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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


IL BLOCNOTES

NOTIZIARIO INFORMATIVO DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI

A cura di Massimiliano Penna

Marzo 2016

SOMMARIO

SINTESI DEI LAVORI DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI: SEDUTA DEL 6 febbraio 2016

DI MASSIMILIANO PENNA

Si è svolta sabato 6 febbraio 2016, presso la propria Sede a Milano in via Mozart 16, la prima seduta ordinaria del corrente anno del Consiglio Regionale Lombardo dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.

La seduta si è aperta alle ore 9.40 col saluto ai presenti del Presidente Stilla. All'appello risultavano assenti i Consiglieri Bondio, Lisi, Mazzoleni, Pitrelli e Signorini.

Oltre ai Consiglieri presenti assistevano ai lavori la Componente la Direzione Nazionale Katia Caravello, il Componente l'Organo di Vigilanza Angelo Mombelli e la Responsabile delle attività riabilitative dell'I.RI.FO.R. (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione) della Lombardia Silvia Marzoli. Partecipava inoltre ai lavori il dott. Roberto Aroldi in qualità di Segretario verbalizzante.

Dopo aver approvato il verbale relativo alla seduta del 28 novembre u.s., il Consiglio ha altresì ratificato le delibere adottate dalla Presidenza il 30 novembre e il 20 gennaio uu.ss..

Giunti all'esame del punto 3 dell'ordine del giorno, la Presidenza ha riferito quanto segue:

1. il 28 e 29 novembre uu.ss., a Tirrenia, si è svolta la riunione di insediamento del nuovo Consiglio Nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti;

2. il 3 dicembre u.s., a Roma, il Consiglio Nazionale dell'Unione è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il predetto incontro ha rappresentato senza dubbio un momento altamente significativo della vita associativa e, al contempo, un'ottima occasione per richiamare in maniera forte e decisa la massima attenzione verso le problematiche relative all'integrazione scolastica degli studenti con disabilità visiva;

3. il 3 dicembre u.s., a Milano, si è tenuto il convegno dal titolo "Accessibilità nelle città" organizzato dal Comune di Milano, al quale hanno partecipato il Segretario Regionale Roberto Aroldi e la consulente della Commissione Regionale Autonomia e Accessibilità Michela Vassena;

4. su invito del Comune di Milano, il 7 e l'8 dicembre uu.ss. la Presidenza Regionale ha partecipato ai lavori dell'annuale conferenza svoltasi a Bruxelles in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità del 3 dicembre. Nella stessa occasione si è svolta la premiazione dell'Access City Award, nella quale il primo premio è stato attribuito al Comune di Milano. E' fortemente auspicabile che il suddetto riconoscimento serva da stimolo per quanti quotidianamente si adoperano a favore dell'Associazione, dal momento che il progetto con il quale il Comune di Milano è risultato vincitore ha visto il coinvolgimento diretto delle associazioni delle persone con disabilità;

5. il 10 dicembre u.s., a Milano, il Segretario Regionale Aroldi ha partecipato alla riunione del tavolo tecnico del CORECOM (Comitato Regionale per le Comunicazioni) di Regione Lombardia, nella quale sono stati trattati diversi temi afferenti l'accesso alle comunicazioni;

6. il 13 dicembre u.s. ha avuto luogo la celebrazione della 57° Giornata Nazionale del Cieco, che ha visto le Sezioni lombarde dell'Unione impegnate attivamente nel richiamare l'attenzione verso le problematiche relative alla disabilità visiva con l'attuazione di varie iniziative nei rispettivi territori di competenza;

7. il 14 dicembre u.s. a Milano, presso Regione Lombardia, si è svolta la riunione della cabina di regia del progetto "Spazio Disabilità InFormAzioni Accessibili", nella quale è stato definito il budget per l'anno 2016;

8. il 20 dicembre u.s. a Brescia, nel corso di un evento rivolto alle famiglie dei bambini assistiti nell'ambito del progetto "Intervento Precoce", ha avuto luogo la consegna degli strumenti e degli ausili per un valore di euro 7000 donati dal Rotary Vittoria Alata di Brescia a sostegno del suddetto progetto;

9. il 21 dicembre u.s., a Milano, si è tenuto il tradizionale incontro regionale informativo/formativo rivolto ai Presidenti e ai dipendenti di tutte le Strutture provinciali, nel corso del quale ha avuto luogo un ampio ed approfondito dibattito sul servizio di patronato offerto dall'Unione in convenzione con l'ANMIL (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro) e sulle modalità di utilizzo della banca dati del servizio "Spazio Disabilità InFormAzioni Accessibili";

10. il 22 dicembre u.s., a Brescia, si è svolto un incontro nel quale sono stati messi a punto i dettagli della convenzione fra l'I.RI.FO.R. Lombardia e l'Associazione Nati per Vivere relativamente al progetto "Intervento Precoce" per il periodo 2015-2016 in atto a Brescia;

11. il 28 dicembre u.s. la Presidenza ha avuto un incontro con Francesca Vidali della startup "Driver2Home", nell'ambito del quale all'Unione è stata proposta una collaborazione all'interno di un progetto finalizzato all'offerta di servizi di accompagnamento rivolti a persone con disabilità (ivi compresi non vedenti ed ipovedenti) prenotabili tramite una apposita app installata su smartphone;

12. l'8 gennaio u.s. si è svolto a Milano un incontro informale fra varie associazioni di persone con disabilità, nel quale si è discusso in merito al rapporto alternativo inerente l'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità che verrà presentato all'ONU. Dalla discussione è emerso con chiarezza che, nonostante la Convenzione sancisca in maniera inequivocabile una serie di diritti a favore delle persone con disabilità, molte norme statali rendono estremamente difficoltosa l'applicazione dei suddetti principi in quanto ne diminuiscono notevolmente l'efficacia, in particolar modo per quanto concerne il diritto all'istruzione e al lavoro;

13. il 14 gennaio u.s. è stata sottoscritta una convenzione fra l'Unione della Lombardia e il gestore telefonico Wind;

14. il 19 gennaio u.s. la Presidenza, unitamente alla Responsabile delle attività riabilitative dell'I.RI.FO.R. Lombardia Silvia Marzoli, ha avuto un incontro con la prof.ssa Piozzi dell'ospedale Niguarda di Milano, al fine di discutere in merito al rafforzamento della collaborazione con l'Ospedale Niguarda nell'ambito del servizio "Intervento Precoce" attivo a Milano;

15. il 23 gennaio u.s. a Milano, presso la Sede del Consiglio Regionale dell'Unione, si sono riunite la Commissione Regionale Istruzione e la Commissione Regionale Turismo Sociale;

16. il 25 gennaio u.s. la Presidenza ha partecipato ad un incontro promosso dall'Università Statale di Milano per presentare il corso "Diritti e inclusione delle persone con disabilità in una prospettiva multidisciplinare";

17. il 28 gennaio u.s., a Bosisio Parini, si è svolto un incontro con il Direttore amministrativo, dott. Rivolta e il Primario di fisiatria, dott. Piccinini dell'Istituto Medea, nel quale sono state definite le linee-guida di una prossima collaborazione nell'ambito del servizio "Intervento Precoce" offerto a Brescia al fine di garantire agli utenti la presenza di un fisiatra lungo il percorso riabilitativo, nonché una via preferenziale in caso di necessità di ricovero;

18. il 2 febbraio u.s. il Vice Presidente Flaccadori ha partecipato alla riunione del G.L.I.R. (Gruppo di Lavoro Interistituzionale Regionale) svoltasi a Milano, nella quale si è discusso in merito alle delicatissime problematiche connesse all'integrazione scolastica. Constatate le indubbie potenzialità del Gruppo, è allo studio una ipotesi di azione congiunta con la LEDH (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) nei confronti dell'Ufficio Regionale Scolastico, affinché si instauri con quest'ultimo un dialogo più attivo e costante;

19. il 4 febbraio u.s. si è svolta la riunione fra i Coordinatori e i Referenti Regionali delle varie Commissioni, al fine di confrontarsi e definire le linee-guida da seguire nelle attività da porre in essere nell'immediato futuro;

20. il 5 febbraio u.s., a Brescia, ha avuto luogo la riunione dell'equipe operante nell'ambito del servizio "Intervento Precoce". Dalla discussione è emersa la volontà di organizzare un seminario in occasione dei 10 anni di attività del servizio, nel quale si vorrebbe dare ampio spazio alla trattazione delle problematiche relative all'integrazione scolastica degli studenti con disabilità visiva e disabilità aggiuntive;

21. il 5 febbraio u.s. il Vice Presidente Flaccadori ha partecipato alla riunione del Tavolo Tecnico del 3° Settore svoltasi a Milano presso Regione Lombardia;

22. nei giorni scorsi la F.AN.D. (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità) Lombardia e la LEDHA (Lega per i Diritti delle persone con Disabilità) hanno diffuso un comunicato stampa congiunto inerente le competenze in materia di servizi di sostegno all'integrazione scolastica che, in base ad una errata interpretazione di una norma contenuta nell'ultima Legge di stabilità, si vorrebbe riassegnata alle Regioni. Dalla Presidenza è giunto un forte invito a tutti i Dirigenti Provinciali a vigilare con la massima attenzione laddove vi siano criticità, ponendo in essere tutte le azioni necessarie nei confronti degli Enti preposti affinchè i servizi siano garantiti a tutti gli studenti con disabilità visiva con standard uniformi in tutto il territorio regionale.

Da quanto comunicato dalla Presidenza in merito a quest'ultimo punto è scaturito un breve dibattito, che ha visto intervenire i Consiglieri La Corte, Mazzetti, Marchetto, Flaccadori e Borella. Dalle considerazioni svolte è emersa in tutta evidenza la comune preoccupazione per i continui rimpalli fra Regione ed ex Province in merito alle competenze, nonché per la qualità dei servizi che spesso non rispondono alle reali esigenze degli studenti con disabilità visiva anche per via della prassi ormai consolidata, che vede gli Enti competenti affidare i servizi a cooperative esterne.

Terminate le comunicazioni della Presidenza Regionale, ha preso la parola la Componente la Direzione Nazionale Katia Caravello la quale, dopo aver portato il saluto del Presidente Nazionale, ha riferito quanto segue.

Nella riunione della Direzione Nazionale svoltasi il 28 gennaio u.s.:

1. sono stati nominati i Referenti per i vari ambiti territoriali, coinvolgendo anche i Consiglieri Nazionali eletti dal Congresso e sono stati altresì nominati i Coordinatori che si occuperanno dei diversi settori di attività;

2. sono stati nominati i Componenti delle varie Commissioni Nazionali, che inizieranno la loro attività dopo il 18 febbraio p.v., quando si riuniranno i Coordinatori ed i Referenti delle Commissioni stesse (salvo la Commissione Informazione e Comunicazione, la quale si riunirà il 10 febbraio p.v.);

3. è stato nominato il Consiglio d'amministrazione dell'I.Ri.Fo.R. Centrale;

4. per quanto concerne la I.A.P.B. (Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità), in attesa di comprendere se il nuovo Statuto approvato dal Consiglio d'Amministrazione di quest'ultima abbia efficacia o meno, sulla base del vecchio Statuto la Direzione Nazionale ha nominato i 5 Componenti di competenza dell'Unione individuandoli nelle persone di Mario Barbuto, Stefano Tortini, Eugenio Saltarel, Adoriano Corradetti e Linda Legname, riservandosi di nominare i nuovi rappresentanti sulla base dei curriculum vitae presentati dagli aspiranti Componenti non appena la suddetta questione verrà chiarita;

5. è stata istituita una Consulta dei rappresentanti nominati dall'Unione e dei Soci dell'Unione nominati rappresentanti da altri Enti presso i diversi istituti per ciechi;

6. la Direzione Nazionale ha infine approvato lo Statuto dell'Istituto Nazionale per la Valutazione degli Ausili ed ha apportato alcune modifiche alla bozza di Statuto dell'Agenzia per la Tutela nell'area della Disabilità, che verrà sottoposto all'esame della Direzione Nazionale nella riunione del 3 marzo p.v..

Katia Caravello ha altresì comunicato che farà il possibile per partecipare ai Consigli Provinciali di tutte le Sezioni, al fine di poter meglio conoscere le singole realtà locali e instaurare con i Dirigenti Provinciali un dialogo quanto più diretto possibile.

Dopo un breve dibattito su quanto emerso dalle comunicazioni ha preso la parola la Presidenza la quale, nell'augurare a Katia Caravello un buon lavoro nel delicato compito che la attende, ha espresso la propria delusione nel constatare che la Direzione Nazionale non ha tenuto conto dell'esperienza della Consigliera Mazzetti nella composizione della Commissione Nazionale Pluridisabili ed ha auspicato che si faccia tempestivamente chiarezza sulla questione inerente lo Statuto della I.A.P.B., al fine di evitare la compromissione dei rapporti fra l'Unione e la Società Oftalmologica Italiana, rappresentante la categoria degli oculisti.

Giunto al punto 4 dell'ordine del giorno, udita la relazione del Segretario Aroldi in merito, il Consiglio ha approvato il rendiconto relativo alla 4° Giornata Regionale per la Prevenzione della Cecità e la Riabilitazione Visiva. La Presidenza, visti i dati molto positivi e il sempre maggiore interesse suscitato dalla suddetta iniziativa anche al di fuori del territorio regionale, ha auspicato che si prosegua con sempre maggiore convinzione in tal senso.

I lavori sono poi proseguiti con l'esame dei progetti avanzati dalle Commissioni e dai Gruppi di lavoro. Prima di illustrare le proposte, la Presidenza ha rivolto un invito ai Presidenti provinciali a far sì che i rispettivi rappresentanti assicurino la loro presenza in occasione delle riunioni indette dalle Commissioni e dai Gruppi di lavoro, assicurando così la continuità operativa necessaria per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

La Presidenza ha altresì riferito che, nella riunione fra i Coordinatori del 4 febbraio u.s., è emerso che tutte le Commissioni hanno avviato un ampio confronto sulle mozioni approvate dal 23° Congresso Nazionale ed è in fase di definizione una serie di progetti da sottoporre al Consiglio Regionale sulla base delle linee-guida già seguite nel corso del precedente mandato. La Presidenza ha poi illustrato le seguenti proposte avanzate dalle Commissioni:

Terminata l'illustrazione delle proposte, è stato approvato il seguente calendario relativo alle Assemblee Ordinarie dei Soci delle Sezioni Provinciali per il 2016:

9-4: Lecco;

10-4: como;

16-4: Cremona, Mantova, Sondrio;

17-4: Bergamo, Brescia, Monza, Pavia, Varese;

23-4: Lodi;

30-4: Milano.

Successivamente, uditi i riferimenti della Presidenza e del Segretario Aroldi, il Consiglio ha ratificato le proposte di modifica elaborate di concerto con la F.A.N.D. Lombardia da presentare a Regione Lombardia per quanto concerne la modifica dei parametri per la concessione del contributo ordinario previsto dalla Legge Regionale 1/2008, Capo VII.

Giunto al punto 9 dell'ordine del giorno, il Consiglio ha approvato le seguenti delibere di carattere amministrativo:

1. viene approvato il rinnovo dell'iscrizione del Consiglio Regionale Lombardo dell'Unione per l'anno 2016 al Club Italiano del Braille per un costo pari ad euro 250;

2. viene approvato il conferimento di un incarico in regime di lavoro accessorio a supporto dell'attività della segreteria, anche per far fronte alle necessità conseguenti al periodo di aspettativa concesso ad un dipendente;

3. viene preso atto che, attualmente, il budget stanziato da Regione Lombardia per l'anno 2016 a favore del progetto "Spazio Disabilità InFormAzioni Accessibili" ammonta ad euro 75.000;

4. vengono approvati gli incarichi assegnati per il 2016 dall'Unione della Lombardia per conto della F.A.N.D. Lombardia, in quanto è l'Unione stessa a gestire la Segreteria della Federazione stessa;

5. viene approvata la stipulazione di una apposita convenzione con la mensa dell'Istituto dei Ciechi di Milano;

6. viene approvato lo stanziamento di un apposito budget a copertura del costo da sostenere per il servizio delle guide turistiche presenti a Monza in occasione della Giornata Regionale per il Turismo Sociale.

Sono state inoltre adottate le seguenti delibere di carattere organizzativo:

1. viene approvata l'organizzazione del corso di formazione sull'utilizzo della firma digitale proposto dalla Presidenza Nazionale. Il corso si svolgerà nel mese di maggio e dovrà parteciparvi almeno un rappresentante per ogni Sezione in possesso delle competenze necessarie a trasferire ai Soci che ne facciano richiesta le conoscenze acquisite durante il corso in oggetto;

2. viene approvato l'elenco dei servizi elaborato dall'apposito Osservatorio Regionale, al fine di individuare apposite linee-guida per l'elaborazione di standard minimi uniformi da garantire su tutto il territorio regionale da parte dell'Associazione;

3. viene stabilito che la selezione regionale relativa al concorso di lettura Braille promosso dalla Biblioteca Italiana per Ciechi Regina Margherita di Monza si svolgerà il 29 febbraio 2016 e viene costituita la relativa Commissione selezionatrice composta da: Giovanni Battista Flaccadori, Flavia Tozzi, Paola Bonanomi, componenti effettivi e Giancarlo Abba, componente supplente.

Non essendovi altri argomenti da trattare, alle ore 13.10 il Presidente Stilla ha dichiarato chiusa la seduta.

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Comunicato congiunto di fand lombardia e ledha

Scuola e disabilità: non cambia la legge e nemmeno le responsabilità

Un'errata interpretazione di un passo della Legge di Stabilità ha recentemente alimentato dubbi sulle competenze per la gestione dei servizi a supporto dell'inclusione scolastica. FAND e LEDHA: il compito spetta a Province e Città Metropolitana.

Negli ultimi giorni, dagli uffici delle Province e della Città Metropolitana sono emerse alcune voci, confermate inizialmente dai dubbi espressi da alcuni rappresentanti istituzionali durante incontri e riunioni. La voce ricorrente è che vi sia un passaggio della Legge di Stabilità, approvata dal Parlamento alla fine del 2015, che sembrerebbe ri-assegnare alle Regioni la competenza dei servizi a supporto del diritto allo studio di alunni e studenti con disabilità conferita alle ex Province.

Si tratta del servizio di assistenza alla comunicazione - compresi il servizio tiflologico e la fornitura di testi scolastici - per alunni e studenti con disabilità sensoriale di ogni ordine e grado di scuola; assistenza per l'autonomia e trasporto per studenti di scuole superiori e corsi di formazione professionale.

Un'interpretazione che LEDHA e FAND ritengono assolutamente priva di fondamento.

Il passaggio "incriminato" della Legge si stabilità (n.208/2015, punto 947), infatti, afferma che "le funzioni relative all'assistenza per l'autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità fisiche e sensoriali (...) sono attribuite alle Regioni a decorrere dal 1° gennaio 2016, fatte salve le disposizioni legislative regionali che alla predetta data già prevedono l'attribuzione delle predette funzioni alle province, alle città metropolitane (...)".

Questo è esattamente il caso della Regione Lombardia. Che ha provveduto per tempo a emanare disposizioni legislative di attribuzione di tali funzioni, rientranti tra le funzioni degli Enti di area vasta definite "non fondamentali" dalla Legge Delrio (v. L.56/2014, art. 1, comma 89), confermandole in capo rispettivamente alle ex Province con la Legge Regionale 19/2015 (art. 2, comma 1) e alla Città Metropolitana di Milano con la legge Regionale 32/2015 (art. 2, comma 2).

Come FAND e LEDHA chiediamo quindi con forza ai rappresentanti delle Province lombarde e della Città Metropolitana di Milano di prendere atto delle loro responsabilità. E di adoperarsi in ogni modo per adeguare i servizi già offerti in quest'anno scolastico alle effettive esigenze degli alunni e studenti con disabilità. Inoltre chiediamo loro di adoperarsi in ogni modo affinché questi servizi siano garantiti per il prossimo anno scolastico per tutti i ragazzi a partire dal primo giorno di scuola. Le associazioni rimarranno a disposizione degli enti territoriali, in piena collaborazione nel richiedere i finanziamenti. Ma senza più entrare nel gioco del rimbalzo delle competenze, già ripetutamente confermate anche dai Tribunali.

Come associazioni maggiormente rappresentative delle persone con disabilità e dei loro familiari, chiediamo alla Direzione Generale Istruzione della Regione Lombardia di enunciare in forma scritta la corretta interpretazione della normativa, coerentemente con quanto affermato in diversi incontri, e di definire delle linee guida (definendo standard minimi) per l'omogeneizzazione dei servizi su tutto il territorio regionale.

A Regione Lombardia, Province e Città Metropolitana chiediamo di attivarsi in tempi brevissimi per una ricognizione complessiva della situazione, in particolare in merito al fabbisogno rilevato e alle risorse (statali e regionali) effettivamente disponibili, al fine di garantire che il prossimo anno scolastico la campanella suoni per tutti il primo giorno di scuola.

Alberto Fontana (Presidente LEDHA) e Nicola Stilla (Presidente FAND)

LEDHA - lega per i diritti delle persone con disabilità, referente FISH per la Lombardia

FAND - Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità

Comitato Regionale di Coordinamento della Lombardia

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FISIOTERAPISTI 3.0

IN ARCHIVIO anche IL TERZO STAGE DEL corso formativo CYRIAX

Lo scorso 12, 13 e 14 febbraio si è tenuto presso il salone della Sede del Consiglio Regionale Lombardo in via Mozart a Milano il terzo e conclusivo stage del corso di formazione professionale in medicina ortopedica manuale metodo Cyriax. L'evento è stato patrocinato dal Consiglio Regionale UICI della Lombardia, con il contributo dell'I.RI.FO.R. Il corso, presieduto dal Professor Maurizio Leone, docente di questa metodica riabilitativa e vicepresidente di ETGOM Italia, è stato ben coadiuvato da Mirella Gavioli, Coordinatrice Regionale di categoria dei Fisioterapisti e massofisioterapisti della Lombardia che, con il responsabile della segreteria I.RI.FO.R regionale, dot. Stefano Sartori, si è occupata di tutta la fase organizzativa e della gestione delle varie esigenze presentatesi in loco. Il docente, ormai esperto nella formazione anche di professionisti con disabilità visiva, si è prodigato nel far conoscere e apprendere i concetti messi a punto dal Dr Cyriax nella prima parte del '900 rielaborandoli attentamente per renderli accessibili a 20 professionisti della riabilitazione con differenti disabilità visive provenienti da diverse regioni d'Italia, che hanno saputo cogliere in questa proposta un'opportunità formativa e di crescita non solo professionale ma anche personale.

Tra i corsisti è emersa la soddisfazione e la gratitudine per la disponibilità mostrata dal professor Leone nel trasmettere loro i concetti teorico-pratici con competente pazienza ma, soprattutto, con una lodevole voglia di mettersi in gioco.

Argomenti dei tre seminari, a conclusione dei 4 moduli già realizzati tra il 2014 e il 2015, sono stati l'applicazione dei concetti elaborati dal Dr Cyriax alla colonna cervicale, dorsale, lombare e alla sacro-iliaca offrendo tecniche, strumenti e competenze spendibili in piena autonomia in vari ambiti operativi del settore professionale in oggetto. I corsisti hanno potuto così ampliare le loro conoscenze grazie alla pluriennale esperienza di un docente qualificato, che ha fornito loro nuovi strumenti da utilizzare nella pratica clinica quotidiana, stimolando il ragionamento e la voglia di essere e di fare, soprattutto per coloro che si avvicinano per la prima volta alla formazione professionale sul campo.

Un'esperienza ottimamente riuscita e di capitale importanza per mantenere i professionisti qualificati e al passo con i tempi, data la fondamentale necessità di ampliare le proprie conoscenze onde risultare sempre più competitivi in un mondo del lavoro così mutevole e in continua evoluzione, il quale risulta sempre più selettivo proprio nei confronti dei professionisti con disabilità visiva.

Un grazie particolare quindi va indirizzato ai corsisti che, nonostante la significativa differenza di età e di esperienze (dalle neolaureate di 23 anni ai 70 anni dei veterani più esperti ma sempre desiderosi di apprendere e confrontarsi), hanno saputo creare un gruppo ben affiatato che ha saputo lavorare efficacemente interscambiandosi in modo ottimale.

La gratitudine va in fine espressa anche a quelle strutture I.RI.FO.R che, consapevoli dei bisogni della categoria, si mettono a disposizione a beneficio della specificità e della professionalità degli interessati.

Appuntamento al prossimo corso!

Mirella Gavioli, Matteo Comi, Claudio la Corte

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Comunicato stampa dall'Unione Mondiale dei Ciechi: Giornata Internazionale della Donna

Toronto, 8 Marzo 2016: la Giornata Internazionale della Donna spinge tutti noi a riflettere sull'importanza della parità di genere, a celebrare i successi delle donne e a riflettere su quanto ancora sia necessario fare. "Considerando che le donne costituiscono più del 50% della popolazione mondiale e che spesso rappresentano il principale collante per la famiglia e la comunità, molto ancora rimane da fare per garantire pari diritti in ogni ambito della vita", afferma Maryanne Diamond, presidente uscente dell'Unione Mondiale dei Ciechi (WBU) e attuale presidente dell'Alleanza Internazionale della Disabilità (IDA).

Per vivere in condizioni pari a quelle delle altre donne e degli uomini è necessario che vengano operati interventi specifici per garantire alle donne non vedenti l'accesso alle informazioni, all'assistenza sanitaria, ai diritti riproduttivi, all'istruzione e all'occupazione, nonché la partecipazione in tutti gli ambiti della vita della comunità. Per esempio, l'accesso delle donne non vedenti alle informazioni, in particolare riguardo gli aspetti sanitari e riproduttivi, è una questione molto importante; proprio come le donne vedenti vogliono aver accesso a informazioni il più possibile aggiornate sulla salute e sulla genitorialità, così lo vogliono le donne cieche; tuttavia, a differenza delle donne vedenti, la maggioranza delle donne non vedenti non ha accesso alla vasta gamma di materiali disponibili a causa della inaccessibilità dei documenti a stampa, specialmente dei testi contenenti nozioni di riferimento. Meno del 10% dei documenti a stampa sono disponibili in formato accessibile e nei paesi in sviluppo la percentuale è spesso inferiore all'1%. Con il giusto supporto e adeguate informazioni, le donne non vedenti sono capaci di crescere i propri figli e prendersi cura della famiglia esattamente come le donne vedenti.

Un modo per migliorare l'accesso alle informazioni delle donne non vedenti è promuovere la ratifica e l'attuazione del Trattato di Marrakech. Questo trattato renderà possibile la pubblicazione in formato accessibile di un numero maggiore di libri e materiali a stampa e consentirà alle organizzazioni di/per persone non vedenti di condividere a livello transnazionale il proprio materiale librario, permettendo alle donne cieche e ipovedenti di tutto il mondo di accedere a una più ampia gamma di materiali a stampa.

Le giovani cieche e ipovedenti si confrontano inoltre con la mancanza di accesso alle informazioni, specialmente nei paesi in sviluppo, nei quali meno dell'1% delle giovani con vedenti riceve un'istruzione completa. La maggior parte dei sistemi educativi inclusivi dei paesi in sviluppo non possiede le risorse o gli insegnanti specializzati necessari per garantire percorsi educativi efficaci ai bambini ciechi, cosa che spesso comporta che la migliore opzione sia una scuola speciale. Le famiglie, però, sono spesso riluttanti a mandare le proprie figlie non vedenti in queste strutture, molto più che i figli non vedenti maschi. Questa esitazione è dovuta alla paura di mandare le proprie figlie in una scuola in città, in particolare se si tratta di bambine e giovani residenti in zone rurali, nonché allo scarso valore attribuito all'istruzione femminile. Molte famiglie non sono consce del fatto che le giovani e le donne non vedenti possono aver accesso a opportunità di lavoro regolarmente retribuito e possono essere membri attivi e produttivi delle loro comunità. L'accesso alle informazioni e l'istruzione sono strumenti fondamentali perché queste opportunità diventino tangibili, dunque dobbiamo adoperarci affinché vengano superate le molteplici barriere all'informazione e all'istruzione con cui si confrontano le bambine e le donne non vedenti.

Potrete trovare ulteriori informazioni sul Trattato di Marrakech sulla nostra pagina dedicata:

http://www.worldblindunion.org/English/our-work/our-priorities/Pages/right-2-read-campaign.aspx

L'Unione Mondiale dei Ciechi è l'organizzazione che rappresenta in tutto il mondo circa 285 milioni di persone cieche e ipovedenti. I suoi membri si trovano in più 190 paesi e sono organizzazioni gestite da persone non vedenti che difendono i propri diritti e interessi, organizzazioni che forniscono servizi a queste persone, ma anche organizzazioni internazionali che lavorano nel campo della disabilità visiva. Visitate il nostro sito internet www.wbu.ngo.

Per ulteriori informazioni si può contattare:

Unione Mondiale dei Ciechi (WBU)

Caitlin Reid

Coordinatore della comunicazione

Caitlin.Reid@wbu.ngo

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Comunicato stampa dall'Unione Mondiale dei Ciechi - Giornata Mondiale del Braille 2016

Toronto, 4 Gennaio 2016: Il 4 gennaio di ogni anno viene celebrata la Giornata Mondiale del Braille per onorare Louis Braille e l'importanza della sua invenzione: il sistema Braille. Nato in Francia nel 1809, Louis Braille aveva perso la vista a 3 anni in conseguenza di una ferita agli occhi, ma la sua disabilità non gli impedì di intraprendere e completare i suoi studi con successo. Tuttavia, gli ostacoli incontrati nel suo percorso educativo, dovuti ai limitati strumenti di lettura e scrittura messi a disposizione delle persone cieche e ipovedenti, stimolarono Louis Braille, mentre era ancora uno studente, a creare un nuovo sistema di lettura e scrittura per i ciechi. Egli ideò un codice semplice ma versatile, utilizzando punti a rilievo per rappresentare numeri e lettere, che prese il suo stesso nome: Braille. Per ulteriori informazioni su Louis Braille, potrete trovare ulteriori notizie in lingua inglese al seguente link della Fondazione Mondiale del Braille: www.worldbraillefoundation.com/aboutbraille.htm.

L'invenzione del Braille ha cambiato l'approccio alla lettura delle persone cieche e ha permesso loro di conquistare una maggiore autonomia negli studi contribuendo ad aumentare le loro competenze personali e la possibilità di condurre una vita autonoma e appagante. Anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) riconosce l'importanza del Braille, menzionandolo esplicitamente in vari articoli, tra cui gli Art. 2, 9, 21 e 24. Il testo della CRPD esalta il Braille come un mezzo di comunicazione per i non vedenti che rappresenta inoltre un sostegno importante alla riuscita della loro inclusione sociale. Sono tuttavia necessarie una grande diffusione dell'insegnamento del Braille e un'ampia disponibilità di documenti trascritti con questo metodo di letto-scrittura per far sì che il Braille dia un contributo concreto al miglioramento la vita delle persone cieche e ipovedenti.

I ciechi e gli ipovedenti sono profondamente preoccupati dall'osservare, in particolare tra gli educatori e a livello governativo, la riduzione dell'insegnamento e dell'utilizzo del braille e degli investimenti ad esso relativi, a causa del fatto che si ritiene che tecnologie come l'e-book e i lettori di schermo possano sostituire il Braille. Questo è un problema sentito a livello mondiale, che riguarda sia i paesi sviluppati sia quelli in sviluppo. In Regno Unito, ad esempio, solo il 4 % dei bambini e dei giovani ciechi e ipovedenti tra i 5 e i 16 anni sa leggere il Braille, ovvero solo 850 ragazzi su oltre 25.000. Il Braille è inoltre l'unico metodo non tecnologico di letto-scrittura equivalente alla scrittura in nero e così coloro che non possono permettersi l'acquisto degli ausili tecnologici più aggiornati quasi sicuramente andranno incontro a gravi conseguenze legate alla riduzione dell'insegnamento del Braille e della disponibilità di materiali trascritti in questo formato. È importante tenere a mente che i sistemi tradizionali conservano la loro utilità fondamentale anche quando vengono introdotte delle nuove tecnologie.

L'Unione Mondiale dei Ciechi (WBU) vuole sottolineare che gli altri formati accessibili, compresi quelli che prevedono l'utilizzo di ausili tecnologici, non sono dei sostituti del Braille, ma devono essere considerati piuttosto come una sua integrazione. Proprio come gli audiolibri o gli e-book non possono sostituire per i vedenti i libri cartacei, allo stesso modo i libri in Braille non possono essere completamente sostituiti in quanto hanno un ruolo fondamentale nei percorsi di formazione e di riabilitazione delle persone con disabilità visiva che siano davvero efficaci. L'importanza del Braille non trova migliore descrizione che nelle parole di Pedro Zurita, ex Segretario Generale dell'Unione Mondiale dei Ciechi, che ha scritto:

"E sai cosa ti dico, Louis?...Io metto in mostra la tua invenzione ovunque. Leggo utilizzando il sistema che hai inventato; in piedi, sdraiato, seduto, in ogni posizione...Perché il tuo codice, Louis, ha conferito a tante, tantissime persone non vedenti - tra le quali, naturalmente, me stesso - dignità, autonomia e molte ore di incomparabile piacere spirituale".

(Clicca sul seguente link per scaricare "Una lettera a Louis Braille" di Pedro Zurita: http://www.worldblindunion.org/English/resources/Pages/Braille-Information.aspx).

Nella Giornata Mondiale del Braille 2016, la WBU fa appello ad alcuni soggetti specifici affinché facciano la loro parte nel garantire che l'insegnamento del Braille e i relativi investimenti continuino a rimanere una priorità:

Esortiamo le Nazioni Unite e le organizzazioni correlate come l'UNESCO a intensificare le iniziative per la promozione del Braille, così come previsto nella Convenzione dell'ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Facciamo appello a tutti gli Stati parti perché si assumano quelle responsabilità attribuite loro dalla Convenzione ONU, nello specifico:

Favorire un più facile accesso ai materiali Braille

Promuovere l'apprendimento del metodo di lettura e scrittura Braille presso quei bambini, quei giovani e quegli adulti ciechi e ipovedenti che potrebbero trarre beneficio da esso

Garantire la formazione di professionisti specializzati nell'insegnamento del Braille e assicurare la produzione di materiali adattati in Braille

Chiediamo a tutte le organizzazioni che fanno parte della WBU, agli educatori, ai professionisti che si dedicano alle persone non vedenti e alle stesse persone con disabilità di promuovere l'utilizzo del Braille in tutti gli aspetti della vita politica, sociale, economica, culturale e civile.

L'Unione Mondiale dei Ciechi (WBU) è l'organizzazione che rappresenta in tutto il mondo circa 285 milioni di persone cieche e ipovedenti. I suoi membri sono presenti in più di 190 paesi e sono organizzazioni gestite da persone non vedenti che difendono i propri diritti e interessi, organizzazioni che forniscono servizi a queste persone e organizzazioni internazionali che lavorano nel campo della disabilità visiva.

