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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


IL BLOCNOTES

NOTIZIARIO INFORMATIVO DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI

A cura di Massimiliano Penna

Febbraio 2016

SOMMARIO

La riabilitazione visiva rientrerà mai nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)? Ad oggi, la riabilitazione visiva in Italia resta un'opera incompiuta

Di Angelo Mombelli

E' un fatto di cronaca che in Italia vengano progettate strutture che poi non trovano mai utilizzo, restando incomplete e abbandonate, con un notevole sperpero di risorse. Per noi cittadini, è difficile ipotizzare altre cause che non siano riconducibili all'incuria e alla superficialità degli amministratori. In una parola: stupidità. Anche per quanto ci riguarda, nel nostro piccolo, stiamo assistendo a qualcosa di analogo. Vi spiego.

L'art. 26 della legge n.833 del 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, prevedeva che a carico delle nascenti Unità Socio-Sanitarie Locali ci fosse la riabilitazione sensoriale; le nostre leggi sono spesso lungimiranti e ineccepibili, ma come afferma il proverbio, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. E la burocrazia.

La riabilitazione sensoriale, infatti, è rimasta per molti anni solo sulla carta, finché, grazie alle pressioni della nostra Unione, nel 1997, con la legge n. 284, non vennero stanziati 5.000 milioni delle vecchie lire per la creazione e il potenziamento dei cosiddetti Centri di Educazione e Riabilitazione Visiva per Ipovedenti.

All'epoca, nel mondo occidentale, la riabilitazione visiva era ormai un fatto consolidato da circa un ventennio: come al solito, malgrado l'enunciazione del principio nella sopracitata legge n. 833, siamo arrivati tra gli ultimi. Fu sempre l'Unione, per prima, ad organizzare corsi specifici per formare i riabilitatori, sotto lo sguardo diffidente e scettico del mondo accademico.

Gli stanziamenti di cui alla legge n.284, sono stati regolarmente erogati dalle Regioni fino al 2013 per un importo complessivo di 80 miliardi di lire in sedici anni, su per giù pari ad attuali 41 milioni di euro. Dal 2013 l'importo è stato ridotto a circa 400 mila euro annui.

Ancorché i predetti stanziamenti, in molte realtà, siano stati utilizzati per impegni socio-assistenziali che non avevano nulla a che fare con la riabilitazione visiva, le risorse utilizzate per la creazione o il potenziamento dei Centri di Riabilitazione Visiva sono state notevoli: gli enti interessati hanno presentato numerosi progetti alle rispettive amministrazioni regionali; queste ultime hanno provveduto a concedere l'accreditamento e lo stanziamento delle risorse indicate nei preventivi per l'acquisizione della strumentazione destinata ai nascenti servizi.

Eccoci però giunti all'anello finale della catena: i centri nascevano ed erano dotati di strumentazione all'avanguardia, ma a mancare era una cosa fondamentale: la remunerazione degli addetti ai lavori, gli oculisti, i riabiliatori e il resto del personale. Ecco quindi la nostra opera incompiuta: somme importanti stanziate per il processo riabilitativo ed il materiale relativo sottoutilizzato per mancanza di fondi finalizzati all'attività e alla gestione ordinaria dei centri.

Questo è il quadro della situazione attuale. Ora, ciò che potrebbe sbloccarlo, è l'inclusione della riabilitazione visiva all'interno delle tariffe ambulatoriali (il cosiddetto LEA, Livelli Essenziali di Assistenza); ciò eviterebbe a tutte le strutture che oggi agiscono in convenzione con le ASL di arrabattarsi con modalità improprie per riuscire a sopravvivere.

Soprattutto grazie alle pressioni costanti della nostra IAPB e del Polo Nazionale di Servizi e Ricerca per la Riabilitazione Visiva, dopo vari incontri tra i Centri di Riabilitazione e il Ministero della Salute, sembra che il problema sia in via di soluzione. Dico sembra perché a data odierna la situazione non è chiara: in un primo momento, la riabilitazione pareva essere stata inclusa nel LEA, poi no; però a dicembre una funzionaria del Ministero della Salute ci diede conferma dell'inclusione, e del fatto che il decreto relativo al LEA sarebbe stato pubblicato a breve in Gazzetta Ufficiale. A tutt'oggi però non ce n'è traccia. Nemmeno il sottoscritto è riuscito ad avere la certezza che l'iter del provvedimento sia giunto a conclusione.

Torno a ribadire che notevoli risorse sono state stanziate, e che il materiale acquisito è sovente giacente presso le strutture o sottoutilizzato. Un'opera incompiuta, insomma.

Nei giorni scorsi, il Ministero della Saluto ha reso pubblica la relazione annuale al Parlamento relativa alla legge 284/97, un documento che descrive tutte le attività istituzionali messe in campo, durante l'anno, riconducibili alla gestione della prevenzione dell'ipovisione e della cecità.

E' lo stesso Ministero, nelle conclusioni, a evidenziare la situazione di criticità del sistema, affermando: "Fintanto che le stesse attività di riabilitazione visiva non saranno ricomprese nei LEA, sicuramente la riduzione dei finanziamenti ai Centri, con drastica contrazione dell'erogazione dei fondi negli ultimi anni, sarà un forte elemento di criticità in quanto i Centri di Riabilitazione visiva, come richiesto dalla normativa, programmano tutte le attività sulla base dei finanziamenti che ricevono. Il taglio delle risorse quindi potrà impattare sulle prestazioni erogate e sui servizi offerti ai disabili visivi, in contrasto proprio con quanto richiesto a tutti gli Stati membri dall'OMS e dalla Convenzione ONU sui diritti dei disabili [...]"

Dal 1978, anno di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale ad oggi sono trascorsi 38 anni (ripeto: 38!). Forse al 50° anniversario potremmo brindare alla conclusione della vicenda.

Mentre scrivo queste righe mi sovviene una battuta di Albert Einstein: "Esistono due cose infinite: una è l'universo, l'altra è la stupidità umana. Per quanto riguarda l'universo la questione è alquanto incerta...".

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Giornale UICI del 20-01-2016

La Commissione OSI è morta?

di Nunziante Esposito

Tante persone mi stanno telefonando perché, avendo notato che nella circolare del Presidente Nazionale Mario Barbuto non c'è la Commissione OSI, mi pongono questa domanda. La risposta è senz'altro no.

Premessa.

Per chi ci conosce da tanti anni, sa anche che siamo rimasti i soliti e restiamo a disposizione per le esigenze associative, perché come tecnici dell'accessibilità siamo stati formati proprio per questo motivo.

Con le ultime vicende associative, Congresso, elezione dei componenti la Direzione Nazionale e gli incarichi ai coordinatori delle varie Commissioni Nazionali, l'Unione Italiana dei Ciechi e degli ipovedenti ha avuto un bel rinnovo nei suoi dirigenti e non solo.

Infatti, uno dei cambiamenti è proprio l'eliminazione della Commissione OSI come tale, ma è stata trasformata in Gruppo OSI, un gruppo tecnico con la possibilità di inserire al suo interno persone preparate sui controlli di accessibilità dei siti e dei software.

Oltre a cambiare nome che è stato trasformato da Commissione OSI in Gruppo OSI, è stato cambiato anche il coordinatore. Infatti, il coordinamento di tale Gruppo è stato affidato al componente la Direzione Nazionale Sig. Vincenzo Zoccano che riorganizzerà il Gruppo OSI secondo le direttive ricevute.

Mi è venuta voglia di scrivere una breve storia a grosse linee per questa Commissione speciale, se vogliamo un po' strana e fuori dai canoni associativi, perché dalla sua costituzione ne ho fatto parte, dedicando al lavoro fatto nei quindici anni di durata, tutta quella attenzione e quella passione che serve per le cose importanti per la nostra autonomia.

In sostanza sono molto orgoglioso di aver fatto parte per tanti anni di questo gruppo di tecnici e, interpretando sicuramente anche il pensiero degli altri, penso che saranno orgogliosi anche tutti gli altri per averne fatto parte.

Ciò premesso, spero di non annoiarvi con un po' di storia associativa. Si, proprio storia associativa, visto che questa commissione ha scritto una bella pagina per l'accessibilità dei siti Internet e non solo. infatti, gli ultimi traguardi già raggiunti sono il software accessibile per il dispositivo di Firma Digitale di Poste Italiane ed i quattro registri digitali on-line per gli insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado. Inoltre, tra non molto, è previsto per il 15 Gennaio la prima apertura ai dipendenti, abbiamo quasi concluso il lavoro per il sito di EsseLunga che a metà dicembre dell'anno scorso stavamo ancora lavorando io e Massimiliano Martines, ipovedente della ex Commissione.

Ma vediamo come abbiamo iniziato e come abbiamo portato avanti il lavoro che ci ha sempre entusiasmato fin dall'inizio, quando Internet che diventava grafico era una novità e con i nuovi screen-reader siamo partiti come Donchisciotte contro i mulini al vento.

E, manco a dirlo, tante persone, anche all'interno della nostra associazione, non ci hanno mai considerati utili alla causa accessibilità, anzi, il più delle volte ci hanno anche contrastato. Ma non importa, tanto sono poi i risultati che mettono in evidenza il lavoro svolto per 15 anni. Forse avremmo dovuto lavorare molto meno ad aiutare tanti tecnici programmatori a fare accessibilità e avremmo dovuto fare più pubblicità multimediale per far conoscere il nostro lavoro che, per lo più è stato fatto in sordina e senza enfasi.

Purtroppo, proprio perché si tratta del Web, solo evidenziando attraverso le pagine internet certe cose si riesce a far rumore e a farsi considerare all'improvviso esperti di accessibilità, devo convenire che l'errore commesso è stato quello di mancata pubblicità idonea all'importanza dell'argomento e del lavoro che è stato fatto .

Però, nel frattempo abbiamo fatto concretamente tantissima divulgazione teorica e pratica dell'accessibilità dei siti e dei software Web e non ci siamo limitati solo a creare un sito con il quale mettere alla berlina chi non faceva accessibilità. Il sito lo abbiamo sempre avuto ed è ancora in funzione e lo sarà fino a quando non lo chiuderemo: http://www.uiciechi.it/osi/ e non contiene nemmeno tutto il lavoro fatto negli anni: un sito serio che ha mostrato a tanti webmaster cosa non fare per impedire ai ciechi e agli ipovedenti di usufruire del Web. Abbiamo sbagliato, dovevamo fare una semplice pagina dove evidenziare i buoni ed i cattivi e, secondo alcuni, avremmo fatto meglio ed avremmo ottenuto più risultati. Ma, rimanendo concreti come lo siamo sempre stati, vediamo negli anni cosa è stato fatto.

Anche se non sembra essere passato tanto tempo, sono passati ben 15 anni ed i componenti, io compreso, abbiamo tutti un bel gruzzolo di anni in più.

Un altro motivo per cui sto scrivendo questa breve storia è per testimoniare a tanti giovani il lavoro fatto in tanti anni, perché non è farsi fare un sito, fare un sondaggio, fare reclami stupidi all'agenzia dell'accessibilità che si risolvono i problemi. Tanti anni mi hanno insegnato che se non si affrontano i problemi in modo adeguato con chi ha la possibilità di nascondersi dietro al dito, non si arriva da nessuna parte. Infatti, basta che un Webmaster può addurre problemi di sicurezza e si è fregati in partenza se non sappiamo come indurlo a fare accessibilità.

Quando nel 2000 fummo chiamati dal Presidente di allora, Prof. Tommaso Daniele, demmo la disponibilità a fare dei test ai siti più di 40 persone e dopo qualche incontro preliminare per organizzare il lavoro, facemmo i test ai siti che scegliemmo noi stessi di testare.

Ricordo che in questi incontri preparatori, quando ci si consultava tra noi, quasi nessuno aveva La linea ISDN che consentiva di viaggiare a 64 bit al secondo e usavamo tutti i modem che promettevano 36 K bit al secondo, ma quasi mai raggiungevano tali velocità.

Ragazzi, come è cambiata la nostra vita, ormai siamo pressoché sempre connessi e quasi sempre usiamo la banda larga e qualche volta quella larghissima.

Terminati i test che facemmo con tanta cura e passione con le attrezzature che avevamo, quasi mai completamente adeguate al lavoro da fare, venne organizzato il convegno di Palermo nel mese di Aprile del 2001.

In quella occasione, quando i responsabili della Pubblica Amministrazione chiesero al nostro Presidente di avere un Gruppo di persone contenuto con cui interloquire ed avere un certo filtraggio delle richieste di accessibilità, il Prof. Tommaso Daniele ci invitò a partecipare a tale Gruppo che inizialmente fu chiamato Gruppo di contatto. Tra le persone che alzarono la mano, furono scelti: Gaetano Contestabile, Giuseppe Fornaro, Nunziante Esposito, Massimiliano Martines e Massimo Vettoretti.

Dopo pochi mesi, chiedemmo ed ottenemmo di fare un corso per imparare l'HTML riferito all'accessibilità ed il dott. Salvatore Romano che ci coordinava, ci fece organizzare un corso adeguato ad apprendere cognizioni di accessibilità che in quel periodo cominciavano a essere richieste per consentire a tutti di usufruire di quello che offriva Internet.

A Roma, per la partecipazione al corso che si tenne nella sede IRIFOR di allora, dei cinque componenti scelti al Convegno di Palermo, ne arrivarono solo quattro, perché nel frattempo il componente Massimo Vettoretti decise di non partecipare ne al corso, ne al Gruppo. Tanto per darne notizia, fu nel 2001 che fu costruito l'attuale sito http://www.uiciechi.it/ e fu proprio l'ingegnere Lorenzo Foti che lo stava costruendo a farci il corso.

Dopo poco tempo la Direzione nazionale decise di modificare il Gruppo di contatto in Commissione OSI e fummo invitati a Roma a partecipare alla prima riunione di Commissione con la quale stabilimmo assieme al dott. Salvatore Romano come iniziare a lavorare per l'accessibilità.

Inizialmente avevamo molte richieste di partecipazione ai convegni nei quali dovevamo parlare di accessibilità, ma devo dire che erano altri tempi ed i rapporti tra noi e la sede centrale erano soggetti a timbri, protocolli e lungaggini varie, nonché alle decisioni della Direzione Nazionale e il permesso per partecipare al convegno arrivava quasi sempre dopo che il convegno era terminato.

Migliorati questi rapporti, i quattro componenti della Commissione OSI cominciarono a partecipare ai convegni, riportando i problemi che cominciavamo ad avere nella navigazione dei siti a causa della grafica spinta che si cominciava ad inserire nelle pagine HTML.

Le manifestazioni che si svolgevano sul territorio nazionale erano tante per cui si andava a parlare di accessibilità a turno. Tra i convegni più importanti, abbiamo partecipato a quelli del Web-it che si tenevano a Padova, a quelli che si tenevano alla fiera di Milano e tanti altri in giro per l'Italia, per parlare di accessibilità pressoché ovunque, perché non c'era un convegno al quale non eravamo invitati.

Quando nel 2004 fu approvata la legge 4/2004, chiamata anche "Legge Stanca", sembrava aver risolto tutti i problemi per l'accessibilità dei siti e non solo. Praticamente ci eravamo solo illusi, per non aver fatto i conti con una legge che, non sanzionando praticamente nessuno, ne tantomeno obbligava a fare accessibilità se i siti venivano fatti in casa, praticamente, è stata fino ad un paio di anni fa completamente inutile. Non è che ora ci protegge, ma dopo aver adeguato i decreti attuativi, abbiamo l'agenzia dell'accessibilità che interviene e, quando si tratta di siti pubblici, obbliga a fare accessibilità secondo la legge.

