesimo diritto».

Il ragionamento generale viene quindi rafforzato, puntualizzando nel modo che segue l'illegittima situazione determinata dalla Legge Regionale abruzzese: «6.- Nella specie il legislatore regionale si è assunto l'onere di concorrere, al fine di garantire l'attuazione del diritto, alla relativa spesa, ma una previsione che lasci incerta nell'an e nel quantum la misura della contribuzione, la rende aleatoria, traducendosi negativamente sulla possibilità di programmare il servizio e di garantirne l'effettività, in base alle esigenze presenti sul territorio. Non può neppure essere condivisa in tale contesto la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame, debbano essere sempre e comunque assoggettati ad un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. Innanzitutto, la sostenibilità non può essere verificata all'interno di risorse promiscuamente stanziate attraverso complessivi riferimenti numerici. Se ciò può essere consentito in relazione a spese correnti di natura facoltativa, diverso è il caso di servizi che influiscono direttamente sulla condizione giuridica del disabile aspirante alla frequenza e al sostegno nella scuola. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che "in attuazione dell'art. 38, terzo comma, Costituzione, il diritto all'istruzione dei disabili e l'integrazione scolastica degli stessi sono previsti, in particolare, dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate)", la quale "attribuisce al disabile il diritto soggettivo all'educazione ed all'istruzione a partire dalla scuola materna fino all'università"; e che "la partecipazione del disabile 'al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce [...] un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggiato (sentenza n. 215 del 1987)'" (sentenza n. 80 del 1010)».

Ma la Corte Costituzionale va ben oltre, affermando la seguente massima, pietra miliare nella storia del diritto allo studio degli alunni con disabilità: «È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione».

Ecco per intero l'undicesima "Motivazione in diritto": «11.- Non può nemmeno essere condiviso l'argomento secondo cui, ove la disposizione impugnata non contenesse il limite delle somme iscritte in bilancio, la norma violerebbe l'art. 81 Cost. per carenza di copertura finanziaria. A parte il fatto che, una volta normativamente identificato, il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all'educazione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali, è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell'art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione».

Segue quindi l'approfondimento motivazionale dell'intangibilità del nucleo essenziale del diritto allo studio nell'apparente conflitto di due norme costituzionali, l'articolo 38 e l'articolo 81, con la prevalenza del primo sul secondo e con l'incontestabile potere della Corte di affermare tale priorità, così come segue: «14.- In definitiva, nella materia finanziaria non esiste "un limite assoluto alla cognizione del giudice di costituzionalità delle leggi". Al contrario, ritenere che il sindacato sulla materia sia riconosciuto in Costituzione "non può avere altro significato che affermare che esso rientra nella tavola complessiva dei valori costituzionali", cosicché "non si può ipotizzare che la legge di approvazione del bilancio o qualsiasi altra legge incidente sulla stessa costituiscano una zona franca sfuggente a qualsiasi sindacato del giudice di costituzionalità, dal momento che non vi può essere alcun valore costituzionale la cui attuazione possa essere ritenuta esente dalla inviolabile garanzia rappresentata dal giudizio di legittimità costituzionale" (sentenza n. 260 del 1990). Sul punto è opportuno anche ricordare "come sul tema della condizione giuridica del portatore di handicaps confluiscono un complesso di valori che attingono ai fondamentali motivi ispiratori del disegno costituzionale; e che, conseguentemente, il canone ermeneutico da impiegare in siffatta materia è essenzialmente dato dall'interrelazione e integrazione tra i precetti in cui quei valori trovano espressione e tutela" (sentenza n. 215 del 1987)».

La Consulta smonta poi un'altra eccezione dell'Avvocatura Regionale, così prospettata e rintuzzata: «15.- Altrettanto infondata è la tesi secondo cui la norma terrebbe conto della doverosa contribuzione da parte degli assistiti dotati di capacità contributiva. Di tale contribuzione non v'è traccia nell'intera legge della Regione Abruzzo n. 78 del 1978; e, soprattutto, la medesima legge, nella sua formulazione letterale, parla di garanzia della spesa necessaria e documentata senza evocare altre fonti di finanziamento».

Alla luce, quindi, di quanto detto, sembra indiscutibile il diritto alla gratuità del trasporto a scuola degli alunni con disabilità, che talora viene messo in dubbio da singoli Enti Locali, proprio appellandosi ai vincoli di bilancio.

E finalmente la Consulta supera le ultime difese della Regione circa l'insuperabilità dei propri vincoli di bilancio, nel modo che segue: «16.- Infine, non è condivisibile l'argomento secondo cui le scelte adottate in sede di bilancio non avverrebbero in modo generico, bensì con apposita istruttoria ricavata dall'acquisizione dei piani preventivi di intervento predisposti dalle Province sulla base delle necessità riscontrate nell'anno scolastico in corso e di quelle dichiarate dal genitore dello studente che si iscrive per la prima volta al grado di istruzione secondaria superiore. È proprio la disattenzione alle risultanze del piano il vizio genetico della norma contestata, che consente di prescinderne al di là di ogni ragionevole argomento: condizionare il finanziamento del 50% delle spese già quantificate dalle Province (in conformità alla pianificazione disciplinata dallo stesso legislatore regionale) a generiche ed indefinite previsioni di bilancio realizza una situazione di aleatorietà ed incertezza, dipendente da scelte finanziarie che la Regione può svolgere con semplici operazioni numeriche, senza alcun onere di motivazione in ordine alla scala di valori che con le risorse del bilancio stesso si intende sorreggere».

In conclusione, se quando nel 1987 fu pubblicata la Sentenza n. 215 della Corte Costituzionale sul diritto insopprimibile allo studio degli alunni con disabilità, ebbi a scrivere che essa doveva considerarsi «la Magna Charta dell'integrazione scolastica», a maggior ragione oggi possiamo dire che questa nuova Sentenza è il sigillo posto su tale Magna Charta.

Salvatore Nocera,

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) della quale è stato vicepresidente nazionale e responsabile per l'Area Normativo-Giuridica dell'Osservatorio sull'Integrazione Scolastica dell'AIPD (Associazione Italiana Persone Down).

Torna all'indice

Superando.it del 05-01-2017

Un plauso a quella Sentenza contro le "classi pollaio"

Non è certo un fatto marginale la frequente violazione della norma che stabilisce il tetto massimo di venti alunni, in un'aula scolastica, quando sia presente un alunno con disabilità. Si parla, in casi del genere, di "classi pollaio", fenomeno che costituisce uno tra i motivi dello snaturamento del processo di inclusione scolastica. Per questo va letta con estremo favore una recente Sentenza prodotta dal TAR della Campania, che censura proprio quella violazione.

Tramite la recente Sentenza n. 4706/16, la Quarta Sezione del TAR della Campania (Tribunale Amministrativo Regionale) ha censurato la formazione di classi con più di venti alunni, se frequentate da alunni con disabilità, in violazione dell'articolo 5, comma 2 del DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) 81/09. Quest'ultimo, va precisato, stabilisce tale tetto massimo «di norma», il che può consentire qualche eccezione; e tuttavia, gli Uffici Centrali e Decentrati del Ministero dell'Istruzione hanno sin troppo spesso rimesso quella possibilità di eccezioni all'arbitraria discrezionalità dell'Amministrazione, motivando lo sforamento del tetto di venti alunni per classe con motivi di carattere economico.

A tal proposito occorre innanzitutto ricordare che la Corte Costituzionale, dapprima con la Sentenza 80/10 e assai recentemente con la Sentenza 275/16, ha stabilito che il diritto all'inclusione scolastica non può essere violato dall'Amministrazione per motivi di vincoli di bilancio.

Bisogna inoltre far presente agli Uffici Ministeriali che l'unica eccezione consentita è contenuta nello stesso DPR 81/09, all'articolo 4, e riguarda esclusivamente eventuali eccessi di iscrizioni: in tali casi, però, il tetto massimo può salire solo fino a ventidue alunni, ciò che invece gli Uffici stessi e numerosi Dirigenti Scolastici continuano a fingere di ignorare, sforando quel limite anche quando non vi sia affatto un eccesso di iscrizioni.

Finalmente, dunque, è successo che alcune famiglie e l'Associazione ANIEF si siano ribellate a questa palese e persistente violazione della normativa, ottenendo una decisione, come quella del TAR campano, che può certamente essere ritenuta "epocale". Sino ad oggi, infatti, quasi tutti i ricorsi contro l'Amministrazione Scolastica riguardavano il ridotto numero di ore di sostegno assegnate. Adesso, invece, si comincia ad agire giudizialmente anche contro la violazione normativa del tetto massimo di venti alunni per classe, che non è certo meno importante. Ci si augura anzi che il numero dei ricorsi per questo motivo aumenti in modo esponenziale. Proprio l'aumento delle ore di sostegno, infatti, se accompagnato a quelle che spesso vengono definite come "classi pollaio", rischia di favorire ancor più la delega ai soli docenti per il sostegno da parte dei docenti curricolari, dal momento che questi ultimi, a causa dei troppi alunni cui badare, sono costretti a trascurare gli alunni con disabilità, facendo quindi venir meno - e per colpa dell'Amministrazione - la caratteristica basilare dell'inclusione, vale a dire la presa in carico del progetto inclusivo da parte di tutti i docenti della classe.

Va aggiunto inoltre che è stata la stessa deriva verso le "classi pollaio" a spingere alcune famiglie e collegi giudicanti rispettivamente a richiedere e ad assegnare un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di insegnamento e questo, favorendo ancora una volta la delega ai soli docenti per il sostegno, sta portando a un ulteriore snaturamento della caratteristica dell'inclusione.

A dare ampia diffusione alla notizia - che può preludere a una fase nuova della qualità dell'inclusione scolastica, nel rispetto della normativa fissata, come detto, dall'articolo 5, comma 2 del DPR 81/09 - è stata recentemente la testata «OrizzonteScuola.it», alla quale va per questo un plauso e un ringraziamento. (Salvatore Nocera)

Torna all'indice

Giornale UICI del 16-01-2017

L'inclusione scolastica non la garantiscono i giudici

di Luciano Paschetta

La sentenza del giudice catanese che assegna un sostegno per l'intero orario scolastico pone a tutti coloro che si occupano di inclusione scolastica un obbligo di riflessione: quel giudice ha potuto scrivere quella sentenza perché le leggi in vigore e , soprattutto la loro applicazione, glielo hanno consentito. Le sentenze infatti , parlo da non tecnico del settore, non sono mai giuste o sbagliate purché siano fondate su norme vigenti e cogenti. Ho cercato quindi di capire su quali basi sentenze simili (quella Catanese non è la prima) possano giustificarsi e, soprattutto, perché esse soddisfacciano i genitori convinti che in tal modo il loro figlio, figlia avrà i giusti interventi per crescere ed essere educato.

Abbiamo cercato spesso la risposta nel ruolo e nella preparazione o meno dei docenti per il sostegno e dei docenti curriculari, piuttosto che in una diversa organizzazione del tempo scuola, questo è stato sicuramente necessario, ma credo che, per arrivare alla radice del problema , occorra andare "oltre".

Ho già avuto modo di dire che l'inclusione non la fa il docente di sostegno , ma il contesto e che uno dei punti di debolezza del nostro modello di inclusione è stato quello di aver visto nel docente per il sostegno il deus ex machina capace di assicurare il successo del processo di inclusione, abbiamo anche dibattuto sul livello e sulla tipologia della sua preparazione e sulla preparazione di tutti i docenti ma abbiamo omesso di riflettere sul fatto che l'intervento di inclusione di cui stiamo parlando si attua in una scuola, una istituzione nella quale operano delle figure professionali e (i docenti) che devono essere preparati si ad educare, ma attraverso percorsi didattici di "istruzione", una istituzione che ha come finalità l'"istruzione" dei bambini/ragazzi e che questa sua funzione , e non altre, deve svolgere con tutti compresi gli alunni con disabilità.

La scuola, non è l'unica agenzia educante, essa è quella che ha come obiettivo l'educazione del bambino/ragazzo attraverso la sua istruzione. Se è vero che alla scuola materna il binomio educazione/istruzione è difficilmente scindibile nel senso che ciò che si insegna al bambino fa parte di un bagaglio di competenze intrinseche all'educazione delle sue potenzialità di base, la scuola , a partire dalla primaria e sempre più nella secondaria, ha come compito l'istruzione ossia l'insegnamento di conoscenze e competenze dei diversi saperi attraverso i codici formali delle varie discipline siano esse la lingua, la logica matematica , la geografia , le scienze, la storia, e così via, alla scuola quindi si potrà e si dovrà chiedere di fornire questo e non altro anche al disabile, secondo il livello del grado di istruzione nel quale egli è inserito e tenuto conto delle sue potenzialità di apprendimento. A questo si aggiunga un compito di educazione alla socialità e alla cittadinanza. È su questa base che dovrà essere redatto il profilo funzionale dal quale i docenti potranno trarre gli elementi per scrivere un P.E.I. nel quale siano indicati gli obiettivi didattici di apprendimento , le modalità ed i percorsi per raggiungerli e per valutarli sia per ciò che concerne l'istruzione sia per quanto riguarda gli aspetti della "socializzazione", gli strumenti e le risorse che la scuola con i suoi docenti curriculari e per il sostegno può dare con una didattica inclusiva al bambino/ragazzo per soddisfare i suoi bisogni di apprendimento scolastico. Per le altre necessità educative che il bambino dovesse avere la scuola non ha le competenze necessarie e non potrà mari averle.

Tener conto di questo porta la scuola ha dover ragionare sul numero di ore di sostegno necessarie non più in relazione alla gravità della disabilità, ma guardando alle capacità in riferimento al livello di "istruzione" possibile per l'alunno rapportato alla tipologia di scuola frequentata: un disabile intellettivo grave ed un cieco, hanno entrambi una grave disabilità, ma il loro grado di "istruibilità" (consentitemi questo neologismo) è ben diverso e al ragazzo cieco potranno servire un numero di ore di sostegno a scalare via, via che lui acquisisce autonomia personale, di mobilità e nel lavoro didattico e competenza nell'uso degli ausili, mentre all'alunno con un grave ritardo di apprendimento, verificato che la sua "istruzione" così come sopra descritta, non può andare oltre un certo limite e le ore di un docente per il sostegno non servono più, di lì in poi la scuola potrà offrire solo occasioni di socializzazione con i compagni, tenendo altresì conto che la socializzazione passa anch'essa attraverso una analogia di conoscenze.

Non spetta alla scuola scrivere il "progetto di vita" del bambino/ragazzo con disabilità , né esserne la sola responsabile, essa dovrà essere un importante soggetto di questo progetto, che però deve essere "scritto" in un ambito più ampio con il coinvolgimento di più agenzie: il P.U.A.D. previsto dalla nuova legge delega dovrebbe svolgere questa funzione. In questi quarant'anni di inserimento/integrazione/inclusione la scuola, spesso lasciata sola, è stata comunque l'unica che ha sviluppato una organizzazione mirata al problema della diversità e che ha garantito se non altro l'accoglienza dei ragazzi con disabilità. Per questo ad essa sono stati di fatto demandati la responsabilità e tutto il "carico" educativo, dell'alunno con disabilità ed essa , con tutti i suoi limiti, è riuscita comunque, in questi anni, a garantire una adeguata istruzione e una vera inclusione scolastica a molti alunni con disabilità, ma per altri i cui bisogni educativi travaricano le problematiche dell'istruzione e le sue competenze non è riuscita, né si può pensare potrà mai farlo.

Non prendere atto di ciò, continuando a cercare delle risposte al mancato successo dell'inclusione solo all'interno della scuola, vuol dire non rendersi conto che quelle risposte essa non potrà darle perché non rientrano nelle sue finalità ed al suo interno non potrà avere il personale preparato a soddisfarle.

Forti dell'esperienza e della certezza che l'inclusione è il modello giusto per la scolarizzazione dei ragazzi con difficoltà, è il momento di cambiare la prospettiva della nostra azione: uscire dall'hortus conclusus della scuola e rivedere questo modello di inclusione che "scarica" alla scuola ogni responsabilità nell'educazione del bambino con disabilità , sostituendolo con un modello nel quale la scuola in rete dia all'alunno con disabilità ciò che lui è in grado di apprendere, questo però in un contesto che si faccia carico di quant'altro necessario alla sua crescita e alla sua inclusione sociale al di là dell'istruzione, e secondo un vero progetto di vita.

Diversamente continueremo a guardare il dito senza vedere la luna e i giudici continueranno a decidere comi si realizza l'inclusione e a discutere sul numero di ore di sostegno necessarie fino ad arrivare alla totalità dell'orario scolastico senza che questo dia al disabile le occasione di crescita di cui avrebbe bisogno.

Torna all'indice

Superando.it del 06-01-2017

Continuità didattica, continuità educativa e alunni non vedenti

di Marco Condidorio*

«La capacità nostra - scrive Marco Condidorio - cioè di noi operatori della scuola che ogni giorno dobbiamo inventare le strategie per tenere l'alunno in aula, non fisicamente, ma col pensiero, dev'essere quella di proporre il binomio didattica-educazione ed educazione-didattica, ogni giorno diverso, mai uguale e sempre e comunque in funzione, non solo basandoci sui contenuti disciplinari, ma, e soprattutto, sui contenuti aderenti alle potenzialità e attitudini dell'alunno cieco o ipovedente grave; questo potrebbe significare continuità, nella didattica e nell'educazione».

La tiflologia* è una scienza che - al pari delle "colleghe" il cui oggetto è più o meno misurabile - merita rispetto e serietà; e ciò non solo perché si occupa di tecnica, autonomia, didattica e informatica, ma per il fatto che la sua "essenza" rappresenta lo spirito umano nell'atto di accogliere, istruire e formare ogni mente, vicina all'apparenza, lontana dall'Essere...

In questi ultimi anni, più o meno velatamente, talvolta palesemente, l'argomento "continuità", legato ai termini didattica ed educazione, ha fatto capolino non solo sui tavoli tecnici del Ministero dell'Istruzione, Ricerca e Università, ma anche su quelli del lavoro, dei sindacati e dei tribunali. Non parliamo poi delle diverse testate giornalistiche, dove si sono alternate teorie ora a favore ora contro la continuità didattica, scambiando spesso il primo termine (didattica) con il secondo (educazione), come fossero la stessa cosa!

Il desiderio di molti - difficile da ottenere e dunque da realizzarsi - in previsione di un'istituzione scolastica che sta evolvendo verso un'idea di "scuola aperta", fa presupporre che la continuità possa essere garantita quando il docente per il sostegno resti assegnato a un alunno per un intero ciclo scolastico o addirittura lo accompagni per l'intero percorso di studi.

Quante perplessità attorno a un'idea così rassicurante! E se il docente è privo di quelle competenze, indispensabili per affiancare l'alunno non vedente? E come risolvere la continuità di fronte alla gravidanza o alla malattia?

Non è questo il luogo dove fare sfoggio di norme, sentenze, ordinanze o circolari ministeriali; citerò solo il grande Piaget e l'altrettanto lungimirante Dewey [Jean Piaget e John Dewey, N.d.R.],che diedero il fatidico "LA", il via al lungo percorso storico della letteratura psico-pedagogica, dal nucleo educativo e didattico incentrato sul fanciullo, le sue tappe emotive, intellettive e fisico-motorie.

Poi, l'avvento dell'unificazione della scuola elementare con quella dei tre anni successivi - la scuola media - tramite la Legge 1859/62, con il tema che iniziò ad assumere i caratteri giuridici, tra cui quello dell'estensione dell'obbligo scolastico, coinvolgendo anche il tema della continuità didattica e ancora oggi nascondendo l'insidia tremenda dell'evidenza e del diritto, ma tralasciando di fatto - causa una forte miopia pedagogico/didattica prossima alla cecità - la centralità dell'alunno. Non la centralità fisica, quella già sin troppo presente, sia ai dotti che ai sapienti, ma la centralità cognitiva, intellettiva e delle abilità del nostro piccolo studente. Di lui e di quanto detto vorrei proporre la mia riflessione e questo perché non vorrei parlare di loro con loro, ma assieme a loro di noi tutti, docenti e studenti. E ancora, non mi soffermerò sul tema scottante del "diritto allo studio", né esaminerò i temi concernenti il ruolo storico dell'istruzione: perché nacquero la scuola materna, elementare e media; troppo lungo e affascinante per ridurlo in poche righe...

Parliamo invece direttamente degli alunni che vivono la condizione fisico-sensoriale della cecità, assoluta, parziale e, talvolta, in presenza di minorazioni aggiuntive. Precisazione, questa, che non è poi così tanto peregrina, se teniamo in debito conto che la disabilità sensoriale - quale è la "cecità" nelle sue molte manifestazioni - è da intendersi, appunto, come una condizione fisico-sensoriale determinata certo da una qualche patologia, il più delle volte passata, che ha lasciato la persona priva della vista o per cui la vista non è mai stata esercitata, causa la patologia stessa.

Precisazione tanto importante quanto particolare, che consente di spazzare via equivoci circa il fatto che le disabilità sensoriali abbiano proprie specifiche manifestazioni le quali, per la persona che le vive sulla propria pelle, implicano una condizione specifica, non speciale, di minorazione sensoriale appunto.

Dunque, la cecità in sé non è la malattia, né è una condizione che possa danneggiare abilità, atrofizzare attitudini della persona o ledere aspetti caratteriali o ancora determinare "distorsioni" della personalità. La cecità, nelle sue diverse manifestazioni, non è una malattia invalidante, ma bensì la condizione sensoriale, ove la funzione dell'occhio - ovvero quella del vedere, che si esplica mediante l'atto visivo - è assente, rendendo quindi la persona cieca assoluta o parziale.

La cecità, pertanto, è la mancanza della vista, e per tale ragione, più che invalidare la conoscenza, rende invisibili i contenuti della stessa, quelli che debbono la loro esistenza, in parte, alla capacità dell'occhio di percepirli; per esempio: la luce del sole, qualora sia una persona cieca assoluta a trovarsi sotto il sole o di fronte a un tramonto; o ancora, l'arcobaleno e dunque tutti i fenomeni ottici e visivi, come il colore, il movimento, un graffito o un'opera pittorica. Lo stesso pentagramma, con le sue note posizionate qua e là, sino all'invenzione del Codice Braille, per i ciechi era assolutamente invisibile, dunque non conoscibile e tanto meno avente un significato o utilità.

Potrei dilungarmi in altri esempi, ma poiché è di prossima pubblicazione un mio secondo testo di tiflologia (Noi... quelli dell'inclusione), se il Lettore lo vorrà, potrà trovare nelle pagine di esso l'argomento ampiamente trattato.

La ragione di questa breve riflessione, qui, all'inizio del presente articolo, ha la funzione educativa di informare sulle reali abilità del fanciullo studente cieco, evitando inutili "secche" di tipo didattico o educativo, che lo vedono sì al centro della famigerata "inclusione", ma non come persona abile, piuttosto come "diversamente abile" o peggio "disabile!".

Intanto chiariamo che la continuità didattica ed educativa non sono la stessa cosa e che però entrambe concorrono alla costruzione della personalità, della formazione e della cultura del discente. Che l'educazione e la didattica, per i diversi periodi storici, hanno significato aspetti dell'istruzione e della formazione afferenti il contesto sociale, economico del nostro Paese, intersecando temi politici, religiosi, familiari e culturali.

Qui la didattica e l'educazione - ancorché afferenti gli alunni non vedenti - concernono il dibattito, piuttosto torbido, sul tema: assistenza o abilità dei nostri alunni non vedenti frequentanti la scuola dell'obbligo. E dunque procediamo.

La didattica concerne le metodologie di insegnamento dei contenuti disciplinari; diremo l'approccio metodologico, il sistema mediante cui il docente disciplinare trasmette i saperi all'alunno. Per esempio: il saper scrivere e leggere ci deriva dall'impronta didattica del pedagogo; più egli sa trasmettere ciò che sa e più l'allievo apprende in modo appropriato e impara ad utilizzare i contenuti con consapevolezza e abilità.

Oggi la scuola impartisce i contenuti disciplinari non solo attraverso la didattica legata alla conoscenza disciplinare, ma anche attraverso quella delle competenze. In altre parole, non solo so chi è Napoleone, ma ne riconosco e interpreto i caratteri in contesti differenti ed epoche successive e precedenti; così, se in una lettura dovessi incontrare la locuzione "cesarismo napoleonico", immediatamente ne ricaverò i caratteri, così come nelle cause e negli effetti di un qualunque evento e situazione, idea o figura storica.

La scuola di oggi, dunque, già lavora per la continuità didattica, proprio perché applica generalmente, in modo piuttosto diffuso, la didattica per competenze, privilegiandola a rispetto a quella per conoscenze.

Vi chiederete - e mi chiedo - i docenti sono competenti in ciò? Chi certifica tale capacità professionale? Poiché questa è materia molto interessante, ma appartiene a un'altra storia, se ne potrà parlare in diversa sede.

L'educazione. Essa concerne il comportamento, l'apprendimento di un codice sociale, l'assunzione di regole di gruppo, l'autonomia personale, la postura e il sapersi relazionare con l'altro, con gli altri. Il docente è - prima che un didatta disciplinare - il pedagogo, il "maestro in campo", ove lo spazio e il tempo hanno il medesimo sguardo che all'orizzonte si incontra con quello oggettivo dei tanti occhietti, nasini e orecchiette tutti lì... I bimbi e le bimbe che, col respiro della tenera età, attendono inconsapevolmente l'iniziazione al sapere.

Certo, lo scenario cambia da scuola a scuola, da livello a livello, da ordine a ordine, ma quel che sempre abbiamo trovato da studenti, poi da genitori e da educatori, è l'entusiasmo, la meraviglia, la curiosità di cui l'animo umano è portatore privilegiato per natura...

La ragione, il pensiero in solitudine abitano da "sovrani silenziosi" gli spazi naturali del corpo umano. La parola, che si manifesta al mondo mediante la voce, li rende conoscibili, li rende forme e oggetti per tutte le bimbe e i bimbi del pianeta Terra.

Chi è il pedagogo, quello autentico, quello che nel cuore di chi ha vissuto la scuola dell'apertura e non del rigore, abbiamo potuto incontrare tra un docente di italiano e uno di matematica, tra quel prof di scienze e quello di storia, tra la prof di musica e quello di applicazioni tecniche? Il vero pedagogo riassume in sé i caratteri del "didatta" e quelli dell'"educatore".

E così, la continuità educativa e didattica sono forse elementi di una base formativa, caratterizzata da una propria oggettività? Se la didattica e l'educazione sono lo sviluppo di un processo concettuale, inteso a guisa di uno "stile", la risposta è no! No, perché lo stile o lo si imita o lo si ha; se lo si ha, allora è impossibile che l'imitazione possa avere la stessa ricaduta, come se fosse l'originale; qualora sia originale, resta e sarà sempre unico.

E dunque? Dunque la risposta è: sia la didattica che l'educazione, in un qualunque percorso di istruzione scolastica, sono patrimonio di quella scienza che, pure nell'ottica del suo sviluppo storico e sociale, afferisce alla radice originaria da cui ha avuto inizio la civiltà contemporanea: il progresso inteso quale pensiero autonomo, capace di governare la natura, nel senso di comprenderne i fenomeni e non di subirli; di poterne trarre beneficio da essa e non solo male.

Sia la didattica che l'educazione hanno il valore di scienze, nel significato più coerente e storico/evolutivo del loro divenire e per questo non possono essere ridotte a semplici stili.

Dunque l'educatore è "anche" il professionista della "continuità" didattica ed educativa? Se ciò è vero, allora ogni educatore che nella scuola abbia il ruolo di docente ha in sé i semi di quel principio educativo che al centro ha le attitudini e le abilità del discente e dunque al primo posto c'è il valore imprescindibile della didattica, per un apprendimento il cui esito sia un alunno che abbia imparato ad imparare, un alunno che sappia sapere per saper essere, sapere per saper fare.

La capacità nostra - cioè di noi operatori della scuola che ogni giorno dobbiamo inventare le strategie per tenere l'alunno in aula, non fisicamente, ma col pensiero - sarà quella di proporre il binomio didattica-educazione ed educazione-didattica, ogni giorno diverso, mai uguale e sempre e comunque in funzione, non solo basandoci sui contenuti disciplinari, ma, e soprattutto, sui contenuti aderenti alle potenzialità e attitudini dell'alunno cieco o ipovedente grave; questo potrebbe significare continuità, nella didattica e nell'educazione.