Per ulteriori informazioni contattare:

Unione Mondiale dei Ciechi (WBU)

Caitlin Reid

Coordinatore della Comunicazione

Caitlin.Reid@wbu.ngo

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Giornale UICI del 22-02-2016

Louis Braille: un cieco nella Francia del primo Ottocento

di Gianluca Rapisarda

La ricerca storica di recente ha cominciato a prestare sempre più attenzione al tema della cecità. Dopo i pioneristici lavori di Pierre Villey e di Pierre Henri (questi ultimi pubblicati a metà Novecento e dedicati in particolare alle biografie di Valentin Haüy, Charles Barbier, Louis Braille) o, per l'Italia, di Enrico Ceppi e Augusto Romagnoli (ma l'elenco non può né vuole essere esaustivo), è soltanto dall'inizio di questo secolo che si sono avuti contributi significativi sull'argomento da parte di studiosi come Michael C. Mellor, Zina Weygand, Catherine Kudlick. La storia dei ciechi (e la ricostruzione del ruolo dei ciechi nella storia) si va così arricchendo di contributi volti a considerare la cecità dal punto di vista storico-sociale (attraverso la ricostruzione del processo, a volte problematico, di inserimento nella società europea), politico-istituzionale (attraverso l'analisi degli interventi statali con particolare attenzione alle politiche scolastiche) e culturale.

Alla luce delle indicazioni contenute in questi lavori, grazie al contributo dell'Istituto per ciechi "Ardizzone Gioeni" di Catania, il Prof. Emanuele Rapisarda ha potuto analizzare e curare nel 2011 per conto dell'Università di Catania (Edizione Bonanno )la traduzione delle "Lettere inedite di Louis Braille".

Tale opera è stata resa possibile in virtù del rinvenimento da parte dello scrivente della versione originale delle "Lettere" di cui sopra, conservate all'Institut National des Jeunes Aveugles di Parigi e scritte da Braille fra il 1831 e il 1851. Nella sua traduzione in italiano, il Prof. Emanuele Rapisarda ha cercato da un lato di tratteggiare in maniera più dettagliata la figura di Louis Braille dall'altro di collocarla nel più ampio contesto della condizione dei non vedenti nella società francese della prima metà dell'Ottocento.

In occasione della pubblicazione della traduzione in italiano delle "Lettere inedite di Louis Braille", il sottoscritto ha condotto una ricerca storica sugli anni del nostro grande "benefattore"che, in vista dell'ormai imminente "Giornata del Braille", riporto sinteticamente di seguito. Sperando di farvi cosa gradita, non mi resta che augurarvi buona lettura.

Tra XVIII e XIX secolo: un nuovo clima

Il processo che condusse alla creazione di un clima favorevole all'opera di Braille cominciò a delinearsi in Europa tra la fine del XVII ed il principio del XVIII secolo. A quel tempo, infatti, grazie alle teorie dell'empirismo e del sensismo, che attribuivano agli organi di senso ed all'esperienza l'origine del processo conoscitivo, si finì col riconoscere una certa rilevanza alle persone cieche. Esse diventarono, così, i miti fondatori e le figure paradigmatiche della nascente filosofia dei Lumi, in un processo che concorse a rivalutare la cecità, fino ad allora intesa in maniera principalmente negativa - malattia incurabile e marchio indelebile di vergogna, peccato e diversità.

Uno dei momenti importanti di questa riflessione può essere collocato nel 1693, quando William Molyneux in una lettera inviata al filosofo empirista inglese John Locke, gli sottopose un «problema curioso» che Locke incluse nella seconda edizione del suo An Essay Concerning Human Understanding (Saggio sull'intelletto umano) del 1694: se un uomo non vedente dalla nascita, abituato nel corso della sua vita a riconoscere perfettamente col tatto un cubo ed una sfera, dovesse improvvisamente recuperare la vista, egli potrebbe distinguere con l'esperienza visiva e senza toccarli i due summenzionati oggetti? Molyneux e Locke, prima, Berkeley e Voltaire, dopo, esclusero tale possibilità, convinti com'erano che, giacché non esistono idee innate e tutte le idee della mente dell'uomo derivano unicamente dall'esperienza, il cieco che recupera la vista deve riadattare la propria percezione del mondo dalle forme tattili degli oggetti alle loro immagini. Inoltre, tali argomentazioni tradivano ancora il pregiudizio della preminenza assoluta del senso della vista su tutti gli altri.

A tali speculazioni teoriche, poi, sembrarono sopraggiungere ben presto anche delle conferme sperimentali e pratiche. A tal proposito vanno ricordate le osservazioni cliniche fatte dal chirurgo inglese William Cheselden, che nel 1728 effettuò con successo il primo intervento chirurgico su un adolescente affetto da cataratta congenita e ne osservò il comportamento dopo l'operazione, suffragando quanto avevano asserito Molyneux, Locke e gli altri. Fu così che le persone cieche operate di cataratta diventarono una delle prove delle tesi sensiste del nascente Illuminismo. Tuttavia, ciò nonostante, i non vedenti rimasero nella prima metà del Settecento solo degli oggetti passivi e dei semplici spettatori di tali studi filosofici e sperimentazioni scientifiche.

Si dovette attendere la pubblicazione in Francia nel 1749 della Lettre sur les aveugles à l'usage de ceux qui voient (Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono) dell'illuminista Denis Diderot per la maturazione di un nuovo sguardo sui non vedenti. Diderot, infatti, fu il primo ad osservare e ad indagare le persone cieche dal di dentro, preoccupandosi di descriverne dettagliatamente ed analiticamente gli usi, le principali occupazioni, le potenzialità e la loro percezione del mondo. Esemplari al riguardo appaiono le figure di cieco dalla nascita, il cosiddetto «cieco di Puiseaux», e del matematico inglese non vedente Nicolas Saunderson tratteggiate da Diderot nella sua Lettera. Il primo spicca per scaltrezza e prontezza intellettiva, il secondo per metodicità e per la straordinaria capacità di supplire col tatto alla mancanza della vista. Comincia così a configurarsi un nuovo cambiamento di contesto culturale, in cui non è più l'organo sensoriale della vista a predominare sugli altri, ma inizia a farsi largo quello del tatto (il cieco di Puiseaux, interrogato se avesse desiderato acquistare la vista, risponde che avrebbe voluto piuttosto perfezionare sempre di più il tatto, poiché, mentre gli occhi possono sempre sbagliare, le mani sono infallibili). In tale nuovo ambito culturale si innestano le figure di Georges-Louis Leclerc Buffon, autore di una poderosa Histoire naturelle (Storia naturale) pubblicata a partire dal 1749, in cui sostiene il primato del tatto sulla vista, e Jean-Jacques Rousseau, che nel suo celebre Emile (Emilio) del 1762, asserendo quanto l'affinamento del tatto potesse servire tanto ai bambini non vedenti quanto a quelli vedenti, getta le basi di una pedagogia tattile che utilizzi l'esperienza del tatto per l'educazione delle persone cieche.

Si inizia così ad affermare nella Francia della seconda metà del '700 l'assunto che l'uomo non possiede un solo organo di senso e che in caso di assenza di uno qualsiasi degli organi sensoriali, gli altri possono intervenire a sostituire quello deficitario o mancante. E' questo il presupposto su cui si fa strada la cosiddetta pedagogia della «vicarianza» (compensazione) che mira ad educare i disabili sensoriali (sordomuti e ciechi) facendo leva sulle abilità di cui essi sono dotati per «vicariare» quelle di cui sono privi. Al riguardo, si distinse nella Francia di quegli anni l'opera illuminata e benefica dell'abate Charles-Michel de l'Épée in favore dell'educazione delle persone sordomute e del traduttore Valentin Haüy per l'educazione di quelle cieche.

Il primo, negli anni Settanta del XVIII, secolo si prodigò a realizzare una grandiosa opera di istruzione collettiva e pubblica dei sordomuti fondata sull'uso del linguaggio naturale dei segni e dei gesti per superare i deficit uditivi, dando prova dei soddisfacenti risultati ottenuti in diverse esibizioni pubbliche. Valentin Haüy, primo maestro dei ciechi, profuse tutte le sue energie per garantire al maggior numero di non vedenti di ogni classe sociale la possibilità di accedere alla cultura attraverso l'apprendimento della lettura e della scrittura coi caratteri ordinari in rilievo, mirando a fare del senso del tatto il punto di forza del riscatto culturale degli individui ciechi.

E' noto l'episodio che determinò l'impegno benefico di Haüy, ispirato alla Lettera di Diderot ed all'attività di istruzione pubblica di massa di Charles-Michel de l'Épée. Nel 1771, dopo la partecipazione ad un concerto burlesco presso un Caffè parigino tenuto da un'orchestra di non vedenti dell'ospizio dei Quinze-Vingts (il celebre asilo fondato a metà del XIII secolo da San Luigi per i soldati divenuti ciechi durante le Crociate), scioccato e profondamente ferito dal modo farsesco con cui venivano rappresentati e fatti esibire i disabili visivi, Haüy giurò a se stesso che avrebbe fatto leggere, scrivere e suonare armoniosamente i ciechi di tutti gli ordini sociali. Così, negli anni successivi (caratterizzati, fra l'altro, dalla fondazione nel 1780 della prima Société Philantrophique con scopi di assistenza per i portatori di handicap) egli concepì il suo Plan general d'Institution (1784) che consisteva nel lungimirante progetto educativo di istruire a leggere, scrivere e far di conto i bambini nati ciechi di tutte le estrazioni sociali.

Due anni dopo Haüy poté codificare il suo metodo educativo, facendo stampare agli stessi allievi non vedenti un suo Essai dedicato al re e finalizzato ad istruire i non vedenti di ogni ceto alla lettura, alla scrittura, al calcolo matematico, alla storia, alla geografia, alla musica coi caratteri lineari in rilievo nonché all'apprendimento di alcuni mestieri quali la filatura, la tessitura e la stampa. Gli studenti privi della vista imparavano a leggere su libri che venivano stampati coi caratteri normali in rilievo e a scrivere con la matita o la penna per mezzo di placche, su cui erano incise le forme delle lettere dell'alfabeto, e con dei «guidamano» formati da una serie di fili tesi a distanza opportuna.

Nel 1791, in piena Rivoluzione francese, in ossequio ai principi rivoluzionari di Egalité e di Fraternité, l'Istituto dei bambini ciechi dalla nascita di Haüy venne unificato a quello dei sordomuti, per esserne poi separato nel 1794 ed assumere l'anno seguente la nuova denominazione di Institut national des aveugles-travailleurs (Istituto nazionale dei ciechi lavoratori). Esso fungeva sia da ospizio che da scuola e vide il definitivo passaggio dal patrocinio privato della Société Philanthopique a quello statale. Durante l'età napoleonica l'Istituto fu accorpato all'ospizio dei Quinze-Vingts (1800) per motivi principalmente economici, perdendo notevolmente il carattere di istituto d'educazione e di inserimento lavorativo. Nello stesso periodo, Napoleone fondò l'Hotel des Invalides per l'accoglienza dei ciechi di guerra. In questo stesso periodo nascevano anche in diversi paesi europei le prime istituzioni scolastiche per non vedenti: a Liverpool nel 1791, a Vienna nel 1804, a Berlino e a San Pietroburgo nel 1806, etc.

Con la Restaurazione, l'Istituto fu nuovamente distaccato dall'Hospice des Quinze-Vingts (1815) riacquistando la sua autonomia ed assumendo il nome di Institution royale des jeunes aveugles. Qui, sotto la direzione di Alexandre-René Pignier, Louis Braille perfezionò il suo alfabeto di lettura e scrittura dei ciechi.

Louis Braille e il nuovo metodo di scrittura e lettura per ciechi

Il metodo concepito da Braille si ispirava al procedimento di scrittura notturna a dodici punti pensato dall'ex ufficiale d'artiglieria ed appassionato di scrittura rapida e segreta, il francese Charles Barbier de La Serre. Questi, nella suo opera Essai sur divers procédés d'expéditive française contenant douze écritures différentes avec une Planche pour chaque procédé (Saggio su diversi procedimenti d'espeditiva francese contenente dodici scritture differenti con una tavola per ogni procedimento), codificò nel 1815, tra gli altri sistemi di scrittura rapida, un sistema di scrittura facile per insegnare a leggere e a scrivere a tutti coloro che, per svariati motivi, avevano difficoltà a farlo con i metodi tradizionali. Esso si basava su dodici caratteri puntiformi in rilievo disposti su due colonne verticali da sei, dalla cui combinazione, regolata secondo una tavola predefinita che gli studenti dovevano apprendere preventivamente, derivava la rappresentazione delle lettere e dei suoni dell'alfabeto. Il metodo Barbier, chiamato pure sonografia, ben si adattava alla lettura e scrittura notturna dei militari, ma anche, soprattutto, alla possibile applicazione ai non vedenti. Fu così che Pignier, recependo in modo lungimirante le riserve dei non vedenti sui caratteri ordinari in rilievo e sui vecchi sistemi di apprendere la scrittura in corsivo, poco adatti ai bisogni percettivi del tatto ed alla scrittura per le persone cieche, lo cominciò a sperimentare all'Institut. Gli allievi ne furono subito entusiasti, ma presto ne colsero alcuni piccoli difetti. Ne derivarono riflessioni ed osservazioni critiche; da queste, e in particolare da quelle argute, brillanti e precise fatte dal giovane Braille, che fece notare come dodici punti fossero troppi per un'esplorazione tattile veloce, nacque il celebre metodo a sei soli punti in rilievo disposti su due colonne verticali da tre inventato da quest'ultimo.

Ma chi era Louis Braille?

Braille venne al mondo il 4 gennaio del 1809 in Francia a Coupvray, un paesino vicino Parigi, da una famiglia che se non versava nell'indigenza, certo non era neppure ricca. Egli era l'ultimo figlio di quattro fratelli: Catherine-Josephine, Louis-Simon, Marie-Celine ed, appunto, Louis, il beniamino, l'ultimo figlio, nato undici anni dopo la terzogenita. Il padre, Simon-René Braille, faceva il sellaio; la madre Monique Baron non lavorava.

Braille divenne cieco alla tenerissima età di tre anni a causa di un tragico e disgraziato incidente occorsogli nel laboratorio paterno. Mentre giocava afferrò un trincetto per tagliare il cuoio e, nel tentativo di sezionare delle cinghie, finì con l'essere colpito ad un occhio. Di lì a poco, come accade in tutti i casi di oftalmite simpatica, si infettò pure l'altro occhio ed il bambino perse sfortunatamente del tutto la vista. I genitori di Braille, malgrado fossero estremamente provati da tale brutto colpo, non s'abbatterono e, convinti com'erano dell'importanza della cultura (a casa Braille tutti sapevano leggere e scrivere), vollero che il ragazzino frequentasse la scuola del villaggio dove Braille spiccò per dolcezza ed intelligenza. Inoltre, il padre gli commissionava spesso dei lavoretti manuali, come il confezionamento delle frange per le selle, che gli servirono per perfezionare le abilità tattili. Successivamente, su consiglio dell'abate e dell'istitutore di Coupvray, chiesero l'ammissione del figliolo all'Institution royale des jeunes aveugles, ricevendo il consenso all'iscrizione il 15 gennaio del 1819. Il mese dopo Louis Braille metteva piede nei vetusti ed umidi locali dell'edificio che ospitava l'Institution (il vecchio seminario di Saint Firmin fino al 1843, anno nel quale l'Institut venne trasferito nell'odierno e più salubre complesso sito al Boulevard des invalides). Dal suo ingresso nell'Institution Braille visse in internato fino alla sua morte, sicchè l'Istituto si trasformò nella sua seconda casa, dalla quale egli s'allontanò solo per i soggiorni di vacanza e di riposo trascorsi nella sua Coupvray. Se da un lato l'Istituto gli offrì l'opportunità di raggiungere una notevole preparazione culturale ed un certo prestigio sociale (Braille diventò prima ripetitore e poi professore dell'Institution), dall'altro molto presto la salute del fragile Braille cominciò ad essere irrimediabilmente compromessa dalla prolungata permanenza all'interno dei malsani ambienti del vecchio seminario. Infatti, sia che egli fosse già affetto da tubercolosi quando entrò all'Istituto, sia che, com'è più probabile, abbia contratto la tisi nel seno di quegli insalubri locali, manifestò le prime avvisaglie del terribile morbo intorno all'età di 26 anni e finì con l'andare incontro ad una morte precoce quando aveva solo 43 anni.

All'interno dell'Institution Braille si distinse ben presto per la sua predisposizione allo studio delle lettere e delle scienze, vincendo ogni anno numerosi riconoscimenti e premi. Eccelleva pure per la sua destrezza manuale e per il suo talento musicale. Egli era, soprattutto, un virtuoso organista e suonava (ed accordava ) pure piuttosto bene il pianoforte ed il violoncello.

Ma la memoria della figura di Braille sarà indelebilmente legata all'invenzione del suo metodo di lettura e di scrittura per le persone non vedenti. Il Braille, dalla sua ideazione fino ad oggi, ha rappresentato, infatti, uno strumento indispensabile per l'accesso dei ciechi alla cultura e per il loro inserimento sociale, strappandoli al loro passato di mendicanti per portarli a svolgere con merito le più svariate professioni. Ecco perché Louis Braille si meritò giustamente l'appellativo di "Johan Guttenberg" dei ciechi" ovvero di loro benefattore.

La genesi del Braille affonda le sue radici al già descritto procedimento Barbier. Dopo l'introduzione della sonografia di Barbier presso l'Institut a partire dal 1821, infatti, l'arguto adolescente Braille, incuriosito da quel nuovo sistema, cominciò a farne largo uso, notandone, però, subito degli inconvenienti. Barbier non dovette accettare di buon grado i rilievi mossigli dal giovane Braille, ma questi non demorse e proseguì nella sua opera. Già nel 1825 Braille aveva concepito per grandi linee le sue modifiche al procedimento del vecchio ufficiale, ma si concesse ancora qualche anno di riflessione e sperimentazione per codificare definitivamente il suo metodo nel 1829. In tale anno egli dettò al suo amato direttore, monsieur Pignier, il suo Procédé pour écrir les Paroles, la Musique et le Plain-chant au moyen des points, à l'usage des aveugles et disposé pour eux (Procedimento per scrivere le parole, la musica ed il canto pieno attraverso i punti ad uso dei ciechi e disposto per loro), in cui egli espose per la prima volta il suo nuovo geniale metodo. I motivi che lo avevano indotto a proporre il superamento della metodologia sonografica di Barbier erano: occupare meno spazio per adattarsi meglio alle necessità di una più veloce esplorazione con le dita (infatti Braille fonda il suo procedimento su sei soli punti in rilievo collocati in due colonne verticali parallele da tre punti ciascuna piuttosto che su dodici punti in due colonne da sei; due punti del Braille occupavano lo spazio di un punto del Barbier); poter rappresentare tutti i caratteri dell'alfabeto, sia le lettere semplici che accentate, nonché i segni di punteggiatura, le cifre ed i simboli matematici; poter rappresentare anche le note musicali. Comunque Braille, pur se ventenne, riconobbe apertamente nell'avvertenza alla succitata opera che senza il sistema di scrittura notturna di Barbier non ci sarebbe stato il suo metodo. Infatti, la tavoletta, il righello ed il punteruolo necessari per la scrittura Braille derivano da quelli del Barbier.

Il Procédé del 1829 venne stampato in caratteri lineari in rilievo; poi, quando venne esposto nel 1834, venne stampato pure coi punti in rilievo. Esso conteneva pure una parte finale con l'indicazione di un sistema di rappresentazione stenografica del Braille dotato di soli venti segni (in questo sistema stenografico tre punti del Braille occupavano lo spazio di un punto del Barbier). Tuttavia, Louis Braille si rese conto che nella prima edizione del 1829 vi erano dei piccoli difetti, come, ad esempio il fatto che alcuni segni che indicavano cifre, la punteggiatura e i simboli matematici presentavano dei tratti lisci ovvero delle lineette indistinguibili dai due punti in successione e che, inoltre, al di là delle buone intenzioni, il lavoro del 1829 non aveva ancora formalizzato una vera e propria notazione musicale coi punti in rilievo. Per superare tali problemi Braille redasse una seconda edizione del suo Procedé che venne stampata in rilievo lineare nel 1837. Qui l'autore soppresse i tratti lisci, introdusse il segna-numero e codificò il suo sistema musicale in punti in rilievo. La nuova edizione venne esposta ai Prodotti dell'industria nel 1839. In quest'edizione Braille aggiunse pure la preghiera del Padrenostro, stampata sia coi punti in rilievo che coi caratteri lineari in rilievo, oltre che in francese, pure in latino, italiano, spagnolo, tedesco ed inglese, come primo tentativo di applicare il suo nuovo procedimento ad altre lingue europee. In tale direzione Pignier inviò un esemplare dell'opera di Braille negli Stati Uniti e in diverse città europee (tra le quali Milano e Napoli).

Nel 1839 Braille, infine, si dedicò appassionatamente all'abbattimento di un'altra barriera apparsa prima di lui insormontabile: la possibilità di corrispondenza scritta tra non vedenti e vedenti. Fu così che pubblicò in quell'anno il Nouveau procédé pour représenter par des points la forme même des lettres, les cartes de géographie, les figures de géométrie, les caractères de musique etc., à l'usage des aveugles (Nuovo procedimento per rappresentare attraverso dei punti la forma stessa delle lettere, le carte di geografia, le figure di geometria, i caratteri della musica, ecc, ad uso dei ciechi). In tale lavoro descrisse un sistema che permetteva ai privi della vista, avvalendosi di una tavoletta, di una griglia e di un punteruolo, di comunicare coi vedenti, raffigurando attraverso la combinazione di dieci punti in rilievo la forma delle lettere dell'alfabeto, cosicché esse potevano essere controllate col tatto dalle persone prive della vista e lette da quelle vedenti. Quindi, lavorando al perfezionamento dell'obiettivo di garantire la corrispondenza tra i ciechi ed i vedenti, nel 1841, l'ingegnoso degente dei Quinze-Vingts Pierre-François-Victor Foucault concepì con Braille una macchina (poi chiamata raffigrafo) che scriveva con rapidità e precisione le lettere dell'alfabeto in rilievo.

Negli anni successivi, purtroppo, gli attacchi della tisi si fecero sempre più frequenti e violenti, sicché l'infermo Braille dovette gradualmente ridurre i suoi intensi ritmi di lavoro. La sua salute si aggravava progressivamente di anno in anno, finchè la malattia se lo portò via dal mondo terreno il 6 gennaio del 1852. Le sue spoglie prima sepolte al cimitero della sua cittadina natale, vennero poi trasferite in occasione del centenario della sua morte nel Pantheon di Parigi, come tributo postumo di gratitudine eterna di tutta la nazione francese al genio del suo illustre figlio, famoso ormai in tutto il mondo. Il metodo di Braille, infatti, dopo le iniziali difficoltà ad imporsi (in quanto considerato, erroneamente, come un mezzo di segregazione del non vedente, piuttosto che di sua integrazione) ebbe il suo primo riconoscimento internazionale al Congresso universale per il miglioramento della sorte dei ciechi e dei sordomuti tenuto a Parigi in occasione dell'Esposizione universale del 1878, quando venne decisa la prima generalizzazione internazionale del metodo Braille originale non modificato. Quindi, seguirono nel 1917 l'adozione del Braille originale pure negli Stati Uniti d'America, nel 1929 il riconoscimento internazionale della Notazione musicale Braille ed, infine, nel 1949, su decisione dell'Unesco, l'uniformità dei vari alfabeti Braille, cosicché esso venne adottato nelle lingue arabe, in quelle orientali e nei dialetti africani, diventando, così, il metodo universale di lettura e di scrittura dei ciechi di tutto il mondo.

Ma chi era veramente Louis Braille? Un'analisi delle già citate lettere private ci permette una conoscenza più circostanziata e ravvicinata dell'uomo privato consegnandoci il ritratto di una persona sensibilissima, umile, caratterizzata da una timidezza e da un pudore forse persino eccessivi.

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Giornale UICI del 22-02-2016

Le "Lettere inedite di Louis Braille"

di Emanuele Rapisarda

Alcune lettere della corrispondenza privata di Braille sono state recentemente scoperte per noi italiani dal Prof. Gianluca Rapisarda negli archivi dell'Institut National des Jeunes Aveugles di Parigi (2011). Nello stesso anno, lo scrivente ne ha curato la traduzione in italiano per conto dell'Università di Catania (Edizione Bonanno).

Nel 2009 l'Institut National des jeunes aveugles, allora diretto da Gérard Gonzalez, ha pubblicato, grazie all'interessamento dell'archivista Zoubeïda Moulfi, la trascrizione, in duecento esemplari, dei facsimili di alcune lettere di Louis Braille e del fratello Louis-Simon scritte di proprio pugno, dettate a uno scrivano o scritte al rafigrafo. La scoperta di queste lettere veniva a colmare una lacuna già ravvisata dal maggiore biografo di Braille, Pierre Henri, che nel 1952 sottolineava come l'assenza di corrispondenza privata aveva fino ad allora impedito l'approfondimento della personalità del personaggio. Queste lettere, quindi, hanno gettato nuova luce su Braille e, come tali, diventano un documento essenziale per tutti coloro che si interessano alla storia dei ciechi e alla loro condizione nelle società del passato.

Ora, grazie alla traduzione di cui sopra, anche noi Italiani abbiamo avuto finalmente l'opportunità di ricavare un'immagine nuova, più intima di Louis Braille, che, senza togliere niente alla sua inestimabile e preziosa attività svolta a favore dei non vedenti, ci fa conoscere un Braille un po' meno simbolo ed emblema, ma un po' più uomo in carne ed ossa.

Questo volume è nato dalla collaborazione fra l'Istituto per ciechi "Ardizzone Gioeni" di Catania, l'Institut National des Jeunes Aveugles di Parigi ed il Centro di Studi Storici sulla Disabilità' di Catania ed ha inaugurato anche la prima Collana dedicata interamente agli studi storici sulla disabilità. Se, infatti, ormai consolidati sono gli studi sul mondo dei poveri e dei marginali, ancora pochi sono gli studiosi che hanno lavorato sulla disabilità e sulla cecità in particolare. Con questa pubblicazione, realizzata anche in Braille e su supporto audio, si è inteso quindi da un lato cominciare a fornire un contributo a un filone della ricerca storica finora, soprattutto in Italia, fin troppo esiguo, dall'altro permettere, anche ai non vedenti, una maggiore conoscenza e comprensione storica della condizione dei disabili che "furono".

Tali "Lettere inedite" si possono sostanzialmente dividere in tre gruppi: le lettere scritte di proprio pugno dallo stesso Braille tra il 26 agosto 1831 ed il 1 ottobre 1835; quelle dettate a degli scrivani tra il 2 gennaio 1832 ed il 2 ottobre 1833; quelle scritte al raffigrafo da Braille tra il 14 giugno 1842 ed il 25 febbraio 1851.

Le epistole scritte di proprio pugno dallo stesso Louis Braille sono dieci e sono indirizzate tutte al Direttore dell'Institut, Monsieur Pignier. Ognuna di esse fu scritta dalla cittadina natale di Coupvray nel periodo compreso tra i mesi di agosto ed ottobre, quando Braille si recava per trascorrere le vacanze dopo la fine dell'anno scolastico e per rimettersi in salute. Da questi documenti si palesa la devozione e l'amicizia del giovane Braille per il suo direttore, al quale il mittente si rivolgeva con rispetto (le lettere si chiudevano quasi sempre con la formula «mi onoro di essere il suo rispettoso ed affezionato allievo»).

Le epistole evidenziano, inoltre, il grande attaccamento di Braille per la sua famiglia e un rapporto ambivalente con il suo luogo di nascita. Nell'agosto del 1831, ad esempio, scriverà: «a Coupvray mi ritornano tristi ricordi ai quali non posso sottrarmi», ma già due mesi dopo non esita a comunicare che «la campagna è il mio unico luogo specifico» o ancora, due anni dopo parla dei «piaceri della campagna durante le belle giornate d'autunno». Il desiderio di Parigi resta comunque forte: «occorre che la mia famiglia e la mia salute mi siano molto care per resistere al desiderio che avevo di ritornare a Parigi» scrive infatti il 29 settembre del 1834.

Una grande attenzione veniva dedicata alla sua salute e a quella degli altri. Il 2 ottobre del 1831 scriveva a Pignier: «innanzitutto vivere, poi lavorare: la salute è un tesoro di cui non conosciamo il prezzo fino a quando non la perdiamo» e, ancora due anni dopo, il 22 ottobre 1833: «Bodoin è probabilmente ancora come me, ahimè. Poveri ragazzi che siamo, non avremo questa felicità. Quanto a me, non soffro tanto quanto altri della nostra infermità, ma essa non ne è meno grande». Collegata a ciò è la profonda religiosità dell'autore («era quello che mi ero proposto, ma l'uomo ordina e Dio dispone» scrive il 26 agosto del 1831).

Braille, poi, con estremo riserbo, tradisce una certa stima e considerazione per la sorella di Pignier. Presenta infatti i suoi rispetti ed i suoi garbati saluti alla donna praticamente in ogni sua lettera manoscritta ed in una di esse, in quella del 22 ottobre 1833 scrive: «spero di passare piacevolmente ed utilmente il nostro prossimo anno scolastico, soprattutto approfittando della compiacenza della sua buona sorella che mi ha promesso di aiutarmi nei miei studi».

Non manca poi anche di un certo senso dell'umorismo e di una certa impertinenza. Dirà l'11 ottobre 1831: «sono già quindici giorni che non ho avuto l'onore di avere sue notizie. Se volessi fare dello spirito insipido, le direi che sono persuaso che mi abbia scritto e che bisogna anche che reclami la sua lettera alla posta»; o il 20 settembre del 1831: «ho dimenticato di parlarle, prima della mia partenza, di Roustant che potrebbe essere ammesso alla classe superiore se lei lo giudica opportuno. Non mi dica: accidenti a te, chiudi la bocca. Ancora una parola e finisco per parlarle dell'ammissione dei nuovi retori alla classe di storia».

Dalle lettere si evince anche una personalità poliedrica, piena di interessi e premurosa con gli allievi e gli amici (11 ottobre 1831: «mi fanno delle letture, accordo pianoforti, gioco a carte e a scacchi e sto bene", o il 22 ottobre del 1833 «dò delle lezioni di canto») e il 22 ottobre 1833: «fra otto giorni sarò...fra i miei compagni che mi hanno provato così bene la loro amicizia».

Le otto lettere dettate da Braille ad uno scrivano pubblico tra il 1832 ed il 1833, oltre a confermarci alcuni aspetti già evidenziati (la stima per Pignier, l'interesse per la sorella, la nostalgia dei compagni) ci rivelano altri aspetti della personalità di Braille. In particolare, da questo gruppo di lettere emerge una certa malinconia ed un desiderio di solitudine. Detterà a Coupvray il 23 settembre 1833: «leggo quando scende la nebbia ed il resto del tempo vado nei campi. Evito anche di trovarmi in società per non parlare molto».

Alcune lettere ci informano, poi, su una vicenda che caratterizzò la vita di Braille nel suo soggiorno a Coupvray del 1832: la possibilità, poi fallita, di diventare organista della città di Meaux, capoluogo del dipartimento dove è situata Coupvray. E' lo stesso Braille che riferisce di questa sua opportunità ed ambizione. A tal proposito, a Lagny, il 6 settembre 1832, dettò una lettera in cui informava Pignier che l'organista di Meaux era morto la settimana precedente. Nelle successive lettere riguardanti quest'affare Braille informerà delle motivazioni che lo porteranno a rinunciare a quell'incarico da cui si evince tutta la sua sagacia. Infatti, nella lettera dettata il 28 settembre 1832 da Meaux faceva scrivere: «il posto di organista è di 350 franchi, un accordatore di pianoforti ha l'intenzione di stabilirsi a Meaux e vi sono davvero poche cattedrali. Dal consiglio dei miei genitori e, conformemente alle sue buone intenzioni per me, ho detto a Monsignore l'abate Pelais che rinuncio al posto. Ho dimenticato di dire che la vita è diventata cara a Meaux...». Il 18 ottobre dello stesso anno, poi, dettava: «permetta, signore, che osi di correggere l'errore del mio precedente scrivano, pregandola di dire ai miei compagni l'esito del mio affare di Meaux perché è giusto che lo conoscano poichè hanno fatto dei voti e dei sacrifici per farlo riuscire; mi parlano ogni tanto ancora di quel posto e mi dicono che la principale fonte di guadagno consista nei balli dei borghesi, di conseguenza, bisogna spesso passare la notte fuori casa nei castelli vicini, condizioni che non possono combaciare con un posto in seminario, ma io ho rinunciato completamente a quel progetto» ed ancora il successivo 30 ottobre: «quello che più ci affligge è che i suoi sforzi e dei suoi amici siano diventati inutili...Tuttavia lei mi avrebbe preso per folle se avessi obbedito alla vanità che voleva farmi fare l'organista a qualunque costo. Quest'affare mancato mi sarà più propizio di quanto lei non pensi nell'Istituzione».

L'ultimo gruppo di lettere è costituito da quattro epistole scritte al raffigrafo da Braille per il caro Pignier.

Nella prima e nella seconda di esse, scritte il 14 giugno ed il 2 novembre 1842, Braille scrive di un ricevimento di un tale sig. Pasquier, per partecipare al quale, chiedeva a Pignier, con la consueta delicatezza ma anche con una certa insistenza, se gli poteva procurare due biglietti di accesso: ne vien fuori l'immagine di un Braille attratto anche da qualche piacere mondano.

Ma è la terza di tale gruppo finale di lettere che è particolarmente significativa. Essa fu scritta da Braille l'11 ottobre del 1844 a Chamalieres, dove egli si trovava in soggiorno durante i mesi di vacanza dall'Istituzione. In tale epistola, infatti, da un lato, possiamo avere delle conferme al piacere che gli dovevano procurare sia la campagna ed il sole di settembre, che facevano maturare l'uva e lo facevano stare bene, sia la musica, che in quel periodo egli suonava in un trio di pianoforte, voce e violoncello che elettrizzava il vicinato. D'altra parte, nella stessa lettera Braille riferiva pure della tristezza che gli metteva l'avvicinarsi della brutta stagione, che gli annebbiava l'orizzonte del futuro e avrebbe potuto impedirgli di realizzare al ritorno a Parigi il suo ardente desiderio di passare i pomeriggi dalla signorina Pignier, nonché della sua preoccupazione per le condizioni della sua povera madre, che non vedeva da tempo, e per la propria salute, ormai, purtroppo, sempre più instabile per l'aggravarsi della tubercolosi, che sebbene appariva migliorata per via del soggiorno in campagna, era sempre appesa ad un filo (scriveva: «è la corteccia e non l'albero stesso che è divenuta migliore»).

Vi sono, poi, all'interno di questo corpus di lettere, anche due epistole erroneamente attribuite a Louis Braille e che in realtà furono scritte da suo fratello maggiore Louis-Simon. Questi spedirà due missive a Pignier nel 1831: la prima il 30 maggio e la seconda il 3 giugno. Nella prima lo informa delle gravi condizioni di salute del padre e, a nome di quest'ultimo, lo ringrazia delle attenzioni riservate al fratello Louis, raccomandandosi a lui ed alla sorella affinché non abbandonino mai Louis. Nella seconda lettera, dopo il doloroso decesso del padre, parla di tale infausta notizia a Pignier, riferendogli che la partecipazione dello stesso e della sorella all'afflizione di tutta la famiglia Braille per la recente morte del padre era consolatrice. Dunque, non è difficile arguire il profondo legame affettivo reciproco esistente tra la famiglia Braille e i due Pignier, nonché il grande senso di gratitudine e riconoscenza che i familiari di Louis Braille provavano per il Direttore dell'Institution e la sorella per le loro benevole premure verso il loro sfortunato congiunto.