Dopo i primi cinque anni, sollecitato da tante parti, il Presidente Daniele integrò un quinto componente della commissione con un consigliere della sezione di Roma Alessandro Baldi, e due nostri conoscenti, Nicola Ferrando e Luca Davanzo, che frequentavano assieme a noi l'unica lista tecnica esistente per i disabili visivi: UicTech.

Quando si è insediata la nuova Commissione OSI, decidemmo con il dott. Salvatore Romano di allargare le attività di cui ci dovevamo occupare, per cui è stato creata la pagina Osservatorio Siti Internet, http://www.uiciechi.it/osi/, venne creata la lista di Yahoogroups, uic-helpexpress, venne avviato il servizio telefonico su numero verde, e decidemmo anche di dividerci i compiti per lavorare meglio producendo test di accessibilità per chiunque ce li chiedeva.

Di lavori ne abbiamo fatti tanti, basta guardare sul sito OSI, e, tra essi ne abbiamo seguiti alcuni di una certa importanza per l'autonomia dei ciechi e degli ipovedenti italiani. Tra quelli che ricordo di più, anche perché li ho seguiti personalmente assieme agli altri componenti della commissione, mi fa piacere ricordare:

- Partecipazione al Gruppo IRIFOR per la firma digitale accessibile, quella ottenuta da Infocert e che non ci hanno più aggiornata e che non possiamo più usare.

- Accessibilità dei dispositivi ATM di Poste Italiane, che, ufficiosamente ho saputo che sono ancora in costruzione.

- Accessibilità dei bancomat parlanti che tante banche stanno usando da anni.

- Accessibilità degli ATM a guida vocale degli uffici postali, lavoro terminato ed in fase di attuazione su tutto il territorio.

- Accessibilità dei siti del Governo, della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

- Accessibilità di tanti siti e, grazie al nostro contributo assieme a quello di altre associazioni, abbiamo contribuito a rendere più accessibile il Web in generale.

- Accessibilità dei CMS, che abbiamo contribuito a renderli più accessibili, collaborando con programmatori Web che in quel periodo lavoravano nelle comunità di sviluppo di Plone, WordPres, Drupal e Joombla, i più diffusi CMS del Web.

- Personalmente ho personalizzato il CMS ItCms Vigile con il quale ho programmato i siti UICI di Napoli e della Campania.

Negli ultimi cinque anni i lavori si sono un po' rallentati, forse perché siamo ancora aumentati di numero o forse perché qualche componente del gruppo si era impegnato per altre cose associative, o perché qualcuno si era scocciato, o perché qualcun altro riteneva questo gruppo inutile, alla fine solo perché la passione per l'accessibilità era ed è innata in alcuni di noi, forse abbiamo ottenuto i risultati migliori.

Infine, proprio mentre la commissione OSI terminava il suo mandato come commissione, abbiamo avuto la fortuna di ottenere i risultati migliori e proprio quando personalmente non me lo sarei più aspettato.

Le attività, al momento del Congresso cessate quasi completamente, sono state portate avanti fino a metà Dicembre, concludendo nell'ultimo anno tre importantissimi lavori:

- 4 registri scolastici accessibili: Spaggiari, ARGO, AXIOS e Nuvola.

- Firma Digitale di Poste Italiane Accessibile.

- Sito di e-commerce EsseLunga accessibile.

Chiuso il 2015 con questi importanti risultati, rimasti quasi tutti nel Gruppo OSI, siamo in attesa che il coordinatore del gruppo ci faccia conoscere gli altri componenti che si aggiungeranno a noi e che ci dia le direttive per continuare il lavoro che la Direzione Nazionale ed il Presidente Mario barbuto hanno previsto per questo gruppo di tecnici.

Quindi, tirando le conclusioni, la Commissione OSI non è affatto morta, anzi, si è rinnovata, si è rinforzata e continuerà a lavorare per rimanere a guardia della cosa più importante che dobbiamo superare in questo momento: l'accessibilità che non è più quella dei soli siti Internet. Infatti, il discorso accessibilità riguarda sempre ed anche i siti Internet, ma non riguardando più solo i siti, c'è bisogno di stare all'erta per quella individuata in tutte le cose che la rivoluzione tecnologica in atto già da qualche anno ci ha fatto temere, mettendoci in crisi esistenziale, con il rischio di farci restare esclusi da questo processo di rinnovamento epocale che vede tutti i dispositivi interconnessi in rete.

Nunziante Esposito

nunziante.esposito@uiciechi.it

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Tratto dal notiziario della sezione di brescia

TIM Linea Casa - Agevolazioni Internet per non vedenti totali - Gestione disservizi

Riceviamo questa importante comunicazione da Emanuele Ceccarelli della sede centrale:

Con riferimento alle agevolazioni Internet Linea Casa per non vedenti totali, ci pervengono numerose segnalazioni, da parte di nostri soci clienti TELECOM, che lamentano, soprattutto nel recente passaggio aziendale in TIM e la pubblicazione dell'offerta commerciale TIM SMART ADSL, la mancata applicazione della riduzione tariffaria per inspiegabili ragioni, il più delle volte riconducibili a scarsa preparazione degli addetti al call center aziendale.

Vi richiamo l'attenzione sul par. 3.3 della Carta dei Servizi per la Linea di Casa (pag. 10), che riguarda le Agevolazioni per Clienti con bisogni speciali.

Tra le varie agevolazioni, appunto, vengono confermate per i nuclei familiari di cui faccia parte un cieco totale:

Internet a consumo - 90 ore di navigazione gratuita, o in alternativa

Internet FLAT o SEMIFLAT - riduzione del 50% dell'importo mensile di abbonamento (tra cui rientra il TIM SMART ADSL)

Fonte del diritto: Deliberazione AGCOM n. 514/07/CONS e n. 202/08/CONS.

Come è noto, per ottenere l'agevolazione, va compilata l'apposita modulistica, reperibile alla pagina https://www.tim.it/assistenza/per-i-consumatori/info-consumatori-fisso/agevolazioni-economiche allegando il verbale medico-legale di cecità totale e copia della carta d'identità.

(*) Nota Bene: la modulistica è distinta a seconda della tipologia di servizio agevolato che verrà richiesto.

Ferme restando le particolari esigenze del singolo, a mio avviso, per la generalità dei casi, allo stato attuale la riduzione del 50% del costo di abbonamento mensile ADSL per chi ha o richiede l'offerta TIM SMART ADSL di tipo flat (CASA o FIBRA) risulta essere la più conveniente.

In ogni caso, vi preciso che eventuali limitazioni applicate da TIM, così come da altri gestori di telefonia fissa, alle agevolazioni Internet Linea Casa per non vedenti totali sono contra legem e passibili di rivalsa da parte dei clienti direttamente interessati (per i clienti TELECOM, i rimborsi dovranno essere gestiti secondo le disposizioni previste all'art. 23, comma 4, delle Condizioni Generali di Abbonamento al Servizio Telefonico, secondo cui: <Ove sia riscontrata la fondatezza del reclamo, anche nell'ipotesi di frode accertata, TIM provvede alla restituzione degli eventuali importi pagati dal Cliente, operando eventualmente anche in compensazione nella successiva Fattura e rimborsando al Cliente gli interessi legali per il periodo intercorrente tra l'avvenuto pagamento e la data del rimborso>).

Ricordate, altresì, che <L'esito del reclamo è comunicato al Cliente per iscritto entro 30 giorni solari dal momento in cui il reclamo è pervenuto> (comma 3, art. 23 citato), a pena di richiesta di corresponsione alla TIM anche dell'indennità per il ritardo nella gestione del reclamo stesso (ex art. 19), oltre, ovviamente, al risarcimento del danno per eventuale mancata applicazione della agevolazione Internet ed altri possibili disservizi.

L'indirizzo a cui inviare i reclami (per RACCOMANDATA A/R) è il seguente:

Telecom Italia S.p.A. Servizio Clienti Residenziali

Casella Postale 211

14100 Asti

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Dalla sezione uici di como

GITA SOCIALE in ANDALUSIA dal 19 al 24 APRILE 2016

LA SEZIONE PROVINCIALE DI COMO DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI, PER FESTEGGIARE IL 70° ANNO DI FONDAZIONE, ORGANIZZA UNA GITA STRAORDINARIA IN ANDALUSIA DAL 19 AL 24 APRILE 2016 PV. CON IL SEGUENTE PROGRAMMA

UN MERAVIGLIOSO VIAGGIO CULTURALE

Dal 19 al 24 Aprile 2016

- 1° GIORNO: COMO/LECCO - MALAGA - TORREMOLINOS (15 Km)

Ritrovo dei partecipanti a Como e Lecco, trasferimento in Pullman Gt alla volta dell'aeroporto di Milano Malpensa. Arrivo in aeroporto in tempo utile per il disbrigo delle formalità d'imbarco. Volo di linea diretto alle ore 11.45 per Malaga. Arrivo in Spagna e incontro con l'assistenza e trasferimento per il centro di Malaga, visita panoramica della città. Al termine trasferimento in Hotel 4* a Torremolinos. Sistemazione nelle camere riservate, cena e pernottamento.

- 2° GIORNO: TORREMOLINOS - GRANADA (270 km)

Prima colazione in Hotel. Partenza per Granada. Al mattino visita panoramica della città, pranzo in ristorante. Il pomeriggio visita dei principali monumenti della città con guida locale: importantissima l'Alhambra, dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'Umanità in quanto è il più celebre complesso architettonico dell'arte Araba (ingresso incluso). Proseguimento della visita con accompagnatore al centro con Plaza Isabel La Catolica, la Gran Via, la Piazza Rib-rambla. Rientro nel tardo pomeriggio in Hotel, cena e pernottamento.

- 3° GIORNO: TORREMOLINOS - RONDA (210 Km) - MARBELLA

Prima colazione in Hotel. Mattinata dedicata alla visita di Ronda con guida locale parlante italiano. Paesino dalle case bianche, fra i più ammirati, situato su un altopiano e spaccato in due dal fiume Tajo. Passeggiata attraverso le strade tortuose e intricate, le piccole piazze, l'esterno della Plaza de Toros più antica di Spagna. Pranzo in ristorante. Proseguimento per Marbella e tempo libero. Rientro nel tardo pomeriggio in Hotel, cena e pernottamento.

- 4° GIORNO: TORREMOLINOS - CORDOBA (340 km) - SIVIGLIA

Prima colazione in hotel. Partenza per Cordoba. Visita guidata della città, in particolare alla celebre cattedrale-moschea, considerata la più vasta dopo la Casbah della Mecca e passeggiata nelle viuzze caratteristiche del nucleo antico. Pranzo in ristorante. Pomeriggio libero. Proseguimento per Siviglia, sistemazione nelle camere riservate in hotel 4*, cena e pernottamento.

- 5° GIORNO: SIVIGLIA

Prima colazione in Hotel. Intera giornata dedicata alla visita guidata della città, in particolare della Cattedrale, terzo Tempio cristiano al mondo per grandezza e complesso armonioso di straordinaria bellezza, con la sua "Giralda", antico minareto della moschea divenuto poi il campanile della cattedrale. Pranzo in fase di escursione. Rientro nel tardo pomeriggio in Hotel, cena e pernottamento

- 6° GIORNO: SIVIGLIA - MILANO - COMO/LECCO

Prima colazione in Hotel. Giornata libera dedicata alla visita di Siviglia. Pranzo in hotel. Trasferimento in tempo utile in aeroporto per il disbrigo delle formalità d'imbarco. Volo di Linea in partenza da Siviglia alle 20.30, arrivo a Bergamo alle 23.05 e trasferimento a Lecco e dintorni.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE (MIN. 30 PAGANTI): 899.00 EURO

SUPPL. SINGOLA 160.00 EURO

EVENTUALE ASSICURAZIONE ANNULLAMENTO FACOLTATIVA 65 EURO PER PERSONA (per motivi certificabili e imprevedibili all'atto della prenotazione, non sono contemplate malattie preesistenti e croniche)

LA QUOTA COMPRENDE:

LA QUOTA NON COMPRENDE:

PER MANTENERE INVARIATO IL PREZZO DEL VOLO, OCCORRE "GIOCARE IN ANTICIPO", PER CUI NEL CASO SI DECIDESSE PER TALE PROGRAMMA CON IL VOLO, OCCORRE TRASMETTERE ALL'AGENZIA I NOMI E COGNOMI ESATTI DEI PARTECIPANTI CON IMMEDIATO VERSAMENTO DELLA QUOTA RELATIVA AL BIGLIETTO AEREO PARI A 300 EURO PER PERSONA ENTRO IL 15/02/2016. I BIGLIETTI EMESSI NON POTRANNO ESSERE RIMBORSATI. I BIGLIETTI EMESSI SUCCESSIVAMENTE POTREBBERO SUBIRE AUMENTI TARIFFARI.

Orari indicativi dei voli:

19/04/2016 Malpensa 11.45 - 14.20 Malaga

24/04/2016 Siviglia 20.30 - 23.05 Bergamo

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Ricordando Marcella Panza

di Mirella Gavioli

La Sezione dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus di Mantova, vuole onorare la memoria della "maestra" e amica Marcella Panza, recentemente scomparsa, con una pubblicazione, quale segno di considerazione e riconoscenza per tutto ciò che, nel suo "vivere terreno", ha saputo rappresentare e condividere con tutti coloro che l'hanno conosciuta, apprezzata ed amata, a partire dalla famiglia, dalla scuola come allieva, poi come insegnante, per proseguire in tutti quegli ambiti associativi, religiosi e culturali che l'hanno vista attiva ed indimenticabile protagonista.

Marcella ha sempre considerato la nostra Unione, una seconda famiglia a cui ha dedicato buona parte del suo tempo e delle sue competenze con particolare convinzione, attaccamento, impegno e senso di responsabilità di cui "sentiamo profonda gratitudine".

La pubblicazione di questo volume, che raccoglie, oltre alle poesie scritte da Marcella, poesie scritte da alcuni allievi delle scuole elementari dei primi anni 70 da lei conservate, pensieri a lei dedicati, è disponibile nei formati Braille, nero, a caratteri ingranditi e in audio CD mp3.

E' stata presentata ufficialmente in occasione della 57ª giornata del cieco 2015, alla presenza dei familiari, dei dirigenti e soci, del personale e dei volontari della sezione U.I.C.I. di Mantova, nonché alla presenza di amici ed autorità locali.

I contributi raccolti verranno devoluti a sostegno delle attività e dei servizi erogati dalla sezione U.I.C.I. di Mantova in memoria di Marcella Panza.

Si ringraziano sin da ora tutti coloro che, valorizzando questo ricordo, vorranno aderire richiedendone copia nel formato desiderato, agli uffici sezionali.

Segue uno stralcio introduttivo della pubblicazione.

A tutti buona lettura e "buoni pensieri".

Per il Consiglio e per la sezione U.I.C.I. di Mantova,

La presidente

Mirella Gavioli

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus

Sezione di Mantova

Via della Conciliazione

37 - 46100 Mantova

Tel. +39 0376 32 33 17

Fax +39 0376 22 17 90

e-mail: uicmn@uiciechi.it

Pec: uicimantova@messaggipec.it

Web: www.uicmantova.it

IL MIO RICORDO

Cara Marcella, è così che ti voglio ricordare!!!

Avevo poco più di tre anni quando, per la prima volta, incontrandoci casualmente in una stanza di ospedale, io a salutare il mio papà, tu a salutare il caro Guido, le tue mani accarezzavano i miei boccoli dorati e le tue ginocchia mi hanno accolta per distrarmi con qualche filastrocca che hai sempre amato raccontare...

... e ne avevo quasi 43 quando, dandoci appuntamento per il "dopo le vacanze estive", per l'ultima volta ho sentito le tue mani accarezzarmi i capelli perché ti piaceva controllare se erano lunghi o corti, lisci o ricci.