L'argomento è certo aperto, e questo mio è un minuscolo granello di terra che probabilmente non toglie né aggiunge nulla di migliore al vasto e già complesso panorama di argomentazioni sul tema. Eppure...

*La tiflologia è la scienza che studia le condizioni e le problematiche delle persone con disabilità visiva, al fine di indicare soluzioni per attuare la loro piena inclusione sociale e culturale.

Marco Condidorio,

Coordinatore della Commissione Istruzione dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

Torna all'indice

Vita.it del 19-01-2017

Delega sul sostegno, il nuovo che si attendeva non c'è

di Sara De Carli

Tra le famiglie c'era grande attesa sulla delega che doveva ridisegnare il sistema dell'inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Gli addetti si erano divisi, in un confronto acceso. Ora davanti al testo della delega tutti dicono, delusi, che di novità sostanziali ce ne sono poche. E anzi si fa forse qualche passo indietro.

Sono oltre 224.000 gli studenti con disabilità iscritti alle scuole d'Italia. Le loro famiglie guardavano con grandissime aspettative alla delega collegata alla legge 107, che doveva non solo ridefinire le regole per la formazione degli insegnanti di sostegno e il loro accesso al ruolo, ma soprattutto ridisegnare il sistema dell'inclusione scolastica italiana, a quarant'anni dalla legge Falcucci.

«Nel testo che stiamo elaborando stiamo tenendo conto di tutte le criticità che sono emerse fin qui sul tema dell'inclusione degli studenti disabili, per eliminarle e per spazzare via una volta per tutte le ipocrisie che sporcano un sistema d'eccellenza a confronto con gli altri paesi europei. Per questo stiamo andando sempre più nella direzione di una maggiore formazione e competenza per i docenti di sostegno, che fanno un lavoro straordinario ma vanno preparati adeguatamente e in maniera più specializzata, ma anche e soprattutto di tutta la comunità scolastica, perché l'inclusione è responsabilità di tutti e non soltanto di un insegnante particolare per un certo numero di ore. Stiamo andando incontro alle esigenze delle famiglie dando continuità al sostegno per i propri figli, semplificando e uniformando a livello nazionale il sistema di certificazione. Stiamo guardando a un "progetto di vita" per questi ragazzi che tenga conto delle loro abilità e che vada oltre il piano educativo della scuola»: così ci diceva a settembre Davide Faraone, allora sottosegretario all'Istruzione. Lo schema di decreto è stato approvato il 14 gennaio ed è stato trasmesso alla Camera (qui il testo) realizza quelle aspettative?

Lo abbiamo chiesto a tre esperti.

1. DARIO IANES,

Docente ordinario di Pedagogia e Didattica Speciale all'Università di Bolzano, co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento.

«Una delega pensata per ridurre le ore di sostegno».

«C'è ben poco da dire, tutte le grandi attese sono deluse, soprattutto delle associazioni di famigliari», sbotta il professore: «non vedo nessuna evoluzione concettuale del sistema». Partiamo dalla continuità, tema cruciale per alunni e famiglie, che oggi vivono il caos assoluto: «il fatto che l'insegnante di sostegno prima di chiedere il passaggio sui posti comuni debba stare per dieci anni sul sostegno, non garantisce alcuna continuità didattica», spiega il professore, poiché anche stando sul sostegno l'insegnante potrebbe cambiare ogni anno scuola e alunno. Quanto alla formazione degli insegnanti, con la richiesta di una formazione di base sui temi dell'inclusione per tutti gli insegnanti, compresi quelli della scuola secondaria, «non c'è nulla e questo è un grave problema. Noi nei mesi scorsi abbiamo denunciato le preoccupazioni rispetto all'ipotesi di separazione dei percorsi universitari, che non c'è; d'accordo, non c'è quella biforcazione dei percorsi che temevamo, però non è che io sia contento, perché anche le cose buone che c'erano nella proposta quadro di Fish e Fand, ad esempio sulla continuità, qui non ci sono».

"Non c'è quella biforcazione dei percorsi tra insegnanti di sostegno e insegnanti curricolari che temevamo, però non è che io sia contento, perché anche le cose buone che c'erano nella proposta quadro di Fish e Fand, ad esempio sulla continuità, qui non ci sono

Tornando alla formazione degli insegnanti, tanto ripetuta, per Ianes «c'è solo un corso di specializzazione sul sostegno, da 60 crediti, come oggi. I 120 crediti di cui parla il testo sono divisi in realtà in due, 60 al corso e 60 pregressi per poter accedere al corso. E cosa devo fare per maturare quei 60 crediti? Per la primaria ti puoi far riconoscer quelli fatti durante l'università, il tirocinio e la tesi, quindi di fatto la formazione è uguale ad oggi. Sulla secondaria invece, che in università ha solo 6 o 7 crediti sull'inclusione, non si capisce dove uno possa andare a prenderli. Forse facendo un anno di scienze della formazione, ma è folle: 5 anni per la laurea + 3 per la formazione secondaria per insegnare, più uno per accedere al corso di specializzazione più uno di corso: dieci anni di formazione? È ridicolo».

"A pensar male, si può dire che tutta delega sia fatta per questo, per ridurre le ore di sostegno. La sola parte dove si modificano i meccanismi è questa e non mi piace perché sono meccanismi che frenano la spesa. Il resto sono proclami

Ma il nodo più pericoloso per il professor Ianes si nasconde nell'articolo 8, quello che disegna il GIT, Gruppo per l'inclusione territoriale. «Ce ne saranno 300, uno per ambito, composti da docenti e dirigenti e saranno loro a quantificare la proposta di ore di sostegno. A quantificare il sostegno di cui l'alunno ha bisogno non sarà più dunque la realtà decisionale più vicina alla scuola, al ragazzo, alla famiglia, c'è questo "allontanamento" che sarà un meccanismo di freno, è scritto nella relazione. Dopo aver avuto le ore, la scuola fa il PEI, partendo dalle risorse assegnate. Il PEI non è più la fonte delle risorse, c'è uno scollamento. A pensar male, si può dire che tutta delega sia fatta per questo, per ridurre le ore di sostegno. La sola parte dove si modificano i meccanismi è questa e non mi piace perché sono meccanismi che frenano la spesa, il resto sono proclami».

2. SALVATORE NOCERA,

Avvocato, esperto tecnico della Fish in campo di inclusione scolastica,

«Nessuna possibilità concreta di presa in carico da parte dei docenti curricolari».

«Ho letto la relazione, il testo ancora no perché purtroppo non è accessibile ai non vedenti. Il mio giudizio è prevalentemente positivo, il testo accoglie molte delle nostre richieste, anche se ne lascia indietro altre», afferma Nocera, precisando di parlare «a titolo personale». Positivo è il passaggio al profilo di funzionamento, che rimanda alla disabilità come una situazione dinamica, collocata nel contesto. Positivo è anche il collegamento fra scuole ed enti locali, perché non deve essere solo la scuola ad occuparsi degli alunni con disabilità, come pure il riferimento al PEI come parte integrante del progetto individuale previsto dalla legge 328 e soprattutto il chiarimento sull'istruzione a domicilio in analogia con l'istruzione in ospedale.

Cinque invece per Nocera sono i punti dolenti: «Primo, non viene messa in luce l'importanza della famiglia nella formulazione del PEI, la 328 prevede che la famiglia partecipi, qui invece questo non è previsto. È un passo indietro inaccettabile». Secondo punto si abroga il GLIP provinciale per il GIT, però nel GLIP erano presenti le associazioni e gli enti locali, nel GIT ci sono solo componenti interni all'amministrazione scolastica, questo non va bene». Terzo, il numero massimo di alunni per classe, nelle classi iniziali di ogni ciclo, qualora vi sia un alunno con disabilità: «è una manovra quasi truffaldina, si dice al massimo 22, ma la regola diceva invece già dal 2009 al massimo 20 di norma, tranne casi eccezionali». L'avvocato cita articoli e commi, il succo è che «di fatto si lascia la libertà di creare classi-pollaio. Qua si va indietro, decisamente».

"Non viene messa in luce l'importanza della famiglia nella formulazione del PEI, la 328 prevede che la famiglia partecipi, qui invece questo non è previsto, è un passo indietro inaccettabile. Si indicano 22 alunni massimi per classe, ma di fatto si lascia la libertà di creare classi-pollaio: qua si va indietro, decisamente. Non vedo alcuna novità sulla formazione che disegni la possibilità concreta che i curricolari si occupino di inclusione: tutta la novità che si pensava non c'è.

Venendo alla presa in carico da parte di tutti i docenti curricolari, «non c'è nessuna novità sulla formazione che disegni la possibilità concreta che i curricolari si occupino di inclusione: tutta la novità che si pensava non c'è. Per chi insegnerà alla scuola secondaria sei crediti erano e sei restano, noi ne chiedevamo 30». E pure per la carriera degli insegnanti di sostegno «non abbiamo la classe di concorso separata, si prevedono 4 ruoli di sostegno ma sempre con la possibilità di passare a cattedre comuni dopo 10 anni, sì, c'è la possibilità di avere una supplenza per un anno in più, ma noi chiedevamo almeno una continuità di almeno due anni o dell'intero ciclo. Questo è un punto nodale e non c'è una riga». Infine, guardando al decreto sulla valutazione degli alunni, c'è un «arretramento pauroso», arrivato del tutto a sorpresa, là dove si dice che alla fine della scuola secondaria di primo grado gli alunni «devono fare prove d'esame equipollenti, dimostrando di conoscere elementi basilari della disciplina e non prove differenti, come previsto dalla legge 104. Moltissimi ragazzi non avranno il diploma ma solo un attestato, andranno alla scuola superiore ma anche lì non potranno fare l'esame maturità, potranno avere solo un attestato. È un punto che non condividiamo assolutamente».

Dal punto di vista politico, già lunedì pomeriggio il presidente della Fish, Vincenzo Falabella, aveva esternato la sua «amarezza» per un testo «assolutamente non condiviso, che non ha fato nemmeno un passaggio in Osservatorio, in palese violazione della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità e del nulla su di noi senza di noi. La stessa cosa è stata fatta con i Lea. Credo ci sia la volontà deliberata di tener fuori dal confronto politico le persone con disabilità».

3. EVELINA CHIOCCA,

presidente del CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno).

«La famiglia, la grande esclusa».

Testi alla mano, la professoressa esamina articolo per articolo il testo della legge. «La prima osservazione che voglio fare però è complessiva: vedo poco la presenza della famiglia, che dovrebbe invece essere più partecipe», afferma. Positivo per lei è l'articolo che prevede una valutazione della qualità dell'inclusione, «è un primo passaggio, segno di un cambiamento di cultura». Bene anche l'introduzione della valutazione diagnostico-funzionale, a sostituire i due documenti precedenti: «la cosa importante è l'esplicito riferimento all'approccio ICF, che ci dice non l'elenco di ciò che manca all'alunno ma quello di ciò che l'alunno possiede, tenendo conto di tutti gli aspetti di vita del ragazzo. È un'ottica pedagogica importante».

"Vedo poco la presenza della famiglia, che dovrebbe invece essere più partecipe. E sul corso di specializzazione sono disorientata: dove si fanno i 60 crediti necessari per accedervi?

Perfetto anche a livello di principio il quantificare le risorse non in base a un codice standard ma in base agli effettivi bisogni di ciascuno. Il problema è che «le risorse non discenderanno dal PEI ma saranno quantificate e decise dal GIT, un soggetto dove non ci sono né famiglie né associazioni. Intanto noto che le risorse non sono più scritte nel PEI, quindi non ci sarà più possibilità di fare ricorso per le famiglie per chiedere più ore di sostegno. In secondo luogo il PEI viene elaborato dai docenti insieme ai genitori, ma approvato solo dai docenti, ma la famiglia non può essere esclusa in questo modo». La professoressa si dice «disorientata» anche dal passaggio sul corso di specializzazione: dove si fanno i 60 crediti necessari per accedervi? Durante l'università? Con un anno in più di università? Per la secondaria in particolare non si capisce proprio come si possa fare. «Delusione» quindi, anche sul fronte della formazione iniziale obbligatoria per tutti gli insegnanti curricolari, su cui «non vedo novità».

Torna all'indice

Vita.it del 17-01-2017

Delega inclusione, insegnanti di sostegno vincolati per 10 anni

di Sara De Carli

Trasmesso alla Camera lo schema di decreto legislativo per l'inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Dovrà essere approvato entro il 17 marzo. Ecco le novità.

Sono stati trasmessi alla Camera i testi degli otto decreti legislativi approvati il 14 gennaio dal Consiglio dei Ministri, per l'esercizio delle deleghe contenute nella legge sulla Buona Scuola. Ecco una sintesi dei 21 articoli che costituiscono il testo dello Schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità (n. 378). Il testo sarà esaminato delle commissioni VII Cultura e XII Affari Sociali e V Bilancio, con termine il 17 marzo 2017.

La premessa.

Nella relazione si legge che «il concetto di "scuola inclusiva" ha avuto un'evoluzione storico-culturale» rispetto alla legge del 1971 che propose un nuovo modello di scolarizzazione degli alunni disabili nelle classi comuni anziché nelle classi "speciali". Se inizialmente l'inclusione era «garantire il diritto di istruzione e successo formativo dei minori disabili», oggi «rappresenta un valore fondamentale e fondante l'identità stessa delle singole istituzioni scolastiche, siano esse statali o paritarie, valido per tutti gli alunni e studenti». Citando gli atti legislativi di questi anni, tra cui la Convenzione Onu, si afferma che «tutti gli atti citati vanno nella direzione di superare, necessariamente, la vecchia concezioni di "presa in carico" da parte dei docenti degli alunni e degli studenti con disabilità di cui alla legge n. 104 del 1992, ribadendo che l'inclusione scolastica, perché sia effettiva, interessa tutte le componenti scolastiche, e non solo il docente di sostegno, ovvero dirigenti scolastici, docenti, personale ATA, studenti e famiglie nonché tutti gli operatori istituzionali deputati al perseguimento degli obiettivi di inclusione e che vivono l'esperienza scolastica inclusiva in termini di "supporto" all'alunno e allo studente con disabilità, qualificandola quale "impegno fondamentale" per tutte le risorse umane e professionali che operano nelle scuole». Nel testo è scritto quindi che «l'inclusione riguarda tutti gli alunni e gli studenti» ed è «impegno fondamentale di tutte le componenti della comunità scolastica».

Lo strumento per attuare l'inclusione è il Piano Educativo Individualizzato, parte integrante del progetto individuale di cui alla legge 328/2000 (che sappiamo ha trovato fino ad ora scarsissima realizzazione, quindi ben venga questa citazione esplicita). «La norma - è scritto - ricalca appositamente il concetto di "condivisione" nell'ambito della definizione del PEI, agganciandosi così a quell'idea cooperativa di inclusione scolastica che non riguarda solo il docente di sostegno, ma tutte le componenti scolastiche rimarcando al contempo, nell'ambito dei diritti, tutte le misure previste a legislazione vigente, per il supporto, anche materiale, necessario per l'inclusione scolastica».

L'articolo 3 (Prestazioni e competenze), individua le prestazioni per l'inclusione scolastica, scandendo un chi fa cosa rispetto ai compiti di Stato ed enti locali. L'articolo 4 qualifica l'inclusione scolastica come un elemento portante dei processi di valutazione e di autovalutazione delle scuole, nell'ambito del Sistema Nazionale di Valutazione (2013). Ad oggi nel Sistema di Valutazione, nei RAV e nei Piani di miglioramento, l'inclusione è un po' una cenerentola (qui la denuncia delle associazioni), mentre ora al comma 2 almeno formalmente vengono introdotti dei criteri relativi al processo di valutazione e di autovalutazione delle Istituzioni scolastiche, statali e paritarie, in tema di inclusione scolastica, obiettivi che dovrebbero consentire alle scuole di valutare la propria azione inclusiva, di misurarla e di individuare le opportune strategie per migliorarla o consolidarla.

Le novità operative.

La disabilità di un alunno verrà certificata con una "valutazione diagnostico-funzionale" in luogo della "diagnosi funzionale" e del "profilo dinamico-funzionale". Su questa valutazione si appoggeranno le diverse provvidenze, ivi incluso il diritto al sostegno didattico, di cui l'alunno ha bisogno (e diritto) per una piena inclusione scolastica. La relazione afferma che «si tratta di una semplificazione sia in termini documentali (un solo documento in luogo di due) che in termini temporali (i due documenti, redatti da soggetti diversi, implicavano un allungamento dei tempi». L'articolo 6 modifica l'attuale assetto delle Commissioni mediche, prevedendo che siano composte da un medico specialista in medicina legale che assume le funzioni di presidente e da due medici dei quali uno scelto tra gli specialisti in neuropsichiatria infantile e l'altro tra gli specialisti in pediatria. Le Commissioni sono integrate dal medico INPS, da un rappresentante dell' Amministrazione scolastica con specifiche competenze in materia di disabilità, da uno specialista (terapista della riabilitazione) e dall'operatore sociale. L'idea è che si definisca collegialmente sia il funzionamento dell'alunno e dello studente con disabilità sia, in un momento successivo a quello della redazione della valutazione diagnostico-funzionale, la tipologia di provvidenze di cui ha diritto, «invertendo l'attuale prassi» che fa sostanzialmente coincidere la condizione di gravità e l'attribuzione delle provvidenze, incluso il sostegno didattico, senza che vengano rilevati i bisogni effettivi di assistenza e di educazione per il singolo alunno. «La Commissione, come integrata nelle modalità indicate, sarà maggiormente responsabilizzata nell'identificare le provvidenze sulla base della valutazione diagnostico-funzionale e non sul solo dato della "disabilità certificata". In tal modo, si corrisponderà meglio agli effettivi bisogni dell'alunno e dello studente con disabilità nell'ambito delle provvidenze che ciascun soggetto istituzionale è tenuto ad erogare, evitando attribuzioni "meccaniche" che nulla hanno a che vedere con i bisogni effettivi di integrazione».

L'articolo 7 definisce la procedura per l'inclusione scolastica nell'ambito delle certificazione, specificando, per ciascuna fase chi fa cosa e introducendo tempistiche certe per l'evasione delle pratiche: « La procedura, in sintesi, solleva la famiglia da numerosi incombenti burocratici perlopiù demandati al medico di base e alla scuola».

Gli insegnanti di sostegno.

L'articolo 12 istituisce i ruoli del personale per il sostegno per ciascun grado di istruzione, inclusa la scuola dell'infanzia (come previsto dalla Buona Scuola). Gli insegnanti di sostegno dovranno restare 10 anni sul sostegno al posto degli attuali cinque (nel conto vale anche il servizio pregresso, non si parte da oggi). «Si tratta di una disposizione di particolare rilievo che favorisce la continuità didattica ed elimina trattamenti giuridici differenziati tra personale con contratto di lavoro a tempo determinato e personale a tempo indeterminato», si legge nella relazione. Per diventare insegnante di sostegno nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria si prevede un corso di specializzazione in pedagogia e didattica speciale per le attività di sostegno didattico e l'inclusione scolastica, annuale e ad accesso programmato, con 300 ore di tirocinio e 60 crediti. che sostituisce il precedente corso annuale. Dall'anno 2019 potranno accedervi solo chi ha una laurea magistrale in Scienze della Formazione primaria che abbiano oltre ai crediti previsti dalla laurea altri 60 crediti formativi specifici. «In pratica, per rafforzare le conoscenze necessarie per poter svolgere la professione di docente di sostegno, si richiede agli aspiranti insegnanti una preparazione più solida sui temi dell'inclusione, corrispondente in totale a 120 CFU da acquisire 60 preventivamente allo svolgimento del corso e ulteriori 60 nell'ambito del predetto corso di specializzazione, fermo restando il conseguimento preventivo della laurea abilitante in scienze della formazione primaria quale requisito "base" per lo svolgimento della funzione docente». Idem per la scuola secondaria di primo e secondo grado, tranne che la laurea richiesta è quella di ciascuna classe di concorso, con prova d'accesso al corso di specializzazione.

L'articolo 15 prevede anche formazione in servizio per il personale della scuola, con specifiche attività formative appositamente calibrate per quei docenti, curricolari e di sostegno, che insegnano in classi in cui sono presenti alunni o studenti con disabilità. La formazione dovrà essere rivolta anche al personale ATA, che è tenuto a parteciparvi, al personale dirigenziale, sia all'atto dell'immissione in ruolo che durante lo svolgimento dell'intera carriera.

Il dirigente può proporre anche ai docenti dell'organico dell'autonomia di svolgere attività di sostegno, ma solo se in possesso di specifica specializzazione. Per favorire la continuità didattica in sede di conferimento delle supplenze, si prevede una disposizione per cui, in caso di fruttuoso rapporto docente-alunno, il contratto a tempo determinato possa essere prorogato al medesimo docente per l'anno scolastico successivo, ma solo a lezioni avviate e fermi restando i diritti del personale a tempo indeterminato.

L'Osservatorio permanente per l'inclusione scolastica.

L'articolo 17 formalizza l'esistenza di un Osservatorio permanente per l'inclusione scolastica, già esistente, ma ora scritto nero su bianco in una fonte di rango primario. L'Osservatorio è composto dai rappresentanti delle Associazioni delle persone con disabilità maggiormente rappresentative sul territorio nazionale nonché da altri soggetti pubblici e privati individuati dal Ministro. Quello in carica, nominato a fine agosto 2015, è stato convocato una, forse due sole volte e mai - nonostante le dichiarazioni iniziali - ha esaminato e discusso il presente testo della delega sull'inclusione scolastica, «in palese violazione di quanto afferma la Convenzione Onu, il mondo della disabilità è stato tenuto fuori dalle decisioni», chiosa Vincenzo Falabella, presidente della Fish.

La copertura finanziaria.

Tutto avviene nell'ambito delle risorse disponibili, fatta eccezione per gli oneri relativi all'istituzione del GIT-gruppo per l'inclusione territoriale (art 8) per cui si prevedono 3,32 milioni di euro per il 2017 e 9,95 per il 2018, presi dal fondo della Buona Scuola (che viene conseguentemente ridotto).

Torna all'indice

Superando.it del 26-01-2017

Carriere separate per il sostegno? No, blindate!

di Flavio Fogarolo*

«La continuità degli insegnanti di sostegno è importante - scrive Flavio Fogarolo, mettendo in discussione un recente Schema di Decreto Governativo sulla formazione iniziale degli insegnanti di scuola secondaria - ma ancora di più lo è il coinvolgimento educativo, convinto e responsabile, di tutta la scuola. Ed è assurdo - anche nell'interesse degli stessi alunni con disabilità - pensare di risolvere il problema della scarsa continuità degli insegnanti di sostegno, bloccandoli forzatamente su un posto, limitando i trasferimenti o impedendo di fatto ogni carriera diversa».

Qualcuno ha espresso soddisfazione per lo scampato pericolo circa il temuto blocco delle carriere degli insegnanti di sostegno, che il recente Schema di Decreto Legislativo recante norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità (Atto del Governo n. 378) ha concretizzato "solo" nel prolungamento della permanenza sul sostegno, che passa da cinque a dieci anni. In realtà in questo campo le novità arrivano non tanto dal citato Schema di Decreto, quanto da quello sulla formazione iniziale degli insegnanti della scuola secondaria (Atto del Governo n. 377). Quando infatti il nuovo sistema sarà a regime, le carriere degli insegnanti di sostegno della secondaria saranno non solamente separate, ma del tutto blindate! Non solo sarà impossibile il passaggio di cattedra - perché i futuri insegnanti di sostegno non saranno più abilitati all'insegnamento disciplinare, ma solo specializzati per il sostegno -, ma sarà impossibile anche sostenere un altro concorso o prendere l'abilitazione in altro modo, perché i nuovi corsi abilitanti (chiamiamoli così, per adesso, per capirsi meglio) saranno tutti a tempo pieno e non si potrà frequentarli mentre si insegna. Ma procediamo con ordine, anche se molto sinteticamente.

Lo Schema di Decreto n. 377 prevede che si diventi insegnanti nella scuola secondaria - posto comune o sostegno - superando un concorso aperto ai laureati con un certo numero di crediti di pedagogia e didattica. Non è più richiesta l'abilitazione e neppure, per i posti di sostegno, la specializzazione: entrambe si acquisiscono successivamente. Chi vince il concorso sottoscrive un contratto di formazione triennale: il primo anno frequenta il corso di specializzazione a tempo pieno e non può fare altro, il secondo continua la formazione e può svolgere supplenze temporanee, il terzo sempre formazione più anche supplenze annuali. Chi vincerà il concorso su più discipline, oppure su posto comune e sostegno, dovrà scegliere fin da subito il percorso da seguire, senza più poter tornare indietro. «Le opzioni valgono come rinunce definitive alle altre opzioni esercitabili», dice infatti lo Schema di Decreto (articolo 7, comma 3): scegli una disciplina o il sostegno.

Al termine del primo anno, dunque, si consegue la specializzazione: si chiama specializzazione sia quella dei futuri insegnanti curricolari («specializzazione per l'insegnamento secondario», che corrisponde all'attuale abilitazione), sia quella degli insegnanti di sostegno («specializzazione in pedagogia e didattica speciale per le attività di sostegno didattico»). Da notare che nel programma dei corsi per gli insegnanti curricolari non c'è nessun accenno, neppure minimo, alle competenze dell'inclusione, inserite solo nei corsi per il sostegno. Alla faccia della condivisione educativa tanto sbandierata!

Dopo il primo, ci sono altri due anni di formazione in cui si possono anche avere, come accennato, degli incarichi di supplenza; alla fine del triennio l'insegnante viene formalmente assunto a tempo indeterminato.

Poiché, come abbiamo visto, la specializzazione all'insegnamento e quella per le attività di sostegno sono alternative, i futuri insegnanti di sostegno della secondaria non saranno abilitati (o meglio "specializzati") a insegnare nessuna materia, per cui il passaggio su posti comuni previsto dopo dieci anni di sostegno dallo Schema di Decreto n. 378 sull'inclusione (articolo 12, comma 2) sarà di fatto impossibile e varrà solo per chi avrà un'abilitazione acquisita in precedenza.

Potranno prendere in altro modo l'abilitazione? No, perché i TFA [Tirocinio Formativo Attivo, N.d.R.] non si faranno più e questa è l'unica strada prevista. Potranno sostenere un altro concorso? In teoria sì, ma se vinceranno dovranno interrompere il lavoro perché il corso del primo anno sarà rigorosamente a tempo pieno.

Il passaggio su posto comune sarà ancora possibile per gli insegnanti della scuola primaria, perché loro l'abilitazione all'insegnamento l'hanno ottenuta con la laurea, ma se ad esempio avranno conseguito una seconda laurea e vorranno passare alla secondaria, si troveranno impossibilitati a farlo.

In realtà la possibilità di conseguire la specializzazione (sia di insegnamento che di sostegno) e contemporaneamente di insegnare è prevista, ma solo, udite udite, per gli insegnanti delle scuole paritarie, anche se non hanno superato il concorso: sono iscritti in sovrannumero e devono pagare il corso di tasca propria, ma possono farlo mentre insegnano (articolo 15, comma 1 e articolo 16, comma 1). In teoria potrebbero farlo anche gli altri, ma i docenti delle paritarie hanno appunto la precedenza.

Qual è la logica di tutto questo? E perché deve essere per forza a tempo pieno un corso di specializzazione di 60 CFU (Credito Formativi Universitari) che adesso quasi tutti frequentano, con fatica ma senza eccessivi problemi, mentre insegnano regolarmente?

Lo Schema di Decreto n. 377, per altro, ha indubbiamente anche aspetti positivi: formazione dopo il concorso e quindi destinata a chi veramente farà l'insegnante, retribuita, anche se poco, e con costi a carico dello Stato. Per il sostegno è positivo il potenziamento della formazione iniziale (di sicuro ce n'era bisogno), ma davvero eccessive le rigidità introdotte, penalizzanti verso i giovani interessati a questa professione.

La continuità degli insegnanti di sostegno è importante, ma ancora di più lo è il coinvolgimento educativo, convinto e responsabile, di tutta la scuola: se solo una persona si occupa degli alunni con disabilità, ogni cambiamento può essere un dramma, ma in questi casi il vero problema sta nell'organizzazione basata sulla delega esclusiva e marginalizzante (la disabilità "tocca a chi tocca"), non tanto nell'avvicendamento di persone, entro certi limiti inevitabile in qualsiasi servizio pubblico.