Il Louis Braille che è possibile desumere da queste lettere è una personalità ricca, per certi versi geniale, ma allo stesso tempo articolata: se da un lato l'immagine che se ne ricava è quella di un uomo colto, ricco di interessi e aperto al mondo circostante, dall'altro risulta evidente anche una certa sofferenza interiore derivata dalla sua condizione. Su questa personalità dovette sicuramente influire anche la nuova condizione dei ciechi nella società del tempo: se da un lato i non vedenti beneficiavano dei nuovi processi sociali e culturali che li riguardavano in prima persona, dall'altro doveva ancora completamente avviarsi la loro completa emancipazione. Di tutto ciò queste lettere, che ci restituiscono il clima del tempo e la personalità di Braille, ne sono una preziosa testimonianza.

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Dalla sezione di brescia

Raccolta fondi per il Centro del Libro Parlato F.lli Milani

Informiamo che, anche quest'anno, la Sezione propone una raccolta fondi attraverso la distribuzione di uova di Pasqua da 200 grammi in cambio di un'erogazione liberale di almeno 5 euro cadauno.

Le uova confezionate dalla ICAM appositamente per la nostra Associazione, della quale riportano il logo, sono disponibili nelle due versioni, fondente o al latte, entrambe senza glutine.

Le donazioni raccolte verranno utilizzate per sostenere le attività del nostro Centro del Libro Parlato F.lli Milani, come riportato sull'etichetta con lo slogan "Contribuisci anche tu per un libro parlato in più". Si possono prenotare sin d'ora presso la segreteria sezionale chiamando il numero 030.2209416.

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Dalla sezione di lecco

1° maggio 2016: Gita domenicale nella verde Valsesia

Anche se è ancora inverno con il ricordo del Natale vicino, siamo a proporvi una giornata vercellese in allegra compagnia per la prossima primavera.

Se la romana Vercelli, patria del violinista Viotti del XIX secolo, ed il fascino spirituale di Varallo Sesia stuzzicano la vostra voglia di conoscere, panissa e picciolani la vostra golosità ed il vinello piemontese il vostro desiderio di degustazione, questa è la gita che fa per voi!

Si partirà Domenica 1 maggio 2016 da Lecco alle ore 6.30 con rientro previsto per le 21.30.

Per tutti i dettagli si rinvia al programma dettagliata da richiedere in Sezione.

Potete iscrivervi in Sezione con una semplice telefonata: al ragiungimento del numero minimo di partecipanti vi sarà richiesto acconto e saldo in un'unica soluzione entro il 1 aprile p.v.. Ci guiderà la vercellese Claudia che, per chi non la conosce, è un'ottima guida le cui competenze non si discutono! E questa volta è anche nella sua terra natìa!

Precisiamo, come a voi è già noto per tutte le nostre iniziative, che è indispensabile l'iscrizione di un accompagnatore per 1 o 2 soci al fine di non dover chiedere l'assistenza personale ad altre persone partecipanti alla gita. Non possiamo garantire il bel tempo per quella giornata ma, perchè son legate alla vostra presenza, il buonumore ed una briosa brigata sì!!! Vi aspettiamo!

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comunicazioni varie

Dalla sezione di brescia

Trattamenti shiatsu in sezione

Informiamo che Jacopo Andreis, allievo dell'Associazione Shiatsu "Shingen - Il Tocco", socio e volontario della Sezione, si rende disponibile per effettuare, in sede, dei trattamenti.

Rinunciando al proprio compenso, il socio invita i richiedenti a versare, per ogni trattamento, della durata di circa un'ora, un'offerta libera che verrà devoluta interamente alla Sezione.

I trattamenti si terranno ogni venerdì presso la sede di via Divisione Tridentina n. 54 a Brescia.

Gli interessati sono pregati di fissare un appuntamento presso la segreteria sezionale, telefonando al numero 030-2209416.

Dalla sezione di milano

Dal circolo paolo Bentivoglio

Corso di shiatsu

Sabato 5 Marzo presso la sede del Circolo "Paolo Bentivoglio" in Via Bellezza 16 - si svolgerà la prima lezione gratuita, (dalle ore 15 alle 18) per far conoscere la tecnica dello Shiatsu e suoi tanti benefici.

Gli incontri settimanali (10 lezioni) si svolgeranno il sabato dalle 15.00 alle 17.00.

Costo del corso: 140,00 euro (minimo di 10 persone) comprensivo di assicurazione.

Per informazioni e iscrizioni contattare l'Associazione Arti per la Salute - e-mail: info@arteshiatsu.it -

tel. 02/9315750.

Dalla sezione di pavia

CORSI DI WINDOWS, IPHONE E BRAILLE

La Sezione sta organizzando le seguenti iniziative di formazione:

- corso per windows

- corso per IPhone

- corso di Braille

Le lezioni, di gruppo e individuali, si terranno presso la nostra sede di Viale Campari in date ed orari da definirsi e da concordarsi. I soci interessati sono quindi invitati a rivolgersi per adesioni o informazioni alla segreteria negli orari di ufficio.

DALLA SEDE CENTRALE

Il cammino (The way) - 17 agosto - 3 settembre 2016

Con il comunicato n. 19/2016 la Sede Centrale UICI informa che Hubert Perfler, Coordinatore della Commissione Nazionale Sport, Tempo Libero e Turismo Sociale, propone un itinerario da percorrere fra il 17 agosto e il 3 settembre pp.vv. lungo il cammino di Santiago de Compostela (Spagna.

L'iniziativa è aperta ad un numero massimo di 38 partecipanti, collaboratori e coordinatori compresi.

Si fa presente che, per via del percorso a tratti dissestato, i non vedenti assoluti dovranno avere al proprio seguito un accompagnatore.

Il diritto a partecipare è determinato in base all'ordine cronologico di ricezione delle adesioni, da inviare all'indirizzo E-mail hubert_perfler@alice.it

Ottenuta la conferma di prenotazione, entro e non oltre 15 giorni, il partecipante dovrà inviare allo stesso indirizzo copia del biglietto aereo per Santiago de Compostela (Spagna) dallo stesso procuratosi scegliendo il luogo di partenza più comodo e versare una caparra di 250,00 euro utilizzando l'IBAN dell'UICI di Trieste

A questo punto, e non prima, si verrà ufficialmente accreditati quali partecipanti.

Successivamente, entro venerdì 1 Luglio si dovrà versare il saldo calcolato sulla base dell'effettiva e definitiva partecipazione.

Il costo approssimativamente stimato dell'organizzazione si aggira attorno ad 850,00 euro.

Per ogni ulteriore informazione, per consultare il programma completo e per i recapiti di riferimento per eventuali informazioni, si rinvia al comunicato in oggetto, consultabile al seguente url:

http://www.uiciechi.it/documentazione/circolari/TestoCirc.asp?id=5239

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Superando.it del 04-02-2016

Scuola e disabilità: gli Enti si assumano le loro responsabilità

Al di là delle voci e delle errate interpretazioni della Legge di Stabilità, la situazione è chiara, secondo LEDHA e FAND, le Federazioni lombarde di Associazioni impegnate sulla disabilità: le competenze per la gestione dei vari servizi a supporto dell'inclusione scolastica spettano alle Province lombarde e alla Città Metropolitana di Milano, che devono assumersene la responsabilità e fare in modo sin d'ora che tali servizi siano garantiti per il prossimo anno scolastico, sin dal primo giorno.

MILANO. «Negli ultimi giorni - si legge in una nota congiunta diffusa dalla LEDHA (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e dalla FAND Lombardia (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità), a firma dei rispettivi presidenti Alberto Fontana e Nicola Stilla - , dagli uffici delle Province lombarde e della Città Metropolitana di Milano sono emerse alcune voci, confermate inizialmente dai dubbi espressi da alcuni rappresentanti istituzionali durante incontri e riunioni, ovvero che un passaggio della Legge di Stabilità per il 2016 [Legge 208/15, N.d.R.] sembrerebbe ri-assegnare alle Regioni la competenza dei servizi a supporto del diritto allo studio di alunni e studenti con disabilità conferita alle ex Province. ?Si tratta del servizio di assistenza alla comunicazione - compresi il servizio tiflologico e la fornitura di testi scolastici - per alunni e studenti con disabilità sensoriale di ogni ordine e grado di scuola e dell'assistenza per l'autonomia e il trasporto per studenti di scuole superiori e corsi di formazione professionale. Si tratta di un'interpretazione che come LEDHA e FAND riteniamo assolutamente priva di fondamento».

Il passaggio "incriminato" della Legge di Stabilità sarebbe in sostanza contenuto nel comma 947 dell'unico articolo, ove si afferma che «le funzioni relative all'assistenza per l'autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità fisiche e sensoriali [...] sono attribuite alle Regioni a decorrere dal 1° gennaio 2016, fatte salve le disposizioni legislative regionali che alla predetta data già prevedono l'attribuzione delle predette funzioni alle province, alle città metropolitane [...]».

Ebbene, si legge nella nota di LEDHA e FAND, «questo è esattamente il caso della Regione Lombardia, che ha provveduto per tempo a emanare disposizioni legislative di attribuzione di tali funzioni, rientranti tra le funzioni degli Enti di Area Vasta definite "non fondamentali" dalla "Legge Delrio" (Legge 56/14, articolo 1, comma 89), confermandole in capo rispettivamente alle ex Province con la Legge Regionale 19/15 (articolo 2, comma 1) e alla Città Metropolitana di Milano con la Legge Regionale 32/15 (articolo 2, comma 2)».

«Chiediamo quindi con forza ai rappresentanti delle Province lombarde e della Città Metropolitana di Milano - dichiarano Fontana e Stilla - di prendere atto delle loro responsabilità e di adoperarsi in ogni modo per adeguare i servizi già offerti in quest'anno scolastico alle effettive esigenze degli alunni e studenti con disabilità. Inoltre chiediamo loro di adoperarsi in ogni modo affinché questi servizi siano garantiti per il prossimo anno scolastico per tutti i ragazzi a partire dal primo giorno di scuola. Le Associazioni rimarranno a disposizione degli enti territoriali, in piena collaborazione nel richiedere i finanziamenti, ma senza più entrare nel gioco del rimbalzo delle competenze, già ripetutamente confermate anche dai Tribunali».

«Come Associazioni maggiormente rappresentative delle persone con disabilità e dei loro familiari - concludono i Presidenti di LEDHA e FAND Lombardia - chiediamo alla Direzione Generale Istruzione della Regione Lombardia di enunciare in forma scritta la corretta interpretazione della normativa, coerentemente con quanto affermato in diversi incontri, e di definire delle linee guida (definendo standard minimi) per l'omogeneizzazione dei servizi su tutto il territorio regionale. Più in generale, chiediamo alla Regione Lombardia, alla Province e alla Città Metropolitana di Milano di attivarsi in tempi brevissimi per una ricognizione complessiva della situazione, in particolare in merito al fabbisogno rilevato e alle risorse (statali e regionali) effettivamente disponibili, al fine di garantire che il prossimo anno scolastico la campanella suoni per tutti il primo giorno di scuola». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@ledha.it (Ilaria Sesana).

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Il Corriere della Sera del 14-02-2016

Quei "dialoghi nel buio", luce accesa sui non vedenti

MILANO. Istituto dei ciechi, via Vivaio. Questa dal 2005 è la sede di «Dialogo nel Buio», il percorso in assenza di luce ideato nel 1988 da un giornalista a Francoforte. Lo scopo? Aiutare i vedenti a superare i pregiudizi verso i non vedenti e a entrare in contatto con il loro mondo. Il «Dialogo», in versione temporanea, sbarca a Milano già da ottobre 2002 a febbraio 2003, a Palazzo Reale. Tra i suoi padrini anche il giornalista Guido Vergani, con un articolo sul Corriere sulla «mostra che apparentemente non mostra». Il pubblico risponde subito bene: più di 30 mila visitatori. Così si decide di rendere l'iniziativa permanente e di trasferirla nella sede dell'Istituto dei ciechi, diretto da Rodolfo Masto, dove fin dall'Ottocento ci si occupa di non vedenti. Qui «Dialogo nel buio» riapre i battenti a dicembre 2005, collezionando molti «numeri» e successi nel decennale che celebra proprio quest'anno. Più di un milione di visitatori in totale, 45.000 solo nel 2015, quota raggiunta al ritmo di trecento persone al giorno. La maggior parte di loro, il 65 per cento, sono studenti. Nel percorso di 75 minuti, accompagnati da una guida non vedente, si impara a muoversi in un mercato, in città e in altri ambienti riprodotti, senza l'ausilio della vista. Un vero «salto nel buio», inteso in senso metaforico come crisi, una scommessa con se stessi e con i pregiudizi che si hanno nei confronti del diverso. Ma anche un progetto per l'integrazione dei disabili visivi, uno degli impegni cardine dell'istituto. «Ad oggi lavorano circa 80 persone alla mostra e 60 sono non vedenti o ipovedenti, che ricevono una formazione specifica per imparare a relazionarsi con il pubblico, spiazzato e a disagio nel buio» spiega Franco Lisi, direttore scientifico dell'Istituto dei Ciechi che economicamente supporta l'iniziativa. «Solo l'affitto dello spazio, di 700 metri quadri, sarebbe insostenibile per la mostra» continua Lisi. L'Istituto è, tra l'altro, attualmente in difficoltà, in attesa di capire a chi chiedere fondi, responsabilità ancora in bilico tra città metropolitana e Regione. Al percorso, nel corso del tempo, si sono affiancate altre proposte al buio. Da Cafénoir a TrattoNero, in cui si gioca a riconoscere quello che è servito nel piatto, fino al Teatro al buio, dove lo spettacolo si percepisce, si sente ma non si vede. Non è mancata una partecipazione ad Expo 2015, con il progetto «Mercato al buio»: una Vuccirìa di Palermo, come quella del quadro di Renato Guttuso, riprodotta dentro il Padiglione Italia, con sei non vedenti a fare da guida ai visitatori nell'oscurità totale. Un successo di 50 mila presenze. Per festeggiare le prime 10 candeline, Dialogo nel buio aggiunge altre novità nel 2016: «BuioBio», «Rhum & Chocolate», nuovi percorsi per sfidare i sensi e altro che, per ora, rimane una sorpresa. Il pubblico è poi chiamato a salire sul palco in due occasioni: «Sa(n)remo al buio», serata musicale unplugged riservata a chi sa cantare e suonare in tutte le condizioni e «Risate da incubo», cabaret per divertirsi nell'atmosfera del «Dialogo» e scoprirsi diversi da quello che si è alla luce. C'è tempo fino a luglio per fare i «casting».

di Sara Bettoni

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Il Giorno del 02-02-2016

Rabbolini, che sirenetta ai campionati regionali tre titoli e record italiano

MILANO. Un record italiano e tre primi posti, un weekend di gare di altissimo livello per la giovane Martina Rabbolini ai Campionati Regionali di Nuoto Paralimpico, che sono andati in scena presso la piscina Manara di Busto Arsizio. La vetrina, il VI Campionato Regionale Lombardo di Nuoto FINP, valido per il Trofeo «Futuri Campioni» FINP. Martina Rabbolini ha ottenuto, nella categoria S11, quella dei non vedenti, tre primi posti, stabilendo un record italiano e un primato personale. Il record italiano è arrivato nella gara dei 100 rana (1.37,29), mentre è stata la prova dei 400 stile libero a dare alla giovane Martina la gioia del primato personale (5.59,60). L'ALTRA VITTORIA, invece, è giunta nei 100 dorso, chiusi in 1.30,47. Prosegue dunque l'ottimo momento di forma per l'atleta del Gruppo Sportivo Dilettantistico Non Vedenti Milano ONLUS, che l'anno scorso è stata anche convocata per i Mondiali di Nuoto Paralimpico 2015 risultando la migliore tra le atlete azzurre. A Glasgow, in Scozia, la giovane nuotatrice milanese ha come consueto gareggiato nelle gare categoria S11 - non vedenti. Dopo aver ottenuto il settimo posto nei 100 dorso e l'ottavo nei 400 stile libero, Martina ha conquistato altri due prestigiosi piazzamenti, ottava nei 200 misti (con il tempo di 3:18.05) e settima nei 100 rana (1:40.44). Martina Rabbolini, classe 1998, è nata e cresciuta a Rho fino a quando si è spostata a Villa Cortese, sempre nel milanese, alimentando costantemente la sua passione per il nuoto. Ha iniziato a vincere da subito, senza perdere tempo e nel 2012 ha partecipato alla spedizione giovanile per gli Youth Games di Brno dove conquistò una medaglia d'argento nei 100 rana e nei 50 farfalla.

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La Repubblica del 10-02-2016

Cinema cieco

Dopo concerti, spettacoli, mostre la percezione si ribalta anche sullo schermo.

MILANO. Hai mai pensato di vedere un film a occhi chiusi? La domanda, spiazzante, campeggia sulla locandina del documentario Il colore dell'erba, esperimento di cinema per non vedenti in anteprima milanese stasera e domani al Beltrade. Un azzardo che alza l'asticella della ricerca artistica, e non solo, al buio, già esplorata in mostre, spettacoli teatrali - in questo campo l'Istituto dei ciechi milanese è all'avanguardia - e concerti, si pensi ai Blind date di Cesare Picco, e perfino cene, tutti con l'intento di ribaltare la percezione sensoriale degli spettatori-astanti e avvicinarli al mondo spesso scomodo, strutturato con parametri molto diversi dai nostri, di chi non può vedere.

D'accordo, ma il cinema non è di per sé, appunto, visione? Com'è possibile negarla senza negare il cinema stesso? «Quello che volevo fare era creare un'esperienza sensoriale unica - racconta la regista Juliane Biasi Hendel, presente stasera e domani alle proiezioni col produttore Simone Catania di Indyca -. Un film che anche i non vedenti potessero percepire in sala in un momento condiviso con gli altri. Di solito, invece, i ciechi sono relegati in proiezioni apposite o fruiscono dei film da soli a casa, e li seguono grazie ad audio descrizioni aggiunte a posteriori, esterne al progetto». Qui, invece, non ci sono spiegazioni esterne, il film è lo stesso per tutti: la storia, vera, di due ragazzine non vedenti, Giorgia e Giona, che sfidano le loro paure e decidono di andare da sole fino alla nuova gelateria sul lago, il Garda trentino, in una passeggiata rivoluzionaria verso la conquista dell'indipendenza.

Ma come lo può "guardare" un cieco? La risposta la dà Mirco Mencacci, sound designer toscano che ha lavorato con Antonioni, Ozpetek, Mario Tullio Giordana e col videoartista Juri Ancarani. Anche lui non vedente, ha curato il paesaggio sonoro molto particolare del documentario: «Si dice che il senso che usiamo di più sia la vista, ma non è vero. È l'udito, che lavora a 360 gradi e non a 180 come lo sguardo, non si ferma mai, nemmeno quando dormiamo, ed è il primo che si sviluppa, già nel ventre materno. La mia sfida è riprodurre la realtà sonora nella sua tridimensionalità e immersività. Informazioni e dettagli, dai suoni riflessi da un muro ai riverberi di una stanza, su cui un cieco si concentra e che usa per sostituire una grossa parte dello spettro visivo, mentre chi vede non ne è nemmeno consapevole ». Un'esperienza sonora - da godersi appieno, portandosi una mascherina per gli occhi con cui isolarsi completamente dalle immagini, almeno a tratti - che acuisce i sensi. Come accade anche a teatro. Lo conferma Gianfelice Facchetti, regista di molte pièce andate in scena all'Istituto dei ciechi (la prossima, il 18, è Come è bella la città, omaggio gaberiano a Milano, cui seguirà, in aprile, il nuovo Viaggio agli inferni del secolo di Buzzati):

«Nello spettatore si crea un'aspettativa e una voglia di ascoltare maggiori - racconta l'autore e attore, figlio della leggenda dell'Inter Giacinto - e complicità fin da quando si entra in sala, nel buio totale, guidati dalla mano sulla spalla di una guida non vedente. Per noi, invece, è un lavoro all'ennesima potenza: devi essere preciso e generoso, curare la parola e il dettaglio. Non puoi dare nulla per scontato pensando che quello che non si capisce lo si possa compensare guardando». Il risultato è «forte, toccante, qualcuno mi ha parlato anche di ansia e angoscia - sottolinea Biasi Hendel -. Ma per me quello che conta è mettere a confronto le persone, farle entrare in contatto con l'altro. Per capirsi, e darsi una mano».

di Simona Spaventa

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Lecco Online del 21-02-2016

Lecco: tour per ciechi e ipovedenti alla scoperta dei 'totem' esplicativi

LECCO. Una trentina di soci dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti si sono dati appuntamento nel pomeriggio di venerdì proprio davanti a Villa Manzoni per prendere parte alla bella iniziativa promossa da Si.M.U.L., il Sistema Museale Urbano Lecchese. Per loro, in particolare, era in programma una visita della città sotto la guida di Barbara Cattaneo, la quale li ha accompagnati alla 'scoperta' dei totem esplicativi dei siti più attrattivi della città: questi, realizzati in occasione di Expo, hanno la particolarità di presentare, oltre alla descrizione in italiano e l'abstract in inglese, anche un breve sunto in braille, il sistema di scrittura e lettura a rilievo per non vedenti ed ipovedenti.

"In collaborazione con il Servizio Lavori Pubblici, e in particolare con la geometra Katiuscia Vassena, abbiamo ritenuto fosse 'buona cosa' predisporre alcuni pannelli che illustrano i principali elementi storico-artistici del territorio, sia quelli legati ad Alessandro Manzoni, sia quelli legati alla città stessa, come la Basilica, il Teatro Sociale, la Chiesa di S.Marta, spingendoci sino alla chiesa di Rancio Alta, S.Maria Gloriosa e includendo anche i cimiteri, come quello di Laorca, che è estremamente bello e importante" ha spiegato Barbara Cattaneo. "La targhetta in braille affissa sui totem, in particolare, è molto utile perché permette anche ai non vedenti e agli ipovedenti di fruire di una chiave di lettura della nostra città".

Sotto un sole caldo, che ha reso più godibile la lunga passeggiata turistica, il nutrito gruppo di partecipanti è quindi partito in direzione Pescarenico per il tradizionale 'giro manzoniano'. Da lì, si è mosso verso Piazza XX settembre, facendo poi visita alla Basilica di San Nicolò e alla Chiesa di Santa Marta, passando anche per il Teatro Sociale, il Vallo allo delle Mura e, infine, facendo tappa in comune, dove si è concluso il giro.

L'iniziativa, che ha coinvolto circa una trentina di persone tra cui i rappresentanti della UIC da Monza e da Varese, ha riscosso indubbiamente l'apprezzamento dei partecipanti, e in particolare quello di Silvano Stefanoni, referente provinciale e regionale dell'Unione Italiana Ciechi per il Turismo Accessibile, che non ha perso l'occasione per ringraziare l'UIC provinciale, la dott.ssa Giovanna Esposito, Barbara Cattaneo e l'assessore Simona Piazza, che ha accompagnato il gruppo per un breve tratto del percorso.

Al termine del tour culturale, tuttavia, sono emerse anche alcune perplessità legate alla non adeguatissima fruibilità dei totem per le persone non vedenti: "l'osservazione fondamentale nasce da una domanda semplice: come è possibile per noi non vedenti individuare la presenza del totem? Come facciamo a sapere dove si trova?", ha fatto notare Francesco Germinara, socio UIC che ha partecipato alla visita di ieri. L'impossibilità di 'riconoscere' le colonnine, di individuarle nello spazio, renderebbe infatti impossibile la fruizione in completa autonomia delle stesse. "Se non lo posso riconoscere da solo, allora mi devo fare accompagnare, ma se vengo accompagnato a questo punto mi farei direttamente leggere quanto c'è scritto, anche perché le indicazioni in braille sono molto ridotte rispetto al testo originale" ha continuato. Le obiezioni sollevate da Germinara, hanno toccato poi la questione della scarsa 'praticità' della stessa targhetta in braille, così come è stata pensata: "Innanzitutto è posta ad 1.30 metri di altezza e, per una persona alta, ciò significa doversi accovacciare per leggere, il che non aiuta. Inoltre, il piano d'appoggio su cui si basa dovrebbe essere orizzontale o quando meno inclinato, mentre in questo caso abbiamo un piano verticale, e ciò rende molto più difficoltosa la decifrazione. C'è da dire che in questo caso può anche andare bene, perché si tratta di poche righe, ma per un pannello poco più grande ciò rappresenterebbe un grosso problema".

Insomma, senza voler togliere merito a chi la targhetta in braille l'ha pensata e l'ha voluta, a cui va riconosciuta grande sensibilità e apertura verso i bisogni del prossimo, è ad ogni modo evidente che alcuni limiti vi siano: parlarne e confrontarsi con chi ne è coinvolto in prima linea, è quindi l'unico modo per ovviare a questo tipo di problemi. "Non si tratta di critiche, ma di consigli: prendere atto delle criticità è importante per poi correggerle. La targhetta in braille è una lodevole pensata: discuterne insieme permetterà anche di migliorarla", ha concluso infine Germinara.

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NOTIZIE DALLA SEDE CENTRALE e dal web

Questo spazio vuole essere una sorta di "miniguida" per orientarsi all'interno delle molteplici attività svolte dalla Sede Centrale della nostra Associazione.

A tal fine, vi proponiamo quei comunicati diramati dalla Sede Centrale e quei contenuti apparsi sul giornale elettronico di quest'ultima nel mese appena trascorso, che contengono notizie e iniziative che pensiamo possano suscitare un concreto interesse nei nostri soci.

Di sicuro qualcosa sfuggirà, ma ci si augura che questa selezione possa essere un valido punto di riferimento.

Si augura buona lettura.

Comunicato n. 26, diramato in data 17-02-2016

Campus Internazionale sulla Comunicazione e l'Informatica per giovani ciechi e ipovedenti - ICC 2016

Si informa che anche quest'anno l'Unione ha aderito al Campus Internazionale sulla Comunicazione e l'Informatica per giovani non vedenti - ICC (http://www.icc-camp.info/). L'edizione 2016 si terrà dal 25 luglio al 3 agosto presso il Politecnico di Dresda, in Germania e accoglierà un gruppo di giovani ciechi e ipovedenti italiani tra i 16 e i 20 anni con il loro coordinatore e un assistente vedente. Possibili eccezioni ai limiti di età saranno valutate caso per caso.

Si allega un annuncio con ulteriori informazioni su tale avvenimento.

Dato che il numero di partecipanti è limitato, chi fosse interessato a partecipare a tale evento è pregato di inviare la propria candidatura che includa

al Coordinatore Nazionale per ICC 2016, Sara Kobal, all'e-mail sarakobal@alice.it e in copia a Francesca Sbianchi, Coordinatrice dell'Ufficio Relazioni Internazionali dell'Unione, all'e-mail francyh9@hotmail.com al più presto e comunque preferibilmente entro il 17 aprile 2016.

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ALLEGATO 1

XXII Campus per giovani ciechi ed ipovedenti ICC2016

L'International Camp on Communication and Computers ICC è un'opportunità unica per imparare come le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) e le tecnologie assistive (AT) arricchiscano notevolmente la vita di ciechi ed ipovedenti.

http://www.icc-camp.info/

Ma ICC è molto di più, infatti partecipando potrai:

Workshop

Durante il soggiorno potrai scegliere di partecipare a moltissime attività. Ecco alcuni esempi di argomenti di workshop che potrebbero essere proposti:

ICC2016 dove? quando?

ICC 2016 si svolgerà in Germania, a Dresda dal 25 luglio al 3 agosto 2016

I requisiti per partecipare sono:

- essere ipovedente o non vedente

- avere tra i 16 e i 20 anni

- avere una buona conoscenza della lingua inglese

- avere una buona autonomia personale

Lingua ufficiale del campus: INGLESE

Costo

Quota di iscrizione al campo: non più di € 400

I partecipanti dovranno inoltre coprire le proprie spese di viaggio dal luogo di residenza fino all'aeroporto di arrivo.

Per partecipare basta:

inviare una e-mail preferibilmente entro il 17 aprile 2016 al coordinatore nazionale di ICC2016 Sara Kobal all'indirizzo sarakobal@alice.it e a Francesca Sbianchi, coordinatrice della Commissione Giovani dell'UICI all'indirizzo francyh9@hotmail.com con oggetto "CANDIDATURA ICC 2016" in cui dovrai inserire i dati personali e produrre un testo in lingua inglese di almeno 200 parole con una presentazione di te, degli hobby e delle motivazioni per cui vuoi partecipare all'iniziativa.

Dato che i posti a disposizione sono purtroppo limitati, se necessario sarà operata una selezione delle candidature ricevute.

...come and get involved!

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ALLEGATO 2

INFORMAZIONI GENERALI

ICC - Campo Internazionale

sulla Comunicazione

e sull'Informatica

Un'opportunità unica per i giovani ciechi e ipovedenti!

IL CONCETTO DI ICC

L'idea dell'ICC è semplice - e questa semplicità sembra essere la sua forza:

è iniziato con i centri di sostegno dell'Università di Linz, in Austria, e dell'Università di Karlsruhe, in Germania, che offrono supporto per gli studenti non vedenti e ipovedenti per la loro inclusione negli studi. L'uso dei computer è divenuto un requisito fondamentale dalla fine degli anni '80. Come la sedia a rotelle migliora la mobilità dei disabili fisici, il computer migliora la "mobilità" delle persone con difficoltà di lettura di testi stampati nei riguardi dei contenuti visivi. Questo apre una porta sull'"universo digitale" a cui si accede tramite computer adattati alle loro esigenze. Essere in possesso di elevate competenze nelle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (TIC) è imprescindibile per questo gruppo target, molto più che per la popolazione media.

Inoltre, consulenza e informazioni sono molto importanti nel momento di prendere decisioni su cosa e dove studiare, trovare il modo di strutturare il proprio studio o sapere dove trovare sostegno. L'elevata complessità di tutto questo per le persone non vedenti e ipovedenti in termini di aspetti tecnici, pedagogici e sociali richiede di iniziare presto i preparativi.

Entrare in contatto con possibili studenti in una fase iniziale, presentare l'istruzione post-diploma come possibile percorso di carriera, dare consulenza per lo studio, introdurre le TIC come mezzo per riuscire negli studi e motivare i ragazzi non vedenti a partecipare a scambi internazionali e interculturali è l'idea centrale di ICC.

Naturalmente gli argomenti su cui le TIC si concentreranno cambia rapidamente, ma l'idea di base di accompagnare i giovani studenti nel loro percorso di istruzione post-diploma rimane la stessa.

Il Campo Internazionale sulla Comunicazione e sull'Informatica:

L'ICC dovrebbe essere visto come un avviamento a questo processo, come un incentivo agli studenti a affrontare i propri studi secondari al meglio e prepararsi bene per un corso di studi superiore e per il mercato del lavoro.

Il concetto di ICC comprende:

dalle minoranze locali a un gruppo di interesse internazionale

Workshop con temi da "Introduzione alle TIC" a "Informatica e Comunicazione"

Attività del tempo libero stimolanti

Senza "iperprotezione"

Con e da parte di esperti riconosciuti

da, con e per il "gruppo target" designato

Impatto

È chiaro che un singolo "Campo sull'informatica e sulla comunicazione" non è in grado di risolvere tutte le problematiche relative all'inclusione delle persone non vedenti - nella sua dimensione sociale, politica, economica, etica, pedagogica o tecnica - ma ogni cambiamento ed evoluzione necessita di un inizio e la necessità di un tale inizio è evidente. L'ICC è orgoglioso di essere l'ideatore e il realizzatore di questo progetto.

Oltre a questo, l'ICC riunisce un grande numero di esperti che partecipano per imparare - in maniera pratica, l'uno dall'altro, per conoscere le teorie e i metodi applicati in altri paesi. Gli insegnanti e gli specialisti provenienti da tutta Europa che accompagnano i gruppi di studenti e preparano i seminari hanno un'opportunità unica di imparare dagli altri colleghi, dalle altre culture e formare una fitta rete in merito alla loro area di attività professionale.

In ultimo, ma non per importanza, l'ICC offre un'occasione unica per gli organizzatori locali per far conoscere il loro lavoro e l'importanza dell'inclusione. I campi hanno sempre una vasta eco - come "eventi sensazionali" per i loro aspetti tecnici, sociali e internazionali - nella stampa locale, nazionale e internazionale, nella radio e nella televisione, contribuendo a far migliorare le relazioni pubbliche dell'organizzatore locale.

L'atmosfera internazionale nuova e creativa lontana dalla routine (lavorativa) di tutti i giorni e la libertà nei contenuti e nei metodi dovuta alla necessità di concentrarsi sulle necessità e le abilità dello studente sono aspetti che facilitano il raggiungimento dei nostri obiettivi.

SEDI E CIFRE

Negli ultimi due decenni, hanno partecipato a ICC 1807 giovani di tutto il mondo e 1458 esperti che li hanno accompagnati e hanno fatto loro da tutor.

21 ICC sono stati ospitati in 15 paesi diversi (in ordine alfabetico):

nel 2016, il XXII ICC torna in Germania, a Dresda.

Due aree principali di conoscenza, abilità e competenze

Gli esperti si occupano delle attività e dei seminari offrendo formazione nelle abilità e competenze tecniche oltre a quelle sociali.

Competenze/abilità tecniche:

ABILITà/COMPETENZE SOCIALI:

SEMINARI ORIENTATI SULLA "SCELTA DEI PARTECIPANTI"!

I workshop si concentrano sulle situazioni e sulle applicazioni - su come gestire situazioni di vita reale grazie alle TIC e come sviluppare le competenze necessarie.

I partecipanti possono scegliere tra una ampia varietà di seminari tenuti da esperti di quel settore provenienti da tutto il mondo. Questi seminari sono in parte basati sulle richieste e sulle valutazioni degli ex partecipanti e in parte sulla ricerca e sulle prassi più all'avanguardia.

Ci sono seminari dalle 3 alle 6 ore, che costituiscono un intenso programma di 6 giorni:

Esempio

orario Giorno 1 Giorno 2 Giorno 3 Giorno 4 Giorno 5 Giorno 6 Giorno 7 Giorno 8 Giorno 9 Giorno 10

07.30 - 08.30 Arrivo Colazione Colazione Colazione Colazione Colazione Colazione Colazione Colazione Partenza

09.00 - 12.00 WS introduttivo WS Escursione WS WS WS WS WS

12.00 -13.30 Pranzo Pranzo Pranzo Pranzo Pranzo Pranzo Pranzo

14.00 - 17.00 WS WS WS WS WS WS Momento libero

17.00 - 18.30 Cena Cena Cena Cena Cena Cena Cena

19.00 - 22.00 Accoglienza Tempo libero Tempo libero Tempo Libero Tempo Libero Tempo Libero Tempo Libero Tempo Libero Saluti

Contatti

Associazione Internazionale ICC

Klaus Miesenberger, Università di Linz, Austria

Tel.: +43-732-2468-3751, Fax: -23751

eMail: icc@aib.uni-linz.ac.at

I Coordinatori nazionali promuovono l'ICC in più di 30 paesi!

http://www.icc-camp.info

L'ICC 16 di Dresda (Germania) è organizzato in collaborazione con:

- Associazione Tedesca degli Studenti e dei Professori non Vedenti

- Università di Linz "Johannes Kepler"

- Federazione Svizzera dei Ciechi e degli Ipovedenti

- Politecnico di Dresda (TUD)

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Comunicato n. 27, diramato in data 17-02-2016

Il pinguino senza frac

Riceviamo e diffondiamo

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Con lo scopo di rendere sempre più fruibile il patrimonio librario italiano alle persone non vedenti, con particolare attenzione ai bambini, e favorirne una migliore integrazione sia nell'ambito socio-familiare sia in quello scolastico, le sezioni provinciali UICI di Modena e Reggio Emilia si sono impegnate nella trascrizione in braille e nella registrazione dell'audiolibro della favola "Il pinguino senza frac" di Silvio D'Arzo, testo degli anni '40 recentemente ripubblicato da Corsiero Editore, in collaborazione con l'Associazione Scrittori Reggiani e il progetto Reggio Emilia Città Senza Barriere.