Quelle stesse mani che tante e tante volte hai voluto e saputo "usare" per suonare tutti gli strumenti d'orchestra della vita.

Con le mani hai accarezzato ed educato, hai letto e scritto instancabilmente, così come hai insegnato a tanti di noi a farlo.

Hai suonato il pianoforte, lavorato a maglia, hai accudito, oltre alla tua, famiglie intere che dalle tue mani e dalle tue parole hanno tratto saggezza e forza, hanno mitigato il senso di impotenza e di paura per il futuro.

Le tue mani hanno conosciuto ed imparato, hanno accompagnato ed applaudito, hanno fatto onore alla insostituibile invenzione dell'amato Braille che tu hai saputo trasmettere con tanta convinzione e passione per permettere a molti di noi di poterne beneficiare.

Con le mani hai saputo farci conoscere il valore della cultura, della fede e della musica e, ancor di più, il valore della dignità di chi, pur se privo della vista, può far crescere in sé e negli altri.

Cara Marcella, è certamente poca cosa questo ricordo che, insieme a chi ti ha conosciuta, amata e apprezzata, ho voluto dedicarti proprio in questa giornata di Santa Lucia a te così cara, rispetto a tutta l'eredità morale, di valori e buoni sentimenti che tu ci hai lasciato nel tuo essere con noi.

Sono certa che i tuoi ricordi e le tue poesie, scritte con il cuore e con la intelligente sensibilità che ti ha sempre "illuminata", non svaniscano in anonimi cassetti ma possano ancora prendere forma e stimolare la fantasia e la riflessione di chi vorrà avere la bontà ed il privilegio di poterli leggere.

A te, Marcella, devo un convinto ed immenso "Grazie" ancor prima come persona che ha avuto "la fortunata opportunità" di percorrere al tuo fianco un pezzetto di strada, poi come attuale presidente della nostra amata sezione dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Mantova a cui hai dedicato molto di te stessa.

Il senso dell'impegno e della dedizione, grazie al tuo esempio e alla reciproca considerazione che abbiamo sempre condiviso ed alimentato, è cresciuto in me al punto di volermi impegnare e mettermi al servizio degli altri così come tu Marcella, assieme al caro Lino ed altri, avete saputo trasmettere a me e alla nostra generazione.

Sono convinta che, ancora una volta, leggendo questi brevi versi, ci offrirai la tua saggezza e la tua "delicata presenza" e noi potremo trarre risposte e spunti da far "rivivere e rifiorire".

Marcella, sei stata così esile nel fisico, così forte nell'anima, così mite e discreta nel tuo agire, così instancabile e creativa nel metterti in gioco per arricchire di nuovi interessi la tua vita e quella di chi ti stava attorno.

Sei sempre stata piuttosto freddolosa ed appassionata della tua montagna e della serenità che amavi ritrovare a Corbiolo, località che ti ha saputa accogliere e che ti ha donato impagabili momenti di gioia e di pace, che ne hai fatto il tuo ultimo "provvidenziale rifugio".

Eri talmente preoccupata nell'avanzare dell'età, dei potenziali effetti che avrebbero potuto limitare la tua autonomia che, come segno di "Divina Misericordia", ti sei congedata da noi proprio in una calda giornata di agosto, in punta di piedi, così come hai vissuto, senza alcun preavviso con ancora voglia di "essere e di fare", che ora certamente metterai "al servizio degli angeli".

A te, mia cara Marcellina, possano giungere "arpeggianti e fischiettanti" le note di questi miei semplici e sinceri pensieri, e "strombettante" il mio e nostro più grato e profondo saluto con la promessa che continueremo ad annaffiare e a far crescere "i fiori" da te seminati su questa terra che ha beneficiato della tua equilibrata presenza ed ironia che rimarrà quale "eredità più preziosa", a sostenerci nel percorso tracciato.

Un "arrivederci" pieno di orgoglio e riconoscenza, da una delle tue "creature".

Mirella

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Tratto dal notiziario della sezione di Brescia del 27-01-2016

ConTatto Verticale, giornata dedicata all'arrampicata per non vedenti - 21 Febbraio

Questa iniziativa si terrà in dieci palestre italiane, nelle città di Treviso, Verona, Bolzano, Milano, Torino, Genova, Parma, Bologna, Firenze, Roma. In queste palestre, domenica 21 Febbraio, tutti i non vedenti che lo desiderano potranno provare ad arrampicare, assistiti, ovviamente a titolo gratuito, da professionisti del settore.

L'arrampicata si sta dimostrando sempre più uno sport adatto a questo tipo di disabilità, e con tale convinzione (costruita su un'esperienza di anni) abbiamo ritenuto opportuno dare a tutti i non vedenti la possibilità di provare questa bellissima esperienza.

A tal proposito, è possibile chiedere via mail al segretario sezionale, all'indirizzo segretario@uicbs.it i seguenti allegati:

- un testo (di Giulia Poggioli, Giulio Cevenini e Matteo Stefani, arrampicatori non vedenti) che spiegano perché il progetto è un'occasione da non perdere

- un testo (di Pietro Dal Pra), che spiega le motivazioni dell'iniziativa ed elenca le palestre in cui la stessa si terrà

- locandina conTATTO Verticale accessibile

Per ulteriori informazioni e per adesioni inviare un'email all'indirizzo: contatto21feb@gmail.com

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comunicazioni varie

Dalla sezione di mantova

Calendari UICI 2016

Comunichiamo che presso la nostra sezione sono disponibili i calendari personalizzati 2016, realizzati allo scopo di diffondere informazioni utili ed arricchiti dalla bellezza ed il prestigio di fotografie di Mantova antica che ne rendono il formato particolarmente significativo ed accattivante anche per un'idea regalo da acquistare ad un contributo di 10 euro cadauno.

Chi fosse interessato o volesse impegnarsi per diffondere questa nuova opportunità per un pensiero solidale presso amici, colleghi e conoscenti, farà cosa senz'altro molto utile e gradita.

Dalla sezione di milano

DAL MUSEO DEL TEATRO ALLA SCALA DI MILANO - visite guidate

A seguito della positiva collaborazione in occasione delle iniziative del Museo del Teatro alla Scala rivolte ai non vedenti, riprenderanno le visite guidate dedicate ai non vedenti con cadenza mensile dal 1 febbraio al 7 novembre 2016.

Il primo incontro si svolgerà lunedì 1 febbraio dalle ore 9 alle ore 10 circa, con ritrovo davanti all'ingresso principale del Museo del Teatro alla Scala di Milano.

Per prenotazioni contattare la segreteria di Presidenza al numero 02.78.30.00-7.

DAL GRUPPO SPORTIVO - L'Arte dello Shiatsu

Sabato 6 febbraio, alle ore 15.30, la Scuola di Formazione per Operatori Shiatsu propone, presso la sede del Circolo Culturale "Paolo Bentivoglio" dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti in Via Bellezza 16 -Milano la prima lezione gratuita, aperta a tutti, per far conoscere la tecnica dello Shiatsu e suoi tanti benefici.

Gli incontri settimanali (10 lezioni) si svolgeranno il sabato dalle 15 alle 17.

Costo del corso: 140 euro (minimo di 10 persone) comprensivo di assicurazione.

Per informazioni e iscrizioni contattare l'Associazione Arti per la Salute - e-mail info@arteshiatsu.it - Tel. 02.9315750.

DALL'ASSOCIAZIONE HOMERUS

CORSO DI VELA AUTONOMA PER NON VEDENTI

Egregi Signori, come saprete, la nostra Associazione si occupa di vela autonoma per non vedenti, dedicandosi quasi esclusivamente all'insegnamento ed alla pratica di questo innovativo sport, ormai riconosciuto ufficialmente e diffuso in tutto il mondo.

In Italia contiamo già su numerosi atleti non vedenti e ipovedenti, e desidereremmo proporre i nostri corsi anche a tutti i Vostri Soci. Anche quest'anno il corso si svolgerà a Bogliaco (sponda bresciana del lago di Garda), nel comune di Gargnano, dove Homerus ha la propria sede dal 5 al 13 Marzo 2015.

Il costo è di € 250 a persona, comprensivo della cerata e del salvagente (che al termine del corso resteranno al partecipante), sono escluse le spese alberghiere.

Il numero massimo di partecipanti è di 8 allievi.

Per informazioni potete contattare Homerus (info@homerus.it - tel. 0365.599656)

RingraziandoVi, restiamo a Vostra completa disposizione per qualsiasi eventuale chiarimento, e porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Cav. Alessandro Gaoso Presidente HOMERUS ASSOCIAZIONE ONLUS - Associazione Sportiva Dilettantistica

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Superando.it del 11-01-2016

Milano: punto di non ritorno verso l'accessibilità?

a cura di Laura Sandruvi

Riuscirà l'"Access City Award", premio europeo per le politiche sull'accessibilità, vinto nel dicembre scorso da Milano, a far sì che il capoluogo lombardo diventi realmente sempre più accessibile, attuando quanto ancora resta da fare? Lo abbiamo chiesto all'assessore comunale Pierfrancesco Majorino, secondo il quale quel premio rappresenta «un punto di non ritorno», anche alla luce della fondamentale collaborazione con l'Amministrazione Municipale da parte delle Associazioni di persone con disabilità.

Come avevamo riferito all'inizio di dicembre, Milano è stata la prima città italiana ad aggiudicarsi l'Access City Award, iniziativa lanciata nel 2010 dalla Commissione Europea, in partnership con l'EDF (European Disability Forum), allo scopo di dare visibilità e di premiare quelle città che abbiano preso iniziative esemplari, per migliorare l'accessibilità nell'ambiente urbano alle persone con disabilità, e in un contesto di popolazione in età sempre più avanzata.

Ma come potrà essere questo premio un punto di partenza per rendere ancora più accessibile il capoluogo lombardo in cui, da questo punto di vista, c'è ancora molto da fare, specie nei territori più periferici? Lo abbiamo chiesto a Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche Sociali e alla Cultura della Salute del Comune di Milano, che l'8 dicembre scorso ha ritirato a Bruxelles il premio dalle mani di Marianne Thyssen, commissario europeo per l'Occupazione, gli Affari Sociali, le Competenze e la Mobilità del Lavoro.

Quale tipo di lavoro è stato svolto per raggiungere l'obiettivo di migliorare l'accessibilità di Milano, ciò che ha portato la città a ottenere l'Access City Award?

«Innanzitutto un "lavoro" sul piano culturale. L'Amministrazione Comunale di Milano, infatti, ha preso molto sul serio il tema dell'accessibilità, recependo pienamente il suo alto contenuto, come declinato nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità; l'accessibilità, cioè, è un prerequisito per l'accesso e il godimento dei diritti umani e sin dal nostro insediamento ci siamo dati l'obiettivo di trasformarci in una città in grado di tutelare e salvaguardare, promuovere e attuare concretamente i diritti umani. Ridurre per altro il tema dell'accessibilità a un problema delle persone con disabilità sarebbe stato riduttivo, in quanto l'accessibilità riguarda la capacità di una comunità di essere un luogo - fisico e non solo - in grado di generare benessere per tutti, in grado di garantire crescita, sviluppo e innovazione, di accogliere e tutelare i più fragili e di accompagnarli in processi di empowerment [crescita dell'autoconsapevolezza, N.d.R.] e autonomia, un luogo in grado di garantire libertà e indipendenza.

Inoltre, il nostro lavoro è stato impostato su alcuni criteri che ritengo senz'altro vincenti. Siamo partiti da un impegno politico forte, recependo all'inizio del mandato la citata Convenzione ONU e impostando una strategia complessiva, con l'adozione di specifiche Delibere, fondata sui princìpi della Convenzione stessa. Oltre all'accessibilità come prerequisito per il godimento di tutti i diritti umani, abbiamo puntato sulla partecipazione attiva delle Associazioni di rappresentanza della disabilità, secondo lo slogan del Nulla su di Noi senza di Noi e abbiamo accompagnato l'impegno scritto con un intervento finanziario concreto: 50 milioni di euro di cui la metà già utilizzati e gli altri già programmati.

Il premio lo abbiamo meritato non perché Milano sia diventata una città pienamente accessibile, sappiamo tutti che non è così, ma perché ha saputo impostare - grazie soprattutto allo stimolo delle Associazioni e, mi si permetta di ricordare, dello stimolo in primis del compianto Franco Bomprezzi, già vostro direttore responsabile e presidente della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) - una strategia complessiva forte, guardando a tutti gli àmbiti di vita di una comunità. Le barriere, infatti, non sono solo quelle architettoniche, ma quelle che impediscono l'accesso al lavoro, allo sport, alla comunicazione e all'informazione, ai servizi pubblici, ai trasporti, alla cultura. Quando si decide di far diventare una città inclusiva, si deve costruire una visione globale e Milano, grazie al grande supporto di tutti, alla competenza straordinaria di Associazioni ed esperti, ha saputo delineare una strategia che riteniamo vincente: scegliere insieme quali siano le priorità per l'abbattimento delle barriere architettoniche - scuole, strutture sanitarie, teatri, impianti sportivi - e definire quindi tutti gli interventi correlati: mezzi di trasporto e fermate degli autobus, infrastrutture, parcheggi, marciapiedi, semafori e segnaletica, tenendo quindi ben a mente tutte le diverse esigenze che le varie disabilità esprimono (motorie, visive, uditive, intellettive...). Questo vuol dire evitare di rendere accessibile una scuola, un teatro, uno stadio, se poi non vi sono i trasporti accessibili per raggiungere quei luoghi».

In particolare, come si è concretizzata la partecipazione attiva delle Associazioni cui accennava in precedenza?

«Se siamo arrivati fin qui, lo dobbiamo innanzitutto alla forza e determinazione delle Associazioni. Noi abbiamo accolto la loro sollecitazione a tentare questa sfida, anche assumendosi una grande responsabilità: collaborare attivamente con l'Amministrazione, con la Società Expo, con l'ATM [Azienda Trasporti Milanesi, N.d.R.], allo scopo di rendere la nostra città più accogliente e accessibile, tenuto anche conto del grande appuntamento universale di Expo e far sì che questo diventasse davvero un'esperienza per tutti. Non era cosi scontato.

Insieme abbiamo raggiunto risultati straordinari e crediamo che con Expo si sia costruito un modello organizzativo replicabile per eventi simili. Un modello fondato sulla collaborazione e la fiducia reciproca, e su alcuni punti di forza: fare sistema, costituire una task force che attraverso una serie di gruppi operativi definisca gli interventi da attuare in ogni àmbito, come infrastrutture, mobilità, accessibilità alle informazioni, comunicazione, attenzione ai diversi bisogni in relazione alle diverse disabilità. Abbiamo definito dispositivi stabili di partecipazione e coprogettazione, approvando specifiche Delibere che hamno avviato il Tavolo Permanente della Disabilità, la Task Force per l'Accessibilità per Expo, con tanti gruppi di lavoro operativi che hanno affrontato ogni aspetto di dettaglio insieme a tecnici, funzionari, rappresentanti delle Associazioni ed esperti. Un lavoro impegnativo che ha richiesto tempo, ma che ha portato risultati robusti e duraturi».

Tenendo dunque conto che - come lei stesso ha sottolineato - questo riconoscimento è stato il primo passo e che ci sarà ancora molto da fare per una completa accessibilità e inclusione, quali dovranno essere ora i progetti e le politiche da attuare?