È assurdo, a mio parere, pensare di risolvere il problema della scarsa continuità degli insegnanti di sostegno, bloccandoli forzatamente su un posto, limitando i trasferimenti o impedendo di fatto ogni carriera diversa. Bisogna dare a questa professione la piena dignità che merita, mettendo le persone nelle condizioni di svolgere in modo adeguato il proprio lavoro, nell'interesse degli alunni affidati, delle loro famiglie e di tutta la scuola. Ma anche degli insegnanti stessi, perché è profondamente sbagliato porre in contrapposizione i loro legittimi interessi di professionisti e lavoratori con quelli dell'utenza, come se un bravo insegnante di sostegno non potesse ambire a fare dell'altro nella sua vita, attuale o futura.

Gli insegnanti di sostegno vanno formati e selezionati, e poi adeguatamente supportati, ma se dopo qualche anno qualcuno si accorge che questo mestiere non fa per lui, e ha sbagliato strada, è giusto lasciargli la possibilità di cambiare: nell'interesse degli alunni, non solo suo.

Bloccare gli insegnanti di sostegno con le ganasce, come le auto in divieto di sosta, è un'emerita cavolata!

Flavio Fogarolo,

Formatore. Componente del Gruppo Scuola della FISH Veneto (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap).

Torna all'indice

Superando.it del 20-01-2017

Decreto sull'inclusione: un eccesso di delega?

di Carlo Giacobini*

ROMA. Al momento c'è un aspetto che sembra essere sfuggito ai primi commenti sullo Schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità, l'Atto del Governo n. 378 approdato all'esame delle Camere in questi giorni. Questa lacuna è comprensibile, visto che il testo desta perplessità per altri aspetti a tutta prima più rilevanti.

Veniamo subito al punto: cogliendo l'occasione della delega sull'inclusione scolastica, l'Esecutivo mette mano, in modo più complessivo, sulle più complessive procedure e competenze in materia di riconoscimento dell'handicap (Legge 104/92). L'eventuale eccesso di delega è questione che spetta ad altri rilevare e, se del caso, frenare. Qui ci limitiamo ai testi.

All'interno del Decreto, dunque - che vorrebbe appunto promuovere l'inclusione scolastica -, vi sono due articoli, il 5° e il 6°, che trattano di Certificazione e valutazione diagnostico-funzionale e delle Commissioni Mediche preposte a tale attività. L'intento espresso vorrebbe essere quello di garantire un maggiore rigore e una maggiore omogeneità nella definizione del quadro diagnostico e funzionale. Ma l'altro intento è quello di garantire una razionalizzazione delle risorse e un'omogenea distribuzione delle stesse in relazione al fabbisogno di assistenza, sostegno, trasporto. Insomma, evitare abusi.

E in tal senso il Legislatore pensa bene di prevedere una modifica della Legge 104/92, sostituendo il comma 5 dell'articolo 12, che ora quindi andrebbe a recitare: «All'accertamento della condizione di disabilità degli alunni e degli studenti ai sensi dell'articolo 3, fa seguito una valutazione diagnostico-funzionale di natura bio-psico-sociale della disabilità ai fini dell'inclusione scolastica, utile per la formulazione del Piano Educativo Individualizzato (PEl) che è parte integrante del progetto individuale di cui all'articolo 14 della legge 8 novembre 2000, n. 328»; e sopprimendo i commi 6, 7, 8 dello stesso articolo 12, per aprire la strada a una diversa impostazione e procedura.

Merita solo di appuntare che la mera valutazione diagnostico-funzionale è ben lontana dalla valutazione bio-psico-sociale vagheggiata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Ed è lontana anche da un'applicazione completa dell'ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Essa, infatti, si limita alla valutazione delle limitazioni delle strutture e delle funzioni corporee e non entra nei domini dell'attività e della partecipazione, né in quello dei fattori ambientali. In tal senso, i termini «bio-psico-sociali» appaiono come giustapposti e incongruenti, contraddizione che ritroviamo già nel comma successivo, laddove si profila la definizione dei criteri per la definizione della disabilità (attenzione: non solo di "alunno con disabilità").

Il primo richiamo è prettamente medico: la Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati (ICD) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità; quindi "bio", tutt'al più "psico", ma per nulla "sociale".

Il secondo richiamo lascerebbe sperare, non tanto nella garanzia dei diritti umani, ma almeno in una più ampia lettura scientifica della disabilità. E invece ci si riferisce sì al citato ICF dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma, ancora una volta, per la sola valutazione diagnostico-funzionale. Attività, partecipazione, fattori ambientali e relativi indicatori e qualificatori restano fuori, assieme a una scientifica definizione dei facilitatori. Ma tant'è.

E veniamo al tema dell'omogeneità, che viene "risolto" affidando all'INPS la competenza, in accordo con Ministero della Salute, di definire le relative linee guida operative valide su tutto il territorio nazionale. Ma chi svolgerà le attività di accertamento? Lo farà una nuova Commissione, rimpiazzando, in parte, quelle esistenti. Per comprenderlo, però, bisogna mettere assieme le modifiche legislative proposte.

Nella legislazione vigente, l'accertamento di riferimento è quello previsto dalla Legge 104/92. L'articolo 4 di quella norma, infatti, ci spiega come dev'essere costituita la Commissione, ricordando che gli accertamenti «sono effettuati dalle unità sanitarie locali mediante le commissioni mediche di cui all'articolo 1 della legge 15 ottobre 1990, n. 295, che sono integrate da un operatore sociale e da un esperto nei casi da esaminare, in servizio presso le unità sanitarie». Nel '92, quindi, si pensò di integrare le Commissioni di accertamento delle minorazioni civili, con un operatore sociale e un esperto nei casi da esaminare. Ma come erano (e come sono) composte quelle Commissioni? Ce lo diceva appunto la citata Legge 295/90, ancora in vigore: «Un medico specialista in medicina legale che assume le funzioni di presidente e da due medici di cui uno scelto prioritariamente tra gli specialisti in medicina del lavoro», e precisava (attenzione): «Sono di volta in volta integrate con un sanitario in rappresentanza, rispettivamente, dell'Associazione nazionale dei mutilati ed invalidi civili, dell'Unione italiana ciechi, dell'Ente nazionale per la protezione e l'assistenza ai sordi e dell'Associazione nazionale delle famiglie dei fanciulli ed adulti subnormali, ogni qualvolta devono pronunciarsi su invalidi appartenenti alle rispettive categorie».

Pertanto, come da Legge 104/92, la Commissione ad oggi è così costituita: un medico legale, altri due medici, un sanitario in rappresentanza delle Associazioni di categoria, un operatore sociale, un esperto nei casi da esaminare. Sei professionisti a cui si aggiunge obbligatoriamente, dal 2011 un medico INPS.

Che cosa cambia? Lo schema di Decreto licenziato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri introduce, all'articolo 6, una novità che pone parecchie perplessità o, ad essere ottimisti, dubbi applicativi. In sostanza, si aggiunge un nuovo periodo all'articolo 4 della Legge 104/92, scrivendo: «Nel caso in cui gli accertamenti riguardino soggetti in età evolutiva, le Commissioni Mediche di cui alla legge 15 ottobre 1990, n. 295, sono composte da un medico specialista in medicina legale che assume le funzioni di presidente e da due medici, dei quali uno scelto tra gli specialisti in pediatria e l'altro tra gli specialisti in neuropsichiatria infantile. Le Commissioni sono obbligatoriamente integrate dal medico lNPS come previsto dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, art. 19, comma 11».

Dunque, nel caso in cui si tratti di un adulto o di un anziano, continua a valere la disciplina già vigente. Nel caso invece di età evolutiva si cambia, con gli specialisti di medicina del lavoro che sono - comprensibilmente - sostituiti da neuropsichiatri e pediatri. Ciò che tuttavia non è chiaro è se permangano gli altri componenti già aggiunti dalla Legge 104/92: l'esperto nel caso da esaminare e l'operatore sociale. E già il fatto che non sia chiaro non è un buon segnale di qualità regolamentare.

Prima però di far comprendere questo vero e proprio "corto circuito", leggiamo anche il comma successivo dell'articolo 5 dello schema di Decreto. Esso prevede che la Commissione sia integrata «da un terapista della riabilitazione, da un operatore sociale e da un rappresentante dell'Amministrazione scolastica con specifiche competenze in materia di disabilità, nominato dall'Ufficio scolastico regionale competente per territorio e scelto tra i docenti impegnati in progetti e convenzioni di rilevanza culturale e didattica».

Lasciamo da parte i dubbi sul terapista della riabilitazione (perché non un logopedista? Un terapista occupazionale? Un esperto in tiflodidattica? ecc.). Lasciamo perdere anche l'inquietante annotazione che tali figure dbbano essere integrate «nell'ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente», le quali tendono allo zero... Poniamoci invece nuovamente la domanda: quale sarà la nuova composizione? La vecchia Commissione come da Legge 295/90 in cui i due medici del lavoro sono sostituiti da neuropsichiatra e pediatra e integrata dalle nuove figure? Oppure la vecchia Commissione come da Legge 104/92, con il neuropsichiatra, il pediatra e tutte le altre figure già previste e quelle nuove? Nel primo caso la Commissione finale sarebbe composta da sette operatori: medico legale, neuropsichiatra, pediatra, operatore sociale, terapista della riabilitazione, rappresentante dell'Amministrazione Scolastica, medico INPS e un sanitario in rappresentanza delle Associazioni di categoria. Nel secondo caso, invece, avremmo una commissione composta da dieci operatori: medico legale, neuropsichiatra, pediatra, operatori sociali (due), esperto nel caso da esaminare, terapista della riabilitazione, rappresentante dell'Amministrazione Scolastica, medico INPS e un sanitario in rappresentanza delle Associazioni di categoria.

Sarcasticamente: quali possono essere le performance di un ragazzino osservato da venti occhi? Amaramente: sotto il profilo tecnico è un vero e proprio pastrocchio.

Ma perché inizialmente abbiamo ipotizzato un eccesso di delega? Osservando ciò che la "nuova" commissione dovrebbe produrre, notiamo che non si limita certo a quella enfatizzata valutazione diagnostico-funzionale di cui si è sopra accennato, né si limita all'àmbito scolastico. Infatti: «a) individuano per ciascun soggetto e successivamente alla predisposizione della valutazione diagnostico-funzionale, le tipologie di prestazioni sociali e sanitari e le quantificano; b) accertano il diritto al sostegno didattico, fermo restando quanto previsto ai commi 4 e 5 del presente articolo».

Lo scombiccherato comma successivo restituisce la confusione del quadro: «4. L'individuazione e la quantificazione di cui al comma 3, lettera a) e il fabbisogno assistenziale e per il trasporto nonché l'accertamento del diritto di cui al comma 3, lettera b), sono effettuati esclusivamente sulla base della valutazione diagnostico-funzionale che è distinta dall'accertamento della condizione di disabilità di cui agli articoli 3 e 4 della legge n. 104 del 1992».

Ciò lascerebbe intendere che i sostegni - di qualsiasi natura - derivano da una limitazione delle strutture o delle funzioni corporee, non certo da una valutazione del profilo di funzionamento (quindi contesto, attività, partecipazione, ostacoli, facilitatori).

E in ogni caso, qualunque sia la supposizione, di certo questa nuova procedura ha, per le persone in età evolutiva, ricadute immediate su aree di vita, agevolazioni, sostegni che vanno oltre l'àmbito scolastico. E su questo l'Esecutivo, nella Legge 107/15, non aveva delega.

In questo modo, infine, sono evidenti le fughe dalla necessità - sancita anche dal secondo Programma di Azione Biennale per la Promozione dei Diritti e l'Integrazione delle Persone con Disabilità, che è in via di pubblicazione - di una profonda e ben più ragionata riforma dell'intero sistema di riconoscimento della disabilità (quella vera, non la minorazione come in questo caso).

Carlo Giacobini,

Direttore editoriale di «Superando.it».

Torna all'indice

Superando.it del 19-01-2017

Pugno duro solo verso gli alunni con disabilità?

di Flavio Fogarolo*

Perché quel "colpo basso" ai ragazzi con disabilità che frequentano le scuole medie, contenuto nel recente schema di Decreto sulla valutazione delle competenze degli studenti, che rischia di mettere in discussione la stessa filosofia dell'inclusione? Non sarà semplicemente un uso frettoloso del "copia e incolla", da parte del Ministero, da correggere quanto prima? «Sarebbe infatti paradossale - sottolinea Flavio Fogarolo - che un Decreto ove si riformano gli esami, smussando varie rigidità, mostrasse il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità!».

ROMA. L'attenzione di chi si occupa di inclusione e scuola è

concentrata in questi giorni sullo Schema di Decreto Legislativo recante norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità (Atto del Governo n. 378), ovvero sull'Atto che intende riformare il sostegno, ma la sorpresa più grossa, vero "colpo basso" per i ragazzi con disabilità e le loro famiglie, si trova, a parere di chi scrive, in un altro Decreto, approvato contemporaneamente nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, e uscito anch'esso dal cilindro della Legge 107/15 della Buona Scuola.

Parlo dello Schema di Decreto sulla valutazione (Atto di Governo n. 384: Schema di Decreto Legislativo recante norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato), che rappresenta a mio parere un grave e inaccettabile passo indietro per gli alunni con disabilità, perché toglie loro la possibilità di conseguire il diploma di licenza media sostenendo prove differenziate e introduce il concetto di equipollenza, finora valido solo nella scuola secondaria di secondo grado.

Basta confrontare il testo in vigore con quello nuovo proposto, come riportato nella tabella successiva:

TESTO IN VIGORE (DPR 122/09, articolo 9, comma 2).

Le prove differenziate hanno valore equivalente a quelle ordinarie ai fini del superamento dell'esame e del conseguimento del diploma di licenza

Agli alunni con disabilità che non conseguono la licenza è rilasciato un attestato di credito formativo

NUOVA ENUNCIAZIONE (schema nuovo Decreto) .

Le prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell'esame e del conseguimento del diploma finale.

Agli alunni con disabilità per i quali sono state predisposte dalla sottocommissione prove non equipollenti a quelle ordinarie, viene rilasciato un attestato di credito formativo.

L'esame del Primo Ciclo - già Esame di Licenza Media - non attesta competenze professionali, ma la conclusione di un percorso di formazione che l'alunno con disabilità ha seguito in modo personalizzato. Non a caso, fino ad oggi, l'esame prevede prove «idonee a valutare il progresso dell'alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali» (DPR 122/09, articolo 9), equivalenti a quelle ordinarie ai fini del superamento del diploma. Il nuovo Decreto, invece, introduce il concetto di «prove equipollenti», che mai era stato applicato in precedenza nell'esame di terza media.

Fino alla metà degli Anni Novanta, la normativa richiedeva obiettivi personalizzati, ma «globalmente riconducibili ai programmi ministeriali» per conseguire un diploma valido, ma successivamente questo vincolo è stato abolito ed è stato dato a questo esame un valore diverso, come attestazione di competenze di cittadinanza. Ormai da oltre vent'anni i ragazzi con disabilità che sono in grado di sostenere una prova d'esame, anche se adattata alle loro capacità, conseguono un regolare diploma.

È sorprendente come in un Decreto che riforma gli esami smussando varie rigidità introdotte dalle riforme dell'"era Gelmini" (ma non solo), come l'obbligo della sufficienza in tutte le materie per l'ammissione, la prova INVALSI, le cinque prove scritte... mostri il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità, modificando per loro radicalmente l'esame, ma pure, inevitabilmente, la stessa filosofia dell'inclusione, con ricadute in tutti i precedenti anni di scuola e anche in vista del futuro inserimento lavorativo, perché la maggior parte dei ragazzi con disabilità rimarrebbe senza licenza media, riducendo ulteriormente per loro le già poche occasioni di lavoro offerte.

Leggendo attentamente lo Schema di Decreto, viene per altro il dubbio che qualcuno abbia fatto un po' di confusione, dato che l'enunciato che troviamo per l'Esame di Stato del Secondo Ciclo (già Esame di Maturità) risulta per i candidati con disabilità più aperto di quello del primo ciclo:

NUOVO SCHEMA DI DECRETO ESAMI:

PRIMO CICLO (articolo 12)

Per lo svolgimento dell'esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione, la sottocommissione, sulla base del piano educativo individualizzato, relativo alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all'assistenza eventualmente prevista per l'autonomia e la comunicazione, predispone, se necessario, utilizzando le risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente, prove differenziate idonee a valutare il progresso dell'alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali. Le prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell'esame e del conseguimento del diploma finale.

SECONDO CICLO (articolo 22).

La commissione d'esame, sulla base della documentazione fornita dal consiglio di classe, relativa alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all'assistenza prevista per l'autonomia e la comunicazione, predispone una o più prove differenziate, in linea con gli interventi educativo­ didattici attuati sulla base del Piano Educativo Individualizzato (PEI). Tali prove hanno valore equipollente ai fini del rilascio del titolo di studio conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Nel diploma finale non viene fatta menzione dello svolgimento di prove differenziate.

In sostanza, per il Secondo Ciclo si dice che le prove differenziate sono in ogni caso valide per il rilascio del diploma, mentre nel Primo hanno valore solo se equipollenti. Ma attualmente è proprio il contrario: è nel Secondo Ciclo che l'esame è valido per il diploma solo se eventuali prove personalizzate sono giudicate equipollenti dalla Commissione, mentre lo è sempre nel primo. Questo, in effetti, fa sorgere il dubbio che tutto sia dipeso da un'inversione in fase di redazione, anche se l'ipotesi che si facciano errori del genere a questi livelli risulta alquanto strana.

Ma forse il "diavoletto" che fa prendere cantonate per l'uso frettoloso del "copia e incolla" si annida anche nei computer dell'Ufficio Legislativo del Ministero e non solo dentro ai nostri. Se è così, si fa presto a correggere. Altrimenti, se al Governo pensano veramente di rimangiarsi in questo modo decenni di integrazione scolastica, almeno spieghino perché.

Flavio Fogarolo,

Formatore. Componente del Gruppo Scuola della FISH Veneto (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap). Già referente per la Disabilità nell'Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza.

Torna all'indice

Superando.it del 16-01-2017

Decreto sull'inclusione: si ascoltino le persone con disabilità e le loro famiglie

di Gianluca Rapisarda*

«Se il Ministero dell'Istruzione non investirà realmente e adeguatamente sugli alunni/studenti con disabilità, sulle loro famiglie e sui docenti specializzati - scrive Gianluca Rapisarda, a proposito del Decreto sull'inclusione scolastica approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri - e se non costruirà con loro un effettivo ed efficace clima di condivisione e collaborazione, potrà varare anche decine di riforme sul sostegno, ma faticherà sempre a creare le condizioni affinché vi sia un'inclusione di qualità per tutti e per ciascuno».

ROMA. Sono otto su nove le Deleghe della Legge sulla Buona Scuola (Legge 107/15), approvate ai sensi del comma 181 della stessa, da parte del Consiglio dei Ministri. In particolare, esse riguardano: inclusione scolastica; cultura umanistica; diritto allo studio; formazione iniziale e accesso all'insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado; istruzione professionale; scuole italiane all'estero; sistema integrato di istruzione dalla nascita fino a sei anni; valutazione, certificazione delle competenze ed Esami di Stato. I provvedimenti andranno ora in Conferenza Unificata per l'apposito parere e alle competenti Commissioni Parlamentari.

Naturalmente, per le Associazioni di e per disabili e per le loro famiglie, uno dei tasselli più qualificanti delle Deleghe della Buona Scuola è costituito dall'intervento sul sostegno, che prevede un cambiamento significativo nell'inclusione degli alunni/studenti con disabilità nel sistema educativo italiano. In attesa del testo approvato a Palazzo Chigi, riassumiamo in sintesi quanto prodotto il 14 gennaio dal Consiglio dei Ministri, rispetto appunto alla delega sul sostegno didattico.

In sostanza, il Decreto aggiorna, riorganizza e razionalizza i provvedimenti vigenti in materia, tenendo conto della nuova prospettiva nazionale e internazionale dell'inclusione scolastica, riconosciuta quale identità culturale, educativa e progettuale del sistema di istruzione e formazione in Italia. Il testo chiarisce chi siano i beneficiari di specifiche misure di inclusione scolastica, peculiari per i minori con disabilità. Viene previsto che, ove siano presenti studenti con disabilità certificate, le sezioni per la scuola dell'infanzia e le classi prime per ciascun grado di istruzione non abbiano più di ventidue alunni, fermo restando il numero minimo di alunni e studenti per classe previsto dalla normativa vigente.

Le linee guida del Decreto puntano inoltre a una semplificazione e snellimento delle pratiche burocratiche, a una maggiore continuità didattica - si prevede quindi un incremento, probabilmente fino a dieci anni, della permanenza sul sostegno per i neo-assunti prima di chiedere il passaggio su insegnamento curricolare -, a una formazione specifica del personale docente e della comunità scolastica e alla costruzione di un progetto di vita che coinvolga più attori della società che collaborano in rete.

Inoltre, sottolineano da Viale di Trastevere [sede romana del Ministero dell'Istruzione, N.d.R.], «non sarà solo la gravità della disabilità a determinare le risposte offerte dagli alunni: si cercherà di determinare in senso più ampio i loro bisogni». Questo significa che l'attività di presa in carico degli alunni sarà maggiormente condivisa: la scuola, cioè, fornirà al nuovo Gruppo di Inclusione Territoriale (GIT) il Piano Annuale di inclusione (PAI), la valutazione diagnostico-funzionale e il progetto individuale per l'alunno, che costituiranno la base delle richieste all'Ufficio Scolastico Regionale.

A Delega approvata, poi, gli insegnanti di sostegno saranno «più preparati, con l'obbligo di 120 crediti formativi universitari sull'inclusione scolastica [oggi sono 60, N.d.A.] per tutti i gradi di istruzione, 60 prima del percorso di specializzazione e 60 durante». Inoltre, «tutti i futuri docenti avranno nel loro percorso di formazione iniziale materie che riguardano le metodologie per l'inclusione e ci sarà una specifica formazione anche per il personale della scuola, ATA compresi [per ATA si intende il personale Ausiliario, Tecnico, Amministrativo, N.d.R.]». Ne consegue, dunque, che i corsi di specializzazione sul sostegno diventeranno più impegnativi, oltre che specifici rispetto al panorama delle tante disabilità presenti.

In definitiva, anche se tale testo le nostre Associazioni non lo hanno mai avuto tra le mani e anche se ad oggi (ma la speranza è l'ultima a morire), nessuno del Ministero si è ancora preso la briga di convocarci per una seria consultazione e un confronto diretto su di esso, la Delega sull'Inclusione Scolastica partorita dal Governo sembra abbastanza condivisibile, in quanto fa perno su quattro aspetti principali da sempre rivendicati dalle organizzazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari, vale a dire:

° formazione adeguata e specifica sulle diverse disabilità degli insegnanti e continuità didattica;

° garanzia dei diritti degli alunni;

° migliore organizzazione territoriale e del "contesto";

° rapporti con le famiglie

Si tratta, infatti, di quattro punti cardine che, non dimentichiamolo, traggono origine dalla ben nota Proposta di Legge n. 2444, presentata da FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), in seguito all'emanazione del DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) del 4 ottobre 2013, con il quale era stato approvato dal Governo il Programma d'Azione Biennale per l'attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Ritornando all'attuale Delega sull'inclusione scolastica, per esaminare il Decreto le Commissioni Parlamentari avranno a disposizione esattamente sessanta giorni a partire dal momento in cui i testi dei provvedimenti verranno consegnati ai Presidenti delle Commissioni stesse (si presume che questo possa avvenire durante questa stessa settimana). Scaduti i sessanta giorni, il Governo sarà autorizzato ad emanare i testi definitivi dei decreti, anche senza il parere di Deputati e Senatori. E tuttavia, per esaminare un Decreto particolarmente delicato e complesso come quello sulla riforma del sostegno didattico, ritengo ci vorranno tempo e attenzione, non escludendo, quindi, che i sessanta giorni risultino davvero pochi. La stessa ministra Valeria Fedeli, per parte sua, ha già dichiarato che i Decreti approvati nei giorni scorsi dall'Esecutivo sono solamente delle «bozze molto provvisorie» e che adesso bisognerà aprire «un'ampia campagna di ascolto».

A questo punto, allora, sorge spontanea una domanda: considerato che quella sulla riforma dell'inclusione scolastica è ancora una «bozza molto provvisoria», perché si è perso così tanto tempo nell'ascoltare le Associazioni di e per le persone con disabilità e le loro famiglie e lo si promette di fare soltanto dopo aver già adottato il Decreto Attuativo?

Di tutta questa storia, a mio modesto avviso, un fatto è assolutamente evidente e chiaro, e su di esso non potremo transigere: Le persone con disabilità visiva, come credo tutte le organizzazioni di e per persone con disabilità e le loro famiglie, d'ora in poi non potranno più accettare che il Governo proceda sulla riforma dell'inclusione scolastica senza di loro e senza tenere conto del loro punto di vista. Non ci si può infatti dimenticare in un baleno del ruolo decisivo e centrale che, da quarant'anni a questa parte, il mondo delle persone con disabilità, i loro genitori e soprattutto gli stessi insegnanti per il sostegno hanno avuto nella vittoria della "via inclusiva" nel sistema scolastico italiano.

E poi, nel merito, ci sono aspetti su cui dobbiamo necessariamente "chiarirci" con il Ministero. La ministra Fedeli ha definito la Delega sul sostegno «una delle parti più innovative e significative della Buona Scuola». Ma perché ciò avvenga efficacemente, occorrerà dare corso a un confronto concreto e fattivo con le Federazioni FAND e FISH, con gli alunni/studenti con disabilità, con i loro genitori e con i docenti per il sostegno. Con loro e soltanto con loro, quindi, il Ministero dovrà apportare le modifiche finali al testo della Delega sull'inclusione scolastica.

Il nostro auspicio, pertanto, è che oggi cominci un percorso diverso rispetto al recente passato, che rappresenti finalmente il punto di partenza di un coinvolgimento diretto e più strategico e di un dialogo costruttivo con chi, come noi, i problemi del sostegno didattico li vive quotidianamente, nell'unico interesse dell'inclusione dei giovani che a noi fanno riferimento.

Avere dato il primo via libera in Consiglio dei Ministri non significa pensare che il testo sia chiuso. Adesso, infatti, la ministra Fedeli dovrà adoperarsi in tutti i modi perché nelle Commissioni Parlamentari vengano ascoltate in audizione anche e soprattutto le istanze degli allievi con disabilità e delle loro famiglie. Soltanto così il testo finale del Decreto Attuativo della riforma del sostegno sarà frutto della massima condivisione possibile.

Nel corso di un'intervista a «RaiNews24», Fedeli ha affermato che «è stato importante, a due giorni dalla scadenza, avere questa Delega», ma, a parere di chi scrive, altrettanto importante è che ora parta un ascolto "vero" di tutti i soggetti che vivono nella comunità scolastica, e in particolar modo delle associazioni di e per disabili, dei loro genitori e degli insegnanti per il sostegno.

Scriveva il filosofo Feuerbach: «Non c'è un "io" e non c'è un "tu", ma solo un "noi"». Ecco, se il Ministero non investirà realmente e adeguatamente sugli alunni/studenti con disabilità, sulle loro famiglie e sui docenti specializzati e se non costruirà con loro un effettivo ed efficace clima di condivisione e collaborazione, potrà varare anche decine di riforme sul sostegno, ma faticherà sempre a creare le condizioni affinché vi sia un'inclusione di qualità per tutti e per ciascuno.

Gianluca Rapisarda,

Direttore scientifico dell'IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti); direttorescientifico@irifor.eu.

Torna all'indice

Giornale UICI del 25-01-2017

La politica inclusiva dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti onlus: l'approccio maggiormente comprensivo allo schema di decreto sull'inclusione

di Marco Condidorio

L'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ha tra le mani, finalmente, lo schema di decreto recante le norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli alunni e degli studenti con disabilità.