L'opera, che può essere fornita anche nella versione in nero con le nuove illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini, può essere richiesta ad una delle due sezioni UICI che provvederanno alla spedizione del numero di copie desiderate con un contributo di euro 20,00 a copia, che comprende il volume braille, l'audiolibro e le spese postali; il testo in nero, che si trova in libreria, ha un costo di copertina di euro 18,50, ma se acquistato unitamente alle versioni accessibili, verrà fornito al prezzo di euro 15,00.

Nel ringraziare fin da subito tutti i Dirigenti che vorranno aiutarci a diffondere l'iniziativa tra i soci, invitiamo a contattare la segreteria delle sezioni di Modena e Reggio Emilia per qualsiasi ulteriore informazione o richiesta.

(dopo la firma segue recensione del testo)

Il presidente prov. le UICI . - dott.ssa Chiara Tirelli

Piccolo, bianco, povero e senza frac è Limpo, un pinguino che, triste e sconsolato, si allontana da Mamma e Papà pinguino avventurandosi nell'immenso e sconosciuto Nord, alla ricerca della risposta a un'unica domanda: perchè lui non ha il frac? Sopravvissuto a paurose burrasche, a lunghi periodi di digiuno, incontrando foche, trichechi, gabbiani e renne, a poco a poco impara a sopravvivere. Sconcertato e infelice fa ritorno a casa. La tristezza si trasforma in sorpresa quando il piccolo si accorge di indossare il più elegante frac che pinguino abbia mai visto, segno del raggiungimento di una conoscenza fatta di esperienza e di coraggio.

Definito il più bel libro per ragazzi, dopo Pinocchio, della letteratura italiana del Novecento, "Il pinguino senza frac" è un racconto scritto con magnifica leggerezza e umorismo nel quale ognuno può riconoscersi. Quando lo scrittore reggiano Silvio D'Arzo, nel 1949, accoglie la proposta dell'editore Vallecchi di dedicarsi a questo tipo di letteratura intravede l'opportunità di far giungere a ragazzi e adulti la visione attesa della società da far emergere dalla ricostruzione postbellica. Affida pertanto al protagonista del racconto (un ragazzo che affronta inerme un mondo ostile e sconosciuto, com'è l'uomo nuovo che si lascia alle spalle la guerra con tutte le sue brutture) il compito di prospettare un mondo più equo, rispettoso dei diritti, fondato sulla pari dignità di tutti gli esseri viventi. L'esito è eccelso, per qualità della scrittura e per propositività: nel percorso di crescita del pinguino racchiude le caratteristiche del "viaggio" che compie ogni essere umano, e che lui stesso ha sperimentato sulla sua pelle. Al piccolo pinguino "diverso" dagli altri perchè privo di un carattere distintivo della sua specie, ma testardamente impegnato a farsi riconoscere ed accettare.

Il messaggio di D'Arzo è intrigante perchè rivolto ai giovani, ai ragazzi che si apprestano a comprendere e interpretare le mille suggestioni (spesso contraddittorie ed a volte del tutto negative) che provengono dalla società e dagli strumenti di comunicazione di massa; ma è rivolto anche agli adulti ed appare paradigmatico nel rappresentare la situazione dell'italiano d'oggi che cerca con affanno una soluzione ai gravi problemi che lo assillano nella società, nella famiglia, nelle relazioni internazionali, e la trova confrontandosi con la realtà, con piena consapevolezza dei rischi e delle opportunità.

Per questi aspetti il racconto darziano dimostra di essere un classico della letteratura contemporanea e di essere straordinariamente attuale.

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Comunicato n. 31, diramato in data 29-02-2016

Soggiorno-studio in Spagna per il perfezionamento della lingua inglese (scadenza mercoledì 25 maggio 2016)

La O.N.C.E. (Organizzazione Nazionale Spagnola dei Ciechi) ha programmato anche per quest'anno un soggiorno-studio per il perfezionamento della lingua inglese che si svolgerà presso il suo Centro di Risorse Educative di Pontevedra (Spagna) dal 1 al 12 agosto 2016. Il giorno di arrivo sarà il 31 luglio nel pomeriggio e il giorno di partenza sarà il 12 agosto nel pomeriggio. Potranno candidarsi per la partecipazione al soggiorno giovani ciechi o ipovedenti di età compresa tra i 15 e 17 anni (che abbiano già compiuto 15 anni alla data del 31 luglio 2016 e non abbiano ancora compiuto 18 anni alla data del 12 agosto 2016) già in possesso di un livello di lingua inglese B1 - B2. Durante il soggiorno i partecipanti seguiranno un corso intensivo di inglese di livello intermedio-alto (60 ore), oltre a partecipare a varie attività ludico-sportive e culturali.

A carico dei partecipanti sono previste le spese di viaggio dal luogo di residenza fino all'aeroporto di Vigo, che è l'aeroporto più vicino a Pontevedra, e ritorno. Le spese di soggiorno, di studio e il transfer dall'aeroporto di Vigo a Pontevedra e viceversa sono a carico della O.N.C.E.

Come requisito imprescindibile, il possesso delle abilità linguistiche per accedere al corso dovrà essere attestato dall'insegnante di lingua inglese della scuola di provenienza di ciascun candidato sulla base dello schema grammaticale allegato alla presente. Per garantire la partecipazione di candidati adeguatamente qualificati, si invita caldamente a inviare unicamente le candidature di quei ragazzi che possiedano effettivamente il livello di competenza linguistica indicato. In fase di selezione, sarà comunque somministrato ai candidati un test scritto a distanza e gli idonei verranno contattati telefonicamente da un esaminatore per una verifica ulteriore del livello di conoscenza della lingua inglese.

Altra condizione importante per la partecipazione al soggiorno-studio è essere in possesso di una ragionevole autonomia nelle attività della vita quotidiana e nella mobilità (ossia la capacità di muoversi in un ambiente dopo averlo conosciuto).

I candidati dovranno far pervenire all'Ufficio Affari Internazionali di questa Unione la seguente documentazione entro mercoledì 25 maggio p.v.:

- dichiarazione di assenso da parte dell'esercente la potesta' parentale alla candidatura del/la ragazzo/a al soggiorno-studio di cui al presente comunicato, completata dai dati anagrafici e della disabilità visiva del candidato (diagnosi come da verbale di accertamento sanitario dell'invalidità civile), da un numero di telefono e un indirizzo e-mail di contatto. E' importante notare che il corso è destinato a giovani ciechi o ipovedenti come definiti negli articoli 2, 3, 4, 5 e 6 della legge 3.4.2001, n. 138)

- attestato dell'insegnante di lingua inglese della scuola di provenienza del candidato relativo al buon grado di possesso da parte di quest'ultimo delle competenze linguistiche indicate nell'allegato schema. L'attestato, che deve essere sottoscritto dall'insegnante e che può essere rilasciato su carta libera, deve indicare in maniera leggibile: nome e cognome dell'insegnante, nome e tipo di scuola frequentata dal candidato, anni di studio della lingua inglese del candidato presso quell'istituto.

- copia di eventuali certificati o diplomi che attestino lo studio della lingua inglese da parte del candidato anche presso altri istituti (scuole di lingue, etc.) con l'indicazione del livello del corso frequentato.

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Il file .zip contenente il presente comunicato unitamente al relativo allegato è scaricabile tramite l'url di seguito riportato:

http://www.uiciechi.it/archivio/circolari/2016/02/31.2016.zip

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SEDE CENTRALE: COMUNICATI DIRAMATI NEL MESE DI FEBBRAIO

Di seguito viene riportato l'elenco completo dei comunicati diramati dalla Sede Centrale U.I.C.I. nel mese appena trascorso, con la specificazione del relativo numero e dell'oggetto.

Vi ricordiamo che tutti i comunicati possono essere consultati all'indirizzo internet http://www.uiciechi.it/documentazione/circolari/main_circ.asp

dove è possibile effettuare ricerche mirate tramite un comodissimo motore di ricerca.

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Il Corriere della Sera del 28-02-2016

Visite mediche, i dubbi legati alla maggiore età

ROMA. Cosa succede quando un ragazzo con disabilità compie 18 anni? Deve sottoporsi ancora ad altre visite di accertamento per vedere riconosciuto il diritto all'accompagnamento o all'indennità di frequenza o per ottenere i benefici previsti dalla Legge 104? Le nuove norme introdotte ad agosto 2014 dalla Legge 114 hanno semplificato l'iter burocratico per i neo-maggiorenni, ma sono ancora poco conosciute. «Molti patronati, cui si rivolgono le famiglie per chiedere informazioni, ancora non sanno, per esempio, che un minore titolare di indennità di accompagnamento per invalidità civile, o cecità o di comunicazione per sordità, non è più soggetto, al compimento della maggiore età, a ulteriori accertamenti sanitari pena la revoca del beneficio» spiega il direttore di Handylex, Carlo Giacobini. La Legge segna uno spartiacque importante: i minorenni titolari di indennità di accompagnamento per una grave disabilità, anche se stabilizzata e ingravescente (quella cioè che non può regredire e può peggiorare progressivamente), non sono più convocati a visita e, una volta diventati maggiorenni, viene loro corrisposta anche la pensione se il reddito non supera le soglie previste annualmente dalle norme in vigore: è sufficiente compilare un modulo amministrativo che l'attesti. «Spesso sono le stesse famiglie che, non conoscendo le nuove norme, chiedono il nuovo accertamento per timore di perdere i benefici riferisce Giacobini . La legge 114 stabilisce che chiunque sia in possesso di un verbale che prevede una revisione nel tempo, per esempio al compimento del diciottesimo anno di età, sia convocato direttamente a visita presso l'Inps senza dover presentare alcuna domanda». Diversa, invece, la procedura prevista per chi non usufruisce dell'indennità di accompagnamento o di comunicazione concessa ai sordomuti, ma è titolare dell'indennità di frequenza per tutta la durata dei corsi, della scuola o dei cicli riabilitativi. La domanda di accertamento va presentata entro i sei mesi antecedenti il compimento della maggiore età.

di Maria Giovanna Faiella

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Superando.it del 02-02-2016

Dopo di noi: l'occasione perduta

di Carlo Giacobini

Ci piace immaginare una convivenza civile in cui le persone con disabilità possano realmente contare sulla loro inclusione, dignità, libertà anche in assenza delle famiglie di origine. Ci piace immaginare che i loro genitori, le loro sorelle o fratelli possano garantirsi la serenità di non essere angosciosamente vitali per la sopravvivenza stessa del loro congiunto. Ci piace vagheggiare la possibilità per ognuno di poter crescere, maturare, sviluppare capacità staccandosi - nel modo più naturale - dai genitori e costruendo un proprio progetto di vita il più indipendente possibile.

Vogliamo credere che possa esistere una società senza istituzioni totali, senza pseudocomunità, senza residenze nelle quali le persone siano coattivamente confinate, quand'anche con un loro apparente avallo. Incrollabilmente dobbiamo ritenere che sia diritto di ognuno scegliere dove vivere, come vivere e con chi vivere.

Utopie? Sogni? No, piuttosto sfide culturali, politiche, organizzative, che qualcuno ha già raccolto e vinto, restando tuttavia annoverato fra le buone quanto irriproducibili e disperatissime prassi.

Sfide che richiedono una visione a tutto tondo che investa le politiche, i servizi, le persone e le famiglie, riportando quelle istanze e quelle aspirazioni al centro, anche a costo di scontentare chi sulla servizievole coercizione della disabilità e della non autosufficienza ha fatto un business o ne intravede nuovi e floridi mercati.

Ci aspettavamo - a posteriori ingenuamente - qualcosa di simile dalla norma sul "dopo di noi" che in queste ore arriva in Aula della Camera dopo essere stata approvata dalla Commissione Affari Sociali. Un testo unificato di ben sei diversi Progetti di Legge.

A ben vedere la stessa necessità di una norma sul "dopo di noi" è di per sé la dimostrazione del fallimento di un welfare già povero di idee e sempre più fragile nelle soluzioni. La definizione stessa "dopo di noi" ha origine infatti dalla disperazione - che ha prodotto e continua a produrre "morti bianche", isolamento, segregazione - di centinaia di genitori, spesso anziani, che non osano immaginare la sorte dei loro figli. Che assommano l'umano timore della morte alla disumana ansia di ciò che di più caro hanno al mondo.

Già il fatto che esista questo motivatissimo terrore rappresenta un fallimento, una lacuna, dimostra colpe senza rei perseguibili. Ma non è una tragica fatalità: è un canovaccio già scritto.

Siamo fra quelli che ritengono che queste famiglie non abbiano bisogno di sedativi o pacche sulle spalle e nemmanco di supporto psicologico perché "disturbati" dallo stress, ma di risposte credibili e concrete. Palpabili e senza proroghe.

Ma crediamo anche che per le generazioni di oggi e di domani non si debba più presentare uno scenario come quello attuale.

Ebbene, nel testo che arriva alla Camera di questo troviamo ben poco. La visione di uno scenario radicalmente diverso è frustrata. Manca così tanto, da generare sospetti, retropensieri, dubbi, tanti dubbi. Magari infondati o forse no.

È una norma che già nasce come "ultrasettoriale" e che non arriva nemmeno a ipotizzare che quell'isolamento e quel rischio di abbandono delle persone debbano trovare risposta in una serie articolata di servizi e di supporti, non certo costruendo nuove residenze, magari umanizzate, ma pur sempre lontane da progetti di vita davvero inclusivi.

È uno schema che porta a limitare l'urgenza della "presa in carico" ai soli disabili gravi, ostinatamente ignorando che esiste un identico, e in taluni casi addirittura maggiore, rischio di esclusione, anche in casi di limitazioni funzionali più lievi o financo borderline.

Incuriosisce, e inquieta, lo specifico Fondo e il suo uso futuro: servirà a costruire altre residenze, altri muri o sarà usato per aprire porte, per svellere recinzioni, per liberare dalla segregazione le centinaia di migliaia di persone che vivono ancora oggi in Italia in istituto (comunque esso venga denominato dalle legislazioni regionali)?

Già, perché se un'affermazione è certa, è che la nuova norma - di cui il Senato darà una seconda e verosimilmente ultima lettura - non pone un punto fermo e ineludibile che imponga sia la deistituzionalizzazione delle persone con disabilità oggi rinchiuse in residenze segreganti, né, tanto meno, criteri per evitare di far sorgere - magari "riverniciandole" - situazioni analoghe. Troppo deboli appaiono le indicazioni di principio: in pratica un'applicazione in scala ridotta e annacquata delle indicazioni della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Altrettanto fragili sono poi le convinzioni che la capacitazione, il rafforzamento dell'autonomia personale, la realizzazione della vita indipendente debbano essere concretamente perseguite, non solo e tanto immettendo risorse nel sistema, ma con un profondo ripensamento dei servizi e dei sostegni che pongano al centro la persona, non come "soggetto a prendere in carico" o come "carname da RSA" [Residenza Sanitaria Assistenziale, N.d.R.], ma piuttosto come latore di risorse, pur residue, da potenziare, esaltare, usare.

Si prosegue a non comprendere che, trasformando la spesa in investimento, avremmo meno famiglie disperate e meno metri cubi di residenze più o meno protette. A chi giovi lasciamo al Lettore ogni considerazione.

Nemmeno sfiora la riflessione del Legislatore la considerazione che misure per il "dopo di noi" debbano essere intrinsecamente contigue ad altri interventi: dal sostegno alla vita indipendente, al supporto alla genitorialità e ai caregiver familiari e addirittura al contrasto all'impoverimento.

In questa logica il "dopo di noi" diventerà un capitolo di spesa, un Fondo. L'ennesimo Fondo, con un ennesimo decreto di riparto e con ennesimi interventi regionali più o meno diversi, più o meno scombiccherati. Solo in futuro vi saranno dei Livelli essenziali di prestazioni la cui definizione già ci fa rabbrividire al pari della loro effettiva esigibilità.

Ma la visione che manca rispetto a politiche complessive è invece molto lucida sul trust, trovata di origine anglosassone che consente di spossessarsi (con agevolazioni fiscali) di patrimoni propri in funzione di un vantaggio o beneficio futuro. Parte dei propri beni - solitamente patrimoniali - vengono affidati a un garante terzo (fondazione, finanziaria o quel che sia) e questi garantisce in un domani un rendita o un servizio a un beneficiario indicato dal sottoscrittore. Con delle garanzie, bene inteso.

In una diffusa situazione di povertà - assoluta o relativa - è evidente che il trust (centrale nella proposta di legge) non è certo una soluzione per tutti. Alcune lingue malevole finiscono allora per sostenere che questa operazione sia pensata più per le finanziarie che per le persone con disabilità, ma che per queste ultime siano previste agevolazioni fiscali aggiuntive è innegabile.

Ciò che lascia molto perplessi, in questo caso, è come una proposta così solerte nell'accogliere e potenziare il forestiero strumento del trust, non abbia voluto rafforzare altri istituti civilistici (ad esempio la donazione modale, la sostituzione fedecommissaria ecc.) già esistenti e meno forieri di interessi indiretti o di elusioni.

Conclusione: quelli di noi che confidavano in un'imminente "Legge 180" sulle istituzioni per disabili o che speravano nell'avvento di politiche integrate e inclusive devono rinviare il loro appuntamento con la storia. Sine die.

Carlo Giacobini,

Direttore editoriale di «Superando.it».

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Giornale UICI del 08-02-2016

Potenziare l'occupabilità delle persone con disabilità visiva: dallo sperimentalismo alla sperimentazione

di Luciano Paschetta

"Potenziare l'occupabilità di persone con disabilità visiva", è questo il programma del nuovo progetto di ricerca avviato dall'IRIFOR e il dipartimento di Matematica "G. Peano" dell'università di Torino, (coordinatrice la Prof.ssa Anna Capietto , docente di Analisi Matematica e Referente per la disabilità dello stesso Dipartimento ), con il sostegno della "Città metropolitana" e la collaborazione della sede provinciale dell'U.I.C.I. di Torino. E' ormai biennale la collaborazione dell'IRIFOR con l'Università di Torino nello sviluppo del Progetto di ricerca per la diffusione e l'utilizzo delle nuove tecnologie per l'accesso agli studi universitari da parte di giovani con disabilità e con DSA", nell'ottica dei principi dell'accessibilità universale, della personalizzazione didattica e dell'inclusione" (coordinatrici la Prof.ssa Marisa Pavone - docente di Didattica e Pedagogia Speciale presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell'Educazione e Delegata del Rettore per la disabilità nell'Università di Torino e la stessa prof.ssa Anna Capietto), questa volta il focus della ricerca è incentrato sulle nuove opportunità di lavoro per le persone con disabilità visiva offerte dall'applicazione nei processi gestionali delle nuove tecnologie, a condizione che i software utilizzati rispettino i principi dell'accessibilità informatica.

La nuova ricerca parte da alcune considerazioni di fondo: l'attuale organizzazione del mercato del lavoro, più che la ricerca di nuove professioni alle quali poter avviare tanti disabili visivi, richiede di individuare, all'interno delle varie aziende/servizi le "situazioni di lavoro/servizi", possibili a persone con disabilità visive nelle quali poter collocare la "persona giusta al posto giusto", vista anche la nuova modalità per il collocamento obbligatorio dei disabili prevista dal Job act a "chiamata individuale". Inoltre, se l'uso delle nuove tecnologie nei diversi processi aziendali, consente potenzialmente ai disabili visivi di svolgere con produttività e soddisfazione personale mansioni in passato loro precluse, è altresì vero che la scarsa "cultura dell'accessibilità" informatica rendendo, poi di fatto inaccessibili i data base e gli archivi utilizzati, ne impedisce il collocamento.

La ricerca per potenziare l'occupabilità dei 17 giovani laureati con disabilità visiva che Università, IRIFOR e Centro per l'impiego hanno individuato, si servirà dell'esperienza che il dipartimento di matematica ha tratto dal progetto, curato dalla stessa prof.ssa Capietto, D.A.P.A.R.I. (Disabilità in Azienda, Professionalità Avanzata, Ricerca e Integrazione) finalizzato in particolare a curare il passaggio tra l'Università ed il mondo del lavoro, nonché dei risultati della ricerca sull'accessibilità dei testi scolastici sopra citata.

Il 25 febbraio avrà avvio il mini percorso di 20 ore di potenziamento operativo", nel corso del quale i 17 ragazzi , con la guida dei ricercatori e di alcuni tutor disabili visivi, prenderanno dimestichezza con i problemi di accessibilità e con le modalità per il loro possibile superamento. Nel mese di aprile ne verranno individuati otto che saranno inseriti con una "borsa lavoro" in altrettante aziende "per uno stage tutorizzato di sei mesi , al termine del quale auspichiamo che, se non tutti, qualcuno di loro possa essere assunto dall'impresa dove avrà svolto il tirocinio lavorativo.

Attraverso questo nuovo progetto, l'IRIFOR, proseguendo nel suo impegno nella ricerca di nuove possibilità di lavoro per i giovani con problemi di vista, vuole riuscire a definire un "processo virtuoso" da standardizzare, poter "modellizzare" e diffondere un modello che serva alle sedi locali dell'istituto come strumento per la ricerca delle situazioni di lavoro idonee presenti sul territorio di competenza; la definizione delle modalità di analisi del software utilizzato e il suo possibile adattamento per renderlo accessibile; l'individuazione della formazione specifica necessaria al disabile visivo che aspira al posto di lavoro; rendere disponibile una valida procedura di approccio con le aziende per la proposta di tirocinio, la gestione ed il monitoraggio dello stage tutorizzato.

Questo il secondo, importante Obiettivo della ricerca, per potenziare l'occupabilità delle persone con disabilità visiva: la messa a punto di un processo capace di superare l'attuale "sperimentalismo a macchia di leopardo" spesso improvvisato ed improduttivo, che permetta all'IRIFOR di avviare una "sperimentazione strutturata" sull'intero territorio nazionale per l'inserimento dei giovani con disabilità visiva in situazioni di lavoro diverse da quelle delle professioni "tipiche" del centralinista, del fisioterapista e dell'insegnante.

Luciano Paschetta

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Superando.it del 18-02-2016

La rivoluzione sociale di Louis Braille

«Louis Braille - sottolinea Mario Barbuto, presidente dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), in vista della Giornata Nazionale del Braille del 21 febbraio - è stato autore di un'autentica rivoluzione sociale e anche quest'anno chiediamo che in ogni città e in ogni paese d'Italia venga intitolata una via o una piazza a "colui che vinse il buio indicando ai ciechi le vie della cultura"».

Toccare le lettere è possibile grazie all'alfabeto Braille, una straordinaria invenzione per le persone non vedenti, che consente loro di accedere al patrimonio della conoscenza attraverso sei punti in rilievo con cui sono scritte le parole.

Ogni anno, il 21 febbraio, ricorre la Giornata Nazionale del Braille, ricorrenza volta a sensibilizzare «l'opinione pubblica nei confronti delle persone non vedenti», come recita la relativa Legge approvata il 3 agosto 2007. Si tratta in sostanza di una celebrazione che contribuisce a dare maggiore valore al sistema inventato da Louis Braille, il genio francese divenuto cieco a soli tre anni, in seguito a un incidente nel laboratorio del padre. La data del 21 febbraio, va detto, è stata scelta perché coincide con la Giornata Mondiale della Difesa dell'Identità Linguistica promossa dall'Unesco.

Numerose, in vista dell'evento, sono le iniziative promosse in tutta Italia dalle Sezioni Territoriali e dai Consigli Regionali dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti). Se n'è già trovata qualche traccia su queste pagine e qui va anche ricordato il convegno organizzato per sabato 20 a Firenze, con la partecipazione, tra gli altri, di Mario Barbuto, presidente nazionale dell'UICI e di Nicola Stilla, presidente del Club Italiano del Braille.

Domenica 21, poi, un altro momento particolarmente significativo sarà quello previsto a Cagliari, con l'intitolazione di una piazza cittadina a Louis Braille (Quartiere Genneruxi, angolo tra Via Stoccolma e Via Berlino) e un successivo incontro pubblico presso la Sala Consiliare Comunale.

«Inventato a Parigi quasi duecento anni fa [esattamente nel 1821, N.d.R.], il sistema Braille - sottolinea Mario Barbuto - ha rappresentato e ancora oggi rappresenta per tutti i ciechi nel mondo la vera opportunità per respingere lo spettro dell'analfabetismo e per fruire, al pari degli altri cittadini, dell'istruzione, della cultura, dell'informazione. La modernità e l'efficacia del sistema, se mai ve ne fosse ancora bisogno, sono ulteriormente dimostrate dal suo impiego sempre più ampio nell'àmbito delle tecnologie informatiche e digitali, dove oggi viene addirittura integrato sotto forma di tastiera virtuale come mezzo di scrittura touchscreen».

«Louis Braille - prosegue il Presidente dell'UICI - è stato autore di un'autentica rivoluzione sociale, che ha avuto benèfici e incalcolabili effetti su milioni di persone non vedenti in tutto il mondo, consentendo, non a singole personalità di ciechi, ma a tutti i privi di vista, di avviare il faticoso processo di riscatto morale, civile, sociale e culturale»

«E tuttavia - conclude Barbuto - è necessario l'aiuto della scuola, della società e delle istituzioni, per insegnare e diffondere l'alfabeto Braille e perciò abbiamo chiesto anche quest'anno il sostegno del presidente dell'ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Piero Fassino: vorremmo infatti che in ogni città e in ogni paese d'Italia ci fosse una via o una piazza dedicata a Louis Braille, per ricordare a tutti la genialità di "colui che vinse il buio indicando ai ciechi le vie della cultura"». (C.G. e S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Chiara Giorgi (c.giorgi@i-mage.com).

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Oggi Scienza del 21-02-2016

Il codice Braille: storia di una rivoluzione

Oggi, 21 febbraio, è la giornata nazionale dedicata al Braille.

Nel 1829 Louis Braille, all'età di quindici anni, ha inventato il codice che porta il suo nome, rivoluzionando il modo in cui le persone cieche o ipovedenti si relazionano con la parola scritta.

SENZA BARRIERE. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che nel mondo le persone con problemi visivi siano 285 milioni. Tra queste, 39 milioni sono cieche e le restanti ipovedenti. Numeri significativi, se si pensa che, solo in Italia, secondo i dati rilasciati dal Ministero della Salute e aggiornati al 2014, circa lo 0,22% della popolazione soffre di deficit visivi e, nello specifico, 56 379 persone sono affette da cecità totale.

"Le persone non vedenti sono tante. Oggi sono inserite nella società, lavorano e hanno la possibilità di studiare. Fino a due secoli fa non era affatto così. I ciechi erano emarginati, non avevano accesso in modo diretto alla cultura e, se decidevano di studiare, incontravano enormi difficoltà. Se lo immagina un mondo in cui tutto è fatto su misura di chi può vedere? Chi è cieco è automaticamente tagliato fuori. In passato accadeva questo. Poi, un giorno, un ragazzino ha avuto un'idea geniale e, con la sua invenzione, ha dato il via a una vera e propria rivoluzione. Così, le sorti di migliaia di persone sono cambiate in modo definitivo".

L'idea rivoluzionaria di cui parla Luciano Domenicali, educatore e referente del Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti di Roma, risale al 1829 e conserva il nome del suo inventore. Si tratta del codice Braille, una lingua studiata ad hoc dal francese Louis Braille per consentire, a chi come lui aveva un deficit visivo, di leggere e scrivere con facilità. "Provate solo a immaginare come poteva essere la vita di un cieco prima della creazione di questa lingua. La cultura era trasmessa solo per via orale e i vari tentativi di riprodurre l'alfabeto dei vedenti su carta, in rilievo, per consentire una lettura tattile, si erano rivelati per lo più fallimentari", continua Domenicali.

"Il problema principale consisteva nel reputare il tatto alla stregua della vista. Si immaginava che, con le dita, le lettere dell'alfabeto potessero essere lette allo stesso modo e alla medesima velocità. Non è così". Gli atti percettivo-motori che la mano deve compiere per comprendere una frase e per seguire le linee continue delle lettere, infatti, sono tali e tanti da rendere lenta e incomprensibile la lettura. "È proprio in questo che si ravvisa il genio di Louis Braille", afferma l'educatore, "nella capacità di comprendere che non occorreva adattare l'alfabeto dei vedenti ai ciechi. Bisognava crearne uno nuovo, fatto su misura per le esigenze di chi legge con le dita".

E questo Domenicali lo sa bene: da anni insegna matematica ai bambini non vedenti facendo a meno dell'uso della vista. E ora, insieme ai colleghi dell'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti di Roma, all'associazione di volontariato Museum e ai Musei Capitolini di Roma, celebra Louis Braille e la sua scoperta, che ha consentito a tutte le persone del mondo con problemi visivi di rompere le barriere culturali e idiomatiche. "In occasione della giornata nazionale del Braille saremo a Roma, ai Musei Capitolini. Qui, tra le varie attività orientate al racconto e alla conoscenza di Louis Braille, presenteremo due esposizioni. La prima è dedicata agli strumenti Braille: esporremo i vari tentativi che hanno preceduto la creazione del codice e le tecnologie che ne hanno permesso l'evoluzione. La seconda mostra sarà dedicata alla storia del disegno dei non vedenti. Un viaggio tra le tecniche fatte di feltro, velcro e cordoncini", spiega Domenicali, ricordando che, nella stessa data si potrà esplorare anche la mostra permanente realizzata dalle artiste non vedenti dell'organizzazione "Mano sapiens". L'esposizione consisterà in un percorso tattile fatto di riproduzioni di opere note di artisti quali Caravaggio, Garofalo e Rubens, installate su più leggii. "Celebrare il genio visionario e irripetibile di Louis Braille e ricordarne il suo operato oggi più che mai è d'obbligo, conclude Domenicali. "Il suo è molto più di un semplice codice: è l'abbattimento della prima barriera. L'apertura di una strada che, attraverso un lungo e faticoso cammino, conduce al progresso e all'inclusione sociale."

Louis Braille: il ragazzo di provincia che ha guardato il mondo con altri occhi.

Umile e geniale. Chi ha avuto l'onore di conoscerlo lo ha dipinto così, Louis Braille. Come un giovane ragazzino di provincia pieno di sogni e di ambizioni, frenati a stento dalla perdita della vista che sopraggiunge dopo tre anni dalla sua nascita, nel 1812, a causa di un incidente. Louis è piccolo, gioca con gli arnesi del padre nella sua bottega da sellaio a Coupvray, vicino Parigi. Si avvicina al tavolo di lavoro, scruta il punteruolo e gli altri attrezzi, ne è incuriosito. Uno di questi gli ferisce un occhio in modo accidentale, provocandogli la perdita della vista. Di lì a poco perderà anche il secondo occhio, a causa di una grave forma di congiuntivite. La famiglia è affranta ma non si abbatte di fronte alla disabilità del figlio. I Braille, seppur di umili origini, desiderano che Louis prosegua gli studi, così iscrivono il ragazzo in una comune scuola. Qui, il giovane, pur limitandosi a un apprendimento di tipo orale, si distingue per bravura e eccelle tra i suoi compagni.

Intanto i genitori vengono a sapere dell'esistenza di un istituto per l'educazione di giovani ciechi, fondato a Parigi da Valentin Haüy nel 1786. L'istituto è una novità nel panorama europeo dell'epoca e Louis, che ormai ha dieci anni, non può non cogliere l'occasione di farne parte. La nuova scuola spalanca al ragazzo un universo di conoscenze, fatto di libri scritti con sistemi elaborati e artificiosi che, tuttavia, consentono la lettura anche a chi, come lui, è cieco. L'apprendimento continua a essere per lo più orale ma l'ambiente è stimolante e Valentin Haüy è uno sperimentatore. Cerca di migliorare il suo metodo di insegnamento per ciechi di giorno in giorno ma qualcosa gli sfugge e l'alfabeto per vedenti, anche se realizzato in rilievo su carta, più che facilitare il mondo di chi legge con le dita sembra complicarlo.

Un giorno, nella scuola di Braille, giunge un militare: Charles Barbier de La Serre. Ha avuto un'intuizione e vorrebbe mettere a disposizione di altri il suo sapere. Durante le campagne belliche, aveva studiato un codice tattile per i soldati, che consentisse loro di comunicare anche di notte, in assenza di illuminazione. Lo strumento era rudimentale, riproduceva le parole secondo i suoni (e non in base alla struttura alfabetica) e utilizzava un sistema di dodici punti. Il codice-Barbier era troppo artificioso ma accese le idee di Braille che dopo l'incontro con il militare, nel 1842, durante una breve vacanza a casa, studiò con il suo punteruolo un sistema più agile, dando vita al nuovo codice di lettura e di scrittura per ciechi.

Braille all'epoca aveva quindici anni e di certo non sapeva che, con la sua idea, stava per rivoluzionare la vita dei non vedenti. Di lì a poco avrebbe consacrato, per la prima volta, il passaggio dalla fase dell'oralità a quella della scrittura, inaugurando una nuova dimensione, propria del mondo dei ciechi: quella tiflocentrica, che rifiuta di costruire un codice basato su quello dei vedenti e sceglie di adottare un nuovo sistema, cucito su misura per i lettori e gli scrittori tattili. Il metodo-Braille non si affermò nell'immediato e Louis, morto nel 1852 di tubercolosi, non poté godere in vita del successo globale della sua opera.

Oggi, grazie al suo sistema composto da sei (o otto) punti, rappresentati in un rettangolo in posizione verticale e disposti su due colonne e tre righe, i ciechi di tutto il mondo scrivono e leggono, combinando i "pallini" in 64 modi differenti. "Queste combinazioni consentono di comunicare, oltre alle lettere, anche i numeri, i segni di interpunzione, i simboli matematici, informatici e chimici", specifica Luciano Domenicali dell'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti di Roma, evidenziando anche alcuni limiti. "I progressi fatti grazie al codice Braille sono inquantificabili.

Con l'introduzione dei computer e delle barre braille oggi è possibile leggere e scrivere sul proprio pc. Inoltre, i supporti integrativi come i dispositivi di lettura vocale, di certo, aiutano molto. Tuttavia, per alcuni impieghi l'uso di questo codice resta ancora limitato, per via della necessità di linearizzare la scrittura. Qualsiasi testo concepito in Braille deve essere riportato su un unico rigo. Pensate alle frazioni, che hanno il numeratore e il denominatore disposto su due righi; o alla musica, che viene rappresentata con note danzanti su più righi e spazi di uno spartito. Per rappresentare queste strutture più complesse il codice ha bisogno di segnalare. Così la scrittura si complica, diviene più lunga e la lettura non è immediata". I limiti, inoltre, riguardano anche la rappresentazione di alcuni idiomi, come ricorda Domenicali: "i cinesi riscontrano molte difficoltà nell'uso del Braille. Ricreare gli ideogrammi con questo codice non è semplice. Chi si è cimentato nello studio della lingua orientale da non vedente ha dovuto adeguarsi, scegliendo dei sistemi alternativi come, per esempio, il piano in gomma, una tavoletta dalla superficie in gomma rivestita da un foglio di plastica che consente di realizzare dei disegni in rilievo." I passi da fare per superare questi limiti sono ancora tanti, dunque. E, sebbene siano lontani i tempi in cui si cercava di comunicare con sistemi quali la tavoletta grafica Galimberti o si scriveva in negativo con il metodo Ballù, ci auguriamo che ben presto anche queste ultime barriere possano cadere, consentendo davvero a tutti l'impiego del codice rivoluzionario.