«Questo premio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo arrivati primi a Bruxelles perché abbiamo dimostrato di avere impostato una strategia complessiva che tocca tanti àmbiti della vita delle persone e perché, come detto, lo abbiamo fatto in collaborazione con le Associazioni, avvalendoci di professionalità interne ed esterne all'Amministrazione. Oramai il cammino è tracciato. Bisognerà proseguire con lo stesso impegno e confermare che se abbiamo lavorato sodo, non è stato solo per non fare una brutta figura in occasione dell'Expo, ma che l'Expo è stato essenzialmente uno stimolo più forte, un acceleratore di un percorso di sviluppo che deve proseguire. Dobbiamo quindi continuare a investire risorse finanziarie, progettandone l'utilizzo con cura, per eliminare progressivamente le tante barriere che ancora si frappongono alla piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita della città. In tal senso è sufficiente ricordare quanto lavoro ci sia ancora da fare per rendere le scuole accessibili e quindi garantire a tutti i giovani con disabilità il diritto allo studio. O a quante famiglie con persone fragili che vivono ancora oggi in abitazioni senza ascensori. O all'adeguamento totale di tutti i mezzi di trasporto. Infatti, se quelli nuovi sono dotati di tutti gli strumenti per rispondere alle specifiche esigenze correlate alle diverse disabilità (sensoriali, motorie ecc.), molti ne restano ancora da adeguare. La città è ormai dotata di tutti mezzi accessibili sulle linee dei bus, ma non ancora su quelle dei tram e lo stesso dicasi per le linee della Metropolitana: la Linea 1 Rossa - la prima costruita - sta completando l'adeguamento, mentre le ultime realizzate, tra cui la 5 - la Lilla - è pienamente accessibile».

Tornando a parlare dell'Expo, vorremmo in particolare riferirci al positivo riscontro avuto rispetto alle presenze di persone con disabilità. Il bilancio tracciato dalle organizzazioni che hanno collaborato con la vostra Amministrazione è positivo, anche pensando al portale «ExpoFacile.it», vero punto di riferimento per le persone con disabilità e i loro accompagnatori. Ma come si potrà conservare e accrescere quest'ultimo "patrimonio", nel percorso verso una Milano completamente accessibile?

«Dobbiamo fare in modo che ExpoFacile, con la sua infrastruttura tecnologica e tutti i suoi contenuti, ma anche le altre iniziative correlate come Milano Accogliente, il progetto per la sensibilizzazione e formazione di tante e diverse categorie di operatori, non vadano persi. Occorre cioè garantire la continuità a questa straordinaria esperienza di coprogettazione che ha unito due Istituzioni che si impegnano a finanziare e a tenere la regia complessiva (Regione Lombardia e Comune di Milano), un insieme di Associazioni che ne curano la realizzazione e una fondazione bancaria (Unicredit Foundation), tutti insieme in uno sforzo comune.

"Expofacile.it" ha raggiunto 255.000 accessi e 450 iscrizioni alla Piattaforma Milano Accogliente. Sono numeri che ci incoraggiano e ci obbligano ad andare avanti e in queste settimane stiamo ragionando su come proseguire, anche in raccordo con la Regione Lombardia».

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Vita.it del 30-01-2016

Inclusione scolastica dei bambini ciechi, a Brescia un modello per l'Italia

di Sara De Carli

BRESCIA. Si chiama Centro per l'integrazione scolastica dei ragazzi non vedenti, è una realtà pubblica ed è l'unica in Italia a fornire agli alunni non vedenti l'educatore tiflologico. Il sottosegretario Davide Faraone l'ha visitato e lo ha indicato come buona pratica da replicare,

Il 28 gennaio il sottosegretario Davide Faraone ha visitato il Centro per l'integrazione scolastica ragazzi non vedenti di Brescia e la scuola di Roncadelle, con cui il Centro collabora.

Si tratta di una associazione nata nel 1995 (ma ereditando l'attività svolta in precedenza dal "Consorzio per il funzionamento di una scuola per non vedenti") costituita e sostenuta da Provincia di Brescia e Comune di Brescia, con l'obiettivo di «garantire un servizio educativo agli alunni con deficit visivo inseriti nelle scuole di ogni ordine e grado». Un servizio pubblico quindi, che non ha "gemelli" in nessun'altra realtà italiana. Un modello possibile, che possa rispondere alle falle che ancora oggi esistono nella realtà quando si parla di inclusione scolastica degli alunni con disabilità? Un'alternativa possibile al ritorno alle scuole speciali o specialistiche?

Il sottosegretario ha visitato prima la scuola di Roncadelle e poi il Centro, invitato dal Centro stesso e dall'associazione Bambini in Braille per «far conoscere con quali modalità e con quali risultati il Centro Non Vedenti abbia saputo dare risposta i bisogni educativi speciali degli studenti con deficit visivo». Il Centro è l'unico in Italia a garantire l'intervento diretto, all'interno delle scuole, dell'educatore tiflologico - non riconosciuto dallo stato italiano - che fa da "mediatore" fra il bambino e le insegnanti che non conoscono le metodologie da applicare: questi educatori adattano in maneira del tutto personalizzata, in base alle abilità del ragazzo, la programmazione scolastica, attraverso schede tattili, materiale sensoriale e laboratori inclusivi. Un esempio di integrazione scolastica dei bambini non vedenti e ipovedenti, da proporre a tutta l'Italia, con una «metodologia volta al superamento dell'approccio specialistico in favore di quello sistemico», attraverso cui gli alunni con disabilità visiva riescono a «seguire i programmi ministeriali perfettamente in linea con i loro compagni».

«Vogliamo che questo centro venga conosciuto a livello nazionale per far sì che le sue potenzialità incredibili possano essere replicate in tutta l'Italia. Esistono tanti centri tiflologici ma nessuno con effetti così positivi nella inclusione scolastica», ha detto Piera Sciacca, presidente dell'Associazione Bambini in Braille e mamma di una bambina ipovedente.

«Ho visitato una scuola in cui funziona concretamente l'inclusione scolastica», ha detto il sottosegretario Davide Faraone: «Ogni tanto nelle l'inclusione scuole rimane sulla carta, perché mancano risorse e figure. Questo invece è un modello che funziona e funziona per l'intera provincia di Brescia: dovremmo riuscire a far sì che questo modello entri nell'albo delle buone pratiche del Paese, dobbiamo farlo diventare un centro strumentale per la formazione. Nella legge 107 abbiamo introdotto tanti strumenti, l'aggiornamento degli insegnanti, la delega sul sostegno e sulla formazione iniziale... questo centro può diventare luogo in cui si formino gli insegnanti. Molto dipende anche da voi: aggrediamo la questione e costruiamo insieme questo percorso. Facciamo che questa esperienza venga diffusa a livello nazionale. Annulliamo la parola ipocrisia dal vocabolario dell'inclusione. Abbiamo eliminato le classi speciali, dobbiamo eliminare le sacche residue di ipocrisia che rimangono quando i bambini, a volte, finiscono nei corridoi perché non si sa come gestirli. La cosa importante è fare rete: scuola, associazioni, famiglie, territori».

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Bresciaoggi del 29-01-2016

"Centro non vedenti, un modello per il Paese"

BRESCIA. Va dato atto a Davide Faraone di essersi sottratto alla tentazione di regalare promesse e dispensare illusioni. Il sottosegretario del ministero della Pubblica Istruzione ha chiarito che a Brescia, soldi «facili» da Roma, destinati al «Centro per l'integrazione scolastica dei non vedenti», non ne arriveranno: «Nessun assistenzialismo». Il che, ha tranquillizzato il parlamentare del Partito Democratico in visita alla realtà da pochi mesi presieduta da Pietro Bisinella, non significa non «dare risposte affinché questa realtà d'eccellenza possa continuare e prosperare». Tutt'altro: «Il modello funziona, ha messo a punto un validissimo meccanismo di inclusione per chi soffre di disabilità sensoriali e dovremo fare in modo che entri a pieno diritto nell'albo delle buone pratiche da rendere valido per tutto il Paese». Faraone assicurazioni sul futuro del Centro, al quale annualmente Broletto e Loggia assicurano fondi per un milione di euro (la Provincia versa il triplo del Comune), si è limitato a elargirle in forma di consigli: «La legge 107, ovvero la riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione, ha introdotto strumenti ai quali potete guardare». «Dipende da voi - ha proseguito - ad esempio, una volta approvate le necessarie modifiche al vostro statuto, avete la possibilità di rilasciare crediti formativi nell'ambito della formazione specifica degli insegnanti di sostegno». «I DENARI per fare le cose», ha sostenuto il Sottosegretario, «ci sono, tirate fuori qualcosa di concreto». Le risorse per sostenere il Centro, i cui servizi a supporto di bambini e ragazzi non vedenti o ipovedenti (158 gli studenti attualmente seguiti) coprono gli anni a partire dalla scuola d'infanzia per arrivare alla scuola di secondo grado, da parte della Provincia non sono mai venute meno: "Abbiamo mantenuto il nostro impegno di sempre, pur nelle difficoltà che attraversiamo», la sottolineatura del Presidente Pier Luigi Mottinelli. Sulla medesima falsariga il commento di Felice Scalvini, assessore della Loggia con delega alle Politiche per la Famiglia e la Persona: «Per la città il Centro è un'istituzione storica, il Comune se ne è fatto carico al di là di una mera logica di distribuzione matematica legata al numero di abitanti». «Il vostro compito è talmente specifico - ha ammesso Mario Maviglia, dirigente dell'Ufficio Scolastico regionale - da non potere essere chiesto alla generalità degli insegnanti di sostegno.

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Il Corriere della Sera del 26-01-2016

Addestrare (e allevare sempre più) cani-guida

MILANO. La nursery hi tech di Limbiate forma 50 quattrozampe all'anno «C'è sempre più richiesta d'aiuto, diventano compagni di libertà»

Il cane guida è un compagno di libertà. Rodolfo Masto, presidente dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti di Milano s'emoziona mentre scorrono le immagini di Easy, labrador color cioccolato, e dei suoi 5 cuccioli nati lo scorso dicembre: quatto maschi e una femmina. Appena avranno compiuto due mesi e mezzo, i cagnetti saranno affidati ad altrettante famiglie (Puppy walker) che li accudiranno fino al compimento di un anno d'età. Allora, i labrador torneranno al centro di Limbiate, dove sei mesi di addestramento farà di loro dei cani guida. A Limbiate, per l'allevamento dei cuccioli hanno attrezzato una nursery all'avanguardia: i box riscaldati e sterilizzati, la sala medica, la zona svago. I volontari seguono i cuccioli passo dopo passo: superato il mese di vita comincia la fase dello svezzamento. Il peso viene misurato ogni giorno. Osservando il gioco dei piccoli, gli istruttori sono già in grado di capire quale sarà l'attitudine del cane. Il centro dei Lions è cresciuto negli ultimi due anni. Giovanni Fossati, il presidente, con orgoglio spiega l'acquisto del terreno dalla Provincia di Monza e Brianza, che due anni fa ha consentito di programmare lavori e fare investimenti per il rilancio del centro. La nuova nursery è parte del progetto. Cinque sale parto modernissime, «così da poter allevare noi i cuccioli da addestrare spiega Fossati . Abbiamo in lista d'attesa 150 non vedenti. È necessario avere più cuccioli e la condizione ideale è che nascano al centro». Ogni anno da qui escono abilitati 50 cani guida. A oggi sono 2.050 gli esemplari addestrati, diventati insostituibili compagni di vita per non vedenti. Cresce il numero dei Puppy walker (35 le famiglie a oggi), e quello degli istruttori (attualmente nove), anch'essi formati al centro. E la notorietà della scuola per cani guida, oggi uno dei centri più all'avanguardia in Europa, attrae i furbi. Prima di Natale, un'associazione di volontariato (Avidicaf) è stata denunciata per aver raccolto fondi da destinare a Limbiate. Il centro dei cani guida costa, addestrare ogni esemplare richiede un investimento di 25 mila euro. «Oltre ai Lions e ai Leo, viviamo grazie a contributi di Regione, Fondazione Cariplo, e mecenati». Masto, in conclusione, aggiunge: «Mi auguro che la sensibilità della gente nei confronti dei non vedenti e dei loro cani cresca e che si permetta loro di entrare nei supermercati, in alberghi e ristoranti, senza bisogno di lo impongano delle norme».

Paola D'Amico Nicola Vaglia

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Mentelocale.it del 25-01-2016

Vietato NON toccare. I bambini incontrano Munari al MuBa

Una mostra‑gioco ispirata al metodo dell'artista milanese. Percorsi didattici e laboratori, ma anche incontri per gli adulti. Fino al 15 settembre.

MILANO. Dove portare i bambini a Milano? Scopri gli eventi nell'agenda di mentelocale ;-)

Vietato NON toccare, al MuBa - Museo dei Bambini Milano presso la Rotonda della Besana, è la mostra gioco per i più piccoli che riporta al centro della scena milanese il grande artista Bruno Munari, il suo metodo e la sua attenzione ai temi e al mondo dell'infanzia. Inaugurata il 22 gennaio, è aperta fino al 15 settembre.

Realizzata da MuBa e Associazione Bruno Munari, da sempre impegnata a mantenere vive le idee e i laboratori proposti secondo il metodo dell'artista milanese, in collaborazione con Corraini Edizioni, Vietato NON toccare, cavalcando l'onda del successo dell'installazione MU NARI in Expò 2015, è una mostra-gioco che vuole rendere omaggio a Bruno Munari e al suo impegno nei confronti dell'educazione e della formazione dei bambini, con un percorso ludico e didattico che proprio partendo da quella che è l'idea di base della proposta formativa di Munari - Un bambino creativo è un bambino felice - permette ai bimbi di esprimere il loro potenziale creativo attraverso la sperimentazione, la manipolazione, l'esperienza tattile.

Rivolta ai bambini più piccoli - ed è la prima volta che una mostra si rivolge interamente alla fascia di età 2-6 anni - l'esposizione è la rappresentazione di quelle che furono le idee di Bruno Munari in merito alla formazione dei bimbi: Non toccare. Quante volte i bambini si sentono ripetere questa imposizione. Nessuno direbbe mai non guardare o non ascoltare, ma pare che per il tatto sia diverso, molti pensano che se ne possa fare a meno (Bruno Munari, Laboratori tattili).

Così Vietato NON toccare. Vietato non manipolare. Vietato non aprire. Curiosare. Infilarsi. Scoprire. Così i bambini sono invitati a muoversi in uno spazio fluido, alla loro portata, in cui ogni installazione più essere fruita liberamente, a seconda della personale creatività di ciascun bimbo.

Ci sono, dunque, il Prato dei Libri per un'esperienza diversa dell'oggetto libro, le Scatole della Meraviglia dentro cui si nascondo mondi da scoprire, il Gioco Più e Meno, il percorso Toccare con gli occhi, vedere con le mani...

Sempre progettati e organizzati dall'Associazione Bruno Munari, arricchiscono il percorso espositivo i laboratori bisettimanali (uno per le famiglie e uno per le scuole) rivolti ai bambini dai 6 ai 13 anni (sul sito www.muba.it il programma completo e dettagliato) e la proposta formativa per gli adulti della durata di 3 ore per imparare a conoscere da vicino le opere di Bruno Munari e il suo metodo che può ritenersi trasversale rispetto a qualsiasi offerta didattica.

Vietato NON toccare si inserisce nell'ambito di una serie di proposte di ampio respiro che la città di Milano dedica proprio ai bambini: da Siamo Nati per Camminare, il progetto rivolto ai bimbi della scuola elementare per sensibilizzarli sul tema dell'inquinamento (iscrizioni aperte fino al 5 febbraio. Informazioni su www.siamonatipercamminare.it) a Dire, Fare, Educare. Un percorso per Milano città educativa sul tema dell'educazione e dell'istruzione con diverse iniziative pubbliche che si terranno fino a marzo 2016.

L'accesso alla mostra Vietato NON toccare è organizzato su turni di ingresso della durata di 75 minuti con i seguenti orari: dal martedì al venerdì alle 17.00; il sabato, la domenica e nei giorni festivi alle 10.00, 11.30, 14.00, 15.45, 17.30. Consigliata la prenotazione.