Sarà la commissione nazionale per l'istruzione e la formazione della stessa UICI a esaminarne nei prossimi giorni i ventun articoli che compongono il decreto delega. questo perché il ruolo politico atto a delineare le linee sull'istruzione e la formazione, dunque anche quelle specificatamente afferenti l'inclusione scolastica degli alunni minorati visivi, ciechi assoluti o ipovedenti gravi, è compito della stessa UICI attraverso la commissione, nominata dalla Direzione Nazionale e coordinata dal sottoscritto e magistralmente operativa nonostante le innumerevoli lacune dello stesso Ministero per l'istruzione l'Università e della ricerca.

Trovo corretto ricordare qui i Componenti della Commissione Nazionale Istruzione e Formazione UICI:

La Preside Silvana PISCOPO;

Ex Dirigente dell'Amministrazione Provinciale di Brescia, che da sempre si è occupato di istruzione, Francesco BUSETTI; Il Prof. GIUSEPPE LAPIETRA; La Docente di storia e filosofia Daniela FLORIDUZ, nonché referente della Commissione medesima e coordinatrice della sotto-commissione per la tutela degli insegnanti non vedenti; Su proposta del sottoscritto la Direzione Nazionale ha accolto la richiesta di nominare quali esperti di didattica e pedagogia il Prof. Giancarlo ABBA (Consulente tiflologo per l'Istituto dei Ciechi di Milano) e il Prof. Enzo BIZZI (Psicopedagogista esperto in tiflologia) Ad affiancare la commissione nazionale nella lettura dello schema di decreto in questa lettura dello schema ci saranno:

Luciano PASCHETTA (docente e referente nazionale del Gruppo-scuola della FAND) Marinica MECCA (Esperta d'istruzione e collaboratrice amministrava del gruppo di lavoro).

L'UICI può contare poi sul NIS: Network per l'inclusione scolastica, organo tecnico che si costituisce per volontà della Presidenza Nazionale della stessa Unione Italiana dei ciechi e degli Ipovedenti nell'aprile del 2016 e appoggiato dal Coordinamento degli enti: Biblioteca per ciechi Regina Margherita; la Federazione nazionale delle istituzioni pro-ciechi; l'I.Ri.Fo.R. e la stessa UICI che, del NIS ne fa parte assieme agli enti citati.

L'argomento scuola, nello specifico dell'inclusione scolastica interessa e coinvolge molti dei protagonisti associativi a vari livelli, dalle commissioni provinciali delle sezioni UICI che si occupano di istruzione e formazione a quelle regionali, con i responsabili a cui sono affidate le competenze e la vicinanza circa le attività e iniziative che il territorio realizza o che intende realizzare in favore degli alunni disabili visivi della regione.

Per questo il ruolo/compito di ogni dirigente dell'UICI, in particolare di chi si occupa d'istruzione e formazione rappresenta uno degli anelli della catena associativa; dall'altro canto il loro ruolo è strategico nel senso che, alle regioni ad oggi, è affidata la pianificazione e l'assegnazione delle risorse per la stessa inclusione scolastica (vedasi Leggi di Stabilità 2016 "28 dicembre 2015, n. 208 -2017 "11 dicembre 2016, n. 232"): le risorse destinate per l'assistenza scolastica; per quella post-scolastica e domiciliare; la assegnazione dei materiali e degli strumenti, nonché delle tecnologie ad uso degli studenti non vedenti; il trasporto casa-scuola/scuola-casa rientrano necessariamente in una programmazione economica delicata che richiede un'attenta attività politica ed associativa da attuarsi alla luce di conoscenze specifiche e competenze strategiche cui deve seguire un'altrettanta capacità dialettica attraverso cui progettare e strutturare interventi che siano condivisi dalle diverse istituzioni, in primis la scuola, la regione, i comuni e quegli enti che in base alla normativa vigente, dovranno o potranno occuparsi dell'assistenza scolastica e post per gli alunni con disabilità.

Inoltre l'informazione e la formazione circa le procedure di iscrizione a scuola del proprio figlio minorato visivo, piuttosto che le procedure per l'accertamento e la certificazione della disabilità sensoriale; la richiesta di strumenti e materiali ad uso dell'alunno; il reperimento delle normativa a tutela del proprio figlio riguardante la garanzia del pieno diritto allo studio, spetta all'UICI, alle istituzioni compresa la scuola. La famiglia avverte troppo spesso quell'isolamento sociale che altro non è se non la mancanza di cultura e di impegno politico da parte dell'intera società; l'UICI ha l'onore e l'onere di accompagnare i genitori verso il successo scolastico e sociale, nonché lavorativo e professionale del proprio figlio, incidendo positivamente sulla politica del Parlamento, del Governa, della Conferenza Stato-Regioni, delle singole istituzioni regionali, provinciali e comunali, in materia d'istruzione, formazione, educazione e autonomia.

Nelle ultime settimane la carta stampata, quella digitale, radiofonica e televisiva hanno inondato le nostre case di troppe riflessioni/teorie più o meno comprensibili, talvolta astruse attorno all'argomento scuola e inclusione scolastica. La verità è che, se di verità si può parlare, volevamo l'inclusione scolastica, di fatto abbiamo trovato l'impreparazione e l'emarginazione non solo della scuola cui tutti affidano responsabilità strutturali organizzative, didattiche, educative nonché professionali; non può essere solo la scuola a farsi carico del processo inclusivo: esso appartiene "in termini di responsabilità sociale e di cittadinanza" alle associazioni storiche, come l'UICI, le Federazioni nazionali FAND e FISH; la classe politica, il territorio con tutte le sue caratteristiche culturali, sociali, economiche ed ambientali, alla famiglia e alle famiglie degli alunni, compagni di classe, di scuola dell'alunno, degli alunni minorati sensoriali.

Dal ruolo politico dell'UICI, alla storia dell'inclusione per arrivare allo schema di decreto legislativo licenziato n questi ultimi giorni dal MIUR in cammino nel complesso iter parlamentare, per cui una permanenza, la più breve possibile, e dove dobbiamo sperare che subisca il minor numero di emendamenti; al più migliorato in talune parti.

Non mancheremo di far sentire la nostra voce, il nostro peso politico in un frangente come questo che potrebbe rappresentare la vittoria della luce della ragione sulla cecità del politico che ignora le reali richieste delle associazioni.

Il concetto di "scuola inclusiva" ha "subito" un'evoluzione storico-culturale rispetto alle leggi n.118 del 1971 e n.517 del 1977: la prima propose una parziale apertura verso la scuola di tutti, la seconda, propose il modello di scolarizzazione che vedeva gli alunni delle classi "speciali" fare ingresso nella scuola di tutti, per tutti, definitivamente. oggi tale modello, fortemente sottoposto a critiche "laceranti" e talvolta a giudizi positivi si conferma in tutta la sua fragilità sociale, politica, didattica ed educativa oltre che e, non è poco, economica; tuttavia resta il valore didattico-educativo, sia per l'istruzione che per la formazione, il più coerente all'idea di inclusione scolastica.

L'inclusione scolastica, perché sia efficace, deve coinvolgere tutte le componenti della scuola; al fine di evitare che, a determinare il processo dell'inclusione scolastica, sia il giudice, come di recente è stato riportato sulle pagine di questo giornale dalla voce autorevole di LUCIANO PASCHETTA. Pertanto non deve essere delegata al solo il docente di sostegno, l'inclusione scolastica, ma ai dirigenti scolastici, docenti, personale ATA, studenti e famiglie e tutti gli operatori istituzionali incaricati al perseguimento degli obiettivi per il raggiungimento dell' inclusione scolastica e che vivono l'esperienza inclusiva in termini di "supporto" dell'alunno/studente con disabilità, qualificandola quale impegno fondamentale per tutte le risorse umane e professionali che operano nella scuola.

L'unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti conserva e al tempo stesso nutre un patrimonio straordinario di esperienze didattiche, pedagogiche e sociali, troppo prezioso perché sia lasciato ai margini del dibattito sulla scuola e in particolar modo di quello sull'inclusione scolastica degli alunni minorati dalla vista.

Di seguito, in sintesi alcuni dei punti essenziale su cui l'UICI intende strutture la propria strategia politica associativa, nulla vieta che vi si apportino ulteriori contributi durante i lavori della Commissione nazionale Istruzione e formazione dell'UICI che nei prossimi giorni si riunirà, proprio per progettare la strategia politica di cui sopra.

Dallo schema di decreto legislativo leggiamo:

1.Capo III PRESTAZIONI E INDICATORI DI QUALITÀ DELL'INCLUSIONE SCOLASTICA, Articolo 3 (PRESTAZIONI E COMPETENZE), comma 2, lettera d) ed e):

"d)alla costituzione delle sezioni per la scuola dell'infanzia e delle classi prime per ciascun grado di istruzione, in modo da consentire, di norma, la presenza di non più di 22 alunni ove siano presenti studenti con disabilità certificata, fermo restando il numero minimo di alunni o studenti per classe, ai sensi della normativa vigente; e)ad assegnare alle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione un contributo economico, parametrato al numero degli alunni e studenti con disabilità accolti e della percentuale di alunni con disabilità rispetto al numero complessivo degli alunni frequentanti".

L'idea è quella di informare il territorio circa l'opportunità di formulare preventivamente un documento nei tempi (dell'Istituzione scolastica) che consenta al singolo istituto o complesso scolastico di ottenere le risorse umane ed economiche fondamentali per l'inclusione scolastica degli alunni/studenti. Il documento va inviato al GIT (Gruppo Inclusione Territoriale) che lo invierà all'Ufficio scolastico regionale che a sua volta lo inoltrerà al MIUR come da art. 7, commi 1-2 Capo III - PRESTAZIONI E INDICATORRI DI QUALITÀ DELL'INCLUSIONE SCOLASTICA (PRODURE PER L'INCLUSIONE SCOLASTICA DEGLI ALUNNI E DEGLI STUDENTI CON DISANILITÀ).

Procediamo con:

2. CAPO V PROGRAMMAZZIONE E PROGETTAZIONE DELL'INCLUSIONE, Articolo 12 comma2 (Ruoli per il sostegno didattico) - Articolo 11, comma 2 (Il Piano Educativo Individualizzato) Probabilmente è superflua e scontata la considerazione secondo cui la garanzia dei 10 anni sia piuttosto fantasiosa se non irreale esclusivamente diversamente che per gli aspetti amministrativi, di carriera scolastica, e sindacale; contrariamente dunque alle aspettative sulla continuità didattica ed educativa di cui si parla nell'art 16 comma 1 il CAPO VII che ha per titolo ULTERIORI DISPOSIZIONI e che recita, riporto per dovere di cronaca quanto segue: "La continuità educativa e didattica per gli alunni e gli studenti con disabilità certificata è garantita dal personale della scuola, dal piano di inclusione e dal progetto educativo individualizzato.

A seguire, altro tema assai caldo e quanto mai significativo dal punto di vista della socializzazione da parte dell'alunno cieco e per la sua e altrui inclusione sociale è quello dell'alternanza scuola-lavoro, a cui fa riferimento L'articolo 11 comma 2. Lo stesso infatti nei contenuti e nelle modalità di approvazione del Piano Educativo Individualizzato, evidenzia la necessità di garantire lo svolgimento dei percorsi di alternanza scuola-lavoro anche per gli alunno/studente con disabilità. Dall'altro canto troppo spesso gli alunni disabili con minorazioni sensoriali sono esclusi dalle attività pur obbligatorie in linea generale per tutti gli alunni.

Passiamo all'argomento successivo:

3. CAPO VI FORMAZIONE INIZIALE DEI DOCENTI PER IL SOSTEGNO DIDATTICO che negli art. 13-14 dove si prevede il Corso in pedagogia e didattica speciale per acquisire la specializzazione per attività di sostegno didattico a favore alunni con disabilità nella scuola dell'infanzia della primaria e della secondaria di primo e secondo grado. La formazione sarà annuale e consentirà il riconoscimento di 60 CFU, da notare con una certa perplessità che i corsi di specializzazione saranno patrimonio dei corsi di didattica e pedagogia speciale. Ciò significa che le Scienze tiflologiche hanno la lor ragion d'esse (di tipo formativo e didattico), entro l'area no della specializzazione o della specificità, ma di quella "speciale".

Dunque, la didattica del Braille per esempio impartita ad un alunno non vedente avrà ancora il carattere di attività speciale.

Procediamo con il CAPO VII: ULTERIORI DISPOSIZIONI dove troviamo l'art. 17 che istituisce finalmente l'Osservatorio permanente per l'inclusione scolastica dove al comma 2 lettera d) si trovano elencati gli scopi dell'Osservatorio stesso: "d) proposte di sperimentazione in materia di innovazione metodo logico-didattica e disciplinare In conclusione proporrò alla Commissione, in uno spirito di condivisione, i seguenti obiettivi politici con la che auspico possano diventare piano tecnico e operativo per rilanciare il ruolo di leader dell'UICI in materia di istruzione e formazione, di didattica ed educazione con l'immancabile apporto delle scienze tiflogiche.

In linea con lo Schema di decreto legislativo recante le norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità (378), qualora fosse emanato e abbia conservato più o meno integralmente il testo di cui sopra, potrebbe rappresentare la base di confronto su cui costruire:

a) Un' ipotesi di piano politico e tecnico da discutere attorno ad un ipotetico tavolo di confronto tra la Conferenza Stato-Regioni, L'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti/FAND - FISH e il NIS;

b) Un documento tecnico-politico, quale proposta da discutersi al tavolo dell'Osservatorio permanete per l'inclusione scolastica e da condividersi con le associazioni afferenti le disabilità sensoriali; c)La pianificazione di strategie operative e strutturali da condividersi in accordo con i Consiglio regionali dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti al fine di formare ed informare adeguatamente, secondo una tempistica idonea, ad offrire soluzioni o percorsi sia di tipo normativo, tecnico, politico, afferente le scienze tiflologiche.

Marco CONDIDORIO

Docente incaricato di Tiflologia all'Università degli Studi del Molise; Coordinatore della Commissione Nazionale per l'Istruzione e la Formazione dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Onlus

Torna all'indice

Giornale UICI del 01-02-2017

Fand - Decreti delega attuativi Legge 107: un solo confronto non basta

di Franco Bettoni

Ieri abbiamo partecipato all'audizione delle Commissioni VII e XII riunite della Camera dove, dopo aver consegnato una nostra proposta di emendamenti ai decreti, abbiamo sostenuto con forza e determinazione la necessità che gli stessi siano profondamente rivisti per rispondere alle necessità dei nostri bambini/ragazzi inclusi nella scuola di tutti.

Abbiamo sottolineato come la causa della inadeguatezza dei decreti sia da imputarsi al fatto che, ai diversi incontri avuti con le rappresentanze politiche e tecniche del MIUR in questi mesi, non è mai seguito da parte del Ministero l'invio di alcuna bozza di testo così da permettere un reale confronto.

In particolare, nel corso dell'incontro la nostra delegazione ha sottolineato come sia inaccettabile la soppressione dell'art.15 della legge 104/92, escludendo in tal modo di fatto le famiglie e le associazioni dei disabili dal percorso che definisce le risorse necessarie per il sostegno, allo stesso modo abbiamo rivendicato la necessità di ripristinare come 20 il numero massimo di alunni per classe.

In merito alla formazione dei docenti abbiamo ribadito la necessità di una formazione più specifica degli insegnanti per il sostegno che comprenda anche la conoscenza delle tecnologie assistive, abbiamo rilevato come così formulata la continuità didattica, che per noi non è solo quella del docente per il sostegno, non è assolutamente garantita, evidenziando altresì come nel decreto 380 che riguarda i servizi per l'infanzia 0/3 anni, il MIUR si sia "dimenticato" di formare adeguatamente gli educatori, chiedendo con forza che nel percorso formativo fossero inseriti almeno 60 CFU sulle tematiche della disabilità specificamente riferiti a quei primi anni di vita come condizione indispensabile ad un corretto sviluppo del bambino con disabilità atta a prevenire disabilità "secondarie".

A questo primo incontro ne dovranno seguire sicuramente altri con le associazioni dei disabili, atti a colmare il divario esistente tra le nostre richieste ed i testi dei decreti: per questo sono già in corso contatti con il Presidente e le relatrici delle due commissioni.

Franco Bettoni

Torna all'indice

Il Corriere della Sera del 08-01-2017

Il prof non vedente: "Insegno da 25 anni ai ragazzi senza vederli Eppure con me non si copia"

Antonio Silvagni, 50 anni, insegna latino e letteratura al liceo: «Essere non vedenti è una cosa che può succedere, ma non bisogna arrendersi. Ai ragazzi bisogna chiedere molto, perché sanno dare molto».

ARZIGNANO. Il primo a chiedergli «ma lei come pensa di fare?» è stato il commissario che lo ha esaminato e promosso dandogli l'abilitazione all'insegnamento. Perché per affrontare tre classi di quindicenni e due di diciottenni e cercare di appassionarli alla letteratura e al latino ci vuole già un certo coraggio e un certo piglio. Figuriamoci se questi ragazzi non li si può guardare negli occhi, li si può riconoscere solo dalla voce e bisogna essere sicuri di averli in pugno, sempre. Antonio Silvagni la domanda del suo esaminatore se l'è fatta molte volte in questi venticinque anni e fin qui ha sempre trovato una soluzione. Era il 1992 quando un glaucoma gli ha portato via la vista. «Ho dovuto farmi una nuova vita. All'inizio mia madre mi registrava tutti i testi sui quali dovevo studiare. Poi mia sorella per caso ha conosciuto all'università il professor Giuliano Artico, non vedente, che stava sviluppando ausili informatici per prendere appunti e memorizzare e anch'io ho scoperto il mondo dell'informatica. Un impiegato della segreteria dell' Istituto tecnico dove ho insegnato tanti anni, uno con il pallino dell'informatica, mi ha aiutato tantissimo a usare tutti gli strumenti a disposizione. E ora faccio tutto con il computer. Anche i compiti in classe, così li posso correggere da solo, senza aspettare che mia moglie me li legga». Perché il professor Silvagni oltre a diplomare centinaia di ragazzi in questi anni si è sposato e ha due figli adolescenti.

«Chiudi il libro e ricominciamo».

Ora insegna al Liceo scientifico e linguistico di Arzignano, e un gruppo di suoi studenti lo ha candidato al concorso del ministero per scegliere il professore più bravo d'Italia. Per ora è tra i cinquanta finalisti. Ogni mattina arriva in classe con il suo cane guida, un labrador nero che si chiama Luce e che si accuccia sotto la cattedra. Della sua disavventura il professor Silvani non parla con i ragazzi, per pudore e perché «intanto lo sanno tutti». Ha una fama di professore esigente, e lo sa. «I momenti più difficili sono quando ho la percezione che i ragazzi non stiano attenti, allora lì ci vuole un po' di piglio, diciamo - ride - autoritario. Bisogna rendere chiaro che a scuola si lavora, che il professore sono io e che non sono ammessi scherzi». Ne sanno qualcosa i ragazzi della prima liceo. «Interrogo uno dei più scatenati, viene alla cattedra e io ho l'impressione che stia leggendo dal libro. Percepisco che c'è un po' di tensione in classe, ma nessuno parla. È ovvio. Lo faccio continuare, tutta l'interrogazione senza fare una piega. Ma non si immagina la fatica per mantenere la calma e soffocare la rabbia del momento. Alla fine gli dico senza cambiare espressione: "Adesso chiudi il libro, dammelo e cominciamo l'interrogazione".» Non ci ha provato nessun'altro.

«Ci sono tanti modi di fare lezione».

Ma essere ammirati non basta ad essere rispettati in classe: «Ai ragazzi bisogna chiedere, se si chiede molto, loro danno molto. Io i risultati li ho: una mia ex allieva che è assistente all'Università in Gran Bretagna mi ha scritto raccontandomi che usa ancora i miei appunti. E queste sono cose che gratificano». Che fanno dimenticare quando la prima volta entri in classe e non puoi firmare il registro, o contare le assenze senza farti aiutare da uno dei tuoi allievi. Quando devi chiedere che ci sia un collega che ti aiuta durante i compiti in classe per controllare che nessuno copi. O quando vorresti scrivere una traduzione alla lavagna ma più di un certo numero di parole non riesci a farle stare come vorresti. «Certo ora con le piattaforme e i computer è tutta un'altra cosa preparare la lezione e anche inventarsi modi "alternativi" che ai ragazzi piacciono di solito molto più delle lezioni frontali». E alla fine si riesce a far amare anche Cicerone ai liceali. Così come succedeva a Carlo Monti, il professore del Dante e del Macchiavelli di Firenze, anche lui non vedente, che ha trascinato generazioni di studenti ad mare la filosofia. Anche lui riconosceva i ragazzi dalla voce a distanza di anni. E anche a lui piacerebbero le parole che Silvagni ha scritto come motivazione della sua vocazione nel formulario per il premio di miglior prof: «Cerco di non essere eccezionale, non vedere cosi come qualsiasi altra disabilità, è una possibilità dell'esistenza». La sua non è una battaglia: «Non sono così aggressivo. Quando ti succede qualcosa che ti cambia la vita, ti devi impegnare a trovare un nuovo equilibrio, non sempre è facile, anzi, ci vuole tempo per adattarsi ma poi si arriva».

di Gianna Fregonara

Torna all'indice

Messaggero Veneto del 26-01-2017

L'insegnante non vedente che ha conquistato il liceo

PORDENONE. «Prof, con lei ho imparato a vedere». Dà i brividi la frase sussurrata da una liceale del Leopardi-Majorana alla sua docente, Daniela Floriduz, professoressa non vedente in cattedra da 15 anni. I ragazzi davanti alla cattedra imparano a vedere oltre lo sguardo. Ma chi l'ha detto che la scuola va a rotoli? «I miei studenti vogliono dire che sono riusciti a guardare la realtà oltre la superficie - commenta Floriduz, docente di filosofia e storia nel classico a Pordenone -. Insegno a scardinare il primato della vista». La sua battaglia? «Mi batto per fare in modo che aumenti il numero degli insegnanti non vedenti - prosegue Floriduz, che è anche presidentessa dell'Unione italiana ciechi provinciale -. Siamo un valore aggiunto per dare concretezza alla cittadinanza, al modello educativo di integrazione». Ma come riesce a gestire la classe, questa straordinaria insegnante di 44 anni? «Con me gli studenti non copiano nelle verifiche - assicura Floriduz -. Il primo motivo è pratico: c'è un assistente che spesso mi affianca. Il secondo è che, credetemi, me ne accorgerei e il terzo è il fattore del rispetto responsabile. Non posso escludere che si distraggano durante le lezioni, ma proprio per questo li coinvolgo in lezioni interattive». «L'insegnante disabile è un valore aggiunto per la scuola - dice convinta Floriduz -. La presenza a scuola di docenti diversamente abili, ciechi come me o con altri problemi, esprime concretamente il valore dell'integrazione. Insegnare significa anche cambiare la realtà in meglio, superando diversi ostacoli: mi piace la freschezza dei ragazzi e il loro modo entusiasta di crescere». Cambiare le cose in cattedra significa anche un modo nuovo di insegnare. «La cecità costringe a cercare nuove strade e nuove metodologie - spiega la professoressa di filosofia col pc col sintetizzatore vocale e la tavoletta Braille in borsa -. Mi piace molto fare questo mestiere perché imparo io stessa dai miei studenti. Ho avuto un grande maestro di vita e di scuola: Francesco Andreoli, che ha dato un'impronta speciale al liceo Grigoletti e anche a tanti di noi. Ci diceva che bisogna farsi delle flebo di autostima, di superare i limiti. E aveva ragione». «Il tatto è il senso principale, ma poi lo spazio si coglie con l'udito - racconta Floriduz -. Ascoltare lo spazio è molto utile per capirne le grandezze, a seconda del riverbero della voce sugli ostacoli materiali. Fate la prova bendati in una stanza buia: lo consiglio sempre agli studenti per cercare di "ascoltare" il proprio corpo». Da bambina la professoressa è stata, nel 1978, la prima studentessa non vedente integrata in una classe di normodotati. «Il problema non sono le barriere architettoniche lungo le strade o nei locali - prosegue la docente -, ma quelle della tecnologia che l'editoria non aggiorna. Tanti libri scolastici non sono in pdf ma soltanto su carta. Si passa molto tempo a scansionare i testi, pagina dopo pagina, per trasferirli al computer». «Il segreto - secondo Floriduz - è non arrendersi. Se hai un handicap devi metterti in gioco e i ragazzi lo capiscono. Hanno bisogno di adulti coinvolti e mi considerano uguale agli altri colleghi». Prossimo traguardo? «La formazione degli educatori, la proposta di stage nell'alternanza scuola-lavoro all'Uic per gli studenti e cambiare la "Buona scuola" che non tiene conto di un fattore: ognuno vive l'handicap a modo suo».

di Chiara Benotti

Torna all'indice

La Repubblica del 07-01-2017

Auto di traverso e marciapiedi rotti La città ostile per i non vedenti

Il Reportage. Viaggio dalla stazione Centrale al Comune.

BARI. Il primo ostacolo lo incontra ai nastri di partenza. Piove davanti alla stazione centrale di Bari. Lo scivolo per disabili che dovrebbe portare al percorso "loges" è diventato una pozzanghera, eppure Antonio Garofalo ha tutta l'intenzione di arrivare in autonomia fino a Palazzo di città. Un chilometro e mezzo non è una distanza impossibile per un ragazzo cieco, in fondo, quando a terra si possono seguire le tracce del percorso tattile donato anni fa dal Rotary di Bari.

Trentacinque anni, centralinista dell'Amtab, il barese Antonio Garofalo è diventato il terrore degli automobilisti distratti, perché assieme al suo amico Alessandro Antonacci, dell'associazione Le Zzanzare, bacchetta gli incivili con volantini scherzosi. «Da poco sono diventato coordinatore nazionale del comitato giovani dell'Unione italiana ciechi -- si presenta -- e ho deciso che la mia battaglia sarà nel nome dell'accessibilità, per una città a misura di tutti». Perché una passeggiata dalla stazione a Bari vecchia non diventi appannaggio solo di chi è «alto e con gli occhi azzurri».

Per testare lo stato dell'arte, si comincia con poco più di un chilometro nel quadrilatero murattiano, seguendo il percorso a disposizione degli ipovedenti. «Per il resto vado a naso -- sorride -- e invito i ragazzi che hanno difficoltà a non restare a casa». Gli scivoli per disabili allagati non suscitano più neppure indignazione: eppure piove da appena 30 minuti e sono già tutti inagibili. Dove non arrivano le intemperie, ci pensa l'inciviltà a fermare la passeggiata. Due auto di traverso sulle strisce pedonali di via Crisanzio costringono (chi le vede) a zigzagare tra gli ingombri. «Ecco, questo vorrei dire ancora una volta ai baresi -- è la prima lezione -- Smettetela di pensare che "tanto ci metto un attimino" o che "proprio adesso deve arrivare il disabile?": prevenire è meglio che curare». Stessa scena su via Nicolai, e non solo al semaforo. Di traverso sul marciapiede c'è un'altra macchina e Antonio ci finisce contro. Non va meglio su via De Rossi: l'ostacolo all'attraversamento è un bidone ballerino della differenziata, finito magicamente sulle strisce pedonali.

E se la città, si sa, è una giungla per ciclisti e pedoni, la mancanza di sensibilità non risparmia neppure le attrezzature del percorso realizzato per gli ipovedenti. Molti semafori con segnali acustici su via De Rossi funzionano a intermittenza perché sono stati sfondati dai vandali. I paletti per la prenotazione del verde sono scambiati per posacenere. E dagli archetti sono sparite le targhe con l'indicazione del nome delle strade scritti in Braille. «Pochi metri aiutano a capire le nostre difficoltà quotidiane -- riflette Antonio -- ma nessuno vuole piangersi addosso, anzi». Nei progetti per la nuova via Sparano e per il waterfront di San Girolamo, la collaborazione con l'assessore ai Lavori pubblici del Comune di Bari, Giuseppe Galasso, porterà una serie di innovazioni: barriere tattilo plantari di ultima generazione e sensori per vocalizzare i nomi delle traverse. E mentre Palazzo di città studia il Piano per l'abbattimento delle barriere architettoniche, sono a disposizione 900mila euro per i prossimi tre anni per rendere fruibili strade e marciapiedi.