@MillyBarba

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Barletta Live del 21-02-2016

Progetto "Menu in Braille": iniziativa per la Giornata nazionale del Braille

Gli esercizi pubblici aderenti al progetto metteranno online menù accessibili agli ipovedenti.

Ricorre il 21 febbraio la Giornata Nazionale del Braille, ricorrenza istituita con la legge n. 126 del 3 agosto 2007, in coincidenza con la Giornata mondiale della difesa dell'identità linguistica promossa dall'Unesco (l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura).

La rivoluzione del sistema Braille.

«Louis Braille - sottolinea Mario Barbuto, presidente dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) - è stato autore di un'autentica rivoluzione sociale che ha avuto benèfici e incalcolabili effetti su milioni di persone non vedenti in tutto il mondo, consentendo, non a singole personalità di ciechi, ma a tutti i privi di vista, di avviare il faticoso processo di riscatto morale, civile, sociale e culturale. Inventato a Parigi quasi duecento anni fa, il sistema Braille ha rappresentato e ancora oggi rappresenta per tutti i ciechi nel mondo la vera opportunità per respingere lo spettro dell'analfabetismo e per fruire, al pari degli altri cittadini, dell'istruzione, della cultura, dell'informazione».

Cos'è Menù in Braille.

Per celebrare la IX Giornata Nazionale del Braille, IN BRAILLE ha pubblicato sul sito www.inbraille.it i menù degli esercenti pubblici che, aderendo al progetto "MENÙ IN BRAILLE", sono dotati di menù accessibili per i clienti con disabilità visiva.

«Da oggi - spiega Sabrina Salerno, ideatrice e responsabile del progetto "MENÙ IN BRAILLE" - le persone non vedenti e ipovedenti, collegandosi al sito www.inbraille.it, possono ascoltare i menù prima di recarsi nel locale scelto o, nel locale stesso sia in modalità online, grazie all'uso degli smartphone, sia offline, salvando sul proprio dispositivo i menù accessibili. Il nuovo servizio offerto da IN BRAILLE è frutto di un costante confronto con i destinatari dell'intervento. Fondamentale risulta analizzare i bisogni e valutare per poi attuare le modalità per soddisfarli».

I file dei menù forniti dagli esercenti sono adattati alle indicazioni fornite dai non vedenti e dagli ipovedenti che collaborano con noi. Alcuni esempi sono l'assenza di parole abbreviate, la presenza degli ingredienti accanto al nome della portata o della bevanda, la semplificazione della descrizione di vini e birre e la presenza di un indice che permette al disabile visivo di muoversi facilmente all'interno del menù con pagine ovviamente numerate.

"MENÙ IN BRAILLE", progetto sperimentato a Barletta in occasione della stagione turistica 2015, per quella in arrivo 2016 si prepara ad invadere la Puglia grazie ad importanti partnership come quella con i Rotaract zona nord barese Distretto 2120 e Lecce. Interesse è stato mostrato anche da parte di Confcommercio e Confesercenti Puglia.

«A breve, ci sarà anche la possibilità di aderire online al progetto "MENÙ IN BRAILLE" tramite un'apposita sezione inserita nel sito www.inbraille.it . Fondamentale risulta adattarsi alle dinamiche del web per promuovere i menù accessibili in tutta Italia - aggiunge Giancarlo Garribba, responsabile web e comunicazione».

Grazie a progetti di questo tipo non solo si sensibilizza l'opinione pubblica nei confronti dei non vedenti e degli ipovedenti ma si contribuisce anche ad abbattere le barriere senso percettive di luoghi aperti al pubblico che dovrebbero essere dichiarati inagibili a norma di legge in quanto non garantiscono alle persone con disabilità visiva autonomia e sicurezza tramite l'accesso alle informazioni, come previsto dalla Legge italiana e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità. Per informazioni sul progetto "MENÙ IN BRAILLE" visita il sito www.inbraille.it o scrivi a info@inbraille.it.

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Il Resto del Carlino del 28-02-2016

Alunni bendati per vedere oltre. "Abbiamo capito le difficoltà"

PORTO SAN GIORGIO (AP). Una mattina al 'buio' per immedesimarsi nella realtà quotidiana dei non vedenti. Ieri, in occasione della Giornata mondiale del braille, l'Isc Nardi di Porto San Giorgio assieme a Unione italiana ciechi e ipovedenti, Coldiretti Donne Impresa Ascoli Fermo e Apd Picena non vedenti ha dato vita a «I sensi per vedere oltre», un'iniziativa per sensibilizzare gli studenti sul tema della disabilità e sulle difficoltà che le persone non vedenti incontrano nella vita di tutti i giorni. Gli alunni delle classi terze dell'Istituto hanno imparato a scrivere il proprio nome in braille, a distinguere bendati un buon olio extravergine da uno scadente e a riconoscere al tatto i diversi legumi, inoltre hanno giocato a Torball, sport per non vedenti, e seguito il ritmo della musica «al buio». Una mattinata di attività accomunate dall'obiettivo di sensibilizzare gli alunni sui problemi della disabilità, mostrando loro l'importanza di sviluppare tutte le capacità.Nella scuola sono stati allestiti cinque diversi laboratori in cui i ragazzi hanno avuto modo di fare un percorso multisensoriale che ha permesso loro di affinare gli altri sensi. Il presidente provinciale dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti Cristiano Vittori ha insegnato ai ragazzi a scrivere il proprio nome in braille, lo speciale sistema di scrittura e di lettura a rilievo (di cui proprio questa settimana si celebra la Giornata mondiale). La Coldiretti Donne Impresa Ascoli Fermo, con la delegata provinciale Silvana Pezzoli, coadiuvata dal presidente provinciale dell'organizzazione, Paolo Mazzoni, ha organizzato una degustazione di olio «al buio». I ragazzi hanno assaggiato un buon extravergine del territorio e uno scadente del supermercato, per capire le differenze a livello di gusto e profumi. Per il laboratorio del tatto, è stato, invece, organizzato un gioco con gli alunni che hanno dovuto distinguere bendati diversi tipi di legumi. Nella palestra della scuola Marco Piergallini e Giovanni Palumbieri, rispettivamente presidente e allenatore della società Apd Picena, hanno insegnato agli alunni a giocare a torball, uno sport per non vedenti, con palloni provvisti di sonagli. Nel laboratorio di musica, organizzato dal professor Paolo Strappa dell'Isc Nardi, infine, i ragazzi sono stati coinvolti in una serie di stimolanti giochi basati sul ritmo e sulla musica di Stevie Wonder. Un'insolita «lezione« di scuola e di vita che di certo i ragazzi ricorderanno con piacere. All'iniziativa hanno preso parte la presidente dell'Istituto, Daniela Medori, il consigliere all'Istruzione della Provincia di Fermo, Stefano Pompozzi, il vicesindaco di Porto San Giorgio, Francesco Gramegna Tota e l'assessore Valerio Vesprini.

di Nicholas Arbusti

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Avvenire del 26-02-2016

189mila sordociechi, isolato in casa il 57%

Un popolo nascosto, nel buio e nel silenzio. Le stime sui sordociechi in Italia finora oscillavano tra le 3mila e le 11mila persone. Ma la realtà è molto diversa. Il primo studio statistico sulla sordocecità elaborato dall'Istat rivela che sono 189mi-la, pari allo 0,3% della popolazione, uno ogni trecento. Ancora più preoccupante è che oltre la metà, 108mila persone, cioè il 57%, è confinata in casa - sul letto o in poltrona - perché non è in grado di svolgere necessità quotidiane elementari come camminare, lavarsi, vestirsi, prendere l'autobus. Una condizione che preclude totalmente ogni forma di vita sociale e spesso anche affettiva. Dati drammatici, che interpellano con forza la politica e i servizi socio- sanitari.

A rivelare una realtà finora sottovalutata è la Lega del Filo d'Oro - l'associazione che dal 1964 aiuta le persone sordocieche a connettersi con il mondo esterno - che ha commissionato all'Istituto nazionale di statistica lo studio «La popolazione italiana con problemi di vista e di udito». «Si tratta di una vera e propria emergenza - dice il segretario generale della Lega del Filo d'Oro Rossano Bartoli - e dunque è necessario individuare nuove modalità di risposta, a cominciare dalla piena attuazione della legge 107/2010» sui sordociechi. Il dossier è stato presentato alla Camera - alla vigilia della Giornata delle ma-lattie rare del 29 febbraio - dalla Lega del Filo d'Oro e, per l'Istat, da Linda Laura Sabbadini, direttore del dipartimento Statistiche sociali, e dal ricercatore Alessandro Solipaca. Secondo il dossier dunque il 64,8% dei sordociechi è donna, l'87,9% ha oltre 65 anni.

La distribuzione sul territorio rivela che il 31,5% è al Nord, il 21,4% al Centro, il 30,6% al Sud e il 16,8% nelle Isole. Ol- tre il 47% dunque nel Mezzogiorno. Inevitabile che la sordocecità sia spesso accompagnata da altre forme di invalidità, sia per la mancanza di stimoli nell'età dello sviluppo (il 95% di tutto ciò che apprendiamo ci arriva dalla vista e dall'udito), sia per l'età avanzata in molte persone che diventano sordocieche col passare degli anni. E dunque il 51,7% ha anche disabilità motorie, il 40,1% danni permanenti da insufficienza mentale, il 32,5% disturbi del comportamento e malattie mentali. Non meraviglia che solo il 2,4% sia laureato, il 7,7% diplomato, mentre l'89,9% ha frequentato solo la scuola dell'obbligo. Lo studio ricostruisce dunque le reali dimensioni della sordocecità, finora sottostimato, attraverso la classificazione internazionale ICF che considera la disabilità come risultato dell'interazione tra condizioni di salute e ambiente in cui vive.

E comunque le persone che hanno - non simultaneamente - disabilità sensoriali legate alla vista oppure all'udito sono 1 milione 700mila. Di queste, 9.855 sono bambini e ragazzi: 6.217 i sordi, 3.638 i ciechi. Nel 38,1% dei casi alla disabilità visiva è associata una disabilità intellettiva e nel 37,1% una disabilità motoria. Due bambini su 10 hanno disturbi nello sviluppo del linguaggio, il 16% difficoltà nell'apprendimento, l'11% di tipo affettivo-relazionali. Per i bambini con problemi uditivi, il 31,2% ha altre due disabilità: intellettiva (26,3%), disturbo del linguaggio (24%).

I 108 mila 'fantasmi' costretti a passare la vita in una stanza non sono in grado di spostarsi con i mezzi pubblici (l'88%), né di accedere agli edifici pubblici (l'85%). Ma i problemi di isolamento coinvolgono una porzione anche superiore al 57% dei 'confinati': arriva infatti al 64% la percentuale dei sordociechi che ha difficoltà a incontrare amici e parenti, al 78,7% chi non riesce nemmeno a occuparsi dei propri interessi, a partecipare a eventi culturali o di intrattenimento.

di Luca Liverani

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Il Mattino di Padova del 21-02-2016

Una scuola per bimbi ciechi "L'integrazione è fallita"

PADOVA. «Dal prossimo anno scolastico, Padova avrà una scuola primaria per bambini ciechi»: è la promessa di Davide Cervellin, imprenditore padovano non vedente e socio della fondazione "Lucia Guderzo", impegnata a sostegno dei disabili. La scuola sarà attivata in tempi brevissimi: già quest'estate ci sarà una "summer school" di due settimane, durante la quale i bambini potranno sperimentare l'esperienza. Poi, da settembre, via con i programmi. «Le teorie tutt'ora in voga» spiega l'imprenditore «sono bellissime, ma solo in teoria. Si parla molto di inclusione, ma la realtà dei fatti è che i bambini ciechi escono dalle scuole primarie senza saper né leggere né scrivere, perché i loro insegnanti non conoscono il braille, il sistema di scrittura e lettura a rilievo di cui domani (oggi, ndr) si celebra la giornata mondiale. Questo perché sul sostegno alla disabilità non si investe, ma anche che perché l'incidenza della cecità nei bambini è molto bassa, quindi è difficile trovare la felice coincidenza per cui, dove c'è un bimbo non vedente, c'è anche personale specializzato». La proposta è già ben strutturata: sia dal punto di vista giuridico (inizialmente verrebbe inquadrata come scuola parentale) sia dal punto di vista logistico e organizzativo. «L'obiettivo» spiega ancora Cervellin «è garantire la formazione per i primi tre anni di scuola primaria: una volta acquisite le competenze necessarie, i bimbi potranno inserirsi nella scuola pubblica». Quanto all'ubicazione, sarà in prossimità del centro Civitas Vitae, alla Mandria, dove i bambini potrebbero usufruire di spazi verdi e attrezzature in possesso dell'Oic. «Sarà una scuola di stampo montessoriano» puntualizza Cervellin «aperta a tutti e non solo ai non vedenti, ma dove dare spazio al movimento e all'attività fisica». Ci sarà ovviamente una retta, che nelle intenzioni non dovrebbe superare i 350 euro al mese. Il progetto, d'altra parte, ha incontrato la netta opposizione delle principali associazioni "di categoria", a partire dall'Unione Ciechi del Veneto, guidata da Angelo Fiocco. Una bocciatura secca arriva anche da Laura Nota, docente di Psicologia dello sviluppo e delegata del rettore in materia di disabilità. «Dati incontrovertibili evidenziano che i bambini con menomazione visiva, se crescono insieme a bimbi diversi da loro, sono esposti a un potenziamento delle capacità, anche nella più sfavorevole delle condizioni di inserimento. La complessità di stimoli in cui si trova il bambino è garante del suo sviluppo, e una soluzione non inclusiva potrebbe essere deleteria».

di Silvia Quaranta

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Giornale UICI del 26-02-2016

La buona scuola e le cattive tentazioni

di Mario Barbuto

L'istruzione dei ciechi dinanzi alle sfide del futuro e alle nostalgie del passato

L'entrata in vigore della nuova legge comunemente intesa come "la buona Scuola", segna un passaggio fondamentale per l'intero sistema di istruzione e di formazione che influenzerà anche i percorsi educativi dei nostri bambini e ragazzi ciechi e ipovedenti.

La proposta di legge presentata congiuntamente da FAND e FISH, che stiamo tentando di far recepire il più possibile nell'alveo operativo della legge sulla Buona Scuola, indica una direzione di marcia chiara e condivisa, relativamente all'inclusione scolastica degli alunni con disabilità:

garantire la frequenza delle scuole comuni per tutti;

- accrescere risorse e competenze generali e specifiche da porre al servizio dei processi di inclusione.

Non sarà un cammino agevole e veloce, ma non esistono alternative.

Non si possono percorrere facili scorciatoie nella illusione di poter bastare a se stessi, ignorando la realtà circostante e il mondo di tutti.

Piccoli cervelli annebbiati dal tempo, con la faciloneria di chi scopre l'acqua calda, vengono invece a tentarci con idee e proposte alquanto stravaganti, definibili come una sorta di ritorno al passato tecnologico.

Due anni di "scuola speciale" prima di tuffare i bambini ciechi di sei e sette anni nel mondo più vasto della scuola di tutti.

Due anni di indottrinamento speciale per imparare le tecniche e le pratiche necessarie a saper sopravvivere poi, nella scuola comune.

Insomma, una specie di "trattamento sanitario obbligatorio" al quale sottoporre i nostri bambini e le nostre bambine per due anni prima di concedere loro il permesso di soggiorno in quella scuola dove tutti gli altri entrano invece fin dal primo giorno, per diritto sancito dalle leggi e dalla Costituzione della Repubblica.

Non sarà necessario confutare simili stravaganze sotto il profilo pedagogico!

Sarà sufficiente un sano esercizio del buon senso a cogliere l'assurdità e l'inattuabilità di una simile idea

Un corso biennale forzato e accelerato di autonomie, tecnologie, vita indipendente, somministrato a bambine e bambini di sei anni?

Come soldatini da mandare alla guerra dopo averli ben addestrati alle tecniche di assalto e di sopravvivenza?

Suvvia, restituiamo il cervello a funzioni e dimensioni normali.

Affrontiamo le complesse problematiche dell'inclusione scolastica senza voltarci indietro a cercare patetiche scorciatoie, magari facendo leva sul legittimo disagio che vivono tante famiglie di ragazzi con disabilità per via di una istituzione scolastica troppe volte burocratica e lenta, per non dire incapace di assicurare a tutti il reale diritto all'istruzione, indipendentemente dalle condizioni materiali, sociali, ambientali e personali.

Cento anni di storia associativa dell'Unione ci hanno insegnato la via maestra del Diritto, da conseguire e garantire in condizioni di uguaglianza e di libertà, persone tra persone, cittadini tra cittadini.

In un disegno sinergico con i nostri Istituti operanti sul territorio nazionale, tenendo insieme risorse e competenze delle quali già disponiamo, saremo in grado di supportare le pubbliche istituzioni in quel processo di inclusione che sappia offrire a ciascuno il proprio posto nella scuola di tutti, fin dal primo giorno del primissimo ciclo di istruzione, senza essere costretti a conseguire già a sei anni, patenti e abilitazioni di sorta.

Uniremo e rafforzeremo le risorse e le competenze delle quali già disponiamo, rendendole sempre più funzionali ai processi di inclusione scolastica che andranno sviluppati e garantiti da parte delle istituzioni pubbliche preposte.

Faremo il nostro dovere e la nostra parte per assicurare a tutti un diritto allo studio vero, reale, concreto e operante; ma non cammineremo mai con la testa rivolta all'indietro.

Diffidiamo delle puerili suggestioni e delle chimeriche illusioni.

E soprattutto diffidiamo della faciloneria e dell'improvvisazione di nuovi apprendisti stregoni.

Mario Barbuto

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Superando.it del 24-02-2016

No a "scuole speciali", sì a un'inclusione migliore

di Salvatore Nocera

«Se si crede nella cultura dell'inclusione - scrive Salvatore Nocera, a proposito di chi propone il ritorno a "scuole speciali" - bisogna adoperarsi perché vengano superate le difficoltà esistenti, battendosi per "rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione", come recita la Costituzione, e non tornando a concezioni e prassi ormai superate»

Dopo analoghe dichiarazioni di qualche tempo fa, pubblicate dal settimanale «Vita», sulle quali avevo già avuto occasione di scrivere su queste stesse pagine, torno ora a leggere sul «mattino di Padova» del 21 febbraio le affermazioni dell'amico Davide Cervellin, imprenditore specializzato in informatica per persone con disabilità, che afferma seccamente «il fallimento dell'inclusione scolastica dei non vedenti». A seguito di tale affermazione (non documentata statisticamente), egli dichiara dunque che sarà presto attiva una scuola speciale per non vedenti, dove gli alunni frequenteranno almeno per il primo triennio della scuola primaria, acquisendo la padronanza della lettura e scrittura Braille, in modo da poter quindi proseguire gli studi nelle classi comuni delle scuole ordinarie.

Nessuno nega che vi siano casi di integrazione non ben riuscita, specie a causa della scarsa preparazione di docenti per il sostegno o per la mancata continuità degli stessi. E tuttavia, dedurre da alcuni casi l'affermazione che tutta l'integrazione scolastica dei non vedenti sia fallita, per giustificare con ciò l'avvio di una propria scuola speciale, mi sembra sia incoerente con la cultura inclusiva che lo stesso Cervellìn ha contribuito a diffondere alcuni anni fa.

Se si crede nella cultura dell'inclusione - e l'articolo del "mattino di Padova" dà giustamente notizia di esperti che la condividono, contestando la tesi di Cervellin - bisogna adoperarsi perché vengano superate le difficoltà constatate e non tornando a concezioni e prassi ormai superate da decenni.

Chi scrive è una persona minorata della vista che ha studiato nelle scuole comuni del profondo Sud, a Gela (Caltanissetta) negli Anni Cinquanta, senza docenti per il sostegno e norme relative all'inclusione scolastica. Eppure ho realizzato un'ottima inclusione, che ha dato i suoi frutti e non solo a livello del mio apprendimento scolastico. Mi sono laureato in giurisprudenza, ho insegnato nelle scuole e all'università, ho esercitato la professione di avvocato e ho pubblicato numerosi articoli, saggi e monografie sulla normativa per l'inclusione scolastica. Ma proprio nelle scuole comuni ho appreso a vivere con gli altri e ho fatto amicizie ancora salde, evitando così il rischio della ghettizzazione, sempre potenzialmente presente nelle scuole speciali.

Invece di avanzare proposte efficientistiche di ritorno a un passato ormai superato dalla pedagogia, occorre battersi per «rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione» anche dei non vedenti alla vita scolastica, come si ricava dalla lettura dell'articolo 3, comma 2 della Costituzione.

Cervellin ne ha le capacità intellettuali e tecnologiche, che ha mostrato negli anni passati, ma questa sua resa di fronte ad alcune difficoltà mi sembra una rinuncia a un suo passato di impegno civile. Si adoperi come facciamo tutti, ognuno con i propri mezzi, a rendere efficace l'inclusione nelle scuole comuni e continueremo ad ammirarlo per la sua intraprendenza.

Come molti altri, ho scelto di impegnarmi, anche tramite la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), a migliorare la normativa inclusiva e la sua concreta realizzazione. Per questo, ad esempio, ho collaborato alla formulazione dell'articolo 1, comma 181, lettera c della Legge 107/15, la Legge di riforma sulla cosiddetta "Buona Scuola", che contiene numerosi princìpi cui dovrà ispirarsi l'emanando Decreto Delegato sul miglioramento della qualità inclusiva della scuola. Faccia così anche Cervellin, nel suo campo delle tecnologie informatiche, e almeno io non dissentirò più dalle sue "nuove" (si fa per dire) scelte.

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale.

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Vita.it del 01-02-2016

Alunni ciechi? Togliamogli il sostegno e creiamo centri di supporto alla scuola

di Luciano Paschetta

Luciano Paschetta, referente nazionale FAND per l'istruzione, ci scrive in merito all'articolo sull'esperienza di inclusione scolastica degli alunni ciechi del Centro di Brescia. È un tema caldo, soprattutto dopo la proposta di aprire una nuova scuola specializzata a Padova. La proposta finale? A scuola senza insegnanti di sostegno, ma con l'appoggio di centri specializzati. Un lungo intervento, da leggere fino alla fine.

Ho letto l'articolo di Sara De Carli dal titolo "Inclusione scolastica dei bambini ciechi, a Brescia un modello per l'Italia", dove il sottosegretario Davide Faraone ha "visto giusto". Mi sono venute spontanee alcune considerazioni sull'evoluzione del modello di inclusione dei disabili visivi: purtroppo non sempre positive come a Brescia. Ritengo allora utile, a dimostrazione della validità del modello bresciano, ripercorre in estrema sintesi i momenti principali che hanno caratterizzato il processo di scolarizzazione dei disabili visivi.

Inclusione scolastica dei bambini ciechi: una storia a sé e poco conosciuta.

La scolarizzazione dei ciechi è diventata "istituzionale" quando negli anni '20 lo Stato italiano ha definito i programmi di insegnamento a livello nazionale con la riforma Gentile del 1923 e con una specifica normativa del 1925, che fissava l'obbligo di istruzione dei bambini ciechi fino a 14 anni. Forse pochi sanno che quel modello di scolarizzazione non era per niente emarginante, viceversa era un modello "inclusivo ante litteram": a partire dal 1925 infatti i bambini con disabilità visiva frequentarono nelle scuole elementari speciali - operanti negli Istituti per ciechi - solo il primo ciclo della scuola elementare (fino alla terza), mentre dalla quarta elementare i ragazzi proseguivano gli studi, senza alcun docente di sostegno, nelle scuole elementari prossime all'Istituto, poi nelle scuole medie della città e così via.

In tal modo negli anni '30 e '40 centinaia di giovani disabili visivi hanno frequentato con successo le scuole di tutti, senza il bisogno della presenza in classe di un insegnante di sostegno, ma con il supporto esterno di un Istituto per ciechi. Fu a partire dal 1953, dall'approvazione della legge che statalizzava le scuole elementari speciali per ciechi, che i ragazzi con disabilità visiva furono "costretti" alla frequenza fino in quinta elementare delle scuole speciali e nel 1963, con l'avvento della scuola media unica, grazie ad una interpretazione surrettizia della legge, saranno "obbligati" a frequentare la nuova scuola media unica speciale, nata dalla trasformazione delle preesistenti scuole speciali di avviamento professionale annesse agli Istituti per ciechi. Gli anni '50 e '60 rappresentarono quindi il momento più buio del processo di scolarizzazione dei ragazzi con disabilità visiva e non: sono di questi anni anche la nascita delle classi differenziali e delle classi speciali statali. In particolare i disabili visivi, senza alcuna valida motivazione pedagogica, videro allungarsi la loro "chiusura" nelle scuole speciali, dagli iniziali tre anni fino a tutti gli otto anni dell'obbligo scolastico.

Nel 1968 il movimento dei genitori si mosse per recuperare il diritto all'inclusione scolastica dei propri figli, un diritto che agli alunni non vedenti era stato "scippato" da provvedimenti ispirati più dalla necessità di salvaguardare le istituzioni speciali che dalla riflessione tiflopedagogica. Un anno prima della legge 517, nel 1976 con la legge 360, i disabili visivi vinsero la battaglia e "recuperarono" il diritto all'inclusione scolastica nella scuola di tutti. Sarà poi la legge 517 - o meglio le modalità della sua applicazione - a condizionarne negli anni successivi il modello di inclusione. Essa indicava come "strumenti" per l'integrazione dei ragazzi con disabilità una didattica inclusiva e prevedeva la flessibilità del curriculum, attività integrative e momenti anche individuali: è in questa "scuola incusiva" che sarebbe stato possibile l'inserimento dei disabili anche con l'assegnazione alla classe di una figura di "sostegno" per alcune ore la settimana. Il docente di sostegno, fermo restando una trasformazione della didattica, doveva supportare il consiglio di classe in una programmazione didattica inclusiva: questa figura viceversa, senza una adeguata modifica del contesto scuola divenne via via divenne l'unico riferimento per gli alunni con disabilità e il numero di ore della sua presenza in classe si rivelarono ben presto insufficienti. Ovviamente il sostegno venne richiesto anche là dove vi erano alunni con disabilità visiva.

Di qui in poi verrà organizzata la formazione dei docenti di sostegno, dapprima in modo confuso e disorganico poi - considerata la presenza nelle classi per la stragrande maggioranza dei casi di disabili con ritardi di apprendimento - a partire dagli anni '80 si afferma una formazione con una impostazione che via via andrà verso una deriva sempre più "generalista" e sempre meno attenta ai bisogni specifici derivanti dalle diverse tipologie di disabilità. A sostegno dei nostri ragazzi troviamo così sempre più spesso insegnanti che poco o nulla sanno di tiflopedagogia e tiflodidattica e la cui opera, ispirata ad un "buonismo" protettivo, a volte favorirà addirittura l'isolamento dell'alunno dal contesto della classe.

Il modello che avrebbe dovuto esserci

In tutti questi anni, nel frattempo, gli alunni ciechi e ipovedenti hanno continuato a frequentare con successo le scuole superiori nelle classi comuni, integrandosi sia sul piano scolastico sia su quello della socializzazione, secondo il "vecchio" modello: ovvero senza alcun docente di sostegno. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1988, che apriva la scuola superiore a tutti i disabili, anche qui si affermava il modello di inclusione "centrato" sul docente di sostegno e conseguentemente, a partire dagli anni '90, anche i disabili visivi - cosa mai successa fino ad allora - si vedranno affiancare un docente di sostegno che, spesso impreparato al compito, produrrà una ulteriore "involuzione" del processo di inclusione.

Un'altra motivazione dell'involuzione dell'inclusione scolastica dei disabili visivi è la progressiva "dispersione" delle competenze tiflopedagogiche e tiflodidattiche: l'istituto Romagnoli di Roma senza più il suo fondatore, il grande Augusto Romagnoli prematuramente scomparso nel 1948, diventò sempre meno autorevole, perse la sua funzione di punto di riferimento sulle tematiche dell'educazione e dell'integrazione sociale dei disabili visivi e negli anni '70 si avvierà al suo declino quale centro di ricerca tiflopedagogica. Anche la federazione delle istituzioni pro ciechi, in quegli anni refrattaria al processo di integrazione, si chiuderà sempre più in se stessa, diventando sempre più autoreferenziale, rimanendo anch'essa ai margini del movimento di rinnovamento culturale e scientifico della psicopedagogia che in quel periodo caratterizzava le università italiane.

Questa "assenza" della tiflologia nel dibattito psicopedagogico in corso e il numero proporzionalmente "insignificante" (meno del 2%) di disabili visivi in rapporto alla totalità dei disabili inseriti nei vari ordini di scuola fa crescere l'idea della formazione polivalente e della necessità di superare le specializzazioni dei docenti di sostegno. Sarà in questo clima culturale che verranno definiti i principi fondanti della legge quadro 104 del 1992, dove l'attenzione alle specificità per ciechi e sordi viene demandata all'"assistente alla comunicazione" senza però che venissero definiti né il profilo professionale né il percorso formativo di tali assistenti, con l'inevitabile conseguenza che anche questi ruoli sono spesso affidati ad educatori privi di competenze specifiche.

L'esperienza di Brescia rappresenta una delle poche "reazioni positive" a questo clima di disattenzione alle specificità e realizza la linea che l'Unione Italiana dei Ciechi nel 1992, superati i precedenti tentennamenti circa l'inclusione, ha indicato: la via da percorrere sono i centri erogatori di servizi a sostegno dell'integrazione scolastica, invitando gli istituti per ciechi a trasformarsi in tal senso. Fu questa una svolta importante, anche se tardiva e realizzata in modo disomogeneo dalle varie realtà. Essa avrebbe significato prendere consapevolezza dell'importanza di recuperare l'esperienza tiflopedagogica delle nostre istituzioni, per metterla a servizio del processo di inclusione. Ciò è avvenuto purtroppo solo in alcune realtà isolate: Brescia ne è una delle eccellenze.

E oggi, che fare?

Oggi, constatato il livello generale assolutamente insoddisfacente dell'inclusione scolastica dei ragazzi con disabilità visiva, partendo proprio da queste riflessioni sulla "nostra storia", dobbiamo trovare il coraggio di andare oltre il modello di integrazione in atto, il coraggio di dire al sottosegretario Faraone e al ministro Giannini che ai ragazzi con disabilità visiva questo modello generalizzato di inclusione - nonostante si sia passati dalle 13 ore medie settimanali di sostegno dei primi anni '90 alle attuali 25 ore medie settimanali e nonostante gli elevatissimi costi - non è servito a garantire una positiva frequenza delle scuole né a favorire una loro reale inclusione sociale. Dobbiamo avere il coraggio di dire che per l'inclusione dei disabili visivi, il modello vincente è quello che lo stesso sottosegretario Faraone ha visto a Brescia.

Partendo di lì dobbiamo trovare il coraggio di dire ai genitori che chiedere il rapporto uno a uno non serve a migliorare la qualità dell'inclusione dei propri figli e che è dimostrato che non serve nemmeno aumentare le ore di sostegno per elevare il livello dell'inclusione. Dobbiamo trovare il coraggio di dire che dopo i primi anni della scuola primaria non serve un modello di inclusione imperniato sull'affiancamento di un insegnante di sostegno ma serve un modello incentrato su "centri di sostegno" capaci di fornire servizi e strumenti che rendano i ragazzi autonomi nel seguire le lezioni dei docenti titolari. Dobbiamo trovare il coraggio di proporre un modello che tenga presente che per garantire il successo scolastico di un alunno con disabilità visiva non serve mettergli a fianco un docente di sostegno, ma serve un servizio di sostegno che non sottragga l'allievo all'insegnamento dei docenti titolari, ma fornisca loro le indicazioni perché essi riescano ad interagire positivamente con lui. Serve un servizio di sostegno alla scuola, che fornisca i libri di testo in braille , ingranditi o accessibli. Serve un servizio di sostegno per insegnare l'uso del pc con le periferiche assistive al momento giusto; per una educazione all'autonomia personale, di lavoro e di movimento, per rendere capaci gli alunni con disabilità visiva di essere sempre più autonomi negli spostamenti e nel lavoro didattico; serve un servizio di sostegno che non si sostituisca ai docenti titolari, ma illustri loro l'uso degli strumenti e dei sussidi didattici specifici; serve un sostegno con specifiche competenze per rendere efficaci gli insegnamenti di discipline particolari quali l'educazione musicale ed artistica.

È questo tipo di sostegno che in passato ha permesso ai ragazzi con disabilità visiva di frequentare autonomamente e con successo la scuola di tutti senza docenti di sostegno, e sono questi servizi, come dimostra l'esperienza di Brescia, che dovrebbero essere garantiti a tutti gli alunni con problemi di vista. E le risorse? Partendo da una "razionalizzazione" dell'esperienza di Brescia e della spesa complessiva: fornire i servizi di sostegno consentirà di recuperare fondi dalla conseguente diminuzione delle ore di sostegno che, come ricordato sopra, oggi sono mediamente oltre 15 settimanali per il docente di sostegno e dieci per l' assistenza alla comunicazione in classe e/o a domicilio per ciascun alunno con disabilità visiva.

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Superando.it del 02-02-2016

Inclusione scolastica: quale sostegno?

di Luciano Paschetta

«Solo un "sostegno diffuso" - scrive Luciano Paschetta, concludendo la sua ampia riflessione sui "mali" dell'inclusione scolastica - permetterà ai ragazzi con disabilità di frequentare non in modo emarginante e isolato la scuola di tutti, una scuola nella quale, pur nei limiti delle loro possibilità, devono poter apprendere conoscenze e sviluppare relazioni positive».

Qualche mese fa la testata «CN24TV.it» ha riportato una sconcertante notizia, secondo la quale nessuno degli insegnanti di sostegno di una tredicenne non vedente, frequentante la terza media a Vibo Valentia, conosceva o conosce il sistema di lettura e scrittura Braille. Si leggeva tra l'altro nell'articolo che «a nulla sono servite le due sentenze del Tar che obbligano il ministero dell'Istruzione ad assegnare alla giovane un insegnante di sostegno esperto in Braille».

Più recentemente, «Superando.it» ha pubblicato un interessante articolo, intitolato Retorica dell'integrazione e cultura dell'inclusione, a firma di Gianfranco Vitale, del quale condivido l'analisi, meno la soluzione prospettata, e dove tra l'altro si legge: «Ci troviamo di fronte a un profondo disagio che sarebbe riduttivo sottovalutare e peggio ancora banalizzare ricorrendo a semplici parole d'ordine, a cominciare dagli appelli all'"inclusione" e/o alla "scuola di tutti».

Assolutamente d'accordo, ma per non banalizzare occorrono risposte coraggiose, fuori da posizioni ideologiche e da nostalgie del passato, fondate sull'analisi dei punti di forza e di debolezza dell'esperienza di questi quarant'anni di integrazione scolastica e che tengano conto delle nuove competenze pedagogiche delle varie tipologie di disabilità, che discendono dai progressi delle neuroscienze e delle scienze psicologiche.

Per dare una risposta "non banale", occorre innanzitutto partire dalla "storia"; sono ormai pochi, infatti, coloro che ricordano come si sia venuto evolvendo negli anni il processo di istruzione delle persone con disabilità ed è per questo che ritengo utile ripercorrerne in estrema sintesi i passaggi principali.