I biglietti per la mostra gioco per bimbi da 2 a 6 anni sono di 6 euro per gli adulti e 8 euro per i bambini. I laboratori per bambini dai 6 ai 13 anni, rispettivamente 6 euro e 10 euro; le proposte formative dedicate agli adulti 60 euro. Per maggiori informazioni, www.muba.it.

di Alessia Altavilla

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NOTIZIE DALLA SEDE CENTRALE e dal web

Questo spazio vuole essere una sorta di "miniguida" per orientarsi all'interno delle molteplici attività svolte dalla Sede Centrale della nostra Associazione.

A tal fine, vi proponiamo quei comunicati diramati dalla Sede Centrale e quei contenuti apparsi sul giornale elettronico di quest'ultima nel mese appena trascorso, che contengono notizie e iniziative che pensiamo possano suscitare un concreto interesse nei nostri soci.

Di sicuro qualcosa sfuggirà, ma ci si augura che questa selezione possa essere un valido punto di riferimento.

Si augura buona lettura.

Comunicato n. 6, diramato in data 13-01-2016

Importi anno 2016 pensioni ed indennità per i ciechi civili

Con circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, allegato 4 Tabella M 1 pp. 27-28, sono stati resi noti gli importi delle provvidenze economiche spettanti ai ciechi civili per l'anno 2016.

Fonti normative di riferimento:

Decreto Ministro Economia e Finanze, di concerto con il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, N. 280 del 1° dicembre 2015

Legge N. 208 del 28 dicembre 2015 - Finanziaria 2016 (con riferimento all'art. 1, comma 287)

Prestazioni a favore dei ciechi civili categoria INVCIV (pensioni e indennità)

(*) Nota bene l'indice di perequazione applicata alle pensioni e agli assegni a favore dei mutilati, invalidi civili, ciechi civili e sordi (categoria INVCIV), che, secondo rilevazione ISTAT, era risultato negativo in misura pari allo -0,1 per cento, è stato innalzato allo 0,0 per cento per disposizione dell'art. 1, comma 287, della Legge di Stabilità 2016 (Legge 208 del 28 dicembre 2015)

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento (categoria INVCIV) sono indipendenti dai redditi Prestazioni INVCIV con revisione sanitaria scaduta.

I titolari di prestazioni INVCIV in attesa di revisione conservano tutti i diritti acquisiti in materia di benefici, prestazioni e agevolazioni di qualsiasi natura. Lo prevede l'art. 25, comma 6-bis, del Decreto Legge N. 90/2014. Pertanto, per le prestazioni a favore di invalidi civili per le quali, nell'anno 2016, risulti memorizzata nel database una data di revisione sanitaria, il pagamento è impostato anche per le mensilità successive alla data di scadenza della revisione.

IMPORTANTE - Ricostituzione delle pensioni

Si consiglia vivamente a tutti i titolari di prestazioni INVCIV di comunicare all'INPS a mezzo di RACCOMANDATA A/R (o consegna brevi manu agli sportelli dell'Istituto - sede locale di appartenenza) qualsiasi variazione che possa incidere sul diritto e sulla misura della prestazione (ad es. variazione dello stato civile, della residenza, dei periodi di soggiorno all'estero oltre il tempo massimo di sei mesi consecutivi, della situazione reddituale, dello stato di famiglia), a pena di ripetizione delle somme percepite ed eventualmente non dovute.

Secondo prassi amministrativa, infatti, l'INPS procederà alla ricostituzione delle pensioni, segnalando i dati aggiornati del titolare e, per i soggetti coniugati, anche del coniuge.

Con l'occasione, si raccomanda di prendere attenta visione dell'Allegato 1 al presente comunicato, nel quale sono riportate le istruzioni operative per richiedere eventuali aumenti INVCIV in favore di soggetti titolari di prestazioni per invalidità civile (pensioni e assegni) che versino in situazioni reddituali personali e/o familiari particolarmente disagiate, quindi con un reddito annuo bassissimo.

Non sono infrequenti, infatti, casi di nuclei familiari, dove, ad esempio il marito (o parimenti la moglie) sia cieco civile e titolare solo di provvidenze INVCIV e la moglie casalinga o disoccupata o, al massimo, che benefici della sola pensione sociale (quindi, in ogni caso, sia titolare di un reddito annuale che non superi, per il 2016, Euro 5.824,91).

In tali fattispecie, il reddito familiare sarà certamente molto basso.

Al fine di garantire una maggiore tutela e assistenza sul territorio, va ricordato pertanto che, nei confronti di tali soggetti "bisognosi", è possibile richiedere, su istanza tramite modello AP11 per Prestazioni Accessorie o per via patronale, incrementi economici dei trattamenti INVCIV, di cui all'Allegato 1, ricordiamo i più frequenti, che possono maggiormente interessare i nostri soci.

Il testo della circolare, comprensiva di Allegati, è reperibile sul sito INPS alla seguente pagina:

https://www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=/Circolari/Circolare%20numero%20210%20del%2031-12-2015.htm&iIDDalPortale=&iIDLink=-1

2016.DOC

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Allegato 1

Aumenti INVCIV per prestazioni per invalidi civili

La circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, allegato 4, ha reso noti anche i rinnovi per gli aumenti INVCIV per prestazioni per invalidi civili*

(*) Nota bene ad ogni buon conto, si precisa che la circolare INPS riporta i rinnovi, per il 2016, degli importi previsti per tutte le tipologie di maggiorazioni sociali, quindi non solo per le prestazioni INVCIV.

Calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 67 della Legge N. 448 del 1998 - (vedi circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, allegato 4 Tabella L pag. 26)

Requisiti richiesti:

a) status visivo: cecità totale e parziale

b) età: nati prima del 1° gennaio 1931 - ciechi totali ricoverati (fasce 6, 11) e ciechi parziali (fasce 8, 12, 13, 16 e 17)

c) limite reddito: se pensionato solo, il limite di reddito deve essere inferiore a Euro 3.719,17; se pensionato coniugato, il limite reddituale familiare deve essere inferiore a Euro 15.458,65*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento: di Euro 70,72 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al limite di reddito di Euro 4.638,53, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 16.378,01

d) status visivo: cecità totale

e) età: nati prima del 1° gennaio 1931 - ciechi totali non ricoverati (fasce 7 e 10)

f) limite reddito: se pensionato solo, il limite di reddito deve essere inferiore a Euro 3.719,17; se pensionato coniugato, il limite reddituale familiare deve essere inferiore a Euro 15.458,65.

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento: di Euro 54,57 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al limite di reddito di Euro 4.638,53, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 16.378,01

a) status visivo: cecità totale e parziale

b) età: ultrasessantacinquenni nati dopo il 31 dicembre 1930 - ciechi totali e ciechi parziali (fasce 6, 7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 16 e 17)

c) limite reddito: se pensionato solo, fino a Euro 4.743,70; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 10.568,61*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento di Euro 70,72 mensili, che si riducono proporzionalmente, se pensionato solo fino al limite di reddito di Euro 5.663,06, se pensionato coniugato fino al limite di reddito di Euro 11.487,97.

Aumento della pensione INVCIV previsto dall'art. 70, comma 6, della Legge 388/2000 (Finanziaria 2001)

(vedi circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, allegato 4 Tabella M4 pag. 33)

Requisiti richiesti:

a) status visivo: cecità totale e cecità parziale (fasce 6,7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 16 e 17)

b) età minima: non è previsto alcun limite di età

c) limite reddito: se pensionato solo, Euro 5.959,20; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 12.483,77*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

d) aumento di Euro 10,33 mensili. L'aumento è spettante se non vengono superati i limiti di reddito

Incremento al milione per 13 mensilità previsto dell'art. 38 della Legge 448/2001 - Finanziaria 2002, modificato dall'art. 5, comma 5, della Legge N. 127/2007)

(vedi circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, allegato 4 Tabella M5 pp. 34-38)

Dal 1° gennaio 2015, i soggetti pensionati particolarmente indigenti possono richiedere un aumento mensile della pensione fino ad un massimo di Euro 638,33.

Requisiti richiesti:

d) status visivo: cecità totale e cecità parziale

e) età minima: per i ciechi totali 60 anni (fasce 6, 7, 10 e 11), per i ciechi parziali 70 anni (fasce 8, 12, 13, 16 e 17)

f) limite reddito: se pensionato solo, Euro 8.298,29; se pensionato coniugato, il limite reddituale deve essere inferiore a Euro 14.123,20*

(*) Nota bene le indennità speciale e di accompagnamento non costituiscono reddito.

Modalità di calcolo:

L'entità dell'erogazione, che va valutata caso per caso, sarà tale da portare in ogni caso la pensione dell'interessato alla cifra complessiva di Euro 638,33 mensili.

Al fine di agevolare la valutazione, sono di seguito riportate le principali casistiche che potrebbero presentarsi:

Ad es.

Da tenere a mente ... Il reddito della pensione INVCIV, oltre agli aumenti INVCIV (ex art. 67 della Legge N. 448 del 1998, ex art. 70, comma 6, della Legge 388/2000 o per l'incremento INVCIV al milione), si somma anche ad eventuali altri redditi personali, se percepiti dal pensionato. Fondamentale ai fini della percezione della somma aggiuntiva, il cui importo va a concorso fino al raggiungimento del limite previsto, è il rispetto dei limiti reddituali che, si ribadiscono, sono: di Euro 8.298,29 se il pensionato fa nucleo familiare a se stante, e di Euro 14.123,20 se coniugato.

Ad. es., se le fonti di reddito di un soggetto cieco totale ultrasessantenne (fasce 6, 7, 10 e 11) o cieco parziale ultrasettantenne (fasce 8, 12, 13, 16 e 17) - nucleo familiare a se stante - sono la pensione INVCIV e altri Redditi da Pensionato (RP), il calcolo sarà il seguente: Euro INCIV + eventuali maggiorazioni INVCIV o sociali + RP + somma personale aggiuntiva X a concorso = totale mensile di Euro 638,33 che per 13 mensilità darà un reddito personale annuale di Euro 8.298,29.

Analogo calcolo se coniugato, per arrivare al limite reddituale familiare annuale di Euro 14.123,20.

Per ottenere gli aumenti INVCIV (calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 67 della Legge N. 448 del 1998, calcolo dell'aumento INVCIV previsto dall'art. 70, comma 6, della Legge 388/2000 (Finanziaria 2001), l'incremento INVCIV al milione) nonchè per richiedere altre tipologie di maggiorazioni sociali non collegate alle prestazioni per invalidità civile (circolare INPS 210/2015, allegato 4), l'interessato dovrà presentare apposita istanza tramite via patronale * o, in alternativa, compilare il modello AP11 per Prestazioni Accessorie (Barrare la seconda casella), che poi presenter agli sportelli delle sedi provinciali Inps di propria residenza, per la presa in carico della prestazione.

Si trasmette copia del modello INPS AP11.

(*) Nota bene l'elenco delle nostre strutture territoriali dell'Unione che svolgono attivita' di collaborazione patronale è pubblicato alla pagina http://www.uiciechi.it/Patronato/Patronato.asp

Infine, per le detrazioni d'imposta per familiari a carico si prenda visione sempre dell'allegato 4 della circolare INPS N. 210 del 31-12-2015, Tabella N pag. 40 e successive (ad es. per ogni figlio portatore di handicap).

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Il file .zip contenente il presente comunicato ed i relativi allegati può essere scaricato tramite l'url di seguito riportato:

http://www.uiciechi.it/archivio/circolari/2016/01/6.2016.zip

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Comunicato n. 7, diramato in data 13-01-2016

Nuova data di scadenza per questionario internazionale sugli ausili: scadenza 3 marzo 2016

In riferimento al questionario di cui al comunicato 215 del 2015, apprendiamo che la WHO, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha prolungato i termini di scadenza per le risposte al 3 marzo 2016.

Per ulteriori dettagli, fare riferimento al comunicato 215/2015, che per completezza si riporta di seguito.

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Comunicato n. 216/2015

Alcune persone che hanno partecipato ai lavori preparatori del gruppo ristretto WHO nelle settimane scorse ci segnalano che è in corso, fino al 3 gennaio 2016 (scadenza prorogata al 3 marzo 2016), un sondaggio del WHO via internet tra gli specialisti e gli utilizzatori per individuare gli ausilli da inserire nel prontuario mondiale del WHO.

La questione riveste una certa importanza perché gli ausili che saranno più segnalati verranno anche maggiormente presi in considerazione dagli Stati membri al momento di redigere gli elenchi di quelli da mettere a disposizione dei propri cittadini.

Esiste il rischio che, nel caso quelli riguardanti i problemi connessi alla vista non fossero sufficientemente supportati, gli stessi non vengano conseguentemente inseriti nell'elenco del WHO.

Riportiamo di seguito il link per entrare nella scheda del sondaggio che consente anche la scelta della lingua preferita per la compilazione del questionario.

https://extranet.who.int/dataform/355553/

Si possono indicare al massimo 9 preferenze. Ci permettiamo di formulare alcuni suggerimenti circa gli ausili che potrebbero essere indicati, predisposti tenendo presente quegli ausili che nel nostro paese presentano il costo più elevato e l'utilità maggiore anche a giudizio di alcuni oculisti.

SUGGERIMENTI PER GLI AUSILI DA INDICARE:

WHITE CANE (FOLDING OR NON FOLDING)

SCREEN READERS

EYEGLASS FOR LOW VISION

MAGNIFYING GLASSES

PORTABLE BRAILLE NOTE TAKERS

BAILLE WRITING EQUIPMENT

HAND-HELD DIGITAL MAGNIFIERS

PC MAGNIFIERS

GPS BASED DEVICE

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Comunicato n. 12, diramato in data 22-01-2016

Stage estivo musicale a Augsburg, Germania, 30 luglio - 7 agosto 2016

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Riceviamo e diffondiamo l'annuncio dello stage estivo musicale organizzato dalla Federazione Tedesca dei Ciechi e Ipovedenti (Deutscher Blinden- und Sehbehindertenverband - DBSV):

"DBSV-Musikclub"- la settimana della musica Classica, pop, rap: questo è quello che troverai al DBSV Music Club. Potrai praticare con composizioni polifoniche per voce e strumento, insieme a te produrremo la musica che ti piace e che sai cantare e suonare e alla fine terremo anche un concerto. Faremo anche una visita alla scoperta di Augsburg. Per partecipare allo stage devi saper parlare il tedesco o l'inglese a un buon livello ed essere maggiorenne.

Lo stage avrà luogo presso l'Exerzitienhaus St. Paulus, Krippackerstraße 6, Leitershofen, 86396 Augsburg-Stadtbergen (Germania), sito web: www.exerzitienhaus.org

I coordinatori dello stage sono:

- Rosa Maria Dotzler, insegnante di musica e capo coro cieca

- Michael Kuhlmann, musicista di chiesa e capo coro cieco

La quota di partecipazione è EUR 95,00 € (comprendente il vitto, l'alloggio e le attività dello stage). Inoltre la DBSV potrà rimborsare EUR 50,00 dei tuoi costi di viaggio. Un eventuale accompagnatore dovrà pagare la tua stessa quota.

Le ulteriori condizioni di partecipazione sono reperibili nel secondo allegato. Per maggiori chiarimenti si prega di contattare Torsten Resa, DBSV, - email t.resa@dbsv.org.

Le iscrizioni sono aperte fino al 15 maggio 2016. Si prega di compilare e inviare la scheda allegata (in lingua inglese) per email a Torsten Resa - DBSV - email: t.resa@dbsv.org e in copia all'Ufficio Relazioni Internazionali dell'Unione all'email: inter@uiciechi.it.

Dato il numero limitato dei posti disponibili, è consigliabile procedere all'iscrizione al più presto possibile. L'iscrizione deve essere confermata dalla DBSV per iscritto.