«Questo non basterà mai, se non cambia la mentalità -- è l'amara conclusione di Antonio -- se non si comincia a pensare che, dalle opportunità di lavoro alle infrastrutture, Bari deve essere concepita a misura di tutti ». In fondo, basta poco. «Si comincia raccogliendo le cacche dei cani -- è l'appello rivolto ai padroni -- Perché voi riuscite a vederle, ma io no».

di Silvia di Pinto

Torna all'indice

Redattore Sociale del 02-01-2017

Sottotitoli e barriere, la sfida dell'accessibilitÀ per il grande schermo

Per una persona disabile andare al cinema non sempre è un'impresa semplice. E non solo per le barriere architettoniche. Ma un disegno di legge delega approvato dal Parlamento promette maggiori opportunità per tutti.

ROMA. Immagini in bianco e nero, attori dai movimenti goffi e accelerati, qualche didascalia per le scene cruciali, nessun sonoro. A guardarle oggi, le prime pellicole cinematografiche fanno sorridere, ma tra quelle prime bobine nasceva un nuovo linguaggio in grado di parlare a tutti. A più di un secolo dalla sua nascita il cinema ha fatto notevoli passi avanti, dal 3D alla realtà virtuale, ma l'obiettivo di diventare realmente accessibile a chiunque è ancora da raggiungere, soprattutto in Italia. Per una persona con disabilità, andare al cinema con gli amici non è un'impresa semplice. Audiodescrizioni e sottotitoli non sono sempre disponibili e nelle case cinematografiche nessuno pensa ancora a produzioni accessibili sin dall'inizio. Qualcosa, però, potrebbe cambiare a breve. Il Parlamento italiano, infatti, ha da poco approvato un disegno di legge delega di riordino del cinema e dell'audiovisivo, che introduce alcune novità in merito. In due commi la roadmap per i prossimi anni: il primo chiede di promuovere la fruizione del cinema e dell'audiovisivo, tenendo conto delle "specifiche esigenze delle persone con disabilità, secondo i principi stabiliti dalle convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia in materia". Il secondo chiede che il riconoscimento di incentivi e contributi sia "subordinato" anche alle "specifiche esigenze delle persone con disabilità, con particolare riferimento all'uso di sottotitoli e audiodescrizione". Al cinema accessibile è dedicato un focus pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail.

Su questo tema è la prima volta che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità viene tirata in ballo, e non è poco. Il testo, infatti, riconosce il diritto "a prendere parte su base di eguaglianza con gli altri alla vita culturale e invita a prendere tutte le misure appropriate per assicurare che le persone con disabilità godano dell'accesso a programmi televisivi, film, teatro e altre attività culturali, in forme accessibili". Ma c'è di più. La Convenzione, ratificata dall'Italia nel 2009, riguarda tutte le disabilità. "È una svolta storica - spiega Stefano Tortini, vicepresidente nazionale dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti -. La legge chiede di commisurare i finanziamenti a quanto il produttore si adopera per rendere il prodotto accessibile. Un vincolo ancor più efficace dell'obbligo". L 'intento della legge, quindi, è quello di incentivare una produzione cinematografica che preveda già in fase di progettazione la resa accessibile. Un passo che potrebbe portare la piena fruibilità in qualsiasi cinema d'Italia. "Una volta ottenuto il prodotto accessibile - continua Tortini -, per le sale sarà piuttosto semplice la messa in opera". Tuttavia, per capire quali saranno le norme nel dettaglio, bisognerà attendere i decreti attuativi, ma Tortini assicura: "Dal governo c'è la garanzia che si lavorerà per rafforzare i principi espressi".

Ma cosa significa rendere accessibile un film? Non è solo una questione di barriere architettoniche nelle sale. La resa accessibile riguarda soprattutto la sottotitolazione per i sordi e l'audiodescrizione per i ciechi. "La prima non è da confondere con i sottotitoli presenti in diverse lingue - racconta Daniela Trunfio, del progetto "Torino + Cultura accessibile" della Fondazione Carlo Molo, da anni impegnata per la resa accessibile degli audiovisivi -. Quella per i sordi è facilitata, più leggibile e non va oltre le due righe per schermata. Deve contenere la descrizione del sonoro, avere un colore diverso per ogni personaggio e scorrere su una banda nera che non sia all'interno della pellicola". L'audiodescrizione, invece, "si inserisce nei momenti muti del film - continua - e deve avere una capacità descrittiva tale da permettere a chi non vede di capire dove si trova". I costi non sono eccessivi, se paragonati a quelli di realizzazione di un film. Si parla di non più di 2.500 euro a pellicola e con il digitale si potrebbe inserire tutto in un unico pacchetto da distribuire in tutte le sale. Oggi, invece, non è così. "Tutte le rese accessibili sono fatte a posteriori", osserva Trunfio, e nonostante non manchino le aziende che lavorano su questo fronte, è una corsa contro il tempo. "Se devo rendere accessibile una pellicola con la distribuzione, i tempi sono strettissimi - spiega -. Ormai un film non resta più in programmazione per molto tempo. E poi, dopo il lavoro fatto, te lo ritrovi in televisione di nuovo non accessibile".

Per questo da anni le associazioni si battono per la resa accessibile del grande schermo, portando la questione anche al centro di eventi importanti, come la Festa del Cinema di Roma. "Tutto è nato con il Roma Fiction Fest nel 2009 e con la nostra richiesta di rendere accessibile l'evento - racconta Laura Raffaeli, presidente di Blindsight Project, associazione romana impegnata a favore dei disabili sensoriali, da anni alle prese con la resa accessibile del festival -. Quell'anno abbiamo avuto audiodescrizione e sottotitolazione per tutte le opere presentate, la prima volta in Europa. Da lì abbiamo chiesto di ripetere l'esperienza nel 2010 e poi l'accessibilità per quella che sarebbe diventata la Festa del Cinema di Roma". Le pellicole rese accessibili, però, sono solo quelle italiane. "Ogni anno sono sempre meno - spiega Raffaeli -, quest'anno erano soltanto due: Sole cuore amore di Daniele Vicari e 7 minuti di Michele Placido". Quella di Roma, però, è una sorta di punta di un iceberg fatto da tante iniziative sparse lungo lo Stivale. Tante: dai festival alle rassegne, persino i concorsi. Tutte con una storia importante alle spalle e un lavoro certosino di resa accessibile, ma con un limite spesso invalicabile: quello di non riuscire a fare rete e condividere il lavoro fatto.

Una svolta potrebbe arrivare dalle app per i telefonini. Sono già diverse quelle attive e permettono agli utenti di utilizzare audiodescrizione e sottotitoli ovunque attraverso il proprio terminale (cfr. box a pag. 27). Anche in questo caso, però, non mancano i limiti. I film presenti sulle diverse applicazioni non sono tutti quelli in programmazione, ma opere presentate in eventi particolari o riguardanti solo le ultime uscite.

L'accessibilità in fase di produzione risolverebbe tutti i problemi a monte. Ma non solo. Potrebbe sostenere anche la creazione di nuove figure professionali. Ci hanno provato all'Università di Bologna, avviando nel 2013 un master in Screen translation nella sede di Forlì, che ha affiancato ai tradizionali percorsi di doppiaggio e sottotitolaggio l'audiodescrizione e la sottotitolazione in tempo reale. Ma ci sono anche diversi corsi realizzati al di fuori del circuito universitario. Come accade nel capoluogopiemontese, dove "Torino + Cultura accessibile" cura un corso riservato a studenti laureati. "Creiamo figure che all'estero viaggerebbero come delle schegge - racconta Trunfio -. In Inghilterra queste professioni già ci sono. In Francia si rendono accessibili anche le collezioni d'arte e le opere teatrali. C'è una cultura diversa: con la resa accessibile sono andati oltre il cinema".

Per rendere pienamente fruibile a tutti la visione di un film, però, sottotitoli o audiodescrizioni non bastano. Per chi ha disabilità intellettive serve uno sforzo in più: contano anche l'ambiente e le modalità di proiezione. Per l'Associazione italiana persone Down (Aipd) bastano semplici accorgimenti, a partire dall'accessibilità dei posti in sala. "Il sistema delle lettere combinato con i numeri risulta difficile per individuare il posto - spiega Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell' Aipd -. Avere all'ingresso della sala una mappa dei posti a sedere potrebbe essere utile". C'è poi l'esigenza di schede delle pellicole accessibili a tutti: "Bisognerebbe pensare a un sito istituzionale ad alta comprensibilità con le trame dei film", aggiunge.

Per le persone con autismo, invece, servono accortezze in tutte le fasi della proiezione, ma si contano sulle dita di una mano le esperienze promosse in Italia che ne tengano conto. Iniziative sperimentali, spesso legate alla disponibilità economica degli enti locali. Per Laura Raffaeli, però, non è solo una questione di risorse. C'è un "problema di cultura: la spesa molto spesso è ridicola. E con le nuove tecnologie lo sarà sempre di più". Intanto la premessa scritta dalla legge delega voluta proprio dal ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, promette bene, ma per le associazioni bisogna continuare a vigilare sui decreti attuativi del governo, affinché le promesse diventino realtà.

Torna all'indice

Superando.it del 04-01-2017

Riabilitazione visiva e nuovi LEA: non cade il tabù

di Gianluca Rapisarda*

«L'inserimento nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) della riabilitazione visiva - scrive Gianluca Rapisarda - continua a rimanere un "tabù" anche nel nuovo Decreto appena partorito, sul quale le Commissioni Parlamentari hanno recentemente espresso il proprio Parere. L'auspicio è quindi quello di un emendamento in sede ministeriale, che inserisca appunto nei nuovi LEA la riabilitazione visiva e che quest'ultima sia intesa in modo "moderno" e flessibile, con lo sguardo rivolto anche al recupero sociale delle persone con minorazione visiva»

Seduta di riabilitazione visivaIl 2016 stava per volgere al termine e proprio in extremis hanno avuto la luce i tanto agognati nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Qualche settimana fa, infatti, le Commissioni Igiene e Sanità del Senato e Affari Sociali della Camera hanno finalmente formulato i loro Pareri sullo schema di Decreto del Presidente del Consiglio, riguardante appunto la definizione e l'aggiornamento dei LEA Sanitari.

In pratica, il Decreto definisce i criteri dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza in tre àmbiti: Prevenzione collettiva, Assistenza distrettuale e Assistenza ospedaliera e una delle principali novità rispetto al vecchio Decreto è rappresentata dal nuovo Nomenclatore sull'assistenza protesica, insieme all'aggiornamento degli elenchi delle malattie croniche e delle patologie rare. Aggiornamenti, tutti questi, che gli utenti attendevano "spasmodicamente" e con una certa ansia, poiché la norma vigente risale al 1999 (Decreto Ministeriale 332/99) e da allora, com'è facilmente immaginabile, tanti sono stati i progressi in àmbito protesico-tecnologico, medico e scientifico.

Un provvedimento "innovativo" e importante, dunque, che tuttavia non ha assolutamente soddisfatto le Associazioni di e per disabili, a partire dal fatto che - come rilevato dalle Federazioni che le rappresentano (FAND-Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità e FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) - le principali organizzazioni delle persone con disabilità sono state escluse dalla redazione di esso [se ne legga già anche nel nostro giornale, N.d.R.]. E non è che sia andata meglio a noi disabili visivi!

Infatti, la questione dell'inserimento della riabilitazione visiva nei LEA continua a rimanere un "tabù" anche nel nuovo Decreto appena partorito. E ciò è veramente desolante, se si pensa che già l'articolo 26 della Legge 833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, aveva previsto che a carico delle nascenti Unità Socio-Sanitarie Locali ci fosse la riabilitazione sensoriale. E tuttavia, tale parte di quella Legge è restata "lettera morta" finché, nel 1997, l'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), grazie alla Legge 284, ha ottenuto dallo Stato lo stanziamento di 5.000 milioni delle vecchie lire per la creazione e il potenziamento dei cosiddetti Centri di Educazione e Riabilitazione Visiva per Ipovedenti (CERVI).

Oltre poi a quella sacrosanta Legge, in soccorso della riabilitazione visiva era giunta un'importante Nota del Ministero della Salute del 28 aprile 2003, la cosiddetta "Circolare Sirchia", con la quale l'allora ministro Girolamo Sirchia aveva invitato le ASL e gli Enti Locali a voler tener conto, nella programmazione e nell'organizzazione del sistema integrato di interventi sanitari e sociali in favore delle persone con minorazioni visive, di un ampliamento della concezione della riabilitazione identificata da contenuti meramente sanitari, a una concezione più "moderna" e flessibile, estesa anche al recupero sociale.

Ciò avrebbe dovuto implicare da parte delle Aziende Sanitarie e degli Enti Locali un impegno a sostenere a loro carico interventi a favore delle persone con disabilità visiva, attraverso l'attivazione di corsi specifici di orientamento e mobilità (OM), per l'autonomia personale e domestica (AP), di formazione informatica e per l'inserimento lavorativo mirato, con l'avviamento alle professioni tipiche dei minorati della vista. E invece, a parte qualche "oasi felice", disseminata qua e là sul territorio nazionale, tutte le nostre speranze di "vedere" la riabilitazione visiva (intesa nella sua nuova e più adeguata accezione di autonomia a trecentosessanta gradi) a carico del Servizio Sanitario Nazionale, sono svanite nel nulla.

A ciò si aggiunga che i finanziamenti della Legge 284/97 sono stati regolarmente erogati dalle Regioni fino al 2013 per un importo complessivo di 41 milioni di euro, ma che dal 2013 in poi vi è stata una drastica decurtazione di tale contributo, ridottosi a soli 400.000 euro annui.

La morale di questa triste storia è che in Italia, dal 1997 ad oggi, sono nati ben 85 CERVI, dotati tra l'altro di strumentazione all'avanguardia, ma che attualmente, a causa dei recenti pesanti tagli, essi riescono a malapena ad erogare le prestazioni riabilitative agli utenti con disabilità visiva e a garantire lo stipendio ai loro dipendenti.

Questo, dunque, è l'attuale e "ingessato" stato dell'arte. Ciò che potrebbe sbloccarlo, è certamente l'inclusione della riabilitazione visiva all'interno delle tariffe ambulatoriali - i cosiddetti LEA, appunto - evitando ai Centri di Educazione e Riabilitazione Visiva e soprattutto alle persone minorate della vista tante sofferenze e ingenti sacrifici anche economici.

Infatti, fintantoché le stesse attività di riabilitazione visiva non saranno ricomprese nei LEA, sicuramente la riduzione dei finanziamenti ai Centri, con la drastica contrazione dell'erogazione dei fondi negli ultimi anni, continuerà a rappresentare un forte elemento di criticità.

Eppure, prima dei citati Pareri Parlamentari sul Decreto definitivo riguardante i nuovi LEA, grazie all'impegno e alla determinazione del presidente nazionale dell'UICI MarioBarbuto, la conclusione positiva della vexata quaestio sembrava a portata di mano. E invece no... E ciò in barba alla Legge 833/78, alla Legge 284/97, alla "Circolare Sirchia" del 2003 e specialmente alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e ai continui e pressanti richiami dell'Organizzazione Mondiale della Sanità agli Stati Membri «di voler inserire nei LEA anche le prestazioni di riabilitazione visiva».

Ora la "palla" torna al Ministero della Salute e al Governo per la definizione del testo finale che potrà o meno accogliere i citati pareri delle Commissioni Parlamentari. Naturalmente, l'auspicio dell'UICI, del suo Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione (IRIFOR) e della sua Agenzia per la Prevenzione della Cecità (IAPB), particolarmente interessati alla problematica, è che in sede ministeriale si possa intervenire, emendando l'attuale testo del Decreto, e inserendo finalmente e giustamente nei nuovi LEA la riabilitazione visiva.

Soltanto così, l'annuncio in un tweet del 21 dicembre della ministra Beatrice Lorenzin («Appena firmati i nuovi LEA e il Nomenclatore delle protesi. Un risultato importante per la salute dei cittadini») potrà valere anche per la tutela del diritto alla riabilitazione visiva dei ciechi e degli ipovedenti del nostro Paese.

Gianluca Rapisarda,

Direttore scientifico dell'IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Per informazioni: direttorescientifico@irifor.eu.

Torna all'indice

Quotidiano Sanità del 20-01-2017

Vista, è boom di malati tra gli over 65. Il ministero della Salute punta sulla prevenzione

Grazie alle nuove tecnologie è diminuito il numero di ciechi. Ma se non si perde completamente la vista, si soffre comunque di patologie oculari. Il ministero della Salute è a lavoro già da alcuni anni, recependo le direttive dell'Oms, per adeguarsi alle nuove richieste di cura di una popolazione che cambia. Ci sono più anziani e più malati cronici. Il punto sulla reale attuazione delle politiche per la prevenzione della cecità e l'educazione e riabilitazione visiva.

IL DOCUMENTO.

Glaucoma, cataratta, patologie vascolari retiniche, degenerazione maculare. Sono queste le principali patologie visive che colpiscono la popolazione italiana, soprattutto quella over 65. Si vive più a lungo, ma non sempre in buona salute. Contemporaneamente, però, i progressi scientifici e le tecnologie innovative hanno ridotto il numero di pazienti che, fino al qualche anno fa, sarebbero stati destinati alla cecità. In modo proporzionale sono, ovviamente, aumentati i soggetti ipovedenti. Questa tendenza ha spinto il ministero della Salute ad attuare delle politiche in grado di controllare il fenomeno, attraverso dei percorsi di cura più adatti alle nuove esigenze.

La relazione del ministero della Salute.

Il ministero della Salute ha redatto una relazione per verificare la reale attuazione delle politiche per la prevenzione della cecità e l'educazione e riabilitazione visiva, previsti dalla legge 234/97. I dati raccolti risalgono al 2015. La fotografia scattata mostra una realtà molto disomogenea: i centri di cura sono aumentati rispetto all'anno precedente, ma i cittadini si spostano in tutto il territorio nazionale alla ricerca dei luoghi di eccellenza. Alcune Regioni hanno decine di strutture, altre soltanto una.

I dati OMS.

Nel mondo sono 285 milioni le persone che soffrono di disabilità visive, di cui 39 milioni sono non vedenti. I disturbi più diffusi sono due: gli errori di rifrazione non corretti, che riguardano il 42% della popolazione e la cataratta, di cui soffre una persona su tre. Più in generale, queste patologie colpiscono di solito gli ultracinquantenni.

La situazione in Italia.

Il quadro italiano non è meno preoccupante: secondo le ultime stime Istat, che risalgono al 2005, sarebbero 362 mila le persone non vedenti e circa 1 milione e mezzo gli ipovedenti. Tra le cause che hanno scatenato l'aumento delle persone con patologie visive al primo posto c'è il progressivo aumento della speranza di vita. Non vedere bene significa avere delle disabilità che possono ripercuotersi sull'apprendimento o anche sullo sviluppo neuro-psico-motorio in età evolutiva. Nell'adulto, invece, peggiora la qualità della vita, l'indipendenza, la possibilità di muoversi e l'autonomia. Ed è per questo che la prevenzione e la riabilitazione visiva sono tra gli aspetti prioritari di cui deve occuparsi la Sanità pubblica.

L'Italia segue le direttive dell'OMS

Gli interventi dell'Italia si inseriscono nel piano d'azione globale dell'OMS 2014-2019 che ha tra le sue mission proprio la prevenzione della disabilità visiva. Alla base del piano ci sono cinque principi: accesso universale di equità, diritti umani, pratiche basate sull'evidenza scientifica e approccio mirato all'intero corso dell'esistenza dei pazienti affetti da deficit visivi.

Seguendo queste direttive l'Italia ha messo ha ideato un piano nazionale di prevenzione per il triennio che va dal 2014 al 2018.

La prevenzione che passa dal web.

Nel 2015 gli internauti che hanno visitato il sito www.iapb.it (la sezione Italiana dell'Agenzia Internazionale per la prevenzione della cecità)

hanno raggiunto quota 1 milione e mezzo, l'anno precedente erano soltanto 853mila . Le pagine dello stesso sito visitate sono state 4,45 milioni. I due picchi annuali di visitatori si sono registrati a marzo, durante la settimana mondiale del glaucoma, e ad ottobre durante, la giornata mondiale della vista.

Ma la prevenzione viaggia anche su Facebook: la pagina ufficiale della IAPB Italia ONLUS ha raggiunto oltre 1300 like. Ma le sorprese di Internet non finiscono qui: esiste anche un forum, sullo stesso sito, dove il paziente chiede e lo specialista risponde. Ci sono oltre 5mila post e 3800 utenti iscritti, per un totale di 1400 argomenti di discussione diversi.

Numero Verde.

La linea di consultazione gratuita della IAPB (800.068506) ha ricevuto nel 2015 2.561 chiamate, registrando un incremento dell'11%, rispetto al 2014. La maggior parte dei pazienti ha contattato il centralino per chiedere informazioni più generiche, seguite dalle malattie del centro della retina, dai problemi vitreo-retinici, fino alle patologie della superficie oculare e del glaucoma.

Le campagne di prevenzione.

"Apri gli occhi": è questa una delle principali campagne che, alla sua sesta edizione, ha raggiunto numeri straordinari. È arrivata in tutte le province italiane raggiungendo oltre 315 mila bambini e più di mille scuole.

La giornata mondiale della vista, che si celebra l'8 ottobre, ha coinvolto 75 città, dove gli esperti hanno chiarito i dubbi sulle patologie oftalmiche e effettuato screening visivi gratuiti.

Dall'8 al 14 marzo, invece, si è celebrata la settimana del glaucoma: ben 70 province hanno aderito alla manifestazione.

Grazie a 15 unità mobili oftalmiche, che hanno girato per il territorio nazionale, 10 mila persone tra bambini e adulti, nel 2105, hanno potuto ricevere dei controlli gratuiti.

I centri di eccellenza.

Il Polo nazionale di servizi e di ricerca per la prevenzione della cecità e la riabilitazione visiva ha erogato, nel 2015, quasi 2 mila prestazioni. Questo Polo, in collaborazione con l'ospedale Bambino Gesù di Paldoro, in provincia di Roma, offre due tipologie di servizi rivolti ai più piccoli: il day hospital e le prestazioni ambulatoriali. Nel 2015 il Day Hospital ha seguito 75 bambini, di cui 35 erano dei nuovi casi per un totale di 110 accessi. L'attività ambulatoriale, invece, ha permesso di valutare 68 bambini.

Progetto light.

Il Polo nazionale, nel 2015, ha concluso lo sviluppo della cartella elettronica, ma anche avviato un modello di tele-riabilitazione. Si tratta di uno strumento software semplice da installare sul pc o tablet, che stimola i pazienti facendogli esercitare la vista, a seconda del tipo di patologia riscontrata.

Analisi delle attività regionali.

Tra le diverse regioni italiane non c'è ancora omogeneità. I centri attivi sono in totale 70, aumentati di nove unità tra il 2014 e 2015. È la Lombardia a detenere il primato di centri regionali con 16 strutture presenti. Segue la Sicilia con 11 unità, il Piemonte con 5. Quattro centri in Veneto e Abruzzo. Gli altri ne hanno da 1 a 3.

Il totale dei pazienti minori di 18 anni trattati in tutta la penisola sono stati 9500, di poco inferiore quelli fino a 65 anni, sono stati circa 8 mila. Il vero boom è per gli over 65: sono stati 12.239 i pazienti di questa età visitati, nell'anno 2015, nei vari centri regionali.

Tutte le attività di riabilitazione visiva svolte dalle Regioni, nello stesso anno, sono state finanziate dal mistero della Salute e con 183 mila euro.

Le conclusioni del ministero della Salute.

Analizzando questi dati il ministero Della Salute ha concluso che l'Italia, pur offrendo assistenza per prevenzione e cura delle patologie legate all'ipovisione, è ancora lontana da offrire un servizio equo su tutto il territorio nazionale. È per questo che l'obiettivo per i prossimi anni è chiaro: armonizzare le varie attività in tutta la Penisola. Per farlo, il ministero propone di provvedere ad una raccolta dati comune, attraverso la digitalizzazione delle cartelle dei pazienti. Ancora una volta, dunque, la Sanità trova le soluzioni ai suoi problemi nelle nuove tecnologie. È arrivata l'ora di mettersi al passo con le innovazioni.

Torna all'indice

Quotidiano Sanità del 14-01-2017

Maculopatie. La Sentenza del Consiglio di Stato...

"Riconfezionamento per uso intravitreale di Avastin possibile anche nelle farmacie territoriali".

I giudici di Palazzo Spada ribaltano una sentenza del Tar che aveva bocciato un ricorso presentato nel 2014 da una farmacia territoriale contro una determina Aifa. "Illogica e insufficiente la motivazione addotta dall'Aifa nel decretare la riserva alle sole farmacie ospedaliere della possibilità di frazionare e confezionare l'Avastin per la sua utilizzazione off label per l'uso intravitreale"..

LA SENTENZA.

Il frazionamento e il nuovo confezioanmento del bevacizumab (Avastin) per l'impiego off label nel trattamento di maculopatie e glaucoma può essere svolto anche nelle farmacie territoriali. A stabilirlo il Consiglio di Stato che ha ribaltato la decisione di primo grado del Tar Lazio e ha accolto il ricorso presentato nel 2014 da un titolare di farmacia bresciano secondo contro la determina Aifa riserva alle sole farmacie ospedaliere della possibilità di ripartire l'Avastin per la sua utilizzazione off label.

I giudici hanno accolto la tesi del farmacista secondo cui "il discrimine può fondarsi sulle attrezzature di cui sono dotate le farmacie pubbliche e private, ma non sulla loro natura pubblica o privata, in quanto essa non implica di per sé la maggiore qualificazione professionale e la maggiore sicurezza nel compimento dell'attività tecnico professionale, che deve necessariamente rispondere ai medesimi standard di qualità".

Per questo motivo "la garanzia di sterilità (che era stata prevista in un parere espresso nell'aprile precedente dal Consiglio superiore di Sanità) non può giustificarsi con la sola natura ospedaliera della farmacia incaricata del confezionamento del prodotto, ma, semmai, con la previsione delle necessarie dotazioni tecniche e metodiche da utilizzarsi, ritenute idonee a scongiurare la contaminazione del prodotto durante la lavorazione".

Così per i giudici "sono quindi condivisibili le affermazioni dell'appellante, dirette a sostenere l'illogicità e l'insufficienza della motivazione addotta dall'AIFA nel decretare la riserva alle sole farmacie ospedaliere della possibilità di ripartire l'Avastin per la sua utilizzazione off label".

Torna all'indice

Italia Oggi del 03-01-2017

Pagati i ciechi che si fanno impiantare gli occhi bionici

Nhs finanzierà nel 2017 i primi 10 pazienti che vorranno farsi impiantare l'occhio bionico nell'ospedale specializzato di Manchester e Moorfields Eye di Londra. Tutti saranno attentamente seguiti per raccogliere i dati sui loro progressi e valutare quanto l'occhio bionico migliora la loro vita quotidiana.

Se i risultati saranno buoni, i pazienti potranno ricevere il trattamento, in futuro, che costa 176 mila euro (150 mila sterline).

L'occhio bionico corrisponde al sistema innovativo Argus II che con una pioneristica tecnologia fornisce una retina artificiale capace di stimolare elettricamente la retina per indurre la percezione visiva in soggetti ciechi da tempo. Sono esclusi i ciechi dalla nascita. Il sistema può migliorare la qualità della loro vita. Argus II utilizza una mini videocamera montata in un paio di occhiali del paziente e serve a catturare l'immagine. Il video viene inviato a un piccolo computer indossato dal paziente dove viene elaborato e trasformato in istruzioni reinviate agli occhiali attraverso un cavo. Queste istruzioni sono trasmesse senza fili a un'antenna all'interno dell'impianto retinico. I segnali vengono quindi inviati alla matrice di elettrodi che emette piccoli impulsi elettrici. Questi impulsi bypassano i fotorecettori danneggiati e stimolano le cellule rimanenti della retina che trasmettono le informazioni visive lungo il nervo ottico fino al cervello, creando la percezione di motivi luminosi. I pazienti imparano a interpretare tali motivi visivi e possono almeno distinguere le sagome delle persone che hanno davanti.