È verso la fine dell'Ottocento che - grazie anche allo sviluppo delle scienze pedagogiche, avvenuto in seguito al rinnovamento del pensiero scientifico derivante dall'illuminismo - nasce l'attenzione all'"educabilità" e all'istruzione generalizzata dei disabili. Grazie all'impegno di alcuni "pionieri", che si dedicheranno alla ricerca pedagogica in riferimento alle diverse tipologie di disabilità, sorgono presso istituzioni religiose e filantropiche sperimentazioni di scolarizzazione sistematica di alunni con disabilità diverse.

Maria Montessori e padre Agostino Gemelli si occupano dell'istruzione delle persone con disabilità intellettiva; sorgono così in diverse città, presso gli istituti che li ospitano, scuole speciali dai nomi oggi assai poco accettabili: "classi per bambini deficienti" o "ritardati", "classi medico pedagogiche" e così via.

Dal canto suo, Augusto Romagnoli sviluppa e sperimenta la sua ricerca tiflopedagogica presso l'Ospizio Regina Margherita di Roma, istituendo successivamente, nell'annesso istituto che prenderà il suo nome, le prime classi speciali per l'istruzione dei ciechi. Stessa cosa aveva fatto l'abate Tommaso Silvestri che, dopo essere andato a Parigi ad apprendere il "metodo Picard", aveva dato vita alla prima scuola speciale per i sordi.

Sarà solo con la Riforma Gentile del 1923 che lo Stato si occuperà di formalizzare l'educazione delle persone con disabilità sensoriale. In essa venne dichiarato l'obbligo di istruzione per i ciechi e i sordi e il Testo Unico delle leggi sull'istruzione elementare del 1928 previde la trasformazione con Regi Decreti dei vari istituti per i ciechi e di quelli per i sordi in Enti di Istruzione, ponendoli sotto la vigilanza del Ministero.

Un Regio Decreto del 1933 rese poi effettiva anche l'attivazione di scuole statali speciali per i disabili intellettivi, come era stato previsto dal Testo Unico del 1931.

Di questo periodo, particolarmente interessante è il modello di scolarizzazione "integrato ante litteram", previsto per i ciechi dalla Riforma Gentile, il quale stabiliva che i bambini con disabilità visiva frequentassero nelle scuole elementari speciali (operanti negli istituti per ciechi) solo il primo ciclo della scuola elementare, fino alla terza classe, mentre dalla quarta in poi avrebbero dovuto proseguire gli studi nella scuola di tutti, nelle scuole elementari prossime all'istituto, poi nelle scuole medie della città e così fino al termine delle scuole superiori.

L'impostazione pedagogica e la normativa conseguente di questa fase del processo di scolarizzazione dei disabili - che alcuni storici del settore hanno definito come «fase dell'esclusione» - resta praticamente immutata fino agli Anni Settanta, così come la normativa del dopoguerra, con la statalizzazione delle scuole speciali per ciechi e per sordi annesse agli istituti e la Legge 1859/62, che ha dato avvio alla scuola media unica, stabilendo all'articolo 12 che «possono essere istituite classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici».

Il successivo Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) 1518/67 preciserà all'articolo 30 che «i soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica sono indirizzati alle scuole speciali. I soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune sono indirizzati alle classi differenziali», il tutto sempre rifacendosi ancora alla logica della "separazione".

Proprio "grazie" a quest'ultima normativa - ispirata anch'essa, come detto, alla logica della separatezza - alla fine degli Anni Sessanta le persone con disabilità visiva si sono viste "scippare" il loro diritto all'inclusione, trovandosi costrette a frequentare in classi speciali tutto il periodo dell'obbligo scolastico, fino alla terza media. Veniva meno, così, l'inserimento nelle classi comuni a partire dalla quarta elementare, nonostante negli Anni Trenta e Quaranta centinaia di giovani con disabilità visiva avessero frequentato con successo le scuole comuni (senza la presenza in classe di alcun insegnante di sostegno).

La Legge si occupa anche della preparazione dei docenti, precisando che per insegnare nelle classi differenziali non è necessaria alcuna specializzazione, ma unicamente una «particolare predisposizione», mentre i docenti delle classi speciali per ciechi dovranno possedere la specializzazione a «educatori dei disabili visivi», rilasciata dalla scuola di metodo "Augusto Romagnoli". Infine, per insegnare ai sordi occorrerà la specializzazione rilasciata dall'Istituto Magarotto, e per farlo nelle classi speciali ai disabili intellettivi, sarà necessario frequentare i «corsi ortofrenici» presso le Facoltà di Magistero.

Da questa situazione si è mosso nel '68 il movimento dei genitori per rivendicare il diritto all'inclusione scolastica dei disabili, un diritto che ai loro figli ciechi era stato addirittura "rubato", come detto, da provvedimenti ispirati più alla necessità di salvaguardare le istituzioni scolastiche speciali che non alla riflessione tiflopedagogica.

Si è arrivati così a un altro momento fondamentale, che segna il modo in cui si evolverà il processo di scolarizzazione dei ragazzi con disabilità. Esso sta nelle modalità di applicazione della Legge 517/77, la prima norma organica per l'integrazione scolastica.

In riferimento all'inclusione nella scuola primaria, vi si legge all'articolo 2: «Ferma restando l'unità di ciascuna classe, al fine di agevolare l'attuazione del diritto allo studio e la promozione della piena formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere attività scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni della classe oppure di classi diverse anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni. Nell'ambito di tali attività la scuola attua forme di integrazione a favore degli alunni portatori di handicaps con la prestazione di insegnanti specializzati assegnati [...]».

Per ciò che concerne invece la scuola secondaria di primo grado, all'articolo 7 la Legge precisa che «al fine di agevolare l'attuazione del diritto allo studio e la piena formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere attività scolastiche di integrazione anche a carattere interdisciplinare, organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse, ed iniziative di sostegno, anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni. Nell'ambito della programmazione di cui al precedente comma sono previste forme di integrazione e di sostegno a favore degli alunni portatori di handicaps da realizzare mediante la utilizzazione dei docenti, di ruolo o incaricati a tempo indeterminato, in servizio nella scuola media e in possesso di particolari titoli di specializzazione [...]».

Ebbene, sarà proprio il modo con il quale verranno applicate queste indicazioni normative a caratterizzare il modello secondo cui si realizzerà di fatto l'integrazione.

In sostanza, la Legge, in entrambi gli articoli citati, subordina in modo esplicito l'inclusione scolastica degli alunni con disabilità all'organizzazione del tempo scuola, come indicato nel primo comma di entrambi gli articoli, essendo quello il nuovo contesto nel quale si sarebbe dovuta inserire l'azione del docente di sostegno. Un contesto nel quale si sarebbero dovute svolgere anche attività «organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse» e «a carattere interdisciplinare»; questo perché, per realizzare la "scuola di tutti e per ciascuno", non si può avere un'organizzazione didattica che preveda per tutti l'insegnamento delle stesse cose nello stesso tempo (sarebbe come pretendere che gli alunni della stessa classe portassero tutti lo stesso numero di scarpe...). Nei fatti, però, nulla è cambiato, durante gli anni, nell'organizzazione scolastica e nella didattica, nemmeno quando l'autonomia ha dato alle scuole la possibilità di differenziare il curriculum, in sede di programmazione, fino al 20%.

E così il modello con il quale si è realizzata l'inclusione scolastica ha "fatto perno" unicamente sul docente di sostegno, senza che il contesto fosse modificato e diventasse inclusivo. È questa una delle cause che hanno condotto al progressivo isolamento del docente di sostegno e alla diffusione della "delega" allo stesso, dell'istruzione dell'alunno con disabilità.

Ma vi è anche un altro elemento che ha condizionato l'evoluzione del modello di inclusione a partire dalla Legge 517/77. Quest'ultima, infatti, avendo giustamente spalancato le porte alle persone con disabilità intellettiva o con ritardi di apprendimento, ha fatto sì che il "focus" per la formazione dei docenti di sostegno venisse orientato a questo fine e grazie alla presenza nella stragrande maggioranza di casi di disabili con ritardi di apprendimento, via via negli anni, dovendo comunque supplire all'assenza di un contesto inclusivo, si è venuta affermando una formazione sempre meno attenta alle tematiche relative alle specifiche disabilità - fossero esse sensoriali o intellettive - con un'impostazione invece sempre più "generalista" e sempre meno attenta ai bisogni specifici.

È così che a fianco degli alunni con disabilità troviamo sempre più spesso insegnanti che poco o nulla sanno di tiflopedagogia e tiflodidattica, di come si comunica con i sordi, delle modalità per entrare in relazione con un ragazzo autistico o di quali siano le peculiarità delle modalità di apprendimento di un alunno con sindrome di Down, o ancora sulle tecniche necessarie a superare la dislessia e via dicendo. La loro opera, ispirata a un "buonismo protettivo", a volte favorisce addirittura l'isolamento dell'alunno dal contesto della classe.

Questo stato di cose risulta evidente dall'analisi dell'inserimento dei disabili visivi nelle classi superiori: dopo la Sentenza della Corte Costituzionale 215/87, che ha sancito il diritto all'inclusione scolastica dei disabili intellettivi anche nella scuola secondaria di secondo grado, pure qui si è affermato il modello di inclusione "centrato" sul docente di sostegno, cosicché, a partire dagli Anni Novanta, anche i disabili visivi iscritti nelle scuole superiori - ciò che mai era successo fino ad allora - si sono visti affiancare un docente di sostegno, in parallelo a una vera e propria "involuzione" del loro processo di inclusione.

Vi è poi un'ulteriore causa di involuzione derivante dalla cosiddetta formazione "generalista" ed è la "dispersione" delle competenze specifiche.

Parlando ad esempio di ricerca psicopedagogica e di didattica sulle disabilità sensoriali, una volta venuti meno i centri specialistici per la formazione e trattandosi di argomenti "di nicchia", essa non suscita particolari interessi e rimane fuori dalle aule universitarie, mentre su un altro versante le scoperte scientifiche su specifiche disabilità, provenienti dalle scienze psicologiche e dalle neuroscienze, non sempre hanno permeato la ricerca pedagogica.

Si è passati così dall'idea di una formazione polivalente alla necessità di superare le specializzazioni dei docenti di sostegno ed è in questo clima culturale che vengono definiti i princìpi e gli orientamenti della Legge Quadro 104 del 1992, dove l'attenzione alle specificità viene riconosciuta solo per i ciechi e per i sordi, ma demandata all'"assistenza alla comunicazione", senza però che negli anni successivi siano stati definiti né il profilo professionale, né il percorso formativo degli stessi assistenti alla comunicazione, con l'inevitabile conseguenza che anche questi ruoli sono spesso affidati ad educatori con scarse o nulle competenze specifiche.

Oggi dunque, constatato il livello insoddisfacente dell'inclusione scolastica dei ragazzi con disabilità e partendo proprio da queste riflessioni sulla "storia dell'inclusione", dobbiamo trovare il coraggio di andare oltre, di dire che ai ragazzi con disabilità questo modello - che tra l'altro ha dei costi elevati - non garantisce loro una positiva frequenza delle scuole e non ne favorisce una reale inclusione sociale. E questo non perché il modello inclusivo non sia valido, ma perché la sua concreta realizzazione è stata fondata unicamente sul docente di sostegno, anziché sul sostegno derivante da un contesto inclusivo.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire ai genitori che "i giudici non servono" e che in assenza di personale preparato, il rapporto uno a uno fra alunno e insegnante di sostegno non serve a migliorare la qualità dell'inclusione dei loro figli.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire che è dimostrato che non è l'aumento delle ore di sostegno ad elevare la qualità dell'inclusione.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire che serve una scuola diversa, organizzata secondo un modello inclusivo, fondato su una programmazione generale che offra attività integrative e di sostegno - pur nella salvaguardia dell'integrità della classe - organizzate anche per gruppi interdisciplinari e/o per classi parallele.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire che per le persone con disabilità sensoriale servono "servizi" di sostegno in grado di metterle nelle condizioni di seguire autonomamente le lezioni dei docenti titolari.

Dobbiamo trovare il coraggio di proporre un modello che tenga presente che per garantire il successo scolastico di un alunno con disabilità serve un sostegno specializzato con competenze specifiche rispetto alle diverse disabilità.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che serve un sostegno che non sottragga l'allievo all'insegnamento dei docenti titolari, ma fornisca loro le condizioni perché essi riescano a interagire positivamente con lui.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che per tutti i dirigenti e i docenti dev'essere prevista una formazione permanente obbligatoria in servizio, perché possano conoscere le principali tematiche relative all'inclusione dei disabili.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che all'interno di ogni istituzione scolastica devono esserci dei docenti specializzati in grado di rendere inclusivo il contesto, supportando il Collegio dei Docenti e i Consigli di Classe nella programmazione dei percorsi didattici, in modo tale da renderli consapevoli degli strumenti, delle tecniche, delle strategie per relazionare, per comunicare, per insegnare all'alunno cieco, sordo, con sindrome di Down, con disturbo autistico o con DSA (disturbi specifici dell'apprendimento).

Solo questo "sostegno diffuso" permetterà ai ragazzi con disabilità di frequentare non in modo emarginante e isolato la scuola di tutti, una scuola nella quale, pur nei limiti delle loro possibilità, devono poter apprendere conoscenze e sviluppare relazioni positive.

Luciano Paschetta,

Referente Nazionale Scuola della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità). Responsabile Operativo della Commissione Nazionale per l'Istruzione dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

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Superando.it del 08-02-2016

Non sono poi così peregrine, le nostre proposte sul sostegno

di Salvatore Nocera

Da quando la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità) hanno ottenuto che venisse presentata alla Camera nel 2013 la Proposta di Legge n. 2444, aggiornata sino ad oggi, è partito un vero e proprio fuoco di artiglieria su due punti caratterizzanti la Proposta stessa, rispetto al miglioramento della funzione del docente di sostegno: la nuova e più approfondita loro formazione iniziale e le loro nuove carriere separate. Mi permetto qui di verificare quanto queste critiche siano superabili.

Innanzitutto siamo stati accusati di voler formare non dei docenti per il sostegno, ma semplici "assistenti sanitari o riabilitativi", solo perché abbiamo preteso che nei nuovi corsi di specializzazione si introducessero discipline pedagogiche, psicologiche e didattiche tendenti a consentire ai nuovi docenti per il sostegno di saper comprendere i bisogni educativi derivanti dalle diverse tipologie di disabilità, mettendosi in grado di approntare strategie didattiche idonee a rispondere esaurientemente a tali bisogni.

Questa più completa formazione esisteva già a partire dagli Anni Ottanta e sino alla fine degli Anni Novanta, nei corsi di specializzazione monovalenti e poi polivalenti, che però si occupavano seriamente solo di due disabilità, la minorazione visiva e quella uditiva. Negli Anni Duemila, invece, la specializzazione polivalente è stata ridotta di ore di formazione e sono scomparsi gli approfondimenti su queste due problematiche, mentre altre ne crescevano nelle scuole, quali i bisogni educativi speciali per alunni con disabilità intellettive gravi, con sindrome di Down e con autismo.

La nostra Proposta riguarda un approfondimento nella formazione iniziale e obbligatoria in servizio relativa ai bisogni e alle strategie didattiche - non sanitarie, né riabilitative - di questi alunni.

Ora, contro queste critiche ingenerose, viene in nostro soccorso la recente pubblicazione intitolata Didattica speciale per l'inclusione (Editrice La Scuola, 2015), nel cui primo saggio il professor Luigi D'Alonzo scrive così: «Concordiamo con Mastropieri e Scruggs quando identificano cinque aree di funzionamento personale che inibiscono le performance di questi soggetti in classe [alunni con disabilità, N.d.R.] in compiti di apprendimento: l'area del linguaggio, l'area cognitiva, dell'attenzione e della memoria, del comportamento sociale, l'area fisica e delle funzioni sensoriali. Conoscere le oggettive difficoltà in queste aree consente un'azione didattica speciale inclusiva capace di supportare i deficit degli allievi. Occorre pertanto ricordare che, se si desidera lavorare bene sul piano inclusivo, ogni allievo è una persona e ogni tecnica che mette in campo deve essere attentamente considerata e scelta in base alle necessità personali di ogni allievo».

Ebbene, credo che questa affermazione faccia giustizia di tutte le critiche mosse alle nostre proposte. Anzi neutralizza la critica contenuta in quello stesso libro, nel successivo saggio del professor Fabio Bocci, intitolato polemicamente Dalla didattica speciale per l'inclusione alla didattica inclusiva, in cui egli sostiene che le nostre posizioni - e quindi anche l'affermazione di D'Alonzo sopra riportata - sono errate, poiché si limitano a concentrarsi sui singoli alunni più che sulla loro inclusione nella classe, tramite il Mastery Learning e il Cooperative Learning [rispettivamente una metodologia che permette agli studenti di assumersi la responsabilità del proprio apprendimento e un'altra metodologia attraverso la quale gli studenti apprendono in piccoli gruppi, aiutandosi reciprocamente e sentendosi corresponsabili del reciproco percorso, N.d.R.].

Noi concordiamo con l'importanza delle due metodologie indicate dal professor Bocci, ma purché siano precedute o accompagnate dall'attenzione ai bisogni educativi dei singoli alunni derivanti dalle loro differenti disabilità.

Il professor D'Alonzo ha dedicato tutta la propria vita accademica allo studio sul campo del lavoro inclusivo in classe e quindi siamo sicuri che rifacendoci alla sua citata affermazione andiamo sul sicuro, mentre le affermazioni del professor Bocci ci paiono più ideologiche e astratte che comprovate dall'esperienza sul campo.

L'altra contestazione riguarda la creazione di ruoli separati per il sostegno da una parte e per l'insegnamento curricolare dall'altra. Su quest'ultimo, in base alla nostra Proposta, i docenti specializzati nel sostegno potrebbero transitare solo per "passaggio di cattedra", ove ne avessero i requisiti, cioè l'abilitazione per le singole discipline di insegnamento.

In questo caso ci si accusa di voler essere degli "innovatori stravaganti", separando le due carriere, attualmente sovrapposte, ciò che riteniamo provochi una grave discontinuità nelle attività di sostegno agli alunni con disabilità, a causa del continuo passaggio da una cattedra all'altra, non permettendo così una vera scelta professionale all'inizio degli studi universitari.

Invero, se torniamo indietro di oltre una ventina d'anni e andiamo a leggere l'articolo 14 della Legge 104/92, la Legge Quadro sui Diritti delle Persone con Disabilità, troviamo che dal secondo al quinto comma si prevede l'istituzione di apposite "abilitazioni al sostegno", ovvero proprio di ciò che si configura come l'anticamera dei ruoli separati per il sostegno, rispetto alle cattedre curricolari.

In conclusione, e senza voler ulteriormente approfondire quanto da tempo si dice sulle nostre due principali proposte, ritengo ci siano elementi per riflettere sulle critiche rivolteci e sulle proposte intermedie avanzate da altri, come le cosiddette "cattedre bis-valenti" o la specializzazione di sostegno a tappeto di tutti i circa 800.000 docenti curricolari.

di Salvatore Nocera,

Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), della quale è stato vicepresidente nazionale.

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La Stampa del 09-02-2016

Italia premiata dall'Onu per l' inclusione dei ragazzi disabili a scuola

L'Italia è il paese leader dell'inclusione scolastica e il 10 febbraio riceverà a Vienna il riconoscimento delle Nazioni Unite.

Lo ha annunciato il dirigente del Miur Raffaele Ciambrone nel corso di un convegno «La scuola e la persona con disabilità: dal piano educativo al progetto individualizzato di vita», che si è svolto a Palermo.

Stando ai dati diffusi nel corso dell'iniziativa, alla quale ha preso parte anche il sottosegretario all'Istruzione Davide Faraone, in Italia gli alunni disabili sono 234 mila (erano 167 mila, nel 2005) ma a differenza dei sistemi scolastici di altri Paesi dell'Ue non frequentano classi «speciali».

In Spagna gli studenti con disabilità sono 107 mila; di questi 15 mila frequentano scuole speciali mentre 89.200 sono inseriti in classi comuni. La Gran Bretagna, invece, ne conta 226 mila ma 99.500 frequentano scuole speciali e 111 mila sono inseriti in classi comuni. In Germania, invece, i ragazzi con handicap sono 480 mila e 378 mila frequentano scuole speciali.

Dovremmo muoverci verso un sistema che valorizza le competenze reali delle persone - ha detto Ciambrone dell'Ufficio centrale integrazione scolastica del Miur -. I piani didattici vanno adattati e personalizzati in base alle disabilità».

Per il sottosegretario all'Istruzione Davide Faraone «Il sistema di inclusione scolastica italiano è un modello. In continuità con il percorso che ha portato all'abolizione delle classi speciali, stiamo mettendo in campo una serie di azioni riformiste, tra queste - ha detto - il sistema di formazione iniziale degli insegnanti di sostegno per renderlo più efficace».

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Redattore Sociale del 12-02-2016

Alunni disabili, Miur premiato per progetto "Zero barriere"

ROMA. "Grandi soddisfazioni per tutti coloro che si impegnano giorno dopo giorno per fare della scuola un luogo sempre più inclusivo per studenti e studentesse disabili. Il Miur è stato premiato a Vienna dalla Conferenza del Progetto Zero - gestito dalla Fondazione Essl in collaborazione con il World Future Council e dallo European Foundation Center, con l'obiettivo di realizzare un mondo senza barriere - per l'esemplarità del nostro sistema d'istruzione accogliente e a misura di studente disabile, in ogni ordine e grado, inclusa l'università, e in tutto il territorio nazionale. Un importante riconoscimento che non deve servire a cullarci sugli allori. Deve essere uno stimolo per fare sempre di più e sempre meglio". Lo scrive su Facebook il Sottosegretario all'Istruzione, Davide Faraone.

"L'obiettivo- aggiunge- è avere una società sempre più inclusiva. Il Miur sta facendo la sua parte. Nei nostri istituti l'anno scorso c'erano 234.000 studenti disabili. Con #labuonascuola abbiamo stabilizzato docenti di sostegno e con la delega stiamo lavorando per migliorare la qualità dell'inclusione scolastica, per dare continuità nella formazione, per creare sinergia con tutti i soggetti coinvolti in questo processo, per trattare le disabilità non come un monolite ma intervenendo su ciascuna in maniera mirata per rendere il sostegno realmente efficace. Continuiamo ad andare avanti così. La via italiana, ce lo riconosce l'Europa, è quella giusta. Perfezioniamoci ed eliminiamo le sacche di resistenza di ipocrisia dell'inclusione. Il riconoscimento più grande, al di là dei premi, è- conclude- sapere che ogni nostro ragazzo è libero di decidere cosa essere ed esserlo veramente. Senza alcuna limitazione". (DIRE)

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Superando.it del 17-02-2016

L'inclusione scolastica: un tesoro da curare e valorizzare

«In Italia gli studenti con disabilità non sono segregati»: lo dicono da "Zero Project", importante iniziativa internazionale che fa riferimento all'ONU e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e questo frutta al nostro Paese un prestigioso riconoscimento. Ma sapranno valorizzarlo le nostre Istituzioni, rendendo finalmente effettiva l'inclusione per tutti gli studenti con disabilità? O lasceranno cadere a pezzi anche questo "tesoro", come purtroppo succede per tanti siti storici?

Ci siamo già alcune volte occupati di Zero Project, importante iniziativa internazionale avviata nel 2011 dalla ESSL Foundation, insieme alla Fondazione World Future Council e dal 2013 con l'European Foundation Centre.

L'obiettivo principale, in estrema sintesi, è quello di arrivare a un mondo con "zero barriere", ovvero, come avevamo ampiamente riferito in una lunga intervista con Ingrid Heindorf, componente del team che coordina il progetto - quello di migliorare le condizioni di vita delle persone con disabilità, sulla base dei princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, da una parte misurandone il livello di applicazione in vari Paesi, dall'altra cercando esempi di buone politiche e buone prassi in tutto il mondo, all'insegna dell'innovazione, rispetto alle varie questioni trattate nella Convenzione stessa. Queste ultime, poi, vengono presentate e discusse - oltreché nel sito del progetto - anche nelle Conferenze Annuali di Vienna, curate dall'Ufficio delle Nazioni Unite presente nella capitale austriaca.

C'è ora un motivo di grande orgoglio, per l'Italia, che ci porta a parlare di Zero Project, ed è il fatto che la politica di inclusione scolastica fissata dalla Legge Quadro 104 del '92, è stata premiata per il 2016 tra le buoni prassi a livello internazionale, in un'Europa, non bisogna mai dimenticarlo, ove ancora prevale, anche in Paesi come il Regno Unito o la Germania, la prassi delle "scuole speciali" per persone con disabilità.

Il titolo scelto da Zero Project per presentare la propria scelta parla chiaro: «In Italia gli studenti con disabilità non sono segregati». E parlano chiaro anche le motivazioni: «La legislazione italiana sull'educazione inclusiva a tutti i livelli scolastici è un modello per vari Paesi, nell'intraprendere riforme del settore».

A questo punto l'immagine che per prima viene alla mente è quella di tanti siti storici del nostro Paese, veri tesori di cultura e arte, lasciati cadere a pezzi un po' per volta. Ma fuor di metafora, il quesito è quanto mai stringente e si ripropone ad ogni nuovo anno scolastico, con risposte spesso negative: saranno finalmente in grado le Istituzioni del nostro Paese di valorizzare e dare sostanza a un riconoscimento importante come quello di Zero Project, rendendo realmente effettiva l'inclusione per tutti gli alunni e studenti con disabilità, come prescritto da norme premiate a livello internazionale? (Stefano Borgato)

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Redattore Sociale del 16-02-2016

Glaucoma. Un secondo intervento ripristina il controllo della pressione intraoculare

Ripetere l'intervento non comporterebbe particolari rischi e ridurrebbe ancora di più la pressione intraoculare. I risultati della ricerca clinica pubblicati sul British Journal of Ophthalmology.

Un secondo intervento per ripristinare la funzione di controllo della pressione intraoculare: è quanto consigliano gli oftalmologi americani che hanno condotto uno studio su pazienti affetti da glaucoma ad angolo aperto, già operati di trabeculoplastica laser selettiva (SLT). I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul British Journal of Ophthalmology. "Mentre la trabeculoplastica laser è un metodo riconosciuto per il trattamento del glaucoma - ha dichiarato alla Reuters Health Julia Polat, della Facoltà di Medicina dell'Università di Pittsburgh (Pennsylvania) - ripetere l'intervento è una pratica ancora controversa. Anche se si tratta di un piccolo studio retrospettivo, la ricerca mostra chiaramente che un secondo intervento di trabeculoplastica può aiutare a ristabilire lo stesso grado di controllo della pressione intraoculare oculare che si aveva a seguito del primo intervento. Questi risultati incoraggeranno gli oftalmologi a ripetere l'intervento prima di prescrivere altri farmaci che abbassano la pressione oculare o procedere all'intervento chirurgico".

La ricerca clinica. Gli esperti hanno valutato i risultati ottenuti su 38 occhi, 19 di uomini e l'altra metà di donne. I pazienti avevano un'età media di 62,7 anni e soffrivano di glaucoma ad angolo aperto che non rispondeva a farmaci. I pazienti sono stati sottoposti a due interventi di SLT a 360 gradi. Per quanto riguarda il controllo della pressione intraoculare, per lo studio sono stati presi sette momento: prima dell'intervento e dopo uno, tre, sei, 12, 18 e 24 mesi. Le variazioni dopo il primo e il secondo intervento sono state valutate separatamente. La pressione intraoculare media prima del primo intervento di trabeculoplastica era di 21,6 mmHg, un valore che è sceso durante tutte le misurazioni nei due anni successivi, restando sempre nel range 15,9 - 18,6. Prima della seconda operazione, dunque, il valore della pressione intraoculare era già più basso dell'inizio della terapia laser, con un valore di 19,1 mmHg. E nei 24 mesi successivi di follow-up, il valore della pressione è sceso ulteriormente, assestandosi in un range tra 14,7 e 17 mmHg. La media della riduzione in mmHg dopo il primo e dopo il secondo intervento è stata dunque di 2,9-5,7 e 2,3 - 4,4, rispettivamente.

Usando il metodo di Kaplan-Meier per valutare il successo dei due interventi, i ricercatori hanno visto che la mediana del tempo di sopravvivenza si allungava dopo il secondo intervento, con 19 mesi dopo la prima operazione e 35 mesi dopo la seconda. Lo stesso risultato si otteneva considerando un successo derivante dal raggiungimento del 20% o più di riduzione della pressione intraoculare. In questo caso, sempre con il metodo di Kaplan-Meier, la mediana del tempo di sopravvivenza è stata di 9 mesi per il primo intervento e di 12 mesi per il secondo. Nessun paziente, inoltre, ha manifestato infiammazione post-operazione tale da richiedere un intervento clinico particolare.

Fonte: British Journal of Ophthalmology

Lorraine L. Janeczko

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La Repubblica del 02-02-2016

Mi serve una retina nuova di zecca

C'è un banco di prova più semplice che non il cervello per le cellule ricavate da staminali embrionali: la retina. I trapianti sull'uomo sono già una realtà anche perché di certo sono minori i rischi essendo l'occhio relativamente isolato dal resto del corpo. Nel mirino c'è la causa più frequente di perdita della vista: la degenerazione maculare, un deterioramento progressivo di parte della retina, che non rende del tutto ciechi ma arriva a impedire di leggere o riconoscere le persone, e con i farmaci si può al massimo rallentare ma non fermare.

Negli USA è partita una sperimentazione umana con cellule della retina ricavate da staminali embrionali, che finora non hanno causato problemi e forse stanno dando qualche miglioramento. In Giappone ne è iniziata un'altra con cellule retiniche ricavate da un altro tipo di staminali (le pluripotenti indotte), che si ricavano facendo ringiovanire cellule adulte, e quindi si possono produrre anche da cellule del malato stesso, evitando in teoria rischi di rigetto.

Una terza sperimentazione è stata lanciata a Londra ad agosto dal London Project to Cure Blindness. Una donna di 60 anni ha ricevuto un lembo di cellule retiniche ricavate da staminali embrionali, con una semplice operazione di un paio d'ore. Per ora le cellule appaiono in salute. Per iniziare a capire se la donna vedrà meglio, e senza grossi danni, bisognerà però avere pazienza. E soprattutto, bisognerà aspettare che tutti e 10 i malati previsti dal programma abbiano ricevuto il trapianto e siano stati seguiti per almeno un anno. (g. s.)

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Osservatorio Malattie Rare.it del 08-02-2016

Retinite pigmentosa, riscontri positivi dalla protesi retinica Argus II

LOSANNA (CH). Esperti e professionisti nell'oftalmologia si sono riuniti alcuni giorni fa alla Conferenza Internazionale Vitreo-Retina Forever, che si è tenuta all'Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari). Novità di grande interesse sono state rese note nell'occasione, in particolare le analisi dei risultati dei dati della protesi retinica Argus II, presentate dalla Prof.Assistente di Oftalmologia dell'USC - Eye Institute - Dott.Lisa Olmos de Koo - e pubblicati dall'American Academy of Ophthalmology.

L'impianto di protesi retinica è indicato per i pazienti nonvedenti a causa della Retinite Pigmentosa, di almeno 25 anni di età, con il nervo ottico funzionante e con una storia pregressa di visione funzionale utile.

La Dott.Prof. Olmos de Koo ha descritto come "molto promettenti" i dati dei risultati di tre anni di test della funzione visiva della protesi retinica Argus II.

"90% dei soggetti impiantati hanno ottenuto risultati significativi e oltre la metà nella vista della direzione del movimento e metà nella profondità. Questi risultati si traducono nella quotidiana vita reale come sapere dov'è una porta o una finestra, l'avvicinarsi di una persona o di un veicolo" ha detto la Dott.Prof. Lisa Olmos de Koon. Certamente FLORA (Funcional Low Vision Assessment Rating) ha dimostrato che la maggioranaza dei pazienti ha avuto concreti e positivi benefici con l'impianto Argus II."

L'occhio bionico è ora una realtà, punto di partenza e non di arrivo, per migliorare la qualità della vita delle persone che soffrono di una malattia degenerativa come la retinite pigmentosa.

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Avvenire del 02-02-2016

Per progettare la vita c'è il "copia e incolla"

Se il Dna è un codice, ovvero una serie d'istruzioni, allora queste possono essere modificate e riprogrammate. Ed è proprio ciò che gli scienziati descrivono con il termine editing: la possibilità di modificare e correggere le parole che si trovano all'interno del libretto di istruzioni di ogni organismo vivente. La tecnica che 'riscrive' il Dna di qualsiasi organismo ha un nome che ricorda i cereali in scatola (Crispr- Cas9), ma è una scoperta che rivoluziona il mondo scientifico. L'acronimo sta per «Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats » (sequenze geniche che si ripetono) cui sono associati dei geni Cas ( Crispr associated) che codificano degli enzimi capaci di tagliare il Dna. In altre parole è il procedimento di ingegneria genetica che permette di tagliare e incollare il Dna in modo specifico: uno strumento di grande precisione per eliminare tratti di Dna difettosi o indesiderati e sostituirli con tratti integri o desiderati. Una tecnica che possiede potenzialità e versatilità di cui non si vedono limiti fisici: qualunque tipo di cellula, vegetale o animale, può essere modificata e la correzione può essere eseguita in qualunque punto del genoma. E sarà proprio con la Crispr che gli scienziati della Gran Bretagna sperimenteranno sugli embrioni per 'spegnere' un gene alla volta e capire quali sono quelli fondamentali per lo sviluppo.

È ineludibile ora chiedersi quali sono le prospettive, gli utilizzi e i rischi di questa nuovissima tecnologia. «Uno degli obiettivi è sicuramente quello di curare le malattie genetiche, e una sessione congiunta dell'American ed European Society of Human Genetics in programma a maggio a Barcellona sarà proprio incentrata sul gene editing - spiega Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di Genetica umana degli ospedali Galliera di Genova -. Recentemente è stata utilizzata nelle cellule staminali derivate da un paziente con una patologia genetica che porta alla cecità. I ricercatori statunitensi della Columbia University e dell'Università dell'Iowa hanno ottenuto le staminali dalla pelle di un paziente e poi hanno corretto la mutazione del gene che causa la retinite pigmentosa. Il prossimo passo sarà riprogrammare le staminali 'corrette' in cellule della retina e verificare se è possibile trapiantarle nel paziente ».

Anche nell'agricoltura gli obiettivi non sono meno ambiziosi, spiega Michele Morgante, ordinario di genetica all'Università di Udine e direttore scientifico dell'Istituto di genomica applicata: «Grazie all'impiego di enzimi che i batteri usano per difendersi dai virus, si ottengono nel Dna della pianta mutazioni mirate indistinguibili da quelle che potrebbero avvenire in natura, ma in tempi molto più brevi». E riuscire a 'centrare il bersaglio giusto' con velocità e precisione è un fattore chiave per il successo della procedura: «Negli ultimi vent'anni la ricerca genomica ci ha dato la possibilità di identificare con esattezza i geni e anche le basi specifiche di Dna su cui intervenire. Ora, grazie al genome editing, possiamo modificare le piante per renderle immuni da malattie e parassiti».

Il paradosso è che chiunque può procurarsi il kit commerciale per un 'taglia e cuci del Dna', ma questo non garantisce di ottenere risultati: «È come comprare al supermercato una bella cassetta dei ferri da meccanico, ma poi bisogna saperla usare - ribadisce Coviello -. Oltre alla competenza specifica del singolo ricercatore, quello che fa la differenza è l'istituzione in cui lavora. Se Bill Gates e Google Venture, nell'agosto scorso, hanno finanziato con 120 milioni di dollari una start up specializzata nell'uso di Crispr, e in questo caso il limite per il ricercatore è solo la fantasia nel proporre applicazioni nei vari settori, dipenderà dalla volontà della direzione approvare o meno un particolare utilizzo».