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Il file .zip contenente il presente comunicato ed i relativi allegati è scaricabile utilizzando l'url di seguito riportato:

http://www.uiciechi.it/archivio/circolari/2016/01/12.2016.zip

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Comunicato n. 14, diramato in data 25-01-2016

Premio Nazionale di Poesia - UICI Firenze (termine ultimo per l’invio delle opere prorogato al 31 marzo 2016)

Riceviamo e diffondiamo:

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PREMIO NAZIONALE DI POESIA

"IRIS DI FIRENZE" 2015-2016

Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti

Il Circolo Culturale "Gino Baragli" dell'U.I.C.I. di Firenze.

INDICE

L'undicesima edizione del

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE "IRIS DI FIRENZE"

in ricordo di Silvano Dani.

Il premio è nato con l'intento di dare visibilità all'operare dei ciechi e alla loro capacità di integrarsi nel lavoro con gli altri. Infatti essi sono presenti nell'organizzazione e nella pubblicizzazione del premio, oltre che nel lavoro di valutazione della giuria. Ha inoltre lo scopo di sollecitare i non vedenti a far emergere le loro potenzialità creative nel confronto paritario con gli altri concorrenti.

Il concorso è articolato in due sezioni:

A: Narrativa - a tema libero (massimo 5000 battute spazi compresi)

B: poesia - a tema libero

Il Premio è aperto a tutti. Tutti possono partecipare inviando numero 1 (una) opera inedita e non premiata in altri Concorsi, in cinque copie di cui una con le generalità, recapito, telefono, eventuale e-mail dell'autore in busta separata all'interno dello stesso plico al seguente indirizzo:

Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Sezione Provinciale di Firenze, via Fibonacci, 5 - 50131 Firenze

La scadenza per l'invio delle opere, originariamente prevista per il 30 settembre 2015, è stata definitivamente prorogata su decisione della giuria al 31 marzo 2016.

Si comunica che è possibile inviare una copia dell'opera attraverso un messaggio di posta elettronica all'indirizzo premioiris@uicifirenze.it

La quota di iscrizione è di Euro 15 (per ogni concorrente e per ogni sezione), da pagare sul C.C.P. 16327504, intestato a Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, causale "Premio Iris", all'indirizzo sopra riportato, allegando ricevuta nel plico. Non si accettano assegni.

I concorrenti possono partecipare ad entrambe le sezioni pagando le due quote.

Per ogni sezione i premi sono:

Euro 1000 al primo classificato,

Euro 500 al secondo,

Euro 250 al terzo

con suddivisione del premio stabilito in caso di ex-aequo.

Saranno inoltre assegnati diplomi e targhe per testi segnalati dalla Giuria. I vincitori saranno avvertiti con congruo anticipo, onde essere presenti alla cerimonia di premiazione che avverrà nel mese di maggio 2016.

Testimonial del Concorso sarà Dacia Maraini che interverrà alla premiazione.

Per ulteriori informazioni rivolgersi all'U.I.C.I. (055-580319). Questo bando sarà presente sui siti www.uicifirenze.it, www.literary.it, www.raccontioltre.it

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Sede centrale: comunicati diramati nel mese di gennaio

Di seguito viene riportato l'elenco completo dei comunicati diramati dalla Sede Centrale U.I.C.I. nel mese appena trascorso, con la specificazione del relativo numero e dell'oggetto.

Vi ricordiamo che tutti i comunicati possono essere consultati all'indirizzo internet http://www.uiciechi.it/documentazione/circolari/main_circ.asp

dove è possibile effettuare ricerche mirate tramite un comodissimo motore di ricerca.

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Superando.it del 08-01-2016

Cultura della disabilità: avviato un nuovo corso?

di Simonetta Morelli

«Finalmente si cambia linea. Segno che probabilmente sul tema della disabilità circolano idee più mature, frutto di una crescita sociale e di un affinamento degli strumenti sensibili, che hanno reso possibile questa evoluzione sul piano del diritto»: così Simonetta Morelli commenta quella recente Sentenza della Corte di Cassazione che ha negato il risarcimento del danno a una ragazza nata disabile, dopo che la sua sindrome non era stata diagnosticata in fase prenatale.

Sono parole durissime, quelle con cui la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha pronunciato una Sentenza, depositata il 22 dicembre scorso, che ha negato il risarcimento del danno a una ragazza nata disabile, dopo che la sua sindrome non era stata diagnosticata in fase prenatale, impedendo alla madre di scegliere se portare avanti la gravidanza o meno. A favore della madre è stato deciso il rinvio alla Corte d'Appello competente per un nuovo giudizio. Ma su quest'ultimo punto non ci soffermeremo. Ci interessa invece la posizione della figlia.

Finalmente, si cambia linea. Segno che probabilmente sul tema della disabilità circolano idee più mature, frutto di una crescita sociale e di un affinamento degli strumenti sensibili, che hanno reso possibile questa evoluzione sul piano del diritto.

Poco più di tre anni fa, ad esempio, la stessa Corte di Cassazione si era espressa al contrario, ovvero a favore del risarcimento sia dei genitori che della figlia nata con la sindrome di Down non diagnosticata, nonostante i controlli effettuati. Una Sentenza che aveva suscitato scalpore, per avere considerato l'anomalia genetica come un "danno da risarcire". In un milione di euro era stato quantificato il valore del danno di quella "vita da scarto".

«Sono certo - aveva scritto allora su queste stesse pagine il compianto Franco Bomprezzi [in "Quel retrogusto di carattere eugenetico", N.d.R.] - che moltissime persone riterranno questo ragionamento del tutto corretto, anzi ineccepibile, giusto. Diranno: "Finalmente!". Io sinceramente sono invece terrorizzato dall'idea che passa attraverso questa Sentenza. In Italia, da oggi in poi, è sancito che nascere con una disabilità è un disastro. È una vita persa in partenza. Non è un ragionamento legato all'eterna e mai risolta diatriba attorno all'aborto, si badi bene. È qualcosa di più sottile e di più inquietante. Si stabilisce che un bimbo con sindrome di Down vale un milione di euro (di danni). Se c'è un modo per quantificare lo stigma attorno alla disabilità, questo è uno dei più sottili e convincenti, proprio perché si traduce in denaro, ossia in risorse fornite alla ragazza con sindrome di Down, per "rifarsi una vita", visto che la sua - poveretta - è "di seconda scelta", di scarsa qualità, definitivamente compromessa».

Anche Antonio Giuseppe Malafarina aveva proposto una sua ottima riflessione dedicata allo stesso tema [in "Risarcimento ai nascituri disabili: una riflessione", N.d.R.], ammettendo, fra le altre cose, che la vita di una persona con disabilità in Italia, «per come vanno le cose», può essere «un disastro» e non negando, tra le righe, che il risarcimento potesse essere «funzionale all'autonomia» della persona nata disabile.

L'alternativa a queste nascite, tuttavia, è l'interruzione di gravidanza, ammessa in Italia solo se la diagnosi di gravi malformazioni del feto grava sulla vita della gestante al punto da metterla seriamente in pericolo (articolo 4 della Legge 194/78) ed è su questa base che più spesso i genitori propongono il ricorso, per non aver potuto scegliere di interrompere la gravidanza ed evitare così il grave nocumento alla salute e alla vita della gestante. Nella prassi, in realtà, la scelta dell'interruzione di gravidanza è giustificata dalla paura della disabilità e non da un effettivo danno alla salute della madre.

Malafarina stesso aveva lasciato aperto un inquietante interrogativo: «Ma se è solo la salute della madre a dover essere tutelata, perché quando il bambino nasce disabile gli deve essere concesso un risarcimento? Non sarà un espediente degli avvocati per ottenere risarcimenti più onerosi per le famiglie assistite, nelle controversie con gli ospedali che non hanno informato correttamente le madri?».

La Sentenza prodotta ora dalla Corte di Cassazione mette nero su bianco ciò che sosteneva Bomprezzi e risponde a Malafarina. Dice infatti il provvedimento che, non essendo contemplato in Italia il diritto alla «non nascita se non sano», il bambino con anomalie genetiche ha il diritto di nascere con le sue imperfezioni e non dev'essere risarcito come se la sua nascita fosse un'anomalia essa stessa, un danno, appunto. Né importa che il danno si possa «valutare sotto il profilo dell'inserimento del nato in un ambiente familiare nella migliore delle ipotesi non preparato ad accoglierlo».

«Si rivela peraltro - dice ancora la Sentenza - un mimetismo verbale del cd. [cosiddetto, N.d.R.] diritto a non nascere se non sani; e va quindi incontro alla medesima obiezione dell'incomparabilità della sofferenza, anche da mancanza di amore familiare, con l'unica alternativa ipotizzabile, rappresentata dall'interruzione della gravidanza».

Alle pagine 25 e 26, inoltre, si specifica che l'errore del medico che non ha «evitato la nascita indesiderata» non può essere messo sullo stesso piano dell'errore del medico che ha cagionato la malformazione, come sostiene parte della giurisprudenza. Che quindi finisce con l'assegnare al risarcimento del danno «una impropria funzione vicariale, suppletiva di misure di previdenza e assistenza sociale. [...] Non senza soppesare altresì il rischio di una reificazione dell'uomo [grassetto nostro, N.d.R.], la cui vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell'integrità psico-fisica: deriva eugenica, certamente lontanissima dalla teorizzazione del cd. diritto di non nascere, ma che pure ha animato, ad es. il diritto oltralpe [sia in Germania che in Francia il risarcimento al bambino nato disabile è negato perché la sua nascita non è un danno N.d.A]».

La Sentenza, ricca e articolata, merita di essere letta e soppesata parola per parola. Qui, oltre ad accennare a qualche passaggio di essa significativo ma non esaustivo dell'argomento e del testo, possiamo poco. Per questo passiamo la parola anche ai Lettori, per valutare insieme se, grazie a questo provvedimento, l'inizio del 2016 possa coincidere con un nuovo corso riguardo alla cultura della disabilità.

Il presente testo è già apparso in "InVisibili", blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo "Nascere con disabilità? Non è un danno da risarcire". Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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La Gazzetta di Parma del 12-01-2016

"A Parma è nato un bimbo. E ha molte cose da dirci"

PARMA. Ho letto sul Fatto quotidiano una bella intervista al sindaco di Cuneo, Federico Borgna. Io lo conosco, l'ho conosciuto quando lavoravo alla Stampa. Federico Borgna ha 42 anni ed è cieco. Completamente cieco. Ha perso la vista quando era bambino. Ci incontrammo la prima volta un anno e mezzo fa. Avevamo appuntamento a casa sua, dove viveva da solo. Andammo a piedi in Comune, e la strada la sapeva lui, non io. Mi disse che leggeva La Stampa sull'I pad grazie a una speciale applicazione. Leggeva anche gli sms. Federico Borgna è cieco e da tre anni fa il sindaco di una città di 56 mila abitanti; è anche presidente della provincia di Cuneo, che ha 600 mila abitanti ed è più grande della Liguria.

L'intervista che ha rilasciato ieri mi ha fatto pensare immediatamente al piccolo Bryan, di cui ci stiamo occupando da alcuni giorni. Bryan è nato al Maggiore di Parma il giorno di Natale e ha purtroppo una grave malformazione: non ha le gambe dal ginocchio in giù.

La Gazzetta, così come tutti gli altri giornali, si sta occupando di Bryan perché il dramma di questo bambino sta diventando una questione giudiziaria. I genitori dicono che nessuno aveva prescritto un'ecografia morfologica, cioè un esame che con buone probabilità avrebbe permesso di accertare la malformazione entro i termini previsti dalla legge per abortire. Così, mamma e papà di Bryan stanno pensando di chiedere i danni ai medici.

Ora, io vorrei che fosse chiara, chiarissima, una cosa. Io non giudico nessuno. Non mi permetto mai di giudicare nessuno, e tantomeno lo faccio con chi sta soffrendo, pensa di non farcela, si sente debole e solo. Al contrario, queste sono le persone cui mi sento più vicino. E poi c'è una legge, c'è una magistratura: qualunque percorso si snodi attraverso l'applicazione della legge e le decisioni della magistratura, va accettato.

Mi domando però se tutti noi che stiamo seguendo la vicenda del piccolo Bryan non siamo un po' strabici. Se non ci stiamo concentrando troppo sugli aspetti legali e non stiamo dimenticando che a Parma è nato un bambino che ha, e avrà, bisogno del nostro aiuto. Un bambino che vive e vivrà. Che non avrà le gambe ma l'intelligenza certamente sì, la consapevolezza certamente sì: che soffrirà per un handicap, ma che forse avrà anche quella forza misteriosa che aiuta ad avere una marcia in più. Come ce l'ha il sindaco di Cuneo, come ce l'ha Alex Zanardi che ha perso le gambe e da allora è un inno perenne alla bellezza del vivere.

Bryan crescerà, berrà, mangerà, piangerà e riderà, proverà sentimenti e avrà amici, si innamorerà e quasi certamente camminerà pure, perché oggi la tecnologia fa miracoli, come li ha fatti con Pistorius. Siamo sicuri che questo bambino un giorno dirà: «Sarebbe stato meglio se non fossi mai nato?». E siamo sicuri, insomma, che questa è una storia da trattare come un caso di cronaca giudiziaria?

Io, ripeto, non giudico nessuno, tantomeno i genitori. Ma non vorrei che un giorno a questo bambino venisse detto: ecco, una sentenza ha stabilito che la tua nascita è stata un danno da risarcire; che tu stesso sei un danno. Siamo sicuri che questo gli farebbe meno male della mancanza delle gambe? Io no. Io so soltanto che a Parma è nato un bambino. E ha molte cose da insegnarci.

di Michele Brambilla,

michele.brambilla@gazzettadiparma.it

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SUPERANDO.IT DEL 18-01-2016

UNIONI CIVILI E DISABILITÀ: DISCRIMINAZIONE VS DISCRIMINAZIONE?

DI CARLO GIACOBINI

«Il dibattito in corso sulle unioni civili - scrive Carlo Giacobini - sta completamente rimuovendo l'ipotesi che uno dei partner sia una persona con disabilità, con ciò che ne deriva in termini di potenziale accesso a benefìci, sostegni, supporti». E aggiunge: «La stessa discriminazione che fino ad oggi colpisce gli omosessuali la subiscono da decenni, con altre declinazioni, anche le persone con disabilità. Ma per queste ultime non sembra profilarsi soluzione alcuna. Anzi, il tema non sembra essere nelle agende politiche né all'orizzonte».

Le prossime settimane si preannunciano pervasive su ciò che finirà per sembrare un tormentone: quello delle unioni civili. Come spesso accade, l'iperbole di una questione cresce, sale, diviene congestizia, appare come unica questione nazionale, genera confronti da stadio e diverbi da osteria, pur su situazioni estremamente delicate e sensibili, giunge addirittura ad essere l'indicatore della civiltà di un Paese.

Scontri trasversali e viscerali che possono sfaldare maggioranze o mettere in crisi i Governi. Ricordiamo - in un Paese dalla scarsa memoria - che l'analogo dibattito sui DICO (acronimo per "DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi") fu uno dei motivi della caduta del già traballante Governo Prodi nel 2008.

Sembra che questa volta il Governo faccia "sul serio" e intenda seguire il trend di altri Paesi dell'Unione, regolamentando finalmente le «unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze». Il virgolettato non è un vezzo, ma riprende testualmente il titolo dell'unico Disegno di Legge al momento depositato al Senato: il DDL 2081 attualmente all'esame della Commissione Giustizia di Palazzo Madama a firma Monica Cirinnà e altri, e ampiamente sparpagliato sulla carta stampata, nei talk show, nei social (dove analfabeti di ritorno per qualche giorno assurgono a dotti civilisti).