Uno dei tre pazienti che si sono fatti impiantare l'occhio bionico nell'ospedale oftalmico di Manchester è Keith Hayman, 68 anni, del Lancashire che ha cinque nipoti e gli fu diagnosticata una retinite pigmentosa quando aveva 20 anni e divenne cieco nel 1981. Per lui, l'occhio bionico fa la differenza rispetto a metà della vita vissuta al buio, ha dichiarato al Guardian. Il professor Paulo Stanga, che per primo ha eseguito l'intervento chirurgico presso l'ospedale di Manchester nel 2009, ha espresso gratitudine a Nhs Inghilterra per la sua decisione «storica», ha detto, perché potranno beneficiare di questo sistema i pazienti che sono completamente ciechi e non solo i pazienti con retinite pigmentosa e le loro famiglie, ma si spera altri pazienti in futuro con altre condizioni, come la degenerazione maculare senile, dal momento che non vi è alcun beneficio dalla terapia genica e da quella con le cellule staminali. Così l'occhio bionico è l'unico trattamento in grado di restituire un certo grado di visione a coloro che sono completamente ciechi».

di Angelica Ratti

Torna all'indice

Agenzia ANSA del 12-01-2017

Topi tornano a vedere con una retina biotech

GIAPPONE. Una retina coltivata in provetta a partire da cellule staminali ha restituito la vista a topi che rischiavano di perderla. La loro retina infatti si stava degenerando e il processo era arrivato all'ultimo stadio. L'esperimento, pubblicato sulla rivista Stem Cell Reports, si deve al gruppo guidato da Masayo Takahashi, del Centro di biologia evolutiva dell'Istituto giapponese Riken.

''La nostra è una prova di principio per il trapianto della retina, derivata da cellule staminali, per la cura di alcune malattie dell'occhio'' ha detto Takahashi. ''Dopo altre ricerche supplementari, abbiamo in programma - ha aggiunto - di procedere a studi sull'uomo''. Le malattie degli occhi, come la retinite pigmentosa o la degenerazione maculare legata all'età, sono caratterizzate da una degenerazione della retina, che porta alla perdita della vista perché danneggia le cellule nervose sensibili alla luce (fotorecettori) che si trovano su questo tessuto.

Attualmente non ci sono terapie in grado di bloccare la perdita della vista nelle persone con un processo di degenerazione della retina all'ultimo stadio e i ricercatori hanno tentato così un nuovo approccio. Sono partiti da cellule della pelle di topi e le hanno riprogrammate usando un cocktail di 4 geni per farle diventare pluripotenti, ossia capaci di seguire diverse direzioni nello sviluppo.Queste cellule, che vengono chiamate cellule staminali pluripotenti indotte (Ips), sono state poi indotte a svilupparsi in cellule della retina che sono state la base per coltivare in provetta il tessuto completo.

Quando è stato trapiantato nei topi, il tessuto ha sviluppato i collegamenti con le cellule vicine e ha restituito la vista in metà dei topi con una degenerazione della retina a uno stadio avanzato. ''Nei topi la retina derivata dalle staminali è stata in grado di rispondere alla luce già un mese dopo il trapianto, ma dal momento che la retina umana richiede più tempo per maturare, pensiamo che possa rispondere alla luce dopo 5-6 mesi dal trapianto'', ha osservato il primo autore, Michiko Mandai. Il prossimo passo in programma è proprio quello di ottenere retine da staminali pluripotenti umane, con l'obiettivo di arrivare ai test sull'uomo.

Torna all'indice

Popolis.it del 12-01-2017

Dieci anni di iPhone: così è cambiata la vita di chi non vede

di Redattore Sociale

Quando l'iPhone è nato, esattamente 10 anni fa, "a noi ciechi non ha dato niente: non c'era il lettore di schermo. Ci sono voluti altri 2 anni perché arrivasse l'iPhone 3gs, finalmente accessibile, a cambiarci la vita".

Alessio Lenzi è consigliere dell'Uici di Torino, responsabile per l'informatica e le nuove tecnologie. Oggi ci racconta cosa ha significato per lui e per chi, come lui, ha una disabilità visiva, la nascita di quello che chiama il "telefono che parla".

Quel giorno "è iniziata la rivoluzione che ci ha cambiato la vita - assicura - Non dovevamo più portarci dietro decine di oggetti e dispositivi, ma avevamo tutto in unico apparecchio, che ci permetteva al tempo stesso di leggere un foglio o i bugiardini dei farmaci, di gestire elettrodomestici, allarmi e luci in casa, di orientarci con un navigatore satellitare, o accedere ai social network anche senza computer".

Ma soprattutto "l'iPhone ci ha parificato agli altri, perché oggi non devo comprare un oggetto speciale, non devo chiedere che sia adattato, non devo applicare un dispositivo a parte: mi basta attivare il sintetizzatore vocale, presente ormai su tutti gli iPhone e su molti smartphone".

Occorre, come sempre, acquisire dimestichezza, senza scoraggiarsi. "Lo schermo touch può essere scoraggiante, specialmente per chi non vede, abituato a compiere determinati gesti e ad avere alcuni punti di riferimento. Ricordo il mio primo impatto con l'iPhone, fu tremendo: la prima sera, volevo buttarlo via. C'è voluto del tempo, per capire quante potenzialità avesse. Oggi mi permette di orientarmi, come pure di gestire la mia casa. Molti però ancora non sanno che questi telefoni possono parlare".

Per questo Lenzi, insieme all'Uici e anche tramite il sito che gestisce insieme ad alcuni amici, si impegna nella formazione e nell'assistenza verso chi ancora non ha familiarità con questa tecnologia. "Esiste ancora una certa resistenza, ma con l'esercizio e la pratica ho visto anche anziani non vedenti usare agevolmente questo strumento".

La funzionalità più preziosa? "Difficile dirlo, dieci persone daranno dieci risposte diverse. Per me, è la possibilità di sapere sempre dove mi trovo e potermi orientare". Un iPhone al posto del bastone, o del cane guida? "Mai, questo non sarà mai possibile. La tecnologia può aiutare, ma mai sostituire. Iphone e smartphone sono però una chiave universale, che in questi anni ci hanno aperto tante porte".

Torna all'indice

Il Secolo XIX del 18-01-2017

Aipoly, l'app di un italiano per aiutare i non vedenti

USA. Questo è un esempio di come la tecnologia può davvero aiutare milioni di persone. Negli Stati Uniti, un anno fa, è nata Aipoly, una app che trasforma la fotocamera dello smartphone negli occhi delle persone ipovedenti. Si punta il telefono di fronte a sé e la piattaforma riconosce gli oggetti e distingue i colori nominandoli ad alta voce in sette lingue. Così chi vede poco o pochissimo ha la vita un po' più semplice. Un'idea semplice ma ingegnosa, che qualche giorno fa al Consumer electronic show di Las Vegas è stata incoronata come una delle più innovative del 2017.

TECNOLOGIA SOCIALE.

«Siamo molto felici perché è raro ricevere un premio così prestigioso come il Best innovation award quando si è ancora a livello di startup», racconta Alberto Rizzoli, che ha messo a punto Aipoly con Marita Cheng e Simon Edwardsson. Da Milano, 24 anni, ha iniziato a pensare al progetto dopo aver frequentato la Singularity University, il campus della Silicon Valley che promuove l'uso delle nuove tecnologie per superare le sfide vere dell'umanità. «Con Aipoly abbiamo cercato di avere un impatto positivo su quei 285 milioni di persone al mondo che, a causa di qualche problema, non riescono a vedere bene», aggiunge.

IMPARARE CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE,

Nella sua ultima versione, appena lanciata, l'app è in grado di riconoscere 5.000 parole: mille oggetti essenziali della vita quotidiana segnalati dagli utenti stessi, mille razze di animale, altrettante specie di piante, 1.000 tipi di cibi descritti con la maggior precisione possibile, più oltre un migliaio di colori.

Il sistema apprende nuove nozioni grazie all'intelligenza artificiale. «In fase di lancio i vocaboli nel dizionario di Aipoly erano non più di mille. La crescita è stata notevole. E naturalmente, puntiamo a fare imparare all'app ancora più parole», continua il portavoce dell'azienda.

ARRIVA POLY, IL SIRI CON LE IMMAGINI .

Che, intanto, si espande. Proprio in occasione del Ces è stata annunciata la nascita di Poly, una app rivolta a tutti che si presenta come un Siri per immagini: si punta la fotocamera e sullo schermo in automatico compare una tendina che racconta cos'è l'oggetto inquadrato, eventualmente quanto costa e come è valutato, con tanto di link al sito di e-commerce su cui si può acquistare. Sarà disponibile da maggio.

di Lorenza Castagneri

Torna all'indice

La Stampa del 17-01-2017

Due italiani fra i migliori imprenditori under 30 selezionati da Forbes

Ci sono anche due imprenditori italiani fra i giovani europei più talentuosi sotto i trent'anni selezionati, come ogni anno, dalla rivista americana Forbes. Sono Saverio Murgia e Luca Nardelli , fondatori della startup Eyra, nota fino a qualche tempo fa come Horus Technologies, selezionati nella categoria "social entrepreneurs".

I due hanno messo a punto finora un paio di prodotti, il più famoso dei quali è appunto Horus, un dispositivo che permette ai non vedenti o a chi ha gravi problemi visivi, di muoversi in autonomia. Esteriormente, Horus assomiglia un po' a un vecchio walkman: una "scatola" contenente una batteria e la scheda di elaborazione grafica, collegata a un paio di cuffie.

Le cuffie però in questo caso sono dotate anche di due videocamere, che scrutano l'ambiente circostante. Le informazioni relative alla presenza di persone, oggetti, e ad eventuali ostacoli da aggirare, così catturate, vengono poi analizzate da un apposito software che converte gli input visivi in istruzioni verbali.

L'idea di Horus è nata nel 2014, a Genova, quando ai due fondatori è capitato per caso di notare le difficoltà di una persona cieca che doveva attraversare una strada in cui c'erano dei lavori in corso. La società, però, ha oggi sede a Chiasso, in Svizzera.

Il loro è purtroppo un caso isolato. Nessun altro italiano è stato scelto dalla rivista statunitense nella categoria tech, né in quella dell'imprenditoria a sfondo sociale.

di Federico Guerrini

Torna all'indice

La Repubblica del 22-01-2017

Saverio Murgia: "Con un algoritmo leggiamo la realtà ai non vedenti"

Artisti, diplomatici e hacker, ecco gli under 30 più influenti d'Italia. Parla l'ingegnere biomedico.

ROMA. A ventitré anni sperimentavano all'Isict di Genova, l'Istituto superiore di studi in tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Saverio Murgia e Luca Nardelli, ingegneri biomedici, lavoravano ad un robot capace di muoversi da solo grazie all'intelligenza artificiale. Poi un giorno si imbattono in un non vedente che chiede aiuto per attraversare ad un incrocio modificato a causa di lavori in corso. "In quel momento ci è venuto in mente di creare Horus, un dispositivo in grado di raccontare il mondo ai ciechi grazie alla visone sintetica ", spiega Murgia che oggi ha 25 anni: lui è di Savona, l'altro di Trento. Fondatori della Eyra, in questi giorni hanno ricevuto il riconoscimento di Forbes dato ai maggiori talenti under 30 in circolazione. "Il primo prototipo era grosso come uno zaino e andava collegato alla presa elettrica ", ricorda Murgia. "Ora è una sorta di walkman collegato a una cuffia dotata di telecamera".

Cosa possono vedere i ciechi con Horus?

"L'intelligenza artificiale legge qualsiasi testo che viene tradotto in parole. Un quotidiano, un libro, un biglietto da visita o il menu di un ristorante. Così come il nome di una via".

Ma non è ancora in grado di descrivere il mondo circostante.

"Non esattamente. Può riconoscere oggetti e persone. E si può associare ad un volto un nome, così che venga poi memorizzato. Da quel momento in poi Horus avvertirà quando quella persona si sta avvicinando. Può anche fornire una descrizione di massima di quel che ci circonda e si può collegare allo smartphone per leggere sms o messaggi".

Da dove siete partiti? Anzi: come siete partiti?

"Vincendo un finanziamento di 15mila euro nel concorso europeo Idea Challenge. Così abbiamo comprato una stampante 3D per realizzare il prototipo e delle telecamere per la visione artificiale gestita dagli algoritmi. Altri 25mila euro sono arrivati da Telecom e con quelli abbiamo assunto due persone: uno sviluppatore per il codice e una designer per creare il brand e l'identità aziendale".

Gli altri finanziamenti, quelli importanti, dove li avete trovati?

"Negli Stati Uniti dalla 5Lion Holdings, che ha dato alla Eyra 900 mila dollari a inizio 2016. Avevamo provato in Italia, senza successo. Tutti volevano vedere prima il dispositivo costruito e pronto a entrare in produzione. Cosa impossibile senza fondi. Poi, quando la 5Lion ha stanziato i suoi fondi, si sono fatte vive anche realtà italiane e alcune erano quelle che avevamo contattato".

E voi gli avete chiuso la porta in faccia.

"Sì, ma non per ripicca. Abbiamo i fondi necessari ad entrare in produzione. Per ora non ne servono altri".

A proposito: quando vedremo Horus sul mercato?

"A breve. Appena avremo le certificazioni necessarie. Costerà 1500 euro circa, ma essendo costruito con componenti simili a quelli di uno smartphone se gli ordini dovessero essere tanti, potremmo riuscire un domani ad abbassare il prezzo. Non è una possibilità remota: nel mondo ci sono 300 milioni di non vedenti o ipovedenti".

di Jaime D'Alessandro

Torna all'indice

La Città di Salerno del 18-01-2017

Muoversi nel campus, App per i disabili

Progettata da un gruppo di studenti di Informatica, è dedicata in particolare a ipovedenti e ragazzi con difficoltà motorie.

FISCIANO. È già disponibile su smartphone UniMap, l'applicazione che permetterà agli studenti disabili e non vedenti di orientarsi con più facilità nel campus di Fisciano. La mappa interattiva, con i percorsi dedicati alla disabilità, è stata presentata ieri in conferenza stampa e rappresenta una delle tante iniziative messe in programma, a favore delle fasce più deboli. Anno dopo anno, risulta essere sempre più in crescita il numero di studenti iscritti con disabilità e disturbi dell'apprendimento, che l'Università accoglie e accompagna nel percorso di studi. Ed è sulla base di questi obiettivi che si presenta l'applicazione UniMap, creata, realizzata e donata all'ateneo da alcuni studenti del corso di laurea magistrale in Informatica: Liliana Annunziata, Raffaele Costantino, Raffaele Maiese, Ernesto Pizza e Vincenzo Vicidomini. Nata principalmente con lo scopo di facilitare l'orientamento di persone con disabilità all'interno del campus, UniMap intende garantire un supporto per l'autonomia negli spostamenti. L'applicazione permette, grazie ad una visione dall'alto della mappa dell'edificio, di visualizzare la posizione iniziale dell'utente, tramite l'attivazione del sistema satellitare Gps e di guidarlo nel percorso stabilito, fino a destinazione. UniMap, inoltre, offre la possibilità di individuare sulla cartina virtuale i punti di maggiore interesse e fornire informazioni utili di carattere generale sui vari uffici e dipartimenti, come indirizzo, recapiti telefonici, fax, nominativo del direttore. In pratica, UniMap visualizza i percorsi dedicati sulla mappa, stabilendo un punto di partenza e un punto di arrivo e lo fa accompagnando lo studente con una sintesi vocale, evitando barriere architettoniche, scale o altre complicazioni strutturali, relative a una disabilità motoria. Tra le prospettive future che restano da completare, l'applicazione permetterà agli utenti di orientarsi all'interno degli edifici anche attraverso le foto e la planimetria dei diversi piani. Sarà, inoltre, implementata con tutte le informazioni relative al campus di Baronissi. «Insieme al mio team - spiega uno degli studenti di Informatica - abbiamo messo in pratica l'applicazione UniMap. Alla base dei suoi scopi, quello fondamentale è di rendere più agevole l'orientamento all'interno delle aree del campus, grazie a una visione dall'alto dell'intero complesso, applicando un aggiornamento virtuale dei colori degli edifici. Inoltre, è possibile vedere segnalazioni sulla mappa di alcuni dei punti di interesse, che possono essere rappresentati dalle aule o dai dipartimenti, dove potersi dirigere grazie all'utilizzo del sistema di posizionamento Gps. I percorsi che sono stati riportati sono tragitti dedicati, ossia senza alcuna barriera architettonica presente, così da facilitarne l'attraversamento, rivolgendo un occhio particolare agli studenti con difficoltà motorie». Al termine della presentazione ufficiale, il rettore Aurelio Tommasetti ha consegnato agli studenti, ideatori dell' App, gli attestati di accettazione della donazione ricevuta da parte dell'ateneo, complimentandosi per il lavoro svolto: «UniMap è una meritevole iniziativa dei nostri studenti della facoltà di Informatica - ha dichiarato il rettore - gli studenti, con la supervisione scientifica dei docenti della loro area, hanno realizzato questa App utile a tutti gli utenti dell'Università per riuscire ad orientarsi. È chiaro che, accanto all'orientamento, un'altra parola chiave per noi è la disabilità. È un messaggio di civiltà, di attenzione ai giovani, al territorio, alle famiglie e agli studenti, soprattutto a quelli con qualche difficoltà. Dei circa quarantamila iscritti, che rappresentano il nostro patrimonio, hanno sempre la preferenza i trecento studenti con disabilità che teniamo a cuore». Entrando nello specifico, gli studenti disabili o con disturbo di apprendimento iscritti in ateneo sono seguiti dall'ufficio diritto allo studio, dal delegato del rettore alla disabilità Giulia Savarese dalla commissione disabilità e dai diversi delegati nominati dai singoli dipartimenti. UniMap è presente sul sito www.unisa.it, nella sezione dedicata, è gratuita e accessibile a tutti, oltre che intuitiva e facile da usare. Disponibile, per il download, da ieri, nei playstore Apple e Android.

di Rosita Sosto Archimio

Torna all'indice

Giornale UICI del 09-01-2017

Esperire la cecità non si può...

di Marco Condidorio

Cene al buio o, come ultimamente si legge sempre più diffusamente nell'Web: a prova di cecità; aperitivi al buio; camminate al buio; dialoghi d'ogni tipo e genere, rigorosamente al buio; conversazioni al buio! Sperimentare la cecità fa tendenza, come dire, potrebbe dare un "tocco" di luce alla serata!!

Comodamente seduto nella poltrona della veranda ovest di casa, il pensiero "circa la percezione del mondo da parte del cieco" m'avvolge, come sempre in questi ultimi anni di studi e ricerche sull'argomento. E ciò non per essere divenuto persona cieca in età adulta, circa a trent'anni ma, per aver vissute le tre fasi "straordinariamente" critiche, secondo l'accezione kantiana del concetto e cioè: quella dell'ipovisione grave; della cecità con percezione di luce e l'attuale, quella della cecità assoluta.

Mentre non si sceglie di diventare ciechi, la cecità non si potrebbe mai desiderare, si può scegliere di studiare la tiflologia e di provare ad acquisire quelle conoscenze utili a comprendere il proprio stato di cecità. Comprendere le difficoltà logistiche, di gestione degli spazi, del tempo e dei luoghi fisici piuttosto che virtuali. Conoscere e progettuare tecniche e tecnologie per "mordere", assaggiare l'intorno, il "poco" più in là, per scoprire, incontrare qualcosa di cui ignoravamo l'esistenza e poterla afferrare, esplorare.

L'occhio vede; guarda; osserva in un sol "colpo d'occhio" l'insieme; l'occhio coglie, conosce e riconosce ciò che è nello spazio, qui ed ora, dunque anche il tempo, nella sua manifestazione ottica ha un proprio luogo. Spazio e Tempo, "virtù" fisiche del mondo umano, mi vien da dire; sì, perché la loro esistenza ha la propria oggettività nella soggettività del nostro percepire il mondo come altro da noi; come altra realtà esistente, indipendente dal nostro pensiero.

I primi raggi di sole giungono dalla veranda ad est della casa, immediatamente il pensiero si focalizza su di un fenomeno, che se nella realtà ha una propria ragione fisica, nel pensiero i concetti che lo verbalizzano alla mente, giocano tra loro: l'alba ed il tramonto.

Sorseggio il caffè e socchiudo gli occhi per assaporarne il gusto intenso... "ottima miscela" sussurro tra me e me. Nella poltrona di fronte, posta in diagonale alla mia, la veranda ovest è un grande rettangolo, percepisco la presenza dell'amico fraterno Lollo. Accende una sigaretta e, come ho appena fatto io, si accinge a sorseggiare il proprio caffè. Lo osservo attentamente; è immerso nei pensieri, ne avverto lo stato di forte eccitazione, questa sera per la prima volta dovrà gestire autonomamente la cena al buio.

Si allaccia meglio le scarpe e, tirata giù velocemente la zip, si libera della felpa, inizia a far caldo.

Oriento il volto verso di lui e rivolgendogli la parola dopo un lungo cinguettio di un piccolo stormo di volatili, gli chiedo: "qualcosa ti preoccupa?".

"Questa sera, come ben sai, terremo la cena al buio ehm...saremo oltre settanta persone e..."; sorrido senza nemmeno accorgermi di farlo spudoratamente... "Settanta persone sono troppe, lo sai, vero?". Avverto lo sguardo imbarazzato di Lollo che, con un mezzo sorriso risponde: "sì...lo so, siamo in tanti".

Già immagino la stampa, l'ingresso dell'Hotel Europa sarà affollato di giornalisti della carta stampata e le televisioni non saranno da meno. Tutto secondo il "clichè!".

Sento lo sguardo di Lollo addosso, come se leggesse ogni mio pensiero... "stai domandandoti se ci sarà anche la stampa, immagino, vero?".

È vero, stavo giusto immaginando la folla di curiosi che, ci vuole certo ma...

Come sempre il dialogo tra noi due è forte, profondo e per questo sempre leale, sicuro, ricco di sostanza.

Mi riempie di domande Lollo; è desideroso di sapere che penso delle iniziative il cui centro è l'esperienza della "cecità". Cosa vorrei che si comprendesse di tali eventi; cosa dovrebbe restare a chi li vive e ancora, cosa significhi far vivere qualche ora di buio, nel buio a qualcuno.

Tanti quesiti; dubbi; perplessità, forse timori e tanta, tanta paura di sbagliare.

Così, invitando con un gesto l'amico ad avvicinarsi, presi a riflettere su alcuni importanti dettagli che, solitamente sfuggono, non solo a chi ha il dono della vista ma, anche a chi la vista non l'ha mai avuta o l'ha perduta.

Partiamo dall'uso errato del lessico col quale, vedenti e non, argomentano su quelli che "dovrebbero" essere luoghi comuni e che ancora oggi sono il bagaglio sociale espresso da un gergo talvolta infelice quanto scorretto dal punto di vista dei processi cognitivi e intellettivi, propri non solo di chi vede, ma anche per chi vive in condizioni di cecità. "Il mondo di voi ciechi"... Non c'è un nostro mondo né una nostra realtà; dal punto di vista della conoscenza, chi è cieco ha la medesima percezione della realtà, del mondo oggettivo come chiunque; possono cambiare le modalità, il tipo d'approccio ai contenuti di una disciplina, per esempio la matematica o il disegno geometrico; ma, l'approccio sensoriale ai contenuti della realtà fisica, del mondo circostante è perfettamente lo stesso sia per chi è cieco che per chi vede. Noi non vedenti assoluti non abbiamo una percezione del mondo omologata rispetto a quella del vedente: il cieco trova il proprio computer o paio di scarpe, proprio come il vedente; il primo utilizza il tatto, magari l'olfatto se si tratterà di un frutto; il secondo utilizzerà prevalentemente la vista.

La cecità è l'assenza va spiegata, paradossalmente anche a chi, nascendo cieco, non ha una coscienza cognitiva della propria condizione, proprio perché egli della cecità ne fa esperienza attraverso chi vede, come della conoscenza il bambino ne fa esperienza con il sostegno cognitivo di chi già l'ha fatta, l'adulto appunto.

E dunque una sera passata al buio cos'è?

Chi cena al buio, può poi dire d'aver fatta esperienza della cecità?

Cenare al buio o nel buio è l'esperienza che ogni persona vedente dovrebbe poter fare ma, a certe condizioni e seguendo un canovaccio strutturato secondo i canoni di un percorso sensoriale, che ponga in evidenza gli aspetti intimi del percepire, sia per conoscere che riconoscere; per orientare e orientarsi; per scoprire e mascherare; per giocare e riflettere.

La cecità non ha colore e dunque non è percezione di niente; il buio è comunque una percezione, assenza di luce appunto, dunque significa avere una qualche percezione che, il cieco dalla nascita o acquisito non hanno, mentre chi si appresta ad entrare in una sala oscurata percepisce e dunque fa esperienza di un buio ambientale e non sensoriale.

Tutto qui? No! C'è dell'altro, molto altro, dirò il vero dell'esperienza che una persona vedente può decidere di vivere quando sceglie di partecipare ad una cena al buio.

Trovare gli oggetti e riconoscerli, le posate per esempio! E saperle usare con le sole abilità del tatto e dell'orientamento.

Riempire il proprio bicchiere col solo aiuto della percezione tattile e uditiva. Riconoscere gli ingredienti che compongono i diversi piatti, discriminarli e assaporarli.

La cena al buio non è l'incontro con la cecità ma, la scoperta, al più, delle criticità cui va incontro anche il non vedente non debitamente formato.

Esistono infatti anche i corsi di orientamento e mobilità per i non vedenti.

Cenare al buio comporta l'uso costante della memoria, non solo quella tattile ma, olfattiva e gustativa. L'uso del pensiero che ci ricordi dove abbiamo messo il pane; dove è posizionata la bottiglia dell'acqua e se il tovagliolo era a sinistra o a destra del nostro piatto, ciò per evitare di pulirci la bocca con quello del nostro commensale!

La cecità non è esperibile!

Al più, ed è ciò che conta ai fini delle innumerevoli iniziative che vedono persone vedenti calarsi per qualche manciata di minuti in una oscurità ambientale o si fanno bendare completamente gli occhi, è esperire cosa significhi utilizzare esclusivamente il tatto e l'udito, l'olfatto ed il gusto senza il supporto della vista e, scoprire con loro meraviglia che, non siamo eroi o fenomeni umani ma, semplicemente andrebbero valutati maggiormente anche gli altri sensi per quel che sono e rappresentano per una qualunque esperienza cognitiva, di tipo relazionale e intellettiva.

Non si tratta di esperire la cecità ma, di comprendere le criticità materiali, fisiche, ambientali e scoprire la necessità dell'ordine e dei bisogni di chi vive realmente la cecità sulla propria pelle.

In molti scoprirebbero l'inutilità, persino la banalità di certe espressioni del tipo: "è diversamente abile!"

Come se un cieco avesse abilità diverse di pensiero; di scoperta del gusto; di stringere relazioni umane; d'amare o di farsi amare; di studiare e di conoscere il mondo; di comprendere ed essere compreso.

La cena al buio è l'occasione di vivere una temporalità tutta formativa attorno e sui temi della quotidianità, fatta di gesti come portare la forchetta piena di cibo alla bocca; versare del vino nel bicchiere; sfiorare la mano del proprio vicino nell'atto di cercare il pane o il tovagliolo; scambiare quattro chiacchere con la ragazza di fronte, ascoltandone la voce ed immaginarne il volto; tutto questo completamente liberi di scegliere strategie e tempi. La cena al buio è la scelta consapevole di voler mettere in gioco se stessi in una condizione "atipica" per chi solitamente utilizza la vista per andare in bagno o farsi la barba e la doccia non è una quotidianità appartenente ad un mondo diverso o peggio, estraneo a quello di chi vede, ma pienamente intima ad ogni essere umano che, per qualche ora scelga di fare l'"amore" con i propri sensi, escludendo per un tempo determinato, dall'ordinario della sensorialità la vista.

Ora, amico mio va! E ricorda agli scettici: Non è la vista che descrive il mondo ma, è la mente a governarne strutture e, laddove è possibile, anche i fenomeni.

P.S La sera del 21 dicembre 2016 oltre ottanta persone hanno partecipato ad una delle tante cene al buio tenute in occasione delle festività natalizie, l'hanno fatto accompagnato dal manifesto da cui si riporta il testo integrale:

INVITA A CENA I TUOI SENSI E LASCIA A CASA PER UNA SERA LA VISTA...

Gusto e olfatto, tatto e udito saranno i tuoi compagni, insieme ai tuoi amici, durante la cena.

Poco meno di due ore immerso nel buio per incontrare e conoscere nuove persone, poterle immaginare con il solo contributo dell'olfatto, del tatto e dell'udito.

Lasciati guidare dai quattro sensi e scoprirai quanto della realtà è invisibile allo sguardo perché patrimonio unico e straordinario della sfera sensoriale: sapori e fragranze, oggetti e suoni, nulla si sottrae all'intelligenza dei sensi che la mente e cuore traducono in realtà.