Le potenzialità infinite non esimono gli studiosi dal porsi domande e dal sollecitare un uso prudente e regolamentato della tecnica. Nel caso dell'intervento sugli embrioni umani gli scienziati hanno proposto una moratoria internazionale: «Nel 2015 il dottor Junjiu Huang, biologo alla Sun Yat-sen University di Guangzhou ha per primo utilizzato Crispr/Cas9 per modificare il gene della beta talassemia in embrioni destinati comunque a non sopravvivere a causa di un corredo cromosomico anomalo - racconta Coviello - ma l'esperimento ha allarmato tutta la comunità scientifica tanto da far chiedere una moratoria sull'utilizzo di questa tecnologia sulle cellule della linea germinale, cioè in grado di trasmettere le modificazioni delle caratteristiche genetiche alle generazioni successive». Un allarme rapidamente condiviso: «Nel summit organizzato in dicembre a Washington dalla National Academy of Sciences degli Stati Uniti, dall'Institute of Medicine, dalla Chinese Academy of Science e dalla Royal Society of London si è ribadito che è meglio interrompere gli esperimenti su embrioni e gameti umani fino a quando non ci sarà la certezza che non comportino rischi biologici e che sia chiaro il tipo di utilizzo con il consenso della società ». Va poi chiarita un'importante distinzione: «Da un lato Crispr potrebbe essere utilizzato nelle fasi più avanzate di gravidanza, quando con la diagnosi prenatale si evidenzia un difetto genetico che diviene correggibile. Su un altro fronte invece, con la produzione di un numero elevato di embrioni nella fecondazione artificiale, si potrebbe aprire lo scenario a richieste di modifiche del Dna per soddisfare desideri personali su specifici geni, con la falsa illusione che questo possa permettere un miglioramento della specie».

Discorso analogo per l'utilizzo in agricoltura, una tecnologia agli albori che non va demonizzata ma che necessita di regole: «La tecnica ha rischi del tutto equivalenti alla mutagenesi usata finora, anzi, ora se ci sono mutazioni off target sono subito riconosciute ed eliminate, ma è comunque importante che non si finisca nel far-west - chiarisce Morgante -. Un gruppo di ricercatori ha recentemente pubblicato su Nature Genetics un editoriale ragionato in cui si propone un quadro normativo utile a ridurre al minimo i rischi di questa tecnica, finalizzandola esclusivamente al portare il miglior beneficio possibile per l'umanità».

Nella discussione entra anche la confusione con gli Ogm, che però sono diversi: «In Europa è prevalsa la tesi per cui è la tecnologia che fa la differenza e non il prodotto, ma qui non abbiamo inserimento di geni 'alieni' nella pianta bensì un taglio di precisione nel Dna a fini migliorativi».

Resta la questione della componente finanziaria, tutt'altro che trascurabile: il ritorno economico in questo ambito può essere da capogiro. «Sicuramente questa nuova tecnologia apre un mercato enorme - conferma Coviello -. Per esempio Bayer ha sottoscritto un accordo con la Crispr Therapeutics per trovare nuove terapie per l'emofilia, le malattie dell'apparato cardiovascolare nei bambini e la cecità da degenerazione della macula». «I brevetti sui geni esistono da tempo, e contrariamente a quanto si pensa i maggiori depositari di brevetti in questo campo sono le università e non le multinazionali - spiega Morgante - perché molto è frutto della ricerca di base. Senza questa attività fondamentale che ci dica cosa e dove è ciò che cerchiamo e vogliamo modificare non sarebbe nemmeno possibile utilizzare il gene editing ».

di Emanuela Vinai

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Superando.it del 10-02-2016

Occhio al campo visivo!

«Il ragazzo, infatti, potrebbe non essere "distratto" a scuola, ma avere i primi problemi di riduzione del campo visivo, a causa di una patologia degenerativa progressiva come la retinite pigmentosa»: lo ricordano da Retina Italia (Associazione Nazionale per la Lotta alle Distrofie Retiniche), che ha lanciato in questi giorni la nuova edizione della campagna informativa denominata appunto "Occhio al campo visivo" e rivolta in particolare a genitori e insegnanti.

È stata lanciata in questi giorni da Retina Italia - già Federazione sino alla fine del 2013 e da un paio d'anni Associazione Nazionale per la Lotta alle Distrofie Retiniche - una nuova edizione della campagna informativa basata sul progetto denominato Occhio al campo visivo, il cui scopo è quello di proporre all'attenzione di insegnanti, genitori e di tutti coloro che operano nella scuola e nell'educazione dei ragazzi, la conoscenza delle problematiche derivanti dalla perdita progressiva della visione periferica binoculare (campo visivo) provocata dalla retinite pigmentosa, patologia progressiva della retina, per la quale ad oggi non esiste terapia in grado di curare o fermare il processo degenerativo.

La campagna si svolgerà con la collaborazione del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca e e degli Uffici Scolastici Regionali, che la divulgheranno ampiamente in tutte le scuole di propria competenza.

«Punto cardine di Occhio al campo visivo - spiega Assia Andrao, presidente di Retina Italia - è dotare gli insegnanti e i genitori delle conoscenze per poter ravvisare i primi segnali della riduzione del campo visivo, provocata da una patologia come la retinite pigmentosa, dal decorso e dall'azione estremamente subdola. Inoltre, se necessario, siamo disponibili a organizzare giornate di formazione per gli insegnanti, anche su eventuali supporti didattici e ausili».

«Una diagnosi precoce - prosegue Andrao - è il primo fondamentale passo per tutelare il benessere psicofisico del ragazzo, in quanto la consapevolezza, e quindi l'accettazione, è l'unico strumento in grado di mettere la persona nella condizione di difendersi dalle difficoltà e dai disagi che la malattia comporta. Attraverso semplici, ma concreti esempi pratici, descritti in poche cartelle, il progetto Occhio al campo visivo fornisce una valida guida per riconoscere i segnali di una possibile riduzione del campo visivo, e per comprendere più profondamente le complesse situazioni di difficoltà derivanti dalla retinite pigmentosa». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@retinaitalia.org.

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Giornale UICI del 12-02-2016

La riabilitazione visiva dei ciechi e degli ipovedenti nella prospettiva degli standard WHO

Intervento di Claudio Cassinelli

International consensus conference on visual rehabilitation standards

Sessione riservata ai centri italiani di riabilitazione visiva

Roma 12 dicembre 2015

Accolgo l'invito formulato dall'organizzazione della Conferenza di non intervenire a proposito della situazione del centro di appartenenza ma piuttosto di contribuire alla riflessione e al dibattito sulla situazione nazionale dei servizi di riabilitazione visiva e sulle prospettive di evoluzione.

Prescindo anche dall'analisi delle cause e delle responsabilità relative alla situazione attuale, analisi che, se pur interessante e per molti aspetti chiarificatrice, richiederebbe più spazio e soprattutto sarebbe controversa e destinata ad alimentare polemiche.

Con spirito costruttivo invece dobbiamo chiederci come è possibile superare la situazione attuale dei centri che, per constatazione comune, rappresenta un panorama diversificato e disarticolato: non sintomo di diversità e quindi di ricchezza, ma di disomogeneità e quindi di confusione e contraddittorietà.

La disomogeneità consiste soprattutto nel fatto che i centri di riabilitazione visiva italiani sono diversi per natura, servizi e qualità. Ci sono centri istituiti, secondo la programmazione di alcune regioni, presso aziende ospedaliere o sanitarie locali o presso istituti universitari. Si tratta quasi sempre di centri-ipovisione, quindi per utenti ipovedenti e quasi sempre adulti, che demandano gli interventi per i ciechi totali a entità di tipo associativo.

Le strutture del primo tipo sono pubbliche e sono a carico dei fondi sanitari regionali. Le strutture associative operano con personale spesso di dubbia qualifica, sono finanziate con risorse della legge n.284/1997, che come sappiamo sono aleatorie, e, se pur titolari di qualche forma convenzionale o di incarichi di regioni o di aziende sanitarie, sono prive dei requisiti minimi richiesti per operare in convenzione con il servizio sanitario nazionale.

Questa situazione comporta innanzi tutto una grave disomogeneità nel diritto degli utenti a ricevere servizi di qualità in rapporto alle proprie necessità. Occorre quindi cercare di superare questo situazione per orientare le scelte del governo nazionale e di quelli regionali verso un sistema più equilibrato. Certamente la definizione degli standard dell'O.M.S. in materia di riabilitazione visiva, e il ruolo svolto dall'Italia in questo percorso, ce ne danno l'occasione e le risorse, quantomeno sul piano concettuale.

Per svolgere questo cammino si individuano tre questioni sulle quali è necessario un chiarimento.

Riabilitazione visiva.

Dovrebbe essere ormai patrimonio comune il concetto che la riabilitazione visiva non riguarda solo e meramente la funzione e l'organo della visione, ma è un processo rivolto a far acquisire, o riacquisire, alla persona capacità complessive e competenze nello svolgimento delle proprie funzioni nella vita quotidiana per raggiungere uno sviluppo armonico e un proprio stato di benessere. Questo risultato si ottiene facendo migliorare le capacità di utilizzo del residuo visivo, laddove presente, ma anche sviluppando le altre funzioni e i sensi vicarianti.

Quindi la riabilitazione visiva è rivolta non solo agli ipovedenti ma anche ai ciechi totali, e quindi in generale alla categoria dei "disabili visivi". Per evitare una evidente ambiguità lessicale dovremmo riformare anche il nostro linguaggio e proporci una diversa definizione per la quale sono individuabili due soluzioni:

riabilitazione visiva per ciechi e ipovedenti, o

riabilitazione delle disabilità visive.

Non solo per adulti ma anche per minori.

I centri di riabilitazione per i disabili visivi devono essere in grado di operare non solo per gli ipovedenti ma anche per i ciechi, non solo per gli adulti ma anche per i minori, a partire dall'età precoce, secondo il concetto che quanto prima si interviene iniziando un percorso riabilitativo, tanto migliori saranno i risultati in termini di crescita e sviluppo armonico.

Questo significa che i centri dovrebbero essere in grado di effettuare una "presa in carico" a partire dall'insorgenza della disabilità, quindi anche di neonati. Una assunzione di responsabilità globale, quindi per tutti gli aspetti dello sviluppo, e longitudinale ossia prolungata nel tempo per tutta l'età evolutiva.

Questo significa soprattutto che la presa in carico è rivolta anche ai genitori, particolarmente nella prima infanzia, e ai contesti di riferimento, in primo luogo quello educativo e scolastico. Per i giovani-adulti occorre che i centri siano in grado di offrire consulenza, sostegno e apporti specialistici anche nel percorso di professionalizzazione e di inserimento lavorativo.

Non bisogna dimenticare infatti che il supporto all'inserimento scolastico e lavorativo delle persone disabili rientra appieno nelle competenze del servizio sanitario nazionale, nel quale deve essere a pieno titolo considerata la riabilitazione delle disabilità visive.

Sul piano della programmazione e organizzazione dei centri occorrerà considerare l'ipotesi che i servizi di riabilitazione possano essere articolati in due distinte unità operative: una per gli adulti e una per l'età evolutiva. Per questa seconda competenza sarà indispensabile che le visite oculistiche di prevenzione in età neonatale ed evolutiva siano inserite nei livelli essenziali di assistenza.

Non solo mono ma anche pluri.

Una terza questione merita attenzione perché rappresenta una problematica molto frequente nelle caratteristiche dell'utenza che si rivolge ai centri di riabilitazione: spesso la disabilità visiva è associata ad altre disabilità fisiche, psichiche o sensoriali.

Il fenomeno è evidente nella popolazione anziana ove il declino delle facoltà complessive può essere accelerato dal deficit visivo che si dimostra molto frequente nella terza-quarta età soprattutto in persone che hanno trascorso tutta la vita precedente senza significativi problemi visivi. Questa situazione particolare merita attenzione perché spesso è ignorata o sottovalutata dai medici di famiglia, dalle stesse persone interessate e dai famigliari e richiede quindi campagne di sensibilizzazione.

Altrettanta, e forse maggiore, attenzione è dovuta alla questione della pluridisabilità in età evolutiva per la delicatezza e complessità dell'argomento e per la frequenza della casistica: da alcune statistiche emerge che su dieci neonati disabili visivi solo tre siano compromessi soltanto nella visione, mentre gli altri sette sono portatori di pluridisabilità.

La complessità della questione è insita nei diversi livelli di gravità, qualità e rilevanza dei deficit, ed emerge come il ritardo cognitivo e mentale sia caratteristico dei casi più gravi e di difficile intervento.

Nei fatti i servizi presentano situazioni diverse: sovente soggetti disabili visivi pluridisabili sono presi in carico da strutture specializzate per altre disabilità, le quali ignorano o sottovalutano e comunque non erogano prestazioni di riabilitazione specifiche per la disabilità visiva, con pregiudizio dei risultati e dei benefici per l'assistito.

Occorre che i centri specialistici per la riabilitazione visiva affermino sempre la propria competenza e capacità prestazionale anche per i casi di multidisabilità, qualora sia presente una disabilità visiva. A questo proposito si possono dare due situazioni:

vi sono casi nei quali, in rapporto alla situazione dell'utente e alla disponibilità di altri servizi specialistici sul territorio, è opportuna una presa in carico globale, e quindi l'assunzione di titolarità e responsabilità complessiva, eventualmente utilizzando competenze e consulenze di altre strutture specifiche per altre disabilità;

viceversa, nei casi di disabilità visiva di livello lieve, in presenza di altre gravi disabilità, potrà essere offerta consulenza e l'erogazione di prestazioni specialistiche ad un diverso centro che effettui la presa in carico globale.

In ogni caso bisognerà considerare che per i casi di pluridisabilità occorrono non solo servizi di tipo ambulatoriale ma anche residenziali: residenze sanitarie assistenziali e "dopo di noi" e semiresidenziali; centri diurni. Strutture che rientrino tra le competenze e le risorse a disposizione dei centri di riabilitazione delle disabilità visive.

A proposito del fenomeno dei disabili visivi pluridisabili occorre considerare una importante novità nel panorama italiano. Infatti la Federazione nazionale delle istituzioni pro ciechi ha finalmente ottenuto nel corso del 2015 lo sblocco dei finanziamenti della legge n.278/2005, che prevede la realizzazione di un centro polifunzionale per "ciechi pluriminorati". La Federazione ha acquisito un immobile in Roma e presentato al Ministero dell'Interno uno studio di fattibilità per la sua ristrutturazione, nonché le linee guida per l'organizzazione del centro. Dopo dieci anni dall'approvazione della legge è finalmente in corso l'avvio della progettazione della ristrutturazione dell'immobile e si avvierà quanto prima anche la programmazione delle collaborazioni con le strutture del territorio a livello nazionale affinché il nuovo centro rappresenti una realtà integrata, in grado di interagire e supportare la rete dei servizi territoriali.

Definiti questi tre temi sui quali occorre che vi sia un impulso a livello centrale e regionale per superare l'attuale situazione di confusione e ambiguità, occorre una ulteriore impegno per compiere un passo avanti verso l'organicità istituzionale del sistema dei centri di riabilitazione delle disabilità visiva, in armonia con il quadro degli standard definiti dall'Organizzazione Mondiale della Salute con l'attuale conferenza.

Si sono già evidenziati nel corso dei precedenti convegni del Polo nazionale IAPB, e in particolare in quello del 13 marzo 2015, i limiti e le ambiguità della legge n.284/1997, la quale ha avuto il merito di definire e promuovere la nascita dei centri, ma ha nel contempo prodotto un sistema di finanziamento degli stessi diverso e parallelo rispetto a quello del servizio sanitario nazionale. Non bisogna certo smettere di chiedere il rifinanziamento della legge, ma occorre destinare queste risorse agli investimenti per le dotazioni strutturali, strumentali e a iniziative promozionali o campagne di prevenzione, non al funzionamento dei centri, alle spese di personale e alle eventuali convenzioni con centri specialistici accreditati, finanziamenti che devono rientrare a pieno titolo nei fondi sanitari regionali.

A tal proposto è opportuna una sottolineatura: per garantire il diritto dei cittadini disabili visivi a ricevere prestazioni riabilitative, come stabilito dalla legge n. 833/1978, istitutiva del servizio sanitario nazionale, è necessario un richiamo alle Regioni affinché nel disciplinare il sistema delle convenzioni con centri non appartenenti alle aziende sanitarie o ospedaliere, siano richiamate non solo al rispetto del Decreto ministeriale 18.12.1997 (come modificato dal D.M. 10.10.1999) che stabilisce i requisiti organizzativi, strutturali e funzionali dei centri di cui all'art.2, comma 1 della legge 284/97, ma anche al rispetto dell'Atto di indirizzo e coordinamento approvato con D.P.R. 14.1.1997, che stabilisce i requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi minimi prescritti per l'esercizio delle attività sanitarie.

Infatti è dal rispetto della disciplina specifica di ogni singola disabilità, integrato con il rispetto di quella generale del servizio sanitario, che tutti i disabili, di qualunque tipologia, possono sentirsi adeguatamente tutelati e a pieno titolo considerati cittadini titolari di diritti speciali, come tutte le persone in rapporto ai propri bisogni.

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Gonews.it del 26-02-2016

Sistemi interattivi per guidare sciatori ciechi

GINEVRA. Un sistema interattivo basato sull'aptica per guidare sciatori ciechi. E' il risultato dello studio "Haptic assistive bracelets for blind skier guidance" condotto dal SIRSLab del dipartimento di Ingegneria dell'informazione e scienze matematiche dell'Università di Siena, che verà presentato domani, 27 febbraio, a Ginevra, nel corso della conferenza internazionale annuale Augmented Human 2016, dedicato al potenziamento delle capacità del corpo umano attraverso le tecnologie.

Il team di ricerca, composto dal professor Domenico Prattichizzo e dai ricercatori Marco Aggravi e Gionata Salvietti, ha predisposto un innovativa interfaccia tattile volta a migliorare la comunicazione tra un istruttore e la persona ipovedente nel corso della sciata.

In pratica, lo sciatore riceve dall'istruttore informazioni direzionali attraverso due bracciali vibranti indossati sugli avambracci. I segnali vengono inviati dall'istruttore durante la discesa mediante l'uso di particolari bastoni da sci, dotati di tecnologia Bluetooth.

Fino ad oggi - spiega il professor Prattichizzo - per comunicare semplici informazioni direzionali, si è ricorsi esclusivamente ai comandi vocali. e' stato, però, dimostrato che l'interazione tattile è processata più velocemente dal cervello, in quanto richiede un minore sforzo cognitivo rispetto alla modalità uditiva. Attraverso i nostri dispositivi miriamo a fare il modo che la qualità della vita delle persone affette da cecità possa essere la più elevata possibile, anche in riferimento allo sport e all'esercizio fisico, elementi fondamentali per il benessere".

La presentazione di domani a Ginevra prevede anche una dimostrazione pratica di utilizzo dei device sulle piste da sci di Saint-Franceois-Longchamp. I promettenti risultati preliminari ottenuti - conclude Prattichizzo - unitamente alla semplicità di applicazione del sistema, lasciano pensare ad ulteriori possibili utilizzi dei nostri dispositivi, come ad esempio a supporto dell'insegnamento per gli sciatori principianti".

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Il Resto del Carlino del 16-02-2016

Irene presenta a Roma il "radar" per i ciechi

RIO SALICETO. Se la sfida, senza precedenti, è «dare la vista ai ciechi attraverso il suono», il traguardo che la riese Irene Lanza si prefigge assieme al suo team è «poter vedere SoundSight Training spiccare il volo dal mio paese». Perché il «grande sogno» della 25enne ricercatrice presso il Cern di Ginevra, nonché Ceo dell'ambizioso progetto nato Oltralpe, è farlo avere «ad ogni persona non vedente o ipovedente nel mondo». Con la speranza, tuttavia, che «questo progetto basi le proprie fondamenta in Italia» poiché qui, nel Reggiano, «ci sono le prime persone che ci hanno aiutato». Irene Lanza, infatti, ha iniziato a interfacciarsi con la ricerca di soluzioni per sconfiggere la cecità con i ragazzi non vedenti dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Reggio. «Sono stati proprio loro a sottoporsi ai test per mettere a punto SoundSight Training e l'associazione reggiana è stata la prima a crederci, tant'è che il 17 gennaio abbiamo organizzato insieme, a Reggio, la Cena al Buio». Un successo. Mercoledì Irene Lanza è approdata a Roma, per illustrare il progetto alla segreteria tecnica Ministero della Salute e alla presidenza nazionale dell'Unione dei Ciechi e degli Ipovedenti. «L'intento - spiega - è ottenere il sostegno anche degli organi nazionali nel diffondere l'importanza della tecnica dell'ecolocalizzazione», ovvero la possibilità, attraverso all'allenamento dell'udito, di orientarsi nello spazio». Sabato, invece, Lanza si è recata a Bologna, per presentare questo rivoluzionario sistema all'Istituto dei Ciechi F.Cavazza. Quanto sia «fondamentale il supporto del ministero, dell'Unione Nazionale Ciechi, oltre all'aiuto delle istituzioni per rendere disponibile a tutti SoundSight Training, e far sì che l'ecolocalizzazione possa diventare una tecnica diffusa», Lanza lo ribadisce alla luce della recente chiusura in negativo della campagna crowdfunding da 250mila euro, avviata prima di Natale sulla piattaforma Usa Kickstarter. «L'Italia ha risposto - annota la ricercatrice - ma il resto del mondo si è solo timidamente prestata a sostenere un progetto che cambierebbe la vita di milioni di persone». Per info o contribuire al progetto scrivere a education.soundsight@gmail.com; web www.soundsight.ch, facebook SoundSight Training.

di Alba Piazza

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Easy News del 05-02-2016

Audio Editing per non vedenti: i vari Software

Vi abbiamo parlato tempo fa di come la radio si potesse fare anche ad occhi chiusi, focalizzandomi particolarmente sulla diretta; ma un non vedente, con i software giusti può fare anche una ottima post produzione.

Se è vero infatti che nel mondo della radio ci sono diverse figure, è anche vero che spesso saper registrare, editare e mixare una propria produzione, è sicuramente un gran vantaggio, specialmente in questi tempi di magra. E allora cosa usare?

In base alle proprie necessità possiamo scegliere di usare una daw multitraccia o un semplice editor audio.

Cominciamo col dire che in genere, nel mondo della post produzione, si tende a preferire la piattaforma Apple col suo mac, più che altro perchè questo è diventato uno standard negli anni grazie a Pro Tools, un software multitraccia famosissimo e usato in molti studi di registrazione e doppiaggio.

Il fatto però che spesso sia consigliatissimo un Mac non vuol dire che i PC Windows non possano dire la loro, anzi. Anche se so che potrei provocare l'ira degli Apple fan, da non vedente che produce audio ogni giorno e da possessore di un Imac, mi sento di consigliare l'uso di un PC Windows per via di una maggiore praticità nell'uso dei software audio ed una più consolidata accessibilità di certi strumenti.

Ciò non vuol dire che Garage Band o Amadeus, o anche lo stesso Pro Tools su Mac non siano utilizzabili, ma dal mio punto di vista richiedono un certo tempo per l'apprendimento e, essendo ricchi di combinazioni da tastiera non sempre intuitive non li trovo adatti ai miei standard di produzione, soprattutto perchè il mondo della radio corre sempre molto veloce.

Parlando quindi di Windows, un bel software da provare per cominciare è Gold Wave. Non è un programma dalle grandi pretese ma consente di tagliare, copiare e incollare il contenuto di una traccia audio agevolmente e ha anche una funzione per l'inserimento dei voice over che abbassa automaticamente la musica quando interviene il parlato. Carino anche il noise gate che, una volta rilevato un campione del proprio rumore di fondo è in grado di ridurlo notevolmente senza troppi artefatti, funzione particolarmente utile, ad esempio per eliminare le ventole del PC.

Un altro software molto completo è Sound Forge, affermatissimo e usatissimo anche per i plug-ins inclusi per il mastering. Supporta anche il protocollo VST, il che ci permette ad esempio di usare i fantastici plug­ins della Waves (acquistabili separatamente). Anche questo è molto accessibile e dispone di una funzione per il voice over.

Parlando invece di software per l'editing audio multitraccia posso segnalare 2 alternative: la prima è rappresentata da Audacity, software gratuito e open source che consente l'editing di file audio di ogni tipo. Qui non manca la funzione voice over (utile a noi speaker per sovrapporre la musica al parlato), ci sono anche degli effetti di serie carini ma l'accessibilità lascia un po' a desiderare, il software non è quindi così semplice da usare per chi non vede. Questo software è stato però uno dei primi programmi di editing audio portable, è possibile quindi portarselo su una chiavetta e aprirlo su qualsiasi PC senza doverlo installare, cosa molto utile se non vogliamo sporcare il PC della radio su cui lavoriamo o se non abbiamo i privilegi di amministratore per installare applicativi.

La seconda alternativa si chiama Reaper, disponibile sul sito reaper.fm. Reaper non è gratuito ma costa circa 60€, cifra secondo me molto abbordabile per tutto ciò che fa. Supporta i VST e da poco anche i VST 3, ha delle funzioni di auto crossfade utilissime per noi che facciamo radio, include una vasta gamma di effetti carini e, grazie alla possibilità di sviluppare plug­ins di terze parti garantisce una piena accessibilità. Per provarlo basta scaricarlo dal sito (è disponibile sia a 32 sia a 64 bit) e successivamente scaricare Osara, il plug­in che lo rende accessibile e il keymap necessario per assegnare varie combinazioni di tasti alle azioni utili a muoversi tra gli oggetti e a compiere una miriade di altre operazioni.

Anche Reaper è portable, bisogna perdere qualche minuto all'inizio per importare il keymap ma bastano veramente pochi passi e poi si è subito pronti a lavorare. Il plug­in per l'accessibilità è

open source ed è sviluppato dalla NV Access, associazione che si occupa anche dello sviluppo di NVDA, uno screen reader per non vedenti gratuito e portable.

E dopo la teoria, un po' di pratica ci vuole no? Qui il link da cui scaricare Osara e il relativo Keymap.

La parola a voi: sapevate che anche un non vedente può fare editing audio? Siete non vedenti e avete esperienza in questo campo? Se sì, cosa usate per lavorare? Fatevi sentire nei commenti!

a cura di Mario Loreti

Fonte: Radiospeaker.it - Lavorare in Radio

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Diario del Web del 22-02-2016

"La nostra cittadinanza: immaginario e sogni dei non vedenti"

TRIESTE. Come si compone l'immaginario umano nell'assenza di un'esperienza visiva? Qual è il confine fra immaginario e immaginazione? Da queste domande è nato uno studio propedeutico alla realizzazione di un film documentario, tuttora in lavorazione, "La spada invisibile" a opera del giornalista e regista Massimiliano Cocozza, da anni impegnato come freelance all'estero e in Italia e vincitore per due volte del prestigioso Premio Ilaria Alpi e di un Premio di Qualità del MIBAC. Proprio dall'esperienza maturata durante la preparazione e la lavorazione di questo film documentario è nato un progetto fortemente innovativo e unico in Italia: «La nostra cittadinanza: immaginario e sogni dei non vedenti». Promosso dall'Associazione Poesia e Solidarietà, in collaborazione con la Consulta disabili Regione Fvg, lo Studio IN di Pordenone, la Consulta Regionale Associazioni delle Persone Disabili e delle loro Famiglie, L'UICI di Pordenone e l'Unione Nazionale Italiana Volontari Pro-Ciechi Onlus, in collaborazione con Roberto Masserut e con la consulenza tecnica di Imago Orbis di Bologna, il progetto propone un percorso formativo sulla disabilità visiva indirizzato agli studenti e ai docenti delle scuole, realizzato grazie a un contributo finanziario dell'Assessorato Regionale FVG alla Cultura Sport e Solidarietà.

In programma incontri-evento per le scuole della Regione

L'iniziativa punta - in continuità con le precedenti azioni dell'Associazione Poesia e Solidarietà - alla valorizzazione delle potenzialità di cittadinanza attiva attraverso la creatività, per promuovere una cultura del rispetto della diversità, ma soprattutto della conoscenza, dell'autoriflessione e della consapevolezza. Il progetto focalizza la sua attenzione sulla cultura dei non vedenti e ipovedenti, integrando altre importanti iniziative che in regione stanno incidendo profondamente sulla percezione di questa disabilità e delle relazioni sociali che ne derivano. L'iniziativa si strutturerà in una serie di incontri-evento rivolti particolarmente agli studenti e ai docenti degli istituti scolastici delle quattro province della Regione Fvg: in programma la proiezione di materiali multimediali, un dibattito sul tema della disabilità e in particolare sulla disabilità visiva, che coinvolgerà in un dialogo con gli studenti ed i docenti relatori esperti, operatori del settore, persone non vedenti e i loro familiari, nonché la presentazione dei risultati frutto dell'indagine condotta su questo tema. I materiali multimediali offrono una raccolta di testimonianze di un vasto campione di non vedenti ed ipovedenti, oltre ad operatori del settore, psicologi ed insegnanti di orientamento e mobilità, che scandagliano il tema onirico sotto molteplici punti di vista, dall'esperienza personale alle conoscenze pratico-scientifiche.

Il calendario.

Un primo appuntamento è in calendario per la mattinata di mercoledì 24 febbraio a Monfalcone, presso l'Istituto Commerciale Giancich, un secondo per mercoledì 2 marzo a Trieste, al Liceo Dante-Carducci, un terzo a Pordenone, all'Istituto Majorana ed una quarta data ad Udine, attualmente in via di definizione. Inoltre è in programmazione un evento a Gorizia in collaborazione con la mediateca provinciale.

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La Voce del NordEst del 13-02-2016

Concluso il corso di formazione per accompagnatori di persone non vedenti o autistiche

TRENTO. E' questo l'obiettivo del corso di formazione "accedere al sublime" che si è concluso ieri con la consegna degli attestati di partecipazione. 7 guide alpine 24 accompagnatori e 5 volontari sono stati formati per accompagnare in montagna persone non vedenti o autistiche. Si tratta di un'esperienza unica in Italia nata da una proposta di Accademia della Montagna del Trentino e della Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi, che rientra tra le attività di promozione delle Dolomiti - Bene UNESCO sostenute dall'Assessorato alle infrastrutture ed ambiente della Provincia autonoma di Trento. Gli attestati sono stati consegnati dal presidente di Accademia della Montagna Egidio Bonapace, da Annibale Salsa, presidente del Comitato scientifico e da Fabio Scalet, dirigente del Dipartimento affari istituzionali e legislativi della Provincia.

Avere consapevolezza del valore delle Dolomiti significa - in primo luogo per chi sulle Dolomiti opera - essere consci del proprio ruolo di custodi, di promotori, di ambasciatori del messaggio di sublime che raccontano quei paesaggi. Vivere o lavorare in contesto che è dichiarato bene dell'Umanità significa operare in una casa che è di tutti: il turista allora non è un soggetto di passaggio, un estraneo, uno straniero, è un cittadino di quel villaggio globale. Allo stesso modo la persona con disabilità non è un turista più difficile di altri, quanto invece una persona che ha diritto ad una cittadinanza piena, che passa anche attraverso momenti di forte contraddizione rispetto ai propri limiti fisici. Un ospite disabile ha, infatti, diritto di godere appieno del territorio e della bellezza delle Dolomiti, ma ciò purtroppo non sempre è realizzabile poiché le figure preposte ad accompagnare gli ospiti nella scoperta del territorio mancano di strumenti e procedure adeguate. Da qui la volontà di realizzare un progetto di formazione ben strutturato ed organico da rivolgere al Collegio delle Guide Alpine e all'Associazione Accompagnatori di Montagna del territorio provinciale, al fine di mettere nelle condizioni queste figure di poter proporre un servizio realmente adeguato alle necessità dell'utenza. Un progetto dunque con quelle caratteristiche di innovazione e concretezza che hanno sempre contraddistinto l'esperienza della Provincia autonoma di Trento nel settore della montagna e del turismo accessibile.

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Redattore Sociale del 02-02-2016

Come si vive con un cane guida? Lo racconta una giornalista non vedente

ROMA. Come si vive con un cane guida, "un vero compagno di libertà" sempre disponibile e pronto ad assecondare le necessità di autonomia e di mobilità di ciechi e ipovedenti? Lo racconta Luisa Bartolucci, cinquantenne non vedente, nel socialbook "Guide a quattro zampe" (ilmiolibro.it, 288 pagine, 20 euro), con una finalità assolutamente in tema: i proventi del volume, infatti, saranno interamente devoluti dall'autrice alla Scuola triveneta cani guida di Selvazzano (Padova), dove avviene l'addestramento degli "amici" a quattro zampe che accompagneranno le persone che non ci vedono al supermercato, sul treno e in metropolitana, nello shopping e nelle passeggiate segnalando barriere architettoniche e ostacoli. In una quotidianità fatta di affetto e accudimento reciproco fra padrone e cane. Si stima che in Italia siano tra i 1.500 e i 2mila i quadrupedi addestrati per questo servizio.

Nel libro l'autrice, che tra il 1993 e il '94 ha frequentato il primo corso di giornalismo riservato a persone con disabilità visiva e collabora con Uici (Unione italiana ciechi e ipovedenti), ha raccolto oltre una trentina di interviste a chi vive tutti i giorni insieme a questi speciali "accompagnatori". Nelle pagine la storia Barbara, oggi traduttrice in Germania e mamma di Matteo, che a 20 anni ha cominciato la sua avventura con la bionda labrador Dafne: "Mi ha spronato ad uscire, a muovermi di più, poiché ovviamente un conto è andare insieme a qualcuno che ti accompagna, altra cosa è il cane guida che ti spinge, quasi ti obbliga a uscire da solo, poiché in ogni caso deve essere portato fuori". Ma le difficoltà non sono mancate, ricorda, soprattutto "nei supermercati e in strutture sanitarie. Ero costretta a girare sempre con copia della legge n. 37/1974 nel portafoglio e all'evenienza contattavo il direttore di turno.

Mi è accaduto una volta di non entrare in una pizzeria, poiché hanno inventato talmente tante e tali scuse che, alla fine, io stessa ho deciso di andar via". Eppure da oltre 40 nel nostro Paese è in vigore una normativa "che consente l'ingresso dei nostri amici a quattro zampe in qualsiasi pubblico esercizio", osserva Luisa. Tuttavia i conduttori di cani guida si vedono "molto di frequente costretti a discutere, o a dover ricorrere alle forze dell'ordine, per accedere liberamente all'interno di negozi, bar, ristoranti, supermercati, grandi magazzini, alberghi, benché sia un loro diritto sancito", puntualizza la giornalista, che da maggio dello scorso anno conduce insieme a Stefano Molinari la trasmissione "Vediamoci alla radio!", in onda tutti i lunedì su Radioradio.

A volte questi quadrupedi, educati e abituati a stare al loro posto, "vengono addirittura scambiati per una valigia sotto il tavolo", scherza Angelo. E a proposito di episodi divertenti, la labrador color miele Dafne "ha una particolare passione, le piace scartare oggetti e non solo, ritenendo che siano regali per lei", riferisce Luisa. La padrona di Dafne, Barbara, puntualizza: "In passato, a Natale ho avuto la bella idea di farle scartare il suo regalino, ovvero un osso di pelle secca. Lei ha compreso che scartare era una cosa bellissima; da allora e' andata in giro per casa alla ricerca di nuove e sempre più interessanti cose da scartare". Trovando, ad esempio, un cuore fatto di biscotto e mandorle prodotto in terra tedesca: "Lo ha scartato e, ovviamente, lo ha divorato!". (Laura Badaracchi)

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Il Tirreno del 01-02-2016

Il senso di Stefano per il golf: la favola del campione cieco

Con la "guida" Andrea ha imparato colpi, direzione e tocco. È campione d'Italia, in autunno andrà ai Mondiali in Giappone.