Lungi da chi scrive esprimere in questa sede una qualsiasi espressione di favore o dubbio riguardo agli intenti dei proponenti o di orientamento a favore delle unioni civili fra persone dello stesso sesso.

Il Disegno di Legge 20181 consta di 23 articoli tutti (a parte l'ultimo) molto densi sotto il profilo tecnico e civilistico. Il tutto - se approvato - impatterebbe non solo nelle unioni civili fra «persone dello stesso sesso», ma anche più in generale sulle convivenze stabili.

Nella sostanza, si equiparerebbero anche alle unioni civili fra persone dello stesso sesso e alle coppie unite da "contratto di convivenza" (quasi) tutti i diritti e i doveri previsti nei casi di coniugio "convenzionale".

Questo, come detto, investe àmbiti civilistici estremamente delicati, come i diritti successori nel caso di decesso di uno dei partner, o i diritti per l'inserimento nelle graduatorie per l'assegnazione di alloggi di edilizia popolare, ma anche doveri come quelli della reciproca assistenza o dell'obbligo di mantenimento o alimentare. Il partner - riconosciuto in un'unione civile - ha il diritto di agire nella domanda di interdizione, di inabilitazione o di amministrazione di sostegno, come pure avrebbe diritto a rapportarsi a pieno titolo con i sanitari che assistano il partner o con la struttura carceraria in cui questi sia detenuto.

Il tutto è assai interessante, ma anche in questo caso - come era accaduto nel 2008 con i DICO poi abortiti - il Legislatore sta completamente rimuovendo l'ipotesi che uno dei partner sia una persona con disabilità, con ciò che ne deriva in termini di potenziale accesso a benefìci, sostegni, supporti.

In nessun passaggio, ad esempio, il Disegno di Legge Cirinnà menziona il diritto per il partner (stesso sesso o meno, poco ci importa) ad accedere a permessi, congedi o forme di flessibilità lavorativa o diritti di scelta della sede di lavoro, o rifiuto al lavoro notturno, nel caso in cui si assista una persona con disabilità.

Ma tale rimozione è ancora più evidente nel collaterale dibattito sulla cosiddetta stepchild adoption (digressione: è assai bizzarro che nella culla del diritto si adottino lemmi anglofoni forse solo per rimuovere ipocritamente tensioni idealistiche). Dietro questa formula c'è una disposizione già vigente da ben trentadue anni. È infatti del 1983 la Legge 184, che ammette l'adozione del figlio del (nuovo) coniuge. L'adozione viene però vagliata dal Tribunale, viene richiesto il consenso del genitore biologico, viene soppesato l'effettivo interesse per il figlio, che deve sottoscrivere il consenso (se maggiore di 14 anni) o esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). A questo si aggiunge la consueta - e spesso pesante - valutazione del Tribunale sulla capacità educativa, sull'idoneità affettiva, sullo status personale ed economico e, non ultimo, sullo stato di salute di chi richiede l'adozione. Insomma, è tutt'altro che un'amabile passeggiata.

Il Disegno di Legge Cirinnà intenderebbe estendere tale opportunità anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso. E questo è uno dei motivi di maggiore scontro in queste ore, divergenze sulle quali non entreremo in queste colonne.

E tuttavia questo non ci esime da un'amara constatazione di fatto, che è la risultante della raccolta pluriennale di storie di vita che molti nostri Lettori potrebbero riportare: le enormi, spesso insormontabili, difficoltà per le persone con disabilità o per coppie con un partner con disabilità, magari nemmeno ingravescente, nell'ottenere affidi e, vieppiù, adozioni. Quel concetto di "salute" che molti Tribunali valutano è troppo spesso confuso con la disabilità ed è pregiudizio che diviene motivo di reale discriminazione. Era forse questa discussione l'occasione per alcune puntualizzazioni? Forse sì.

La stessa discriminazione che fino ad oggi colpisce gli omosessuali la subiscono da decenni, con altre declinazioni, anche le persone con disabilità. Ma per queste ultime non sembra profilarsi soluzione alcuna. Anzi, il tema non sembra essere nelle agende politiche né all'orizzonte.

Carlo Giacobini,

Direttore editoriale di «Superando.it».

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Superando.it del 25-01-2016

Le unioni civili tengano conto anche della disabilità

«Sul delicato tema delle unioni civili - dichiara Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) -, all'interno della nostra Federazione vi possono essere posizioni e sensibilità diverse, ma vi è unanime convinzione che la norma non possa essere completa, se non considera nelle fattispecie previste anche le questioni connesse alla disabilità». In tal senso la FISH ha formalmente chiesto specifici emendamenti al Disegno di Legge sulle unioni civili, in discussione al Senato.

«Il dibattito in corso sulle unioni civili - aveva scritto su queste stesse pagine Carlo Giacobini - sta completamente rimuovendo l'ipotesi che uno dei partner sia una persona con disabilità, con ciò che ne deriva in termini di potenziale accesso a benefìci, sostegni, supporti».

A dare ulteriore sostanza a tale denuncia, arriva ora anche una formale comunicazione di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), per chiedere appunto specifici emendamenti al Disegno di Legge 2081 sulle unioni civili. Il messaggio è stato inviato alla Commissione Giustizia del Senato, che quel Disegno di Legge sta analizzando in questi giorni.

«Non possiamo limitare il nostro impegno alle norme di settore - dichiara in tal senso Falabella - in quanto le persone con disabilità sono Cittadini e quindi, come ci insegna la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, i princìpi di uguaglianza e non discriminazione devono essere trasversali a tutte le politiche e norme di un Paese». E aggiunge: «Sul delicato tema delle unioni civili, all'interno della nostra Federazione vi possono essere posizioni e sensibilità diverse, ma vi è unanime convinzione che la norma non possa essere completa, se non considera nelle fattispecie previste anche le questioni connesse alla disabilità».

«E in effetti - come si legge in una nota diffusa dalla FISH - il Disegno di Legge non contempla l'ipotesi che uno dei partner (o entrambi) possano essere persone con disabilità, come è evidente dalla mancata previsione dell'estensione alle unioni civili delle agevolazioni lavorative che consentono permessi e congedi per l'assistenza di congiunti (fra i quali il coniuge e i figli) con grave disabilità». «Su tale aspetto - dichiara Falabella -, foriero altrimenti di contenziosi in caso di approvazione della norma, sarebbe opportuno uno specifico emendamento».

«Ma prima ancora - conclude il Presidente della FISH - chiediamo che venga espressamente richiamato il rispetto dell'articolo 23 della Convenzione ONU ["Rispetto del domicilio e della famiglia", N.d.R.], che impone di eliminare le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità in tutto ciò che attiene al matrimonio, alla famiglia, alla paternità e alle relazioni personali. Abbiamo a mente molti episodi di discriminazione, in particolare, ma non solo, per quanto riguarda l'adozione e l'affido a persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.

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Superando.it del 22-01-2016

Fu il primo a dire al mondo "Niente su di Noi senza di Noi"

di Giampiero Griffo

Lottò costantemente per far riconoscere che una persona con disabilità non è una persona dipendente per tutta la vita e insieme alla moglie venne insignito di un premio dalle Nazioni Unite per il suo sostegno all'inclusione delle persone con disabilità. Il suo messaggio era semplice: una persona è disabile solo a causa di un ambiente che lo disabilità. Ron Chandran-Dudley, primo presidente di DPI (Disabled Peoples' Internazionale) e anche il primo ad adottare a livello internazionale lo slogan "Niente (o Nulla) su di Noi, senza di Noi", è scomparso il 30 dicembre scorso.

Nel 1980 Ron Chandran-Dudley e altre tredici persone con disabilità, delegate a partecipare in Canada al 13° Congresso Mondiale di Rehabilitation International, abbandonarono l'assemblea perché non avevano uguaglianza di parola nelle decisioni prese dall'organizzazione.

Decisero così, in quello stesso anno, di costituire un'organizzazione di persone con disabilità, con la motivazione che per rafforzare la causa del movimento per i diritti di queste persone si dovessero coinvolgere direttamente le stesse, sostenendone l'"empowerment" ("crescita dell'autoconsapevolezza") attraverso la loro stessa voce. Il motto Voice of Our Own o Vox Nostra ("nostra voce") divenne anche il motto e il nome della rivista di DPI (Disabled Peoples' International) e della DPA (Disabled People's Association), l'Associazione delle persone con disabilità di Singapore, di entrambe le quali Ron fu tra i soci fondatori. DPI fu costituita infatti proprio durante un congresso a Singapore il 4 dicembre 1981 e oggi ha più di 140 organizzazioni socie in altrettanti Paesi del mondo. A quel congresso - cui parteciparono più di 450 delegati da 52 nazioni - fu eletto all'unanimità come primo presidente di DPI Ron Chandran-Dudley, scomparso il 31 dicembre scorso a 81 anni.

Ron Chandran-Dudley era un cittadino di Singapore divenuto cieco a 18 anni, che lottò costantemente per far riconoscere che una persona con disabilità non è una persona dipendente per tutta la vita. Nato il 18 aprile del 1934, dopo avere studiato al Raffles Institution della sua città, fu accettato alla Facoltà di Medicina di un'università in Inghilterra: voleva diventare un chirurgo del cervello. Nel 1952, un colpo accidentale alla testa durante una partita di rugby gli tolse la vista.

L'anno successivo Ron si iscrisse alla Singapore Association for the Blind (oggi Singapore Association of the Visually Handicapped), diventando un volontario che distribuiva cibo, vestiti e giocattoli a persone con disabilità visive a Singapore.

In quei momenti incominciò a chiedersi: possiamo solo offrire bastoni bianchi per ciechi, cibo, ninnoli, vestiti e medicine? Perché non possiamo ridare ai ciechi la loro dignità? Perché non formarli a qualcosa di utile, consentendo loro di apprendere come essere indipendenti? «Devo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose - si diceva - per educare la comunità ad accettare le persone con disabilità come validi membri della società».

Egli continuò dunque a svolgere le proprie attività come volontario nell'Associazione, conseguendo successivamente la laurea in Antropologia Sociale presso la prestigiosa London School of Economics, dopodiché tornò a Singapore, diventando segretario generale della citata Singapore Association for the Blind.

In tale veste, Ron dette alle persone cieche una voce, e costruì politiche innovative, decidendo che almeno la metà dei dirigenti dell'Associazione, così come il presidente, dovessero essere persone con disabilità visiva. In particolare sviluppò un sistema di supporto che permise ai bambini con disabilità di vivere a casa, di frequentare le scuole primarie dapprima nell'associazione, successivamente pienamente integrati nelle scuole ordinarie secondarie. Si impegnò inoltre per costruire percorsi lavorativi, in modo tale che le persone cieche potessero partecipare a pieno titolo nella società, come telefonisti, lavoratori pubblici, agenti assicurativi, professori e proficui utilizzatori di computer, a differenza delle generazioni più anziane in cui le persone rimanevano in genere analfabete e dipendenti.

Dopo cinque anni, lasciò la Singapore Association for the Blind, per andare a studiare come consigliere per la formazione professionale e psicoterapeuta alla Fulbright Scholar dell'Università americana di New York ad Albany.

Nel 1971 tornò a Singapore, specializzandosi, nei dieci anni successivi, in altre aree dei servizi sociali. Divenne consigliere per coloro che abusavano di droghe e formatore per i responsabili degli interventi successivi alla cura per la Singapore Anti-Narcotics Association, oltre ad assumere la carica di vicepresidente e consigliere volontario presso la Singapore Association of Mental Health, l'Associazione di Singapore per la Salute Mentale. Nel frattempo era anche diventato presidente della nuova Singapore Association of the Visually Handicapped e lo fu sino al 1980.

Uno dei principali risultati dell'impegno di Ron nel mondo della disabilità fu senz'altro la partecipazione come socio fondatore di DPI (Disabled Peoples' International) nel 1981.

Attivo in precedenza all'interno di Rehabilitation International - che all'epoca era l'organizzazione riconosciuta a livello internazionale per rapprresentare le persone con disabilità - ne uscì insieme alle organizzazioni di altri Paesi, per un conflitto sulla rappresentanza. Il 1981, infatti, fu dedicato dalle Nazioni Unite alle persone con disabilità e in seno a Rehabilitation International la discussione si concentrò sul fatto se nella direzione dell'organizzazione dovessero avere la maggioranza le persone con disabilità; tale posizione non ebbe la meglio, cosicché una parte delle organizzazioni socie decise di costituirsi in una nuova associazione internazionale, DPI appunto, basata su altre regole (maggioranza di persone con disabilità tra i soci e negli organismi direttivi, parità di rappresentanza di genere ecc.).

Riconosciuta dalle Nazioni Unite e finanziata da varie organizzazioni internazionali, DPI - della quale Ron Chandran-Dudley fu il primo presidente - venne dunque creata da persone con disabilità che lavoravano per cambiare le attitudini negative e politiche riguardanti all'epoca 500 milioni di persone con disabilità (oggi circa un miliardo). Sin dall'inizio vi si lavorò per dare dignità alle persone con disabilità, attraverso la formazione e l'empowerment [crescita dell'autoconsapevolezza, N.d.R.], affinché diventassero responsabili per la propria vita. Un messaggio, questo, che influenzò profondamente le politiche indirizzate alle persone con disabilità nel campo dell'educazione, del lavoro e dell'accessibilità in numerosi Paesi, tra cui l'Australia, la Malaysia, lo Sri Lanka, il Canada, la Svezia e le Filippine.

Durante i quattro anni del suo mandato alla Presidenza di DPI, Ron si spese per allargare la base sociale e costituire i Consigli Regionali (ogni continente in DPI ha un Consiglio e un'Assemblea Regionale). Oggi siamo di fronte a un'organizzazione globale con Status Consultativo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, altre Agenzie dell'ONU e altri organismi a carattere regionale (Unione Europea, Consiglio d'Europa, Lega Araba, Organizzazione degli Stati Americani, Unione Africana).

In occasione di un viaggio in Polonia nel 1984, si deve proprio a Ron Chandran-Dudley il primo uso internazionale dello slogan oggi appartenente a tutto il movimento mondiale delle persone con disabilità, vale a dire Niente (o Nulla) su di Noi, senza di Noi. A tal proposito va ricordato che secondo il professor Frank Hall-Bentick quella stessa frase era stata usata in Polonia dall'Associazióne Polacca dei Ciechi nel 1947, quando, dopo la seconda guerra mondiale, le persone cieche si erano organizzate in un'associazione presieduta dal dottor Wlodzimierz Dolanski, promotore appunto delle parole Niente su di noi senza di noi.

Per altro il fatto che questo slogan nascesse in Polonia non fu casuale. Nihil novi nisi commune consensu ("Niente di nuovo senza il consenso di tutti") si chiamano infatti gli Acta Polacca del 1505, noti anche come "Niente su di noi senza di noi". Tale Atto - chiamato in Polonia "di Costituzione" - coincise con un'importante vittoria per la nobiltà polacca contro la monarchia, proibendo al re di approvare nuove leggi senza il consenso dei rappresentanti dei nobili (szlachta, Sejm y Senat), ad eccezióne delle leggi relative alle città reali, territori della corona, miniere, feudi, contadini ed ebrei. Secondo una narrazione leggendaria, inoltre, questa frase fu usata anche durante le rivolte contadine per rivendicare i propri diritti.

La DPA di Singapore di cui Ron Chandran-Dudley era il leader, si costituì legalmente il 28 aprile 1986 e su indicazione dello statuto di DPI, mise insieme varie organizzazioni di Singapore, quali l'HWA (Handicaps Welfare Association), la SAVH (Singapore Association of the Visually Handicapped) e la SADeaf (Singapore Association for Deaf), formando la prima Assemblea Nazionale di DPI di quel Paese, con DPA che era l'unica Associazione ad occuparsi di tutte le tipologie di diversità funzionale.

Sin dalla sua fondazione, i soci di DPA si indirizzarono a conseguire gli obiettivi della seconda Assemblea Regionale Asia-Pacifico di DPI, ovvero influenzare i decisori politici per implementare le attuazioni e i programmi indirizzati a promuovere l'integrazione sociale delle persone con disabilità e condividere le esperienze legate alla condizione di disabilità, per cooperare in cerca delle migliori soluzioni.

Al tempo del primo ministro Goh Chok Tong (1990-2004), il Governo di Singapore formulò l'Agenda for Action, che includeva una serie di raccomandazioni elaborate dall'Advisory Council of the Disabled ("Gruppo Consiliare della Disabilità").

Dal canto suo, Chandran-Dudley aveva contributo in maniera significativa alla fondazione del VAPC, il Singapore's Vocational Assessment and Placement Centre, dove un team multidisciplinare di esperti (terapisti occupazionali, operatori del sociale e psicologi) valutava le competenze e le capacità delle persone con disabilità, aiutandole a ottenere un lavoro appropriato. Dalla fondazione di tale organismo, nel 1984, sono state centinaia le persone con disabilità che hanno conseguito un lavoro.

Per anni Ron ha lavorato per rimuovere le barriere architettoniche e quelle culturali. Il suo messaggio era semplice: una persona è disabile solo a causa di un ambiente che lo disabilità.

Tra le sue altre battaglie, particolarmente degna di nota è quella per garantire alle persone cieche di votare da sole. Fino ad allora, infatti, le persone cieche di Singapore votavano accompagnate dal presidente di seggio, ciò che non garantiva affatto la segretezza e l'affidabilità del voto, secondo la volontà dell'elettore. Ron si impegnò dapprima a fare accompagnare la persona cieca al seggio elettorale da una persona di fiducia. Successivamente, il 18 agosto 2011, come segnalò la testata locale «The Straits Times», in occasione delle elezioni presidenziali del 27 agosto di quell'anno, «i responsabili per le elezioni hanno prodotto una penna speciale che permette al votante cieco di segnare le proprie preferenze elettorali da solo ed è stata la prima volta in un'elezione a Singapore».

Ron Chandran-Dudley e la moglie Rena furono insigniti di un premio dalle Nazioni Unite per il sostegno all'inclusione delle persone con disabilità e per il lavoro svolto per il primo Programma Mondiale di Azione dell'ONU.

Giampiero Griffo,

Componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples' International).

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Superando.it del 26-01-2016

Perchè il 27 gennaio è così importante

Il messaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, per il Giorno della Memoria del 27 gennaio, ci dà innanzitutto l'opportunità di ricordare ancora una volta che il primo Olocausto del regime nazista fu proprio quello che portò a sterminare centinaia di migliaia di persone con disabilità. Ma per le persone con disabilità e le loro famiglie, questa data è fondamentale non solo come doveroso pensiero a quelle vittime, ma anche come costante monito per il presente e il futuro, "testimonianza viva" contro ogni forma di discriminazione in tutti i giorni dell'anno.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, sei milioni di ebrei furono sistematicamente rinchiusi in campi di concentramento e sterminati. I nazisti uccisero anche Sinti e Rom, prigionieri politici, omosessuali, disabili, testimoni di Geova e prigionieri di guerra sovietici.

L'Olocausto è stato un crimine di dimensioni colossali. Nessuno può negarne l'evidenza: è accaduto realmente. Ricordare le vittime e rendere onore al coraggio dei sopravvissuti e di coloro che li hanno supportati e liberati ci permette di rinnovare ogni anno il nostro impegno a prevenire simili barbarie in futuro, e a respingere la mentalità carica di odio che le rende possibili.

Le Nazioni Unite sono sorte sulla scia dell'Olocausto e delle atrocità commesse nella seconda guerra mondiale, per riaffermare la fede nella dignità e nel valore di ogni singola persona e ribadire il diritto di ognuno all'uguaglianza e a una vita priva di discriminazioni.

Questi princìpi rimangono essenziali anche oggi. In tutto il mondo ci sono persone che continuano a essere soggette ad attacchi e discriminazioni, come i milioni che fuggono da guerre, persecuzioni, e povertà. Abbiamo il dovere di ricordare il passato, e di aiutare coloro che, oggi, hanno bisogno di noi.

Per più di dieci anni, l'Olocausto e il Programma Outreach delle Nazioni Unite hanno lavorato per educare le nuove generazioni riguardo all'Olocausto. Molti nella società - tra cui i sopravvissuti all'Olocausto - continuano a contribuire a questa importante attività.

La memoria dell'Olocausto ci rammenta con drammatica forza cosa possa accadere quando smettiamo di riconoscere l'umanità che ci accomuna. In questo giorno di commemorazione dell'Olocausto, invito l'umanità a respingere quelle ideologie politiche e religiose che mettono i popoli gli uni contro gli altri. Insieme, denunciamo l'antisemitismo e ogni attacco contro gruppi religiosi o etnici. Insieme, costruiamo un mondo dove la dignità sia rispettata, la diversità sia celebrata, e la pace sia permanente.

Fin qui il messaggio del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, diffuso in occasione del Giorno della Memoria del 27 gennaio, e per la cui traduzione ringraziamo l'Ufficio Comunicazione di ONU Italia.

Ma perché il Giorno della Memoria - designato come tale nel 2005 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e fissato per il 27 gennaio di ogni anno, a ricordare il sessantesimo anniversario dell'entrata nel campo di concentramento di Auschwitz da parte dei soldati russi - è tanto importante anche per le persone con disabilità?

Chi ci legge con regolarità sa bene quanto spazio la nostra testata abbia dedicato a questo tema - come testimonia anche il lungo elenco di contributi qui a fianco riportati - e in particolare negli ultimi anni, quando è emersa in piena luce una nuova, ulteriore sconvolgente verità riguardante il regime nazista. In una ricognizione dei fatti elaborata per il nostro giornale da Stefania Delendati, che costituisce certamente una delle più esaurienti trattazioni sull'argomento, ciò che accadde viene riassunto così: «Prima della "soluzione finale", che portò alla morte milioni di persone, il regime nazista si "esercitò" sui disabili, ritenuti indegni di vivere, un peso economico per la società e un pericolo per la salvaguardia della popolazione "sana". Un accanimento organizzato, iniziato nel 1939, chiuso ufficialmente due anni dopo, in realtà proseguito fino al termine del conflitto, segretamente e - se possibile - in modo ancora più crudele. Vennero uccise circa 300.000 persone affette da malattie ereditarie, tra loro moltissimi bambini. Un Olocausto parallelo tenuto seminascosto per quasi mezzo secolo, che soltanto negli ultimi anni è venuto alla luce, grazie soprattutto alle iniziative promosse in occasione del Giorno della Memoria».

Parole, queste, che da sole sarebbero certamente sufficienti a far capire l'importanza di una ricorrenza come quella del 27 gennaio.

Ma non basta. Infatti, con un salto in avanti nel tempo di sessant'anni, oltrepassando la stessa Assemblea delle Nazioni Unite che ha decretato il 27 gennaio quale Giorno della Memoria, vogliamo ancora una volta ricordare alcuni altri fatti, apparentemente marginali, nel flusso della "Grande Storia".

Siamo infatti nel 2006, quando alcuni medici olandesi firmano il cosiddetto Protocollo di Groningen, ove scrivono che «tra i bambini e i neonati per i quali potrebbe essere presa la decisione di fine vita» ci sono anche quelli «sopravvissuti grazie alla terapia intensiva ma per i quali è chiaro che dopo il completamento delle cure intensive la qualità della vita sarà misera» e senza «alcuna speranza di miglioramento».

Alla fine di quello stesso anno, poi, i componenti del Collegio Reale di Ostetricia e Ginecologia della Gran Bretagna, chiedono in un documento ufficiale «la possibilità di uccidere i neonati con disabilità gravi».

Più recentemente, nel 2010, un docente di Teoria dell'Armonia al Conservatorio di Milano si sofferma in Facebook sui «problemi della didattica», parlando tra l'altro di «pseudoscienza senza bussole che fa comparire organismi che non lo dovrebbero» e di «Rupe Tarpea cui bisognerebbe tornare».

Infine, nel mese di agosto del 2014, il biologo inglese Richard Dawkins twitta che sarebbe «immorale mettere al mondo una persona con sindrome di Down»...

Ecco perché crediamo che il 27 gennaio non possa mai essere dimenticato dalle persone con disabilità e dalle loro famiglie, come doveroso pensiero ai milioni di vittime che furono, ma anche come costante monito per il presente e il futuro, "testimonianza viva" contro ogni discriminazione in tutti i giorni dell'anno. (Stefano Borgato)

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Superando.it del 12-01-2016

Gli alunni con disabilità secondo l'ISTAT

È stata pubblicata nelle scorse settimane l'edizione annuale del rapporto ISTAT sull'"Integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado", che contiene numerosi dati interessanti e dal quale emerge anche come il permanere di una serie di elementi (necessità di ricorrere ai Tribunali, continuità didattica, assistenza a scuola, accessibilità e altro ancora) possa continuare a incidere negativamente sulla qualità dell'inclusione scolastica.

Il 21 dicembre scorso l'ISTAT ha pubblicato l'edizione annuale del rapporto sull'Integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado.

Nell'anno scolastico 2014-2015, dunque, gli alunni con disabilità del nostro Paese risultavano essere 86.985 nelle scuole primarie (il 3,1% del totale, che erano il 2% nell'anno scolastico 2000-2001) e 66.863 nelle scuole secondarie di primo grado (il 3,8% del totale, che erano il 2,5% nel 2000-2001). Gli insegnanti di sostegno rilevati dal Ministero erano invece 79.462, in crescita di 5.000 unità rispetto al precedente anno scolastico, per un rapporto di 1,6 alunni con disabilità ogni insegnante di sostegno nella scuola primaria e di 1,8 nella scuola secondaria di primo grado.

Tra gli elementi che permangono e che possono continuare a incidere negativamente sulla qualità dell'inclusione scolastica, va ricordata innanzitutto la stima relativa all'8,5% delle famiglie di alunni con disabilità della scuola primaria e al 6,8% di quelle della scuola secondaria di prima grado, che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile o Amministrativo, per ottenere un aumento delle ore di sostegno.

Dal punto di vista, poi, della continuità didattica, gli alunni con disabilità che hanno cambiato insegnante di sostegno nel corso dell'anno scolastico sono stati il 14,7% nella scuola primaria e il 16,5% nella scuola secondaria di primo grado, con una crescita rispetto a quelli registrati nella precedente annualità (rispettivamente il 10,8% e l'8,8%). Si tratta di percentuali che aumentano drasticamente, se si analizzano i cambiamenti di insegnante di sostegno rispetto all'anno scolastico precedente: il 41,9% degli alunni con disabilità nella scuola primaria e il 36,5% nella scuola secondaria di primo grado.

In entrambi gli ordini scolastici, inoltre, gli insegnanti di sostegno svolgono prevalentemente attività di tipo didattico (per l'82% degli alunni con disabilità), anche se il 14% svolge per lo più attività di mediazione e il 3% prevalentemente attività di tipo assistenziale, che dovrebbero invece essere di pertinenza di altre figure professionali, come l'assistente educativo culturale (AEC) o ad personam.

Mediamente gli alunni con disabilità non autonomi in tutte le attività considerate (spostarsi, mangiare, andare al bagno) dispongono di 11,7 ore settimanali di assistenza nelle scuole primarie e 12,8 ore in quelle secondarie di primo grado. Per gli alunni con maggiori livelli di autonomia le ore medie scendono intorno a 9 in entrambi gli ordini scolastici.

Guardando poi alle ripartizioni geografiche, emerge che al Sud gli alunni con disabilità possono contare solo sull'insegnante di sostegno. Se infatti nelle scuole del Mezzogiorno si evidenzia un numero maggiore di ore settimanali di sostegno, assegnate mediamente all'alunno con disabilità, al contrario il numero medio di ore settimanali di assistenza educativa culturale o ad personam risulta inferiore di quello registrato al Centro e al Nord.

In particolare, per gli alunni non autonomi in tutte le attività considerate, al Nord si registrano in media 13,1 ore settimanali di assistenza nelle scuole primarie e 14,5 nelle scuole secondarie di primo grado, contro rispettivamente le 10,3 e le 10,6 ore del Mezzogiorno.

In riferimento quindi all'accessibilità, continua ad essere elevata la quota di plessi scolastici che presentano barriere architettoniche, con una situazione di maggiore svantaggio per le Regioni del Mezzogiorno. È infatti quest'ultima la ripartizione geografica che presenta la percentuale più bassa di scuole con scale a norma (77,2% di scuole primarie e 86,6% di secondarie di primo grado) e servizi igienici a norma (72,4% di scuole primarie e 77,3% di secondarie di primo grado).

Le scuole risultano invece poco accessibili su tutto il territorio nazionale, se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all'interno della scuola degli alunni con disabilità sensoriali (li possiedono il 29,3% delle scuole primarie e il 30,1% delle secondarie di primo grado), o se si fa riferimento più in generale alla presenza di percorsi interni ed esterni accessibili (42,9% per le scuole primarie, 44,1% per le secondarie di primo grado).

Il tema dell'accessibilità, per altro, non riguarda solo la presenza o l'assenza di barriere architettoniche, ma investe anche gli strumenti di comunicazione e informazione. Circa un quarto delle scuole primarie e secondarie di primo grado, infatti, non ha postazioni informatiche destinate alle persone con disabilità e complessivamente ben il 35% degli alunni con disabilità non può contare su alcun ausilio didattico messo a disposizione dalla scuola.

Dall'indagine prodotta dall'ISTAT, infine, emerge che gli alunni con disabilità non trascorrono tutto il loro tempo scolastico all'interno della classe: in media 3,5 ore settimanali per la scuola primaria e 4,1 per quella secondaria di primo grado vengono trascorse al di fuori della classe, un dato che cresce visibilmente nel caso di alunni con minori livelli di autonomia: in media 6,9 ore settimanali per la scuola primaria e 9,7 per quella secondaria di primo grado. (Daniela Bucci)

La presente nota è già apparsa nel portale «Condicio.it - Dati e cifre sulla condizione delle persone con disabilità», spazio di comunicazione che è il frutto di un progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap). Viene qui ripresa - con alcuni riadattamenti al diverso contenitore - per gentile concessione.

Sul tema trattato nella presente nota suggeriamo anche la consultazione dell'ampio focus dedicato al Diritto all'istruzione da «Condicio.it».

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Giornale UICI del 14-01-2016

Non vogliamo una scuola per disabili visivi

di Luciano Paschetta

Letta la proposta Cervellin di aprire una "scuola specialistica" per disabili visivi, sono rimasto sconcertato dalla "debolezza pedagogica" della motivazione data a sostegno dell'iniziativa e, quale esperto che da oltre quarant'anni si occupa di inclusione scolastica di questa tipologia di alunni, non posso tacere.

Se è vero che l'inclusione scolastica dei disabili visivi, così come si è venuta realizzando, presenta alcuni aspetti critici, questo significa solo che essa, così come è, non va, non che il modello inclusivo non sia valido. La proposta Cervellin, nonostante venga presentata solo come una modalità diversa di realizzare l'inclusione scolastica degli alunni disabili visivi, in realtà è falsamente inclusiva: è vero che è prevista l'inclusione in una classe "mista" tra alunni normovedenti ed alunni con disabilità visiva, ma affinché questi ultimi possano frequentare questa scuola dovranno essere sradicati dal contesto famigliare e sociale in cui vivono ed essere "istituzionalizzati", riprendendo un modello educativo riconosciuto valido nel tempo in cui era stato proposto da Gentile e realizzato (gli anni '30), ma che è stato messo in