Marco Condidorio

Docente incaricato di tiflologia presso l'università degli studi del Molise

Coordinatore della commissione nazionale per l'istruzione e la formazione dell'unione italiana ciechi e ipovedenti onlus

Torna all'indice

Vanity Fair.it del 03-01-2017

Fabio, cavaliere senza vista: "Il cavallo è i miei occhi"

Ci sono storie che quando le senti raccontare al bar, o alla televisione, ti lasciano con la bocca spalancata. Quella di Fabio Ulivastri, primo cavaliere non vedente al mondo a sfidare i normodotati nelle gare di endurance equestre, è senza dubbio una di queste. Fiorentino, classe '68, ha perso la vista a soli 18 anni a causa di un glaucoma, ma non l'ha data vinta alla malattia: ha continuato la sua vita, ha cominciato a lavorare e nel 2009 - un po' per fortuna, un po' per destino - si è avvicinato ad un maneggio in Val di Fiemme: «Sono sempre andato sulle Dolomiti, da ragazzo facevo sci. Poi quel giorno...».

Si è avvicinato ai cavalli...

«Sì, ero in montagna e tutto è nato spontaneamente. Nessuno nella mia famiglia ha mai avuto questa passione. Ho sempre abitato in campagna, ma avevamo altri animali».

È scattato subito qualcosa?

«Diciamo che mi è entrata la curiosità. Tornato in Toscana sono andato ad informarmi al Centro Equestre Fiorentino ASD, che è specializzato in riabilitazione equestre».

E il primo approccio con l'animale?

«Avevo un po' paura dell'altezza. Ma una volta salito in sella, mi sono trovato immediatamente a mio agio».

Ha rotto subito il ghiaccio.

«Sì, un episodio che mi fece sorridere fu quando portai dei mandarini per l'insegnante. Il cavallo girò la testa di scatto e se li prese: non li trovavamo più e poi ci accorgemmo che aveva in bocca il sacchetto».

Un siparietto tra amici. D'altronde lei e il suo cavallo Indagato potete considerarvi tali.

«Molto di più, è come uno di famiglia. È un anglo arabo sardo che ha fatto il Palio di Ferrara e pure le prove per quello di Siena: dal 2013 sta con me, è come se avesse capito che sono cieco».

Ci spieghi meglio.

«Non è stato addestrato, non sappiamo come abbia fatto a recepirlo, ma io mi rendo conto che lo sa. È merito della sua sensibilità: in gara ci pensa lui a evitare i pericoli, a fare gli slalom tra gli alberi...».

Ecco appunto, le gare: lei può vantare un bel primato.

«Sì, il 26 ottobre 2014 nella tenuta di San Rossore, a Pisa, sono stato il primo non vedente a partecipare ad una gara ufficiale di endurance equestre, arrivando così al brevetto per gareggiare con tutti. Per me è una sfida nella sfida».

Chi la aiuta?

«L'istruttrice Francesca Gentile. Io ho un casco normalissimo ma con un optional: una radio che mi tiene in contatto con Francesca, in sella al suo Angel. Un po' come in Formula 1 sono collegati con i box, io sono in contatto con lei che mi segnala i pericoli».

Le è mai capitato di cadere?

«Sì. Ma sono errori miei, magari quando mi scivola il frustino. Se il cavallo frena di colpo è perché vede un pericolo: bisogna tenersi forte, è come un motorino che inchioda».

La tecnologia aiuta?

«Siamo gli unici al mondo a usare la chatter box (scatola parlante, ndr), un sistema a impulsi sonori che, con 8 lettere dell'alfabeto, mi permette di orientarmi all'interno di un campo regolare di 20x40 metri».

Così può starsene in autonomia col suo Indagato.

«Mi alleno tre volte a settimana con lui e mi capita di stare in sella anche per due ore. Il cavallo non è disturbato dai suoni, ci fa l'abitudine, come ai rumori degli aerei o dei treni».

Programmi per il futuro? Pensa mai ai Giochi Paralimpici?

«Purtroppo l'endurance equestre non è nel programma paralimpico. Se un giorno dovesse entrarci, sarebbe un sogno partecipare. Per adesso la priorità è trovare uno sponsor per fare un salto di qualità».

E nel frattempo, la sua vita come procede?

«Mi divido tra l'endurance e il mio lavoro. Dal '94 sono impiegato all'Agenzia delle Entrate, poi ho la grande passione per i motori. Sono un tifoso sfegatato della Ferrari e quando posso vado ai test e ai Gran Premi».

Dai cavalli al Cavallino, il passo è breve.

di Nicola Bambini

Torna all'indice

La Stampa del 08-01-2017

Il maestro di arti marziali porta il karate ai disabili

Il maestro Gianni Botte commenta: «Il mio scopo è dar loro sicurezza, fargli fare ciò che fino a ieri gli avevano hanno detto di non poter fare. Io lo ripeto: non fermarti, prova»..

RIVOLI. «Luogo della via e dell'energia della tigre». Questa la traduzione dal giapponese di «Tora-Ki Dojo», nome dell'associazione sportiva di Rivoli che opera nella palestra della scuola «Don Milani». Una palestra speciale, per allievi speciali. Lì il maestro Gianni Botte, 5° Dan di Karatè e con il diploma nazionale di operatore sportivo per le disabilità, insegna l'antica arte marziale a giovani diversamente abili. Un'esperienza che porta avanti da 12 anni.

COME GLI ALTRI, ANZI DI PIÙ.

«La verità? Quando i soci dell'Audido di Alpignano, dove prima aveva sede l'associazione - precisa Botte -, sono venuti a chiedermi se volevo allenare ragazzi disabili ho avuto un po' paura. Mi sono detto: già si fa fatica con i ragazzi normodotati». Ma come tutte le paure l'ha affrontata. «E uno psicoterapeuta un giorno mi ha detto - racconta - "guarda che non sono né disabili né diversamente abili, sta a te trattarli come gli altri, così li aiuti a superare i loro limiti. E come faresti con ragazzi normali, se sono bravi o se sbagliano glielo dici". Così ho fatto».

Oggi nella sua palestra si allenano con impegno e passione in sei. «Due con disabilità fisiche e quattro mentali - ammette -. Ma negli anni sono già venuti in dodici per avvicinarsi al karatè». E il limite della disabilità è solo un'asticella da superare un po' alla volta. «Un ragazzo con paraparesi - dice - riusciva a stento a stare in piedi oggi tira calci sopra i 60 centimetri e fa i piegamenti. Cose normali per qualcuno, per lui dei limiti superati. Io lo ripeto: non fermarti, prova».

UNA SQUADRA AFFIATATA.

Il maestro segue alcuni di loro ormai da tanti anni. «I miei allievi storici sono Luca D'Ambrosio e Massimo Sorrentino - spiega Botte -. Luca ha vinto tantissime medaglie mondiali, europee e nazionali. Ed anche Massimo che ora deve prendere la cintura marrone». Poi c'è Mauro Straticò, campione nazionale Csen della sua categoria. E infine ci sono tre nuovi allievi. «Il karatè insegna una cosa importantissima: il rispetto di sé e degli altri - confida il maestro -. Il mio scopo è dar sicurezza, fargli fare ciò che fino a ieri gli avevano hanno detto di non poter fare».

Ma tutto questo costa fatica e anche soldi. «Non avendo sponsor le spese ricadono su di noi - confessa -. Però dopo tutti questi anni insieme, devo dirlo, mi sono innamorato di loro. E forse sono cresciuto più io stando con loro, di quanto loro sia cresciuti loro con me».

di Patrizio Romano

Torna all'indice

Redattore Sociale del 02-01-2017

A Torino il Museo nazionale del cinema È per tutti

Un mix di storia e innovazione, cultura cinematografica e accessibilità: negli ultimi dieci anni il polo espositivo è riuscito a implementare le sue aree, rendendole del tutto accessibili. "Rendere semplice un percorso complesso".

TORINO. Un mix di storia e innovazione, cultura cinematografica e accessibilità. È questo il Museo nazionale del cinema di Torino, un'eccellenza italiana per la fruibilità dei suoi contenuti. Negli ultimi dieci anni il polo espositivo è riuscito a implementare le sue aree, rendendole del tutto accessibili. "Abbiamo iniziato a lavorare in questo senso nel 2006 - spiega Paola Traversi, responsabile dei servizi educativi, nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail. - partendo dall'area tattile della Mole Antonelliana come primo esempio per rendere fruibile a tutti quello che è il contenitore del museo. Poi ci siamo spostati sulle collezioni e nel 2009 abbiamo inaugurato la sala dell'archeologia del cinema con un percorso visivo-tattile e audiodescrizioni".

Qui il lavoro che ha reso accessibili gli ambienti è partito già dalla progettazione: "Con gli architetti si è da subito cercato di pensare all'accessibilità. Non c'è stato un intervento a posteriori. La soluzione è stata quella di rendere semplice un percorso complesso". Pannelli tattili e in 2D trasparenti sovrapposti su quelli visivi, tag per smartphone o tablet (fornito dal museo) per accedere all'audiodescrizione, touchscreen con la possibilità per gli ipovedenti di ingrandire l'immagine o il testo, cambiando anche il contrasto.

Ma non è tutto: "Dal 2015 abbiamo reso accessibili anche le mostre contemporanee a partire dai totem con informazioni utili per capire come è organizzata la visita, uno schema del percorso in visivo-tattile e testi in Braille per facilitare l'orientamento lungo il percorso. Testi semplificati in italiano e in inglese non solo per disabili, ma anche per stranieri o bambini. Il tutto scritto con il font easyreading per la dislessia. Infine i tag per ascoltare contenuto audio, ma anche video in Lis". L'ingresso al museo è gratuito per il visitatore disabile e il suo l'accompagnatore.

Torna all'indice

Corriere del Mezzogiorno del 11-01-2017

Andrea Caschetto lancia su Facebook un documentario girato da un regista cieco

I due, entrambi ragusani, sono stati insieme a San Pietroburgo e Monaco.

Nuova impresa dell'«ambasciatore dei sorrisi» Andrea Caschetto. Il giovane ragusano, dopo aver girato gli orfanotrofi di molti paesi del mondo per donare allegria ai bambini, lancia adesso sul suo Facebook, "Il nostro sguardo", un documentario interamente girato e montato da un non vedente, Michele Romeo. Il giovane regista, anche lui ragusano, è diventato cieco a 18 anni: appassionato di musica, è riuscito a laurearsi e a realizzare tutti i suoi sogni. Adesso ha persino girato le scene di questo documentario posizionando lo smartphone sopra il suo naso, esattamente all'altezza degli occhi. Con lui il giovane Andrea Caschetto, già autore del libro "Dove nasce l'arcobaleno", che lo ha accompagnato in giro per San Pietroburgo e Monaco. "Michele ha voluto dimostrare che non esistono limiti e che, con determinazione, si può fare tutto, senza mai abbattersi" ha dichiarato Andrea Caschetto che, dopo il giro nel mondo per gli orfanotrofi, ha annunciato di voler tornare a viaggiare. A fine gennaio, infatti, partirà per il Sudamerica su una sedia a rotelle in cui ci sarà scritto "Yo soy como usted, hablame" ("Io sono come te, parlami") per mostrare ai suoi lettori la reazione della gente.

Torna all'indice

La Sicilia del 03-01-2017

Tour operator etneo fa viaggiare ovunque i diversamente abili

Il trentenne Damiano La Rocca opera da Londra con "Seable". «La molla è stata la nostalgia: volevo tornare per le vacanze».

«Da quando ho avviato questa attività, mi è capitato di avere a che fare con persone straordinarie. Per molti disabili confrontarsi con gli altri è un grande stimolo e constatare come il viaggio li aiuti concretamente a vivere meglio la propria quotidianità non può che darmi un'enorme soddisfazione. Graham, ad esempio, è un trentenne inglese non vedente. Due anni fa è venuto con noi in Sicilia e, dopo quell'esperienza, ha deciso di viaggiare da solo: non ha più bisogno di me e ha perfino aperto un blog. Durante le nostre vacanze poi, si sono create amicizie e perfino una coppia».

Quando si parla di startup, nell'immaginario collettivo si pensa alle aziende ad alto contenuto tecnologico. Eppure il concetto d'innovazione è qualcosa di più ampio, che va ben oltre l'utilizzo di uno strumento nuovo.

È possibile approcciare in modo nuovo il turismo? Può un disabile tornare da un'esperienza di viaggio con una rinnovata sicurezza? Queste sono alcune delle domande che quattro anni fa si è posto Damiano La Rocca, trentenne catanese titolare di "Seable", vero e proprio tour operator per disabili con base a Londra.

«In realtà - racconta il giovane imprenditore - tutto è nato dalla nostalgia di casa. Quando mi sono trasferito in Inghilterra, all'età di diciotto anni, ho iniziato a svolgere mille attività, dal cameriere al receptionist. Stavo bene, ma a un certo punto ho pensato che avrei dovuto trovare un modo per tornare in Sicilia, perlomeno per le vacanze. L'idea l'ho avuta guardando mio padre, che fa l'istruttore di subacquea per disabili. I ragazzi che allenava affrontavano la vita in maniera diversa rispetto a chi non praticava sport. Così ho messo nero su bianco il mio progetto e l'ho proposto a un incubatore dell'università che stavo frequentando. Fui premiato con un finanziamento iniziale e un ufficio messo a disposizione per due anni».

"Seable" è una "social enterprise" che lavora principalmente con piccoli gruppi di persone con vari tipi di disabilità (principalmente visiva e motoria).

Le mete che l'azienda propone sono diverse e spaziano dalla Sicilia - dove Damiano e il suo staff fa praticare ai suoi ospiti attività come la canoa, il windsurf e la guida per non vedenti - alla Slovenia, dove l'attrazione principale è lo sci per ciechi.

«Quando ho iniziato - continua - avevo l'idea di concentrarmi sulle attività sportive, ma il mio primo cliente fu un ottantaquattrenne inglese non vedente che voleva semplicemente compagnia durante la sua vacanza. Iniziai quindi a pensare ad attività diverse per arricchire la mia offerta, come escursioni sull'Etna o la raccolta delle olive».

Da circa un anno a questa parte "Seable" offre, in aggiunta ai pacchetti esistenti, la possibilità di ideare viaggi su misura e lavora, oltre che con piccoli gruppi, anche con alcune grosse onlus inglesi.

«Quello delle "charity" - spiega ancora Damiano - è un settore con un enorme potenziale. Potere lavorare con loro è per me molto importante perché in un certo senso è come se si facessero garanti con i loro assistiti della serietà del mio servizio».

La fiducia, del resto, è un elemento essenziale su cui è imperniata l'attività di Seable. «Bisogna sempre partire dal presupposto che, ad esempio, quando un cieco sceglie di viaggiare con te si sta affidando totalmente».

In questo senso Damiano è molto rigido nella scelta dei partner e quando lavora in contesti non del tutto efficienti si organizza per integrare i servizi mancanti. «All'aeroporto di Catania - spiega - non è possibile accedere alla rampa con una nostra auto finché il cliente non esce dal terminal e, poiché gli addetti all'assistenza non sempre parlano inglese, spesso mandiamo qualcuno del nostro team a dare una mano».

La sfida, insomma, specie in assenza di procedure standard, è mantenere un livello qualitativo molto alto.

L'azienda di Damiano è 100% inglese, ma come impatta la Brexit su un'attività come la sua? «Il primo effetto - spiega - è stato immediato: poiché le mie uscite sono in euro e le mie entrate in pound, a causa della svalutazione della sterlina ho registrato una perdita del 20% sui ricavi. Ciò che mi preoccupa di più, però, è il futuro. La più grande paura è quella di essere rimandato in Italia, ma mi spaventa anche l'idea di dover aumentare i costi, perché a quel punto sarà più difficile trovare nuovi clienti».

In ogni caso, Damiano dimostra di sapere guardare al futuro oltre le potenzialità della sua azienda, proponendosi in una veste sempre nuova e dimostrando di avere fatto tesoro della sua esperienza.

Col passare degli anni, infatti, "Seable" è diventata un vero e proprio modello e il giovane imprenditore lavora oggi sempre più spesso come consulente. «Man mano - conclude Damiano - che la mia storia ha iniziato a essere conosciuta, grazie anche all'interessamento della stampa, sono stato contattato da diversi tour operator. Alcuni di questi, come un'agenzia viaggio di Firenze, avevano già in mente di cimentarsi nel settore del turismo accessibile e mi hanno chiesto di ideare per loro dei pacchetti di viaggio, per altri, come una startup in Cilento, sono diventato il responsabile del mercato estero».

Spesso, poi, a richiedere la consulenza di Damiano sono dipartimenti di Paesi in via di sviluppo. «In quel caso si entra meno nello specifico - conclude - ma il concetto di fondo è sempre lo stesso: fare capire come il turismo accessibile è una risorsa importante, non solo in termini umani, ma anche a livello economico».

di Giorgio Romeo

Torna all'indice

SienaNews del 06-01-2017

Se mi aiuti ballo anch'io: a passo di danza per superare le diversitÀ

Sulle ali della danza. Per abbattere i freni inibitori, per combattere le barriere dei diversamente abili e sviluppare la creatività e l'integrazione. Perché dove la comunicazione si fa difficile, con i tempi che corrono, la danza non ha bisogno di parole. Soprattutto per i ragazzi dell'associazione "Se mi aiuti ballo anch'io", giovani e adulti di tutte le età che grazie alla musica e al ballo hanno ritrovato il sorriso, superando i blocchi emozionali nell'approccio con gli altri e sentendosi parte di un gruppo che li ama per come sono. Abbiamo intervistato la vice presidente Costanza Panfili, per scoprire l'attività di questo gruppo e le storie di chi ne fa parte. "Il ballo - racconta Costanza - è il modo per guardarsi tutti negli occhi, prendersi la mano e, a testa alta, aspettare che la musica inizi per sciogliersi in una danza lenta o caraibica e continuare a sognare".

Com'è nata la vostra associazione?

Il progetto è nato da un'idea di Roberto Girolami (Tecnico Federale FIDS - Responsabile dei non vedenti per la Federazione Italiana Danza Sportiva), non vedente e campione regionale e nazionale di danze latino-americane e danze standard, per divulgare la cultura della danza sportiva nel mondo dei non vedenti e dei diversamente abili. Con il suo lavoro e impegno è riuscito ad inserire questa disciplina nel settore paraolimpico. La convinzione di fondo che sta alla base del progetto, è che la danza, oltre a produrre un benessere psico-fisico, svolge un'importante funzione di integrazione tra le persone.

Come si sviluppa il vostro lavoro?

Con l'aiuto della musica è favorito l'abbattimento di freni inibitori che impediscono il libero manifestarsi della sfera psichica afferente alla creatività, secondo la propria indole personale. Per questo la "Danzaterapia" è una disciplina pedagogica e terapeutica orientata a promuovere l'integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale offrendo l'opportunità di esprimere le emozioni attraverso il movimento corporeo. Con la nostra attività di danza, infatti si crea un ambiente integrato tra normodotati e disabili uniti dallo stesso fine, "il ballo", tal per cui si "sospende il giudizio". Ecco che passa in secondo piano la percezione della diversità (in modo biunivoco persona-collettività collettività-persona). La nostra esperienza ci ha insegnato che con il ballo siamo in grado di abbattere il disagio individuale e collettivo e di raggiungere il fine dell'integrazione sociale. Infatti nella nostra associazione la condivisione inizia nelle sezioni di ballo dove partecipano coppie di disabili-supporter e coppie normodotate e non si esaurisce nei momenti associativi ma si estende anche in altri contesti esterni, ludici e non ludici.

A chi è rivolta la "Danzaterapia"?

La Danzaterapia può essere rivolta a bambini, adolescenti, adulti e anziani e trova da tempo importanti applicazioni educative e riabilitative con persone che hanno difficoltà relazionali, psichiche, fisiche e sensoriali. Un percorso di Danzaterapia è consigliato anche a tutti coloro che intendono ampliare le proprie capacità relazionali, superando i blocchi emozionali, le rigidità della postura, le paure del contatto con gli altri, le difficoltà di relazione con sé stessi e con il proprio corpo. Siamo consapevoli che questa attività permette di sperimentare la dimensione del gruppo, proponendo così una modalità positiva dello stare insieme. Inoltre, educa all'osservazione e al confronto.

Quali attività avete svolto nel 2016?

Siamo convinti del valore riabilitativo della danza, nella sua forma clinico-terapeutica, per questo di recente è nata una assidua collaborazione scientifica con la Dott.ssa Margherita Badin, Responsabile del progetto "Danza Terapeuta in formazione" presso il Centro Toscano di Danza Movimento Terapia di Firenze. Inoltre questo anno abbiamo attenuto dalla Regione Toscana un importante riconoscimento come associazione sportiva sporthabile. La disabilità si manifesta nel momento in cui un soggetto affetto da problemi fisici, psichici o da particolari patologie incontra un ostacolo nel proprio contesto, tale da pregiudicarne la partecipazione all'interno della società. Promuovendo la nostra attività ci battiamo e offriamo tutta la nostra disponibilità affinché, nel piano di intervento socio-assiastenziale, venga data attenzione alla globalità della persona perché, se è vero che in primis ci sono i bisogni di assistenza e cura della quotidianità, la sfera ludico-ricreativa non deve essere considerata effimera, ma come leva indispensabile per il recupero e lo sviluppo della dignità umana e di una buona qualità della vita libera da barriere fisiche e ideologiche. Nel corso degli anni la nostra associazione ha preparato gli atleti, attraverso volontari specificamente formati, per le competizioni dei Campionati regionali, nazionali e internazionali di danza sportiva per le discipline di ballo da sala, liscio unificato, standard, latini-americani, caraibici e show dance, gareggiando nel para-olimpico, voluto da Roberto Girolami, in quale oggi ricopre la carica di rappresentante del Cip toscana.

Quali sono le prospettive per il nuovo anno?

L'attività sportiva del nostro gruppo si è sviluppata per gli atleti minorati della vista, per quelli con disturbi relazionali e per quelli con deficit motori. La nostra associazione è pronta ora a seguire anche l'insegnamento del "ballo in carrozzina". Infatti collabora da tempo con altre associazioni su territorio che si occupano di questo tema. Siamo sempre sul podio dei Campionati regionali e Nazionali con i nostri atleti, tra l'altro vincitori di diverse medaglie. Ci auguriamo anche che possiamo ottenere visibilità e supporto anche da organi istituzionali locali per avere fondi sufficienti per crescere ancora e continuare il nostro lavoro in cui crediamo. Fino ad oggi ci stiamo autofinanziando attraverso la partecipazione a bandi e progetti con fondi locali e europei e attraverso l'organizzazione di eventi di raccolta fondi.

Ci racconta qualche apparizione recente o eventi che vuole ricordare?

Abbiamo partecipato a diversi eventi sportivi di rilievo, come sport and show a Poggibonsi nell'ottobre 2015. Eravamo a Pisa nel favoloso contesto di Piazza dei Miracoli tra turisti italiani e stranieri per la Giornata Nazionale di sport para-olimpico il 3 ottobre del 2015. Il nostro orgoglio, poi, è stata la partecipazione televisiva nel 2006 a "Mattina in Famiglia" in onda su Rai2 e la più recente esibizione in Lombardia con i campioni di "Ballando con le stelle" Giusy Versace e Raimondo Todaro nel settembre 2015. Non da meno sono state le nostre esibizioni, nell'aprile 2015, nello scenario di piazza del Campo in occasione della giornata nazionale per autismo, è del giugno 2016 la partecipazione al Costone Siena per la collaborazione con "Baskin". Inoltre, collaboriamo e partecipiamo agli scambi culturali organizzati dall'associazione. E poi, da sempre, organizziamo l'evento "Diversamente danza" nella giornata dell'8 dicembre nel palasport Mensana di Siena, una delle sedi dove svolgiamo le nostre attività, dove partecipano numerosi atleti provenienti da tutta la regione con piena soddisfazione del pubblico e delle autorità locali.

La diversità non deve essere un ostacolo per nessuno e la vostra associazione ne è la prova. Quali sono le storie di questi ragazzi?

Vorrei proporvi le storie di due nostri ballerini, per farvi capire ciò che la danza ha fatto nella vita di queste persone. Hanno scelto loro stessi di raccontare la propria storia, per far conoscere la loro esperienza: un mondo dove la diversità, come l'età, non hanno nessun peso e grazie all'aiuto dei tutor e degli istruttori tutti possono superare gli ostacoli che la vita ci riserva.

La prima storia è quella di Giuditta, atleta con sindrome di down:

"Mi chiamo Giuditta, ho 32 anni e da sempre frequento scuole di ballo. Ballare per me è' come comunicare con gli altri. Se a parlare ho un po' di problemi, quando si tratta di ballare...NO! È un modo per mettermi in contatto con le persone e questo mi rende molto felice. Da quando frequento la Scuola di ballo MG mi sono fatta molto amici che non vedono solo la mia disabilità ma apprezzano soprattutto le mie qualità. Quando è nato il progeo "Se mi aiuti ballo anch'io", nel 2009, ne ho fatto subito parte e mi sono trovata molto bene. Ho tanti ballerini (tutti molto belli!) ai quali faccio vincere molte medaglie d'oro, che mi permettono di imparare i balli. Partecipo a tante iniziative e a molte gare. Il ballo mi fa sentire importante e soprattutto mi fa sentire BELLA. Il mio handicap è stato catalogato in mille modi ma, come lo chiama la mia mamma, "è quello che più mi si addice". Lei mi ricorda sempre che sono una persona con "abilità diverse", ma non diversamente abile. Sono perciò come tutte quante le persone di questo mondo, sono come gli altri. Mi sento ben integrata nel gruppo, sia con i ballerini che con gli allievi, che poi sono tutti dei veri e cari amici. La danza mi fa sentire integrata anche con i colleghi di lavoro,quelli dell'Università di Siena, dove lavoro ormai da 9 anni. Nel tempo, ho superato tante barriere grazie al ballo, quelle che devo affrontare ogni giorno nella vita quotidiana. Allora, viva la DANZA!!!!!".

L'altra esperienza riguarda Roberto Girolami, fondatore dell'associazione e stimolo al proseguimento dell'attività. Per quanto riguarda lui, cito un aneddoto divertente: durante una competizione con atleti normodotati, all'inizio della gara, nel momento in cui i due ballerini, l'uno di fronte all'altro aspettano l'inizio della musica e si distanziano di circa due metri per poi riunirsi, Roberto non ha preso la sua partner (sua moglie), ma essendo non vedente ha preso erroneamente un'altra ballerina! Ci ha fatto davvero sorridere. Della serie: se non è INTEGRAZIONE questa!

"Mi chiamo Roberto Girolami. Ho compiuto da poco 70 anni, sono pensionato e sono finito, per caso, nella danza sportiva. Nel 1990 mi è stato proposto di fare le gare nazionali di danza sportiva, ho accettato questa sfida ballando con mia moglie, senza però dire che ero non vedente, ed ho avuto la soddisfazione di vincere quattro volte il campionato italiano gareggiando con i normodotati. A quel tempo chiedevano il certificato di sana e robusta costituzione, ma quando annotarono che avevo la retinite pigmentosa, avevo già vinto tutto nella categoria dei "normali". Così mi sono impegnato a portare il comitato paraolimpico nella federazione danza sportiva. Ho fondato l'associazione onlus "Se mi aiuto ballo anch'io" anche se inizialmente ero un po' indeciso in quanto non volevo fare una associazione di soli disabili perché ritengo sia ghettizzante e squalificante e infatti mi sono impegnato e, tutt'ora lavoro, perché la nostra attività sia di piena integrazione. La danza mi ha aiutato tantissimo, ho fatto tanti sport con il supporto di mia moglie, ma con la danza sono riuscito a trovare una dimensione autonoma. Quando sono con gli allievi del primo corso, che siano disabili o no, noto che il primo atteggiamento posturale è quello di stare col capo chino. Quello che cerco di insegnare con la danza è di stare sempre a "testa alta", a porsi psicologicamente in modo diverso anche nel rapporto con gli altri, a credere in se stessi. Perché, come dico ai miei allievi, solo quando noi per primi crediamo in noi stessi, possiamo convincere il mondo esterno di quanto valiamo come persone. Ho avuto la fortuna di incontrare molti personaggi famosi con questo mestiere: ricordo che Lorella Cuccarini mi ha aiutato a vincere l'agitazione con un "grande respiro buttandomi dentro all'attività". Ho fatto di questo grande consiglio il mio motto e forse è questo il segreto del grande successo di performance, per me e per miei allievi".

di Michela Piccini

Torna all'indice

Superando.it del 20-01-2017

Musei statali: presto online le prime ottanta schede di accessibilità

«Abbiamo realizzato una modalità unica di catalogazione dell'accessibilità e dei servizi connessi per tutti i musei statali - rende noto Dorina Bianchi, sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo - e presto saranno consultabili online le prime ottanta schede di accessibilità di sedi museali e aree archeologiche statali, elaborate in italiano e in inglese, che avranno delle planimetrie parlanti, per consentire a tutti un'immediata comprensione delle informazioni fornite. È inoltre in corso la rilevazione di tutti i restanti musei statali».