FOLLONICA. Quella che raccontiamo è una storia vera, una di quelle storie che aiutano a capire il reale valore dello sport, quello fatto di passione, impegno e sacrificio.

Il protagonista è Stefano Palmieri, 40 anni, di Follonica. Nel 2002 resta coinvolto in un grave incidente automobilistico e perde completamente la vista. Il suo mondo cambia in modo radicale. Dai colori al buio più completo. Ma il carattere c'è e, passati i primi, terribili momenti, vincono la volontà e la voglia di continuare e Stefano torna a riappropriarsi della sua vita. Corre, nuota e cerca nuovi stimoli. Prima faceva il parrucchiere, oggi è massaggiatore. E' padre di un bimbo di cinque anni, Mirko, e vive felicemente con la sua compagna e la sua bimba Gaia. Viene a sapere di una persona, non vedente come lui, che sta ottenendo risultati eccezionali giocando a golf. Per Stefano è la svolta. Ha capito cosa vuole fare. Vicino a casa sua c'è un circolo, il Golf Club Toscana. Si presenta e chiede informazioni su come imparare. Di golf non sa niente. Non ha mai nemmeno provato a tirare un colpo. Ad affascinarlo di questo gioco è il risultato quasi impossibile, il volersi stupire nel riuscirci e provare nuove emozioni. Lo staff del circolo accetta la sfida e coinvolge il maestro Simone Micciarelli. Tocca a lui insegnare il gioco e i movimenti al nuovo arrivato. L'impresa non è facile. Simone ha sempre insegnato a persone senza questo handicap fisico e sa, che nel gioco del golf, la vista riveste un ruolo determinante.

Inizia così un percorso di istruzione del tutto particolare: le tecniche vengono trasmesse direttamente tramite il contatto fisico, corpo contro corpo. I colpi lunghi e poi quelli corti. Il gioco sul green spiegando le pendenze, le distanze dall'asta e facendo acquisire la sensibilità per i tiri più delicati. Nel suo percorso di apprendimento Stefano incontra Andrea Mencattini. Tra i due nasce subito un'amicizia che porta Andrea a diventare la sua "guida sportiva", colui che l'accompagna in campo e gli indica la posizione di tiro e come fare il colpo. In pratica, i nuovi occhi di Stefano sul campo da golf. L'apprendimento sportivo ha avuto anche momenti difficili, soprattutto quando certi colpi non riuscivano e quando la sensazione di non avere uno stile nel movimento gli faceva sembrare più importante colpire la palla in modo efficace. Dice il suo maestro: «Insegnare a una persona che non ha mai giocato a golf e che non vede, ha richiesto, da parte sua, un'infinita pazienza per memorizzare movimenti non proprio naturali e un'applicazione costante fatta di continue prove e riprove.

Ma alla fine il risultato è arrivato e Stefano oggi può giocare tranquillamente nelle varie manifestazioni agonistiche aperte a tutti i golfisti e non solo a quelle riservate ai disabili. Le potenzialità di Stefano sono buone e certamente gli permetteranno di arrivare a quell'handicap di gioco di 20-21 che oggi è proprio dei migliori giocatori non vedenti di tutto il mondo». Tenacia e lavoro costante in campo pratica gli hanno dato uno swing completo e i colpi anche difficili oggi sono meno impossibili. Gli piace il gioco del drive e il gusto di tirare la palla dritta a duecento metri di distanza. Ma è il "clock" della palla che cade in buca a renderlo felice dopo un putt di svariati metri. Oggi, a quattro anni dal suo esordio su un campo di golf, Stefano Palmieri è un campione. Lo scorso mese di ottobre ha vinto l'Italian Blind Open che si è giocato al Golf Club Barlassina.

Tra i suoi progetti, la partecipazione ai Campionati Mondiali del 2016 che si terranno in novembre in Giappone. Tra i sogni, la partecipazione alle ParaOlimpiadi se dovessero prevedere anche la disciplina del golf. Dietro le quinte di questa storia, l'impegno, anche economico, e la passione con cui il circolo dove Stefano gioca ha risposto alla voglia di sport di questo giocatore e l'orgoglio con cui lo sostiene e continuerà a sostenere. Un coinvolgimento che vede in prima linea l'intero staff del Golf Club Toscana ma anche tutti i soci che, fin dall'inizio lo hanno accolto nella partecipazione alle gare permettendogli di assimilare quelle emozioni e quelle sensazioni che si provano giocando insieme ad altri.

di Pietro Busconi

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Agenzia AdnKronos del 08-02-2016

Derek, il surfista cieco, e la storia di un sogno: "Ci vuole passione e perseveranza"

GUARAPARI. Siamo nella piccola città di Guarapari, in Brasile. E' il 1992, il signor Rabelo sta per avere un figlio e la sua speranza è che possa diventare in futuro un surfista professionista. Per inseguire questo sogno, decide che il suo nome sarà Derek, come il primo campione mondiale hawaiiano di surf, Derek Ho.

Purtroppo il 25 maggio di quell'anno, la preghiera dell'uomo sembra destinata a rimanere inascoltata: Derek Rabelo, infatti, nasce cieco per colpa di un glaucoma. Ma il giovane brasiliano, oggi 23 anni, non si lascia scoraggiare e dall'età di 17 anni fa tutto per realizzare il sogno del padre che, alla fine, diventa realtà.

"Prima di tutto, mio padre ha continuato a incoraggiarmi" ha raccontato Derek a 'Bored Panda'. "Andavamo insieme ogni mattina in spiaggia, davanti all'oceano. Mi ha prima pagato un corso di surf, poi ho fatto molta pratica con i miei amici. Ognuno mi ha considerato sempre come uno di loro".

"Ascolto il suono dell'oceano, lo percepisco - ha aggiunto - perché ogni onda crea rumori differenti e, grazie a questo, posso decidere su quale lato surfare. Se hai un sogno, devi credere in te stesso. In caso contrario - ha concluso il giovane (la cui storia nel 2014 è diventata anche un documentario, "Beyond Sight") - non puoi farcela. Tutti noi abbiamo sensi sviluppati, dati da Dio. Usiamoli con passione e perseveranza".

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La Stampa del 10-02-2016

I non vedenti surferanno grazie alla tavola da "sup"

ARONA. «Insegneremo gratis ai non vedenti a surfare con il Sup». Il sup (acronimo di stand up paddle) si pratica su una tavola più ampia di quella da surf: si pagaia in piedi per rilassarsi, gareggiare o per tour via acqua. Matteo Fanchini, già campione italiano di paratriathlon, è pronto a ottenere il primo brevetto nazionale di sup come istruttore non vedente e a stendere il manuale per insegnare a persone con deficit della vista, e alle guide. Domenica la sua associazione «7 Laghi sup» si presenta al Cimento di Arona, primo tuffo dell'anno nel lago. Fanchini, 44 anni, di Arona, ultrasportivo, voleva provare anche il surf: «Ma a Livorno, al centro sportivo della Folgore, ho scoperto che il sup è più congeniale. Con l'associazione abbiamo già promosso un progetto pilota per sei ragazzi non vedenti. Ora preparo un manuale con istruzioni per supper, cioè i praticanti, con deficit visivo e per le guide». Intanto Fanchini è diventato un supper d'eccezione: «A marzo prenderò il brevetto. La Federazione italiana di surf mi ha accettato per il corso di istruttore e l'esame sarà a Forte dei Marmi». L'obiettivo ora è far conoscere l'associazione di cui è presidente. Domenica si svolgerà il «Cimento sup», primo raduno di stand-up paddle invernale con ritrovo alla Lega navale di Arona in corso Europa 26 alle 9. Si garantiscono un servizio logistico, barca di supporto e docce: «Lo scopo è portare questo sport sui nostri laghi con un impegno sociale: tutte le iniziative del 2016 per normodotati con noleggi, corsi e tour guidati finanzieranno corsi di Sup per non vedenti».

Contatti: 7laghisup@gmail.com.

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Cinecittà News del 02-02-2016

Il colore dell'erba, il film da vedere a occhi chiusi

Arriva in sala il documentario Il colore dell'erba di Juliane Biasi Hendel, road movie su due giovanissime amiche non vedenti prodotto da Kuraj e da Indyca, con il sostegno del Mibact, di Trentino Film Commission, Piemonte Doc Film Fund e Rai 3 (Doc 3) e con il patrocinio dell'UICI - Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti.

Da oggi, 1° febbraio, il film sarà proiettato nelle principali città italiane. Il colore dell'erba offre una esperienza sensoriale unica grazie alla costruzione di un vero e proprio "paesaggio sonoro" che rende il film visibile "a occhi chiusi". Ideato per essere percepito anche da un pubblico di non vedenti, si avvale del contributo del sound designer Mirco Mencacci, istituzione nel mondo del sonoro, già collaboratore di Marco Tullio Giordana, Ferzan Ozpetek, e Michelangelo Antonioni. Mencacci ha creato assieme alla regista e il team Indyca un universo sonoro che riproponesse il mondo non solo fisico ma anche emotivo delle sue giovani protagoniste nel quale immergere gli spettatori e che, per la prima volta al cinema, permette di unire nella visione persone vedenti e non vedenti. "Le protagoniste mostrano come la 'paura del buio' riguardi tutti", spiega Biasi Hendel "e il film restituisce questa universalità anche da un punto di vista formale".

Frutto di un lavoro di oltre quattro anni, Il colore dell'erba racconta la storia vera di Giorgia e Giona, due giovanissime ragazze non vedenti in cammino verso l'indipendenza. Non possono vedere ciò che le circonda, ma le paure, le emozioni, gli impegni che la vita impone sono uguali a quelle di tutti i loro coetanei. Una passeggiata da sole fino a un lago diventa una sfida appassionata che le porta a misurarsi con se stesse ed è metafora dell'adolescenza, età rivoluzionaria e delicata in cui si lascia per la prima volta l'uscio di casa per affrontare il mondo in modo indipendente. "Mi piace scoprire nuovi mondi e anche l'adolescenza lo è - afferma la regista - è un'età in cui la paura dell'ignoto invade e al tempo stesso spinge a conoscere il mondo. Giorgia e Giona diventano un esempio vivente di come questa paura possa essere affrontata, qualunque sia la sfida, per riscoprirsi ancora più forti".

Juliane Biasi Hendel ha da sempre incentrato il suo lavoro di artista e regista su temi sociali che riguardano soprattutto la devianza e le discriminazioni delle differenze. Il colore dell'erba è il suo quinto lungometraggio. Nel 2005 fonda la casa di produzione Kuraj con cui ha coprodotto anche questo il film. (Cr.P.)

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Il Friuli.it del 12-02-2016

Judo non vedenti Libertas a Palazzo D'Aronco

UDINE. Luca Davanzo, Samanta De Rosa e Riccardo Marinatto sono i primi tre non vedenti che con uno specifico programma dello Sport Team Judo Udine hanno ottenuto la cintura nera I dan dopo un percorso durato sette anni e che questa sera sono stati in visita dal sindaco di Udine, Furio Honsell che, con l'assessore comunale allo sport, Raffaella Basana, e gli altri membri di giunta Pizza, Del Torre e Avanzi, li ha ricevuti a Palazzo d'Aronco, presenti i presidenti della società udinese che li ha formati, Luigi Girardi, e della Libertas regionale, cui la stessa è affiliata, Bernardino Ceccarelli.

Le tre nuove cinture nere - ha ricordato Girardi nell'incontro - hanno seguito dal 2009 lo specifico Progetto judo e disabilità visive: corso pilota per persone cieche e ipovedenti, che viene realizzato con la collaborazione della sezione provinciale di Udine dell'Unione Italiana Ciechi, del Comitato Italiano Paralimpico del Friuli Venezia Giulia del Centro Nazionale Sportivo Libertas. Girardi, che è cintura nera 6° dan ed è responsabile regionale del Comitato regionale Settore judo per l'attività sportiva con persone disabili, si avvale della collaborazione di istruttori altamente specializzati ed i corsi del team da lui presieduto si articolano il segmenti di nove mesi e sono ospitati due sere alla settimana nella palestra della scuola media udinese Ellero.

Il progetto judo e disabilità visive, che gode anche della collaborazione dell'Ambulatorio di Medicina dello Sport per la persona disabile dell'Istituto di Medicina Fisica e Riabilitazione Gervasutta, di Udine, aveva avuto inizio con otto giovani ed ora, dopo Davanzo, Derosa e Marinatto, stanno per ottenere la Cintura nera I dan altri tre atleti. Il presidente della Libertas Regionale, Ceccarelli, ha affermato nell'occasione che "è ammirevole che una società come lo Sport Team Judo Udine, oltre a sviluppare un programma per avvicinare tanti giovani allo sport, riesca a impegnarsi, ed a così alto livello, anche per inserire i disabili; Ceccarelli ha poi sottolineato che la società udinese è l'unica nel settore che svolge un simile programma in provincia di Udine, mentre un'altra, sempre affiliata Libertas, lavora con i non vedenti è a Villanova di Pordenone. Si tratta di realtà - ha concluso Ceccarelli - che con il loro operato danno grande prestigio e orgoglio alla Libertas e che rappresentano al meglio lo spirito dell'Ente di promozione sportiva di lavorare per tutti e di avvicinare il maggiore numero possibile di persone allo sport, che è da sempre anche scuola di vita".

Da parte sua, il sindaco Honsell, nel consegnare agli ospiti una targa con le loro immagini con la Cintura nera, ha espresso il compiacimento della municipalità e proprio per il traguardo raggiunto dai tre atleti, uno dei quali - ha ricordato - è stato anche suo studente di informatica, e si è compiaciuto per l'opera meritoria e rara svolta dalla Società che li ha preparati, superando difficoltà - ha soggiunto richiamandosi a quanto spiegato da Girardi in precedenza - che sono enormi. Gli atleti ciechi, infatti, non potendo vedere i gesti tecnici impostati dall'avversario, devono affidarsi a quanto detto dall'istruttore e al loro istinto. Il sindaco si è anche informato sul percorso seguito per conseguire la Cintura nera, dagli inizi fino all'esame finale con una giuria federale, che si è svolto il mese scorso a Lignano. Infine, Honsell si è soffermato sull'impegno del Comune nei confronti dei diversamente abili e ha assicurato che impegnerà in prima persona per completare al più presto il programmano sistema di avvisatori acustici ai semafori.

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Qui Bolzano del 12-02-2016

Storia di un artista con quattro sensi

Andrea Bianco, bolzanino, classe 1970, marito e padre di quattro figli, è un artista non vedente, che realizza da solo le sue opere dall'inizio alla fine. Il suo sogno? Vedere aprire le scuole delle Belle Arti anche a chi ha un handicap visivo.

BOLZANO. Chiariamo subito una cosa: non parleremo di un non vedente che prova piacere nel dilettarsi di scultura, bensì di uno scultore non vedente. Ci tengo a precisarlo perché altrimenti l'attenzione si poserebbe principalmente sulla sua disabilità (che pure non è da trascurare) e non piuttosto sulle sue opere, o sulla sua arte. Andrea Bianco, quindi, è uno scultore di Bolzano, classe 1970, che attraverso le sue opere riesce a comunicare qualcosa di vivo, e questo fa di lui un artista. È stranamente poco dipendente dalle logiche del mercato, e non si coglie dalle sue parole, come d'altronde dalle sue sculture, alcuna strategia per cavalcare le onde della fama. Alcuni, questa scelta, la ritengono una debolezza, e certamente nel nostro tempo è solito considerarla così, perché con qualche piccolo trucco e compromesso le possibilità di farsi conoscere aumentano in un batter d'occhio "ma - sostiene Andrea - preferisco godere di un sonno tranquillo, sapendo che non ho tradito quello in cui credo, piuttosto che rischiare di diventare famoso dimenticandomi quello che vorrei rappresentare nel mio lavoro".

Non ha intenzione quindi di fare della sua disabilità un elemento di distinzione all'interno del mondo dell'arte, e forse può essere proprio questo un elemento di distinzione. Ma facciamo un passo indietro. Andrea non è sempre stato non vedente, lo è diventato a causa di un incidente automobilistico avvenuto quando aveva ventun anni. Pensate che questo abbia messo fine alla sua vita? Vediamo: a ventiquattro anni si sposa con sua moglie Lara, successivamente diventa padre di quattro figli, all'età di quarant'anni incontra la scultura, sebbene la passione per l'arte ci fosse sempre stata, e trova all'interno di questa espressione artistica il suo, forse nuovo, mondo. Difficile dire quando la sua vita sia cominciata davvero, se prima di perdere la vista oppure dopo, ma il punto è che un evento come questo, per quanto doloroso e traumatico, non va a porsi in contrasto con l'esistenza, ma le dona una nuova forma. Certamente Andrea di forma se ne intende perché, oltre ad averne sentito il cambiamento nel corpo e nella quotidianità, la crea ogni volta che entra nel suo intimo laboratorio situato nel giardino di casa. Una piccola stanza (prima era la cuccia del suo cane) ricca di utensili del mestiere e di un tavolo da lavoro professionale. Quando me la mostra, la sua espressione cambia, e anch'io avverto la magia, la quiete e la vitalità che si nascondono dietro al forte profumo di legno e ai vari attrezzi. Lì dentro c'è più di una passione o di un lavoro, c'è Andrea stesso. Oggi sembra un'illusione avere un lavoro che ci rispecchi, perché ci si sta abituando sempre più a creare un confine netto tra ciò che ci piace fare e ciò che dobbiamo fare, e si finisce che questa distinzione cresce sempre di più, fino a farci dimenticare quello che desideriamo fare davvero.

"Ai miei figli - mi racconta - ho consigliato di seguire le proprie passioni. Ho chiesto loro: cos'è che ti rende felice? Scoprilo e seguilo perché, anche se la prima strada non sarà quella giusta, avrai sempre tempo di cambiare".

Ma perché un'affermazione del genere ci sconvolge tanto? Cos'è che crea un immobilismo tale nella società da rendere il pensiero di Andrea così contro corrente? "Ci sono artisti - spiega a questo proposito - che si concentrano nel rappresentare sentimenti di agonia, di dolore e di disperazione. Sono certo che alcuni di questi lo fanno in modo autentico, e che altri invece lo fanno solamente perché a volte si vende di più; il punto però è che anche l'armonia e la serenità devono trovare posto nella nostra vita, altrimenti ci creiamo un'esistenza a senso unico, chiusa in noi stessi, e ci precludiamo l'opportunità di vedere ciò che di positivo e vivo c'è ancora attorno a noi. Questo significa essere 'ciechi', io invece mi considero solamente non vedente".

Sebbene le occasioni di esposizione nella nostra città non siano così frequenti, come ammette lui stesso, ho avuto occasione di vedere alcune delle sue opere dal vivo, perché la sua stessa casa è un percorso espositivo. I materiali da cui prendono vita sono l'argilla, il marmo e, il suo preferito, il legno. Si passa da rappresentazioni di animali come un pinguino o un ippopotamo, ad un volto di Cristo, per poi arrivare ad una ballerina di flamenco, e a varie figure femminili, ognuna con una sua chiara identità e con un proprio nome. È stato allora che ho capito veramente quello che Andrea mi aveva spiegato a parole. Le sue sculture comunicano, hanno un'anima chiara e sinuosa che emerge dall'insieme dei rilievi e cavità dei materiali. Le forme veicolano dei significati che, per quanto soggettivamente interpretabili, appaiono evidenti, sia alla vista che al tatto.

"Ma - gli chiedo - c'è qualcuno che ti aiuta nella realizzazione pratica?".

"Nessuno tocca le mie opere - precisa - sono io che le formo, dall'inizio alla fine. A consigliarmi però, c'è il mio maestro Nicola Hornaecker, che mi ha insegnato quello che so e che mi dà consigli calandosi nella mia condizione di non vedente. Gli devo molto, lavorare con lui è sempre un'esperienza unica e intensa. A volte anche un po' difficile, perché è estremamente pignolo!"

È chiaro che Nicola non è solo un maestro di scultura per Andrea, ma un vero compagno di vita che gli ha permesso di realizzare il suo sogno.

"All'inizio - continua Andrea - nessuno voleva darmi gli attrezzi per scolpire, perché temevano mi potessi fare inavvertitamente del male. Invece poi guarda com'è andata a finire!"

Nel luglio dello scorso anno ha ideato il primo corso internazionale di scultura per artisti non vedenti tenutosi presso la Sacred Art School di Firenze; il 15 gennaio, presso la biblioteca di Appiano, ha tenuto una conferenza dal titolo "Nonostante tutto quando si vuole si può! Come inseguire i sogni e le aspirazioni superando gli handicap"; ed ha partecipato ad altre numerose conferenze.

Prossimamente, invece, in occasione dell'Educational Day, iniziativa nazionale a cui partecipa anche il Museion ed in cui i visitatori saranno condotti nella mostra bendati, incontrerà lo staff per insegnare loro come capire una statua attraverso il tatto. Sarà poi anche l'ospite d'eccezione di questa giornata che si svolgerà il 6 marzo.

"Il mio sogno - specifica - è far sì che ai non vedenti non sia precluso l'accesso alle scuole di Belle Arti, perché aver perso un senso non significa non averne più, anzi, significa aumentare le capacità degli altri"; e quando gli chiedo quale sia la capacità più importante che abbia imparato nella sua vita mi risponde "sicuramente quella di riuscire ad essere ispirato da tutto quello con cui entro in contatto. Sono convinto, infatti, che andando avanti troverò sempre nuovi stimoli".

Per maggiori informazioni: www.biancoandrea.it

di Jacopo Schiesaro

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Redattore Sociale del 24-02-2016

Per migliorare l'accoglienza, audioguide per ciechi negli alberghi fiorentini

FIRENZE. L'Unione italiana ciechi e ipovedenti di Firenze ha ideato "Firenze a portata di mano", un progetto che intende promuovere l'inclusione sociale delle persone con disabilità visiva e contribuire al miglioramento della qualità dell'accoglienza, dei servizi delle strutture ricettive, dei ristoranti e dei tour guidati.

Il progetto, finanziato dalla Cassa di Risparmio di Firenze e col patrocinio del Comune di Firenze, della Camera di commercio e di Federalberghi, prevede la realizzazione di una ventina di audioguide, messa a punto da Gestione multiservizi srl, per altrettante strutture ricettive, tra alberghi e ristoranti. Attraverso questo semplice strumento il non vedente potrà facilmente trovare, ad esempio, l'interruttore dell'aria condizionata nella sua camera, oppure conoscere il menu proposto dal ristorante. Informazioni semplici, ma essenziali per chi non ha il dono della vista. Siccome però da sola la tecnologia non basta, ecco che l'Uic ha pensato anche a formare il personale di servizio, in modo che camerieri, receptionist, ma anche direttori degli hotel, guide turistiche e, in futuro, pure i tassisti, sappiano correlarsi nel mondo giusto coi non vedenti.

"Puntiamo anche ad accrescere il numero dei visitatori con disabilità visiva, oltre che ad abbattere le barriere culturali. Un disabile visivo contento del servizio offerto tornerà sicuramente più volentieri nella nostra città", ha detto Antonio Quatraro, presidente del consiglio regionale dell'Uic.

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Diario di Udine del 16-02-2016

L'Archeologico di Udine "Museo dell'accessibilità"

UDINE. Il Museo Archeologico si candida a essere, tra i Civici Musei del Comune, il museo dell'accessibilità. La giunta comunale, su proposta dell'assessore alla Cultura, Federico Pirone, infatti, ha approvato un protocollo d'intesa tra il Museo che ha sede in castello e il Comitato Provinciale di Coordinamento delle Associazioni delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie della Provincia di Udine. Il testo, che sarà sottoscritto da tutte le parti, prevede uno stretto rapporto di collaborazione tra il Comune e il Comitato, collaborando a iniziative e progetti sui temi e sugli ambiti di interesse reciproco, apportando ciascuna le competenze e le risorse disponibili, affinché diventi prassi e cultura diffusa e permanente il mettere al centro del sistema museale ogni visitatore con le sue variegate esigenze.

Un primo, concreto, esempio è la mostra «Mense e banchetti nella Udine rinascimentale»

Visitabile fino al 18 settembre, per la rassegna è stata fondamentale la collaborazione con «Progetto Autismo FVG» e con le sezioni di Udine dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e dell'Ente Nazionale Sordi, che ha permesso la realizzazione di alcuni dispositivi per favorire la visita alla mostra come video per persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, video con interpretazione nel linguaggio dei segni e sottotitolati per sordi, audioguide introduttive alla mostra per ciechi e ipovedenti.

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Redattore Sociale del 04-02-2016

Marche, al museo tattile Omero 1,5 milioni in tre anni

Approvato in commissione alla Camera un emendamento del Pd. "Riconoscimento a livello nazionale. ad una esperienza culturale unica nel suo genere"

ANCONA. Un milione e mezzo in tre anni per il museo Omero di Ancona. Nella commissione Affari costituzionali della Camera infatti è stato accolto un emendamento, a prima firma di Irene Manzi e co-firmato dai parlamentari marchigiani del Pd, con il quale si prevede un finanziamento triennale di un milione e mezzo nel triennio 2016-2018 per il museo tattile per ciechi e ipovedenti. "È un ottimo risultato per Ancona e per tutte le Marche che ne escono valorizzate per il riconoscimento che a livello nazionale viene dato ad una esperienza culturale unica nel suo genere- spiega il deputato Piergiorgio Carestia (Pd)- la certezza di 500 mila euro all'anno fino al 2018 consente al Museo di programmare al meglio la propria attività". (DIRE)

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Il Messaggero del 25-02-2016

Il Museo Omero, l'esplorazione dell'estetica del tatto

"Ma esistono davvero le arti visive?" si chiede Aldo Grassini nel sottotitolo del suo ultimo libro, aprendo un varco interpretativo che molto si lega all'unico museo tattile statale italiano (nonché il primo al mondo) e al piacere della conoscenza. Un libro importante e facile da leggere sebbene intessuto su una trama di riferimenti classici resi digeribili dalla leggerezza con cui il suo autore affronta le tematiche culturali dei ciechi, che diventano nuove opportunità per tutti coloro che possono usare ciascuno dei cinque sensi. Insomma, "Per un'estetica della tattilità" (Armando Editore) è la traduzione in parole e concetti della ragione d'esistere del Museo Omero, oltre che un utile strumento pedagogico e un mezzo per esplorare quelle possibilità alla portata di tutti noi che, autocensurandoci per cultura, usiamo il tatto con la parsimonia esperenziale imposta dal "si guarda e non si tocca".

LA BELLEZZA.

Il fatto che la cecità imponga una speciale organizzazione dell'offerta artistica comporta insomma conseguenze molto interessanti per tutti, tanto sul piano della fruizione quanto su quello speculativo. Di fatto, esistendo un'estetica della tattilità che consente alle persone prive di vista di godere della bellezza delle arti (soprattutto plastiche), non si può dimenticare che il tatto è una possibilità di cui dispongono anche i vedenti. Ed ecco che la questione esce dal recinto dell'handicap per assumere carattere universale. Basta poco a dimostrarlo, visto che l'immagine tattile non è altro che un oggetto mentale. E il presupposto dice che ci eleviamo dal puro piacere sensibile (esperienza edonistica) alla sfera estetica quando lo stimolo sensoriale mette in moto il processo interiore per cui associamo, in forma libera, concetti, ricordi, emozioni, sentimenti: una sorta di cortocircuito mentale che ci induce alla scoperta del significato delle cose attivando remoti collegamenti tra esperienze personali e acquisizioni culturali.

Se la pittura (che può solo essere raccontata quando contiene un messaggio esplicito) reca in sé il limite del linguaggio visivo specifico per i non vedenti, le scultura pone quel confine ben più avanti perché i ciechi (e non solo) possono guadare con le mani e leggere la bellezza attraverso l'andamento armonico o volutamente disarmonico delle forme. Il contatto della mano con l'oggetto produce una grande varietà di sfumature sensoriali che i vedenti sono abituati a trascurare. Temperatura, solidità, peso dei materiali, ma anche levigature e asperità, costituiscono ulteriori stimoli all'elaborazione intellettuale che possono essere offerti dall'originale quanto da una copia ben fatta, nonostante le radicate riserve dei puristi sul valore della riproduzione. Su tali convinzioni è nato l'Omero, che da oltre vent'anni accoglie opere ed esperienze per vedenti e non vedenti, che periodicamente sa uscire da sé per incrociare iniziative culturali che amplificano il piacere della percezione. Alla fine degli anni novanta il giornalista tedesco Michael Frank lo definiva "spazio del gioco dei sensi", in un articolo sul quotidiano Süddeutsche Zeitung, perché aveva vissuto da vicino la stagione dell'Edipo del Teatro del Lemming con gli "spettatori" bendati, delle Stanze sensoriali di Silvia Fiorentino alla Mole, dei progetti condivisi con Renate Ramge (la vedova di Umberto Eco, esperta in didattica museale) quando Antonio Luccarini era assessore alla cultura. Molte cose sono accadute da allora, compreso il trasferimento della sede dell'Omero alla Mole, dove si legano musica e tattilità ("Dirà l'argilla" di Paolo Annibali è stato un bel momento), si tengono laboratori e fortunati incontri, restando sempre al centro dell'attenzione internazionale. Non tutti sanno che la sezione tattile del Louvre è stata organizzata con il museo di Ancona, imprescindibile riferimento quando si vuol creare una app sulla fruizione dell'arte.

di Maria Manganaro

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Famiglia Cristiana del 07-02-2016

Laboratori di make up per non vedenti

TORINO. Con gli occhi chiusi, ha provato a mettere fard, ombretto, matita e rossetto. Così, Vasselina Soldatova, esperta di cosmesi e cura della pelle, si è esercitata per poter insegnare l'arte del make up a donne e ragazze con disabilità visiva.

Una "competenza" particolare che le permette di essere docente al laboratorio "La cura di sé", promosso, per il terzo anno, dall'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti - sezione provinciale di Torino. Partito mercoledì 27 gennaio, con una decina di partecipanti, si svilupperà in dieci incontri teorico-pratici della durata di un'ora e mezza ciascuna.

«Trovo che le persone non vedenti - non tutte - tendenzialmente trascurano un po' l'aspetto esteriore», spiega Titti Panzarea, vicepresidente della sezione torinese dell'Uic (oltre che responsabile delle pari opportunità), non vedente dalla nascita. «E non va bene, noi dobbiamo vivere alla pari gli altri. Una donna che non vede è donna tanto quanto una che vede bene. Purtroppo, la società ci considera diversi, ma non è così. Io ho avuto una famiglia meravigliosa, che mi ha sempre sostenuta, che fin da piccola mi ha stimolata. Nella vita, ho imparato a fare tutto. Certo, ci sono i limiti, ci sono i tempi più lunghi, per fare quello che una persona vedente fa in cinque minuti, io magari ho bisogno di un quarto d'ora. Eppure, ho studiato, lavorato, portato avanti la famiglia... Si può fare, si deve fare. Il laboratorio di trucco rientra in questo "smuovere" le persone, così come gli altri corsi che organizziamo, di cucina, di pasticceria...».

Come si riesce a truccarsi senza potersi guardare in uno specchio?

«L'importante è seguire i gesti. Io ho parecchia manualità e, facendomi applicare il trucco dalle amiche, sentendo le loro dita, ho memorizzato e imparato a ripetere quei gesti. Mi trucco da quando avevo vent'anni e oggi sono in pensione. Però, confesso che, siccome non mi sento mai del tutto sicura, mi faccio sempre guardare da qualcuno, che mi dica se sono a posto».

Qual è l'obiettivo del laboratorio?

«Non certo quello di creare professioniste del trucco, l'obiettivo è portare qualsiasi donna a raggiungere un livello di autonomia nella cura di sé, poi c'è chi è più brava, e chi meno, come in qualsiasi altra attività. Ma tutte devono poter sentirsi in ordine con sé stesse e con gli altri. La vista è il senso più importante e la disabilità visiva è una cosa seria, ma, piano piano, con pazienza, tutto si può fare. Le mani sono i nostri occhi».

Qualche suggerimento pratico?

«Io, per esempio, non compro mai trousse dove ci sono tanti colori, compro scatoline singole o quelle che contengono al massimo due sfumature di un ombretto e, per ogni scatolina, appiccico l'etichetta che scrivo in braille».

Il laboratorio è aperto anche a chi non ha problemi di vista, donne e anche uomini?

«Certo, perché il mondo esterno non conosce le nostre problematiche. Quello che si riesce a fare insieme, ci aiuta a farci conoscere. Poiché il corso di quest'anno non si ferma all'insegnamento specifico sul trucco, può essere di interesse anche per gli uomini. Si parlerà di cura del viso, dei giusti prodotti da usare, quelli più naturali, di relazione tra alimentazione e cute, dei trattamenti anti-età, e impareremo la tecnica dell'automassaggio». Una cura del viso che diventa cura dell'anima.

di Romina Gobbo

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L'agenda: appuntamenti del mese di marzo

- 2 Riunione Consiglio Nazionale UICI in audio-conferenza

- 3 Riunione Direzione Nazionale UICI

- 5 UICI Como: celebrazione della Festa della Donna - Pranzo fra Soci ed amici e visita presso il Museo Don Guanella di Como

- 5 UICI Cremona - Celebrazione 9° Giornata Nazionale del Braille - Teatro Monteverdi Via Dante 149, Cremona, ore 20.30: Spettacolo di arte varia

- 5 UICI Mantova - Celebrazione 9° Giornata Nazionale del Braille - Auditorium Monteverdi del Conservatorio Lucio Campiani di Mantova Via della Conciliazione n. 33, Mantova, ore 17.00: Concerto Pianistico di musica contemporanea tenuto dal Maestro Sergio Mancini ed esibizione canora di Federica Grazia e Vanessa Tagliabue Yorke

- 6 UICI Brescia: celebrazione Festa della Donna - Pizzata fra Soci ed amici e "Corsa Rosa"

- 12 UICI Lombardia - Riunione Commissione Regionale Ipovedenti

ORDINE DEL GIORNO

1. comunicazioni della Presidenza Regionale;

2. analisi delle situazioni sezionali nell'ambito dell'ipovisione;

3. analisi delle linee-guida scaturite dal Congresso di Chianciano;

4. proposte di lavoro per il quinquennio 2015-2020;

5. proposta di un questionario da sottoporre ai soci ipovedenti;

6. varie ed eventuali.

- 13 UICI Pavia: celebrazione Festa della Donna - Pranzo con poesia e musica fra Soci ed amici

- 18 UICI Lombardia - Riunione Ufficio di Presidenza

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Flashback: nel mese appena trascorso

Nel mese di febbraio si sono riunite le seguenti Commissioni Regionali

- 27 Commissione Regionale Cani Guida

ORDINE DEL GIORNO

1. comunicazioni della Presidenza;

2. linee programmatiche emerse dal XXIII Congresso Nazionale per i Cani Guida;

3. relazione sul Convegno di Bologna del 12 ottobre 2015;

4. varie ed eventuali.

- 27 Commissione Regionale Centralinisti

ORDINE DEL GIORNO

1. comunicazioni della Presidenza regionale;

2. circolare della Sede Centrale per le nuove liste provinciali per il collocamento legge 113;

3. linee guida dei centralinisti telefonici emerse dal XXIII Congresso Nazionale;

4. varie ed eventuali.

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