«L'accessibilità al patrimonio culturale italiano è un tema fortemente sentito dal Governo. In questo senso abbiamo realizzato una modalità unica di catalogazione dell'accessibilità e dei servizi connessi per tutti i musei statali e presto saranno consultabili online le prime ottanta schede di accessibilità di sedi museali e aree archeologiche statali, elaborate in italiano e in inglese, che avranno delle planimetrie parlanti, per consentire a tutti un'immediata comprensione delle informazioni fornite. È inoltre in corso la rilevazione di tutti i restanti musei statali».

Lo scrive nel proprio blog Dorina Bianchi, sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che aggiunge: «Del resto, in molti musei statali sono presenti sussidi e strumenti didattici rivolti ai giovani in età scolare con disabilità cognitive e sensoriali, realizzati nel corso del tempo presso il Centro per i Servizi Educativi del museo e del territorio. Inoltre, abbiamo portato a termine alcuni progetti pilota di accessibilità universale, da replicare in contesti analoghi sul territorio nazionale. Tali progetti riguardano l'Area Archeologica di Ostia Antica, il sito Unesco della Necropoli Etrusca del Calvario a Tarquinia e un progetto di consultazione pubblica online che ha permesso di finanziare un luogo della cultura per realizzare un percorso di accessibilità (è risultato vincitore il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari)». (S.G.)

Ringraziamo il portale "Bed&Care" per la segnalazione.

Torna all'indice

L'Immediato del 09-01-2017

Teatro Giordano a misura di disabile, ecco il plastico tattile. "Grande passo per la città"

FOGGIA. Conoscere il Teatro Giordano attraverso il tatto e scoprire così le sue caratteristiche architettoniche. Un passo in avanti, verso la modernità, come poche città italiane finora hanno fatto. Questa mattina infatti, nell'atrio del teatro comunale, è stato installato il modello tattile tridimensionale dell'intera struttura dedicata ad Umberto Giordano, un'esperienza riservata non esclusivamente alle persone cieche e ipovedenti, ma a tutti i cittadini. Un plastico da accarezzare e toccare, essenziale per potenziare le facoltà immaginative e conoscitive della mente, anche grazie ad una corretta integrazione dei sensi residui. L'affinamento della tattilità facilita lo sviluppo consapevole della propria autonomia percettiva e la funzione del pensiero visivo.

L'installazione del plastico realizzato da Claudio Grenzi e con il patrocinio dell'Amministrazione comunale di Foggia, è stata resa possibile grazie al progetto "La Strada della Cultura", presentato dall'Istituto Comprensivo Santa Chiara-Pascoli-Altamura, approvato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca attraverso il Concorso nazionale "Progetti didattici nei musei, nei siti d'interesse archeologico, storico e culturale o nelle istituzioni culturali scientifiche". Il progetto mira a promuovere la crescita e l'integrazione culturale dei minorati della vista e la diffusione tra essi della conoscenza della realtà.

"Finalmente questa mattina abbiamo scoperto quanto è bella la facciata del teatro Giordano, scoprire i suoi particolari, toccare la scritta e gli ingressi laterali dove in passato entravano le carrozze.- ha detto il Presidente della Cooperativa Louis Braille Michele Corcio -. Noi non vedenti abbiamo la possibilità di scoprire materiali e dettagli che alla vista possono sfuggire. Questo è un grande passo in avanti che la città di Foggia compie. Se vogliamo una reale inclusione sociale mi piacerebbe che in futuro i non vedenti, pagassero un solo biglietto a teatro valido anche per l'accompagnatore", ha sottolineato Corcio.

"Con questo progetto abbiamo realizzato molto più di quello che ci aspettavamo - ha spiegato la dirigente dell'Istituto Comprensivo Santa Chiara -Pascoli- Altamura , Mariolina Goduto -. Abbiamo lavorato dall'inizio della stagione scolastica, a settembre, fino a poche settimane fa nella dimensione storica e antropologica della città. Da oggi esploriamo invece, la componente artistica del progetto. Seguiranno infatti - ha spiegato - cinque mattinate presso la sala Fedora dove i ragazzi delle scuole coinvolte incontreranno per la prima volta Umberto Giordano attraverso la sua musica e i racconti. Abbiamo realizzato due libri: una versione normale e una versione Braille (sistema di scrittura e lettura a rilievo per non vedenti ed ipovedenti). Il plastico che inauguriamo oggi rappresenta un po' la filosofia del progetto. Esistono tanti modi di vedere e di capire. È questo il messaggio che vogliamo lanciare all'intera città".

Il libro "Umberto Giordano...ti racconto" è stato scritto da Mariella Granatieri e da Annarita Gentile che si è occupata della stesura per non vedenti.

"I bambini delle scuole hanno condiviso con noi questa bellissima esperienza, in loro c'era tantissima curiosità e partecipazione. Nel 2016 hanno partecipato circa 500 bambini di cinque istituti comprensivi della città di Foggia" - ha evidenziato la responsabile dei progetti educativi Aps Mira, Luciana Stella.

"L'arte si tocca e si respira, non ha bisogno necessariamente di due occhi, spesso distratti e che non colgono la meraviglia che ci circonda", ha detto l'assessore alla Cultura, Anna Paola Giuliani.

Un lavoro complesso sotto la visione dell'editore Claudio Grenzi che in conferenza questa mattina ha annunciato la presentazione nelle prossime settimane di un nuovo progetto, un plastico 3D della Cattedrale di Foggia che sarà installato all'interno della Chiesa per essere fruibile da tutti e toccare i suoi rilievi architettonici.

Questa sera invece, a partire dalle ore 19:30, presso il Teatro Umberto Giordano, in occasione dell'installazione del plastico del teatro, si terrà il concerto al buio "Nuove emozioni" organizzato dall'Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus e dalla Cooperativa Sociale Onlus "Louis Braille" con la presenza del Maestro Franco De Feo, con il patrocinio dell'Amministrazione comunale di Foggia. Un'esperienza unica, un evento di sensibilizzazione mai organizzato prima nella Provincia di Foggia, permetterà di ascoltare musica con altri occhi in un suggestivo ed emozionante spettacolo. Un concerto estremamente toccante, basato su una semplice e magica formula: Luce - Buio - Luce. Una morbida penombra accoglierà in sala gli spettatori e, una volta iniziato il concerto, le luci caleranno lentamente, fino a raggiungere il buio totale per poi ritornare gradualmente alla luce iniziale. Una formula che coinvolge i sensi e le emozioni ed esprime appieno la missione che i partner del progetto condividono: ricercare modalità di approccio ai beni culturali che siano per tutti e di tutti.

Torna all'indice

La Repubblica del 23-01-2017

L'opera che racconta la città ai non vedenti

NAPOLI. Inaspettata e sorprendente. È tutta una questione di sensi: se un belvedere predilige solitamente la vista, l'arte di Paolo Puddu ribalta tutto. E premia il tatto. Almeno in questa sua opera, "Follow the Shape", che ha vinto la quinta edizione del concorso "Un'opera per il castello", a cura di Angela Tecce con Claudia Borrelli, il cui tema era proprio "Uno sguardo altrove- Relazioni e incontri". L'opera, appena terminata, è stata presentata sabato al Museo del Novecento da Anna Imponente e Anna Maria Romano, rispettivamente direttrici del Polo museale Campano e del Castel Sant'Elmo. Si tratta di un corrimano metallico che corre per tutta la Piazza d'Armi, i camminamenti e gli spalti, su cui è disposto un sistema di lettura in braille per i non vedenti. In uno dei punti più panoramici della città Puddu ha dato attenzione a chi non può goderne. Ma che da oggi, puntando le mani sulla ringhiera, sarà in grado di farsi un'idea della bellezza che ha davanti, leggendo in braille le frasi più famose di scrittori che hanno visto Napoli. Da Stendhal a Erri De Luca, fino a Matilde Serao: le parole degli altri foggiano immagini a chi di immagini non può vivere. La fortezza si fa per tutti. La giuria, presieduta da Mariella Utili, ex direttrice del Polo museale campano, ha premiato il progetto del giovane artista, formatosi all'Accademia di belle arti poiché "ha declinato il tema del concorso ribaltando la consueta concezione della visione, riuscendo a creare una relazione inedita tra il castello e il territorio circostante. Gli spalti panoramici divengono il luogo d'incontro tra esperienze sensoriali differenti, fornendo uno strumento ulteriore per ampliare le possibilità di fruizione del luogo". Attraverso l'uso della scrittura braille l'artista propone un trasferimento dell'esperienza "da visiva a tattile, invitando anche i visitatori vedenti a immaginare una prospettiva alternativa che è loro di norma estranea".

di Paolo De Luca

Torna all'indice

La Nazione del 25-01-2017

I Lions aprono una scuola per massaggi olistici per non vedenti

FIRENZE. Ha preso il via il primo corso per Operatore olistico promosso e organizzato dalla Scuola Nazionale Lions di Massaggi Olistici per giovani ipovedenti o non vedenti. Il progetto è finalizzato a favorire nuove opportunità occupazionali. Verranno, difatti, sostenute iniziative imprenditoriali di ogni singolo studente e saranno attivate politiche di ricerca di lavoro idoneo alle qualifiche professionali conseguite, fino alla possibile costituzione di un centro di massaggi, che possa occupare i giovani che hanno intrapreso questo cammino professionale.

Il Lions Club Fiesole sosterrà la copertura totale delle spese della scuola, con campagne di raccolta fondi, gestita dalla Onlus Fiesole Aiuta ed avrà la direzione dei corsi. Gli insegnanti qualificati e lo spazio scolastico sono invece stati reperiti dal CSEN Firenze, Ente di Promozione Sportiva, Sociale e Culturale nella sede di viale Europa. Il materiale didattico, l'adeguamento del linguaggio d'insegnamento e la supervisione tecnica sono a cura dell'Unione Italiana Ciechi Toscana, che ha effettuato la ricerca degli allievi sul territorio, con il sostegno di I.RI.FO.R.

Quattordici gli studenti che hanno iniziato il corso e che saliranno a 28 il prossimo ottobre con l'avvio di una seconda classe. Il percorso formativo durerà due anni e sarà articolato in 6 livelli. Al termine di ogni singolo corso specifico, al superamento dell'esame, all'allievo verrà rilasciato il Diploma Nazionale CSEN, con cui potrà già iniziare la pratica della materia. I testi in braille sono offerti da Regione Toscana.

"Capita spesso di ricevere un contributo o una donazione per la realizzazione di qualche progetto ma questa volta - ha detto il presidente dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti Toscana, Antonio Quatraro- ll dono è più unico che raro perché Lions Club Fiesole regalano ai nostri giovani un futuro lavorativo. Ci sono cose che non hanno prezzo, perché si ricevono solo in dono. Trovare persone che credono nelle possibilità dei non vedenti e che scommettono insieme ai nostri giovani è di per sé l'alba di un nuovo giorno".

Torna all'indice

focus

Superando.it del 12-01-2017

I permessi lavorativi e le esigenze di chi presta assistenza

di Simona Lancioni*

Secondo una recente Sentenza della Corte di Cassazione, i permessi retribuiti riconosciuti al lavoratore dalla Legge 104/92, per prestare assistenza a un congiunto con handicap in stato di gravità, possono essere utilizzati anche per consentire al lavoratore di provvedere alle proprie esigenze personali, purché l'assistenza al proprio congiunto sia comunque garantita in modo adeguato e benché tali permessi non possano considerarsi alla stregua di veri e propri periodi di ferie.

«Posso andare alla posta, o in un altro ufficio, negli orari di permesso, senza che ciò venga considerato un abuso?». Il permesso al quale si riferisce il quesito che ci è stato rivolto è quello retribuito, riconosciuto al lavoratore dall'articolo 33 della Legge 104/92, per prestare assistenza a un congiunto con handicap in stato di gravità.

Non è la prima volta che i fruitori di questi permessi si fanno degli scrupoli circa il corretto impiego del tempo per l'assistenza e le risposte sono sempre state di buonsenso: se l'attività è svolta in un quadro complessivo finalizzato a garantire alla persona con disabilità l'assistenza necessaria, anche il disbrigo di pratiche amministrative, o fare la spesa, o lo svolgimento di attività complementari all'assistenza vera e propria (come, ad esempio, portare gli indumenti dalla sarta per farli sistemare, o recarsi all'Azienda USL per prenotare una visita o ritirare un referto), sono compiti che possono correttamente essere svolti durante le ore o nei giorni di permesso.

Ora, una recente Sentenza della Corte di Cassazione (Seconda Sezione Penale, Sentenza 54712/16) ha espresso il proprio parere sull'interpretazione delle disposizioni in materia di permessi lavorativi per l'assistenza a un congiunto con handicap in stato di gravità, arrivando sino a contemplare anche, entro certi limiti, il soddisfacimento delle esigenze del lavoratore.

Secondo la Suprema Corte, dunque, l'interesse primario espresso nella norma che istituisce i suddetti permessi lavorativi è quello di «assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell'assistenza del disabile» realizzate in ambito familiare. La Corte osserva che questa prospettiva consente che i permessi lavorativi siano «soggetti ad una duplice lettura: a) vengono concessi per consentire al lavoratore per prestare la propria assistenza con maggiore "continuità"; b) vengono concessi per consentire al lavoratore, che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare handicappato, di ritagliarsi un breve spazio per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personali».

Ma poiché una lettura non esclude l'altra, ed essendo certo «che da nessuna parte della legge, si evince che, nei casi di permesso, l'attività di assistenza deve essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa», è possibile concludere che è sufficiente che l'assistenza «sia prestata con modalità costanti e con quella flessibilità dovuta anche alle esigenze del lavoratore».

Pertanto se - sempre secondo la Cassazione - «i permessi servono a chi svolge quel gravoso [compito] di assistenza a persona [i.e. persone] handicappate, di poter svolgere un minimo di vita sociale, e cioè praticare quelle attività che non sono possibili quando l'intera giornata è dedicata prima al lavoro e, poi, all'assistenza», è tuttavia altrettanto ovvio che l'assistenza deve esserci, e che pertanto i permessi non possono essere considerati come dei veri e propri periodi di ferie dei quali il lavoratore potrebbe disporre discrezionalmente. Non è dunque ammissibile che - come nel caso specifico da cui è scaturita la Sentenza - il lavoratore utilizzi i permessi per recarsi all'estero, poiché tale attività non è compatibile con lo svolgimento di alcuna attività assistenziale. Un conto, cioè, è organizzarsi il lavoro di assistenza in modo da renderlo meno gravoso e compatibile anche con le esigenze del lavoratore, altra questione è invece assentarsi e non svolgere alcuna assistenza.

In conclusione, e in sintesi, ciò che viene espresso in questa Sentenza della Corte di Cassazione è che l'attività di assistenza non deve essere concepita come un qualcosa di totalizzante, ma come un lavoro dotato di una flessibilità tale da soddisfare contemporaneamente sia le esigenze della persona disabile (che rimane in ogni caso la beneficiaria della misura in questione), sia quelle del lavoratore che assiste (o, almeno, alcune di esse).

La presente nota è già apparsa nel sito di Informare un'H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), di cui Simona Lancioni è responsabile, con il titolo "I permessi lavorativi possono includere anche le esigenze di chi presta assistenza". Viene qui ripresa con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

Per approfondire il tema trattato:

° Luca Benci, I tre giorni di permesso per assistere persone disabili non sono equiparabili alle ferie. Ma in ogni caso servono anche per far "riposare" chi ne usufruisce. La sentenza della Cassazione, in «Quotidianosanità.it», 4 gennaio 2017.

° Simona Lancioni, Vietato il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare con handicap non grave, in «Informare un'h», 15 dicembre 2016.

° Simona Lancioni, Permessi per l'assistenza riconosciuti al convivente, in «Informare un'h», 10 ottobre 2016.

Torna all'indice

Disabili.com del 10-01-2017

Si può essere licenziati perchè si è divenuti disabili?

Panoramica sulle casistiche possibili tra disabilità sopravvenuta in seguito ad infortunio o malattia professionale oppure occorsa fuori dall'ambito di lavoro

Una disabilità che sopraggiunge in età adulta - quindi non congenita o di età giovanile - può portare con sé, tra i numerosi sconvolgimenti nell'intera vita, una ulteriore paura: quella di poter essere licenziati perchè non si è più in grado di svolgere il lavoro di prima.

Si parla in questi casi di disabilità sopravvenuta, intendendo con ciò una disabilità che ha colpito un lavoratore che al momento della stipula del contratto lavorativo era in salute e senza disabilità.

Essa di per sé non costituisce un valido motivo per giustificare un licenziamento. Ma vediamo in dettaglio come funziona in questi casi.

NON SI PERDE IL POSTO. La legge prevede che se la persona non è più in grado di svolgere una data mansione, può sempre essere destinata a svolgere altre mansioni equivalenti o inferiori mantenendo invariato il suo trattamento stipendiario.

È solo nel caso in cui non sia possibile adibire il dipendente a nessuna di queste attività che si verifica la circostanza del "licenziamento per giustificato motivo oggettivo".

In tal caso il lavoratore, se in possesso dei requisiti necessari per il collocamento mirato, sarà preso in carico dal CPI (Centro per l'Impiego) locale, avendo diritto di precedenza e non essendo iscritto a graduatoria.

Se poi invece la persona non abbia più alcuna capacità residua per poter lavorare può fare richiesta di percepimento dell'assegno di incollocabilità (255,90 euro mensili). Tale indennità è valida solamente nei casi di disabilità sopravvenuta per infortunio sul lavoro o malattia professionale; non concorre alla formazione del reddito complessivo lordo imponibile ai fini IRPEF e viene erogata fino al raggiungimento dei limiti pensionistici.

Vediamo ora nel dettaglio cosa accade quando un lavoratore incorre in una forma di disabilità; distinguendo il caso in cui essa sopraggiunga fuori dal contesto di lavoro rispetto al caso in cui la disabilità si generi sul posto di lavoro a causa di infortunio o malattia professionale.

DISABILITÀ SOPRAVVENUTA FUORI DAL CONTESTO DI LAVORO. Se la condizione di disabilità sopraggiunge fuori dal contesto di lavoro, in linea di massima il lavoratore ha diritto al mantenimento del posto. Si procede con il licenziamento solamente nel caso in cui non sia stato possibile trovare all'interno dell'azienda una mansione alternativa o inferiore oppure nel caso in cui l'inidoneità al lavoro sia diagnosticata come di durata "indefinita, a data da destinarsi".

Ma vediamo in dettaglio le situazioni che si possono verificare:

1. Se la persona viene licenziata, risulta agli occhi dello Stato una persona disabile con il diritto di avere un lavoro per cui può partecipare alle liste di assunzione stilate nel Centro per l'Impiego della sua provincia. In queste liste la persona non sarà registrata fisicamente perchè avrà diritto di precedenza. Per usufruire del servizio di collocamento mirato, però, dovrà possedere i requisiti dei disabili privi di occupazione, aventi diritto all'assunzione obbligatoria, ossia un grado di invalidità superiore al 45%.

2. Se la disabilità sopravvenuta ha comportato una riduzione della capacità lavorativa di più del 60% ma il datore di lavoro non ne è responsabile perchè è stato accertato in sede giurisdizionale che si è attenuto alle norme in materia di sicurezza e igiene sul luogo di lavoro, allora il dipendente divenuto disabile viene escluso dalla base di computo (numero di occupati in un'azienda su cui calcolare la percentuale di persone disabili da assumere) ma viene conteggiato nella quota di riserva (la percentuale di disabili che l'azienda è tenuta ad assumere).

3. Quando invece la disabilità supera il 60% ma essa è stata causata da un inadempimento delle norme di sicurezza da parte del titolare, allora la persona non viene conteggiata nella quota di riserva.

4. Infine se la disabilità ha comportato una riduzione della capacità lavorativa inferiore al 60%, anche in questo caso non si viene conteggiati nella quota di riserva.

DISABILITÀ PER INFORTUNIO SUL LAVORO O MALATTIA PROFESSIONALE. Se la condizione di disabilità incorre durante l'orario di lavoro o deriva da una malattia professionale contratta a seguito dell'attività lavorativa prolungata in un certo luogo, anche in questo caso vale il principio per cui alla persona deve essere garantito di poter mantenere il suo posto di lavoro o tutt'al più le si possano assegnare altre mansioni equivalenti o anche inferiori, purché le venga corrisposto sempre lo stesso stipendio.

Anche in questo caso in mancanza di mansioni sostitutive adeguate si procede alla pratica di licenziamento e all'avvio presso un'altra azienda.

Parimenti si ha la precedenza nel collocamento mirato e non si viene iscritti in graduatoria ma è necessario essere in possesso del requisito richiesto a tutti gli invalidi del lavoro, aventi diritto all'assunzione obbligatoria, per usufruire del servizio, e cioè avere un grado di disabilità superiore al 33%.

La verifica e la valutazione della residua capacità lavorativa spetta all'INAIL.

Il disabile che ha subìto infortunio sul lavoro o ha una malattia professionale, a patto che abbia un grado di invalidità maggiore del 33% e il datore di lavoro abbia rispettato tutte le norme di sicurezza e igiene sul lavoro, è escluso dalla base di computo (o base occupazionale) su cui determinare il numero di lavoratori disabili da assumere obbligatoriamente mentre è conteggiato nel numero dei lavoratori disabili che il datore di lavoro è tenuto ad assumere (quota di riserva).

Inoltre vale anche qui la distinzione fra grado di disabilità superiore al 60% con zero responsabilità del datore di lavoro che comprende conteggio nella quota di riserva e disabilità inferiore al 60% o superiore ma con responsabilità del datore di lavoro che invece non conteggia il dipendente nella quota di riserva.

L'IMPEGNO DELL'INAIL PER MANTENERE IL POSTO DI LAVORO. Proprio all'INAIL sono state attribuite dalla legge di stabilità 2015 particolari "competenze in materia di reinserimento e di integrazione lavorativa delle persone con disabilità da lavoro, da realizzare con progetti personalizzati mirati alla conservazione del posto di lavoro o alla ricerca di nuova occupazione, con interventi formativi di riqualificazione professionale, con progetti per il superamento e per l'abbattimento delle barriere architettoniche nei luoghi di lavoro, con interventi di adeguamento e di adattamento delle postazioni di lavoro". L'INAIL ha approvato in luglio 2016 il "Regolamento per il reinserimento e l'integrazione delle persone con disabilità da lavoro" ed è suo compito cercare di favorire la continuità lavorativa della persona divenuta disabile sul lavoro nella sua stessa mansione o in un'altra alternativa/equivalente.

Ora, uscita la circolare n. 51/2016, il 30 dicembre 2016, vengono forniti chiarimenti e istruzioni funzionali per l'applicazione del Regolamento a livello omogeneo sul territorio tramite interventi mirati che vedono la partecipazione attiva dei datori di lavoro e di equipe multidisciplinari Inail appositamente designate.

Per la messa in opera di questi interventi miranti il reinserimento lavorativo delle persone con disabilità, Inail ha stanziato, per il 2017, 21. 200.000 euro.

In particolare:

- per gli interventi di superamento e abbattimento delle barriere architettoniche ha fissato un limite massimo di spesa rimborsabile di 95.000 euro;

- per gli interventi di adeguamento e di adattamento delle postazioni di lavoro (interventi sugli arredi, sugli ausili e i dispositivi tecnologici, sui comandi speciali e sugli adattamenti di veicoli) ha fissato un limite di spesa rimborsabile di 40.000 euro;

- per gli interventi di formazione un limite massimo di spesa rimborsabile di 15.000 euro.

Nei limiti complessivi fissati per ciascuna tipologia di intervento, al datore di lavoro è rimborsato il 100% delle spese sostenute per il superamento o l'abbattimento delle barriere architettoniche e l'adeguamento delle postazioni di lavoro. L'importo che l'Inail può rimborsare per gli interventi di formazione è invece pari al 60% del costo totale. L'Istituto rimborsa e/o anticipa ai datori di lavoro le spese relative alla realizzazione dei progetti personalizzati attivati fino a un massimo complessivo di 150mila euro per ciascun progetto.

Riassumendo:

Si è esclusi dalla base di computo (base occupazionale di assunti su cui calcolare la percentuale di disabili da assumere) e si è computati nella percentuale d'obbligo (quota di riserva di persone disabili da assumere) quando:

- si è contratta, in costanza di rapporto di lavoro, per malattia o infortunio (può essere tanto sul posto di lavoro quanto fuori) una disabilità pari o superiore al 60% ed è stato accertato in fase giudiziale che il datore di lavoro non ne è responsabile (perchè ha rispettato le norme sulla sicurezza e sull'igiene nel luogo di lavoro),

- si è contratta, in costanza di rapporto di lavoro, per infortunio sul lavoro o malattia professionale (in questo caso sì si specifica la necessaria circostanza del luogo di lavoro) un'invalidità superiore al 33% riconosciuta dall'INAIL senza che il datore di lavoro ne sia responsabile. (art. 3, co.4, D.P.R. 333/00).

È l'articolo 4 della legge 68/99 a prevedere in che misura i datori di lavoro possono riconoscere disabili i lavoratori divenuti tali in costanza di rapporto di lavoro. Allo stesso modo l'articolo 4 precisa anche che è obbligatorio computare nella quota di riserva quei lavoratori, già disabili prima della costituzione del rapporto di lavoro che però non fossero stati assunti tramite il collocamento obbligatorio o ai sensi della legge 68/99, nel caso in cui abbiano una riduzione della capacità lavorativa superiore al 60%, o minorazioni ascritte dalla prima alla sesta categoria di cui alle tabelle annesse al DPR 915/1978, o con disabilità intellettiva e psichica, con riduzione della capacità lavorativa superiore al 45% (novità introdotta dal D.lgs. 151/15).

Riferimenti normativi

Donata Viero

Torna all'indice

L'agenda: appuntamenti del mese di febbraio

- 3 UICI Lombardia - Riunione in audioconferenza della Commissione Regionale Sport, Tempo Libero e Turismo Sociale

ORDINE DEL GIORNO

1. eventuali comunicazioni della Presidenza, del Referente e del Coordinatore regionali;

2. lettura e approvazione del verbale della seduta del 10 settembre 2016;

3. quinta giornata regionale. Brescia: presentazione del progetto, discussione e determinazioni;

4. Stramilano: dati raccolti, iscrizioni definitive ed ulteriori informazioni;

5. L.r. numero 27/2015, organizzazione di eventi ricreativi: cosa cambia dal punto di vista organizzativo per noi;

6. varie ed eventuali.

- 4 IRIFOR Lombardia - Brescia - Seminario sull'utilizzo di iPhone e sul sistema operativo per smartphone Android;

- 11 UICI Lombardia - Milano - Corso "Cinguettio nel Buio", 1° incontro;

- 13 UICI Lombardia - Milano - Seminario formativo VoiceSystems;

- 17 UICI Lombardia - Milano - Presentazione nuova banconota presso Banca d'Italia;

- 18 Pistoia - Celebrazione della 10° Giornata Nazionale del Braille;

- 20 Bari - Celebrazione della 10° Giornata Nazionale del Braille;

- 25

A. UICI Lombardia - Milano - Corso "Cinguettio nel Buio", 2° incontro;

B. IRIFOR Lombardia - Lecco - Seminario sull'utilizzo di iPhone e sul sistema operativo per smartphone Android;

C. Pavia - Convegno su Amaurosi congenita di Leber

Torna all'indice



Cerca nel sito | Mappa del sito | XHTML 1.0 Valido | Torna ad inizio pagina
Copyright © 2006 - 2017 Consiglio Regionale U.I.C.I. della Lombardia. Codice fiscale 97006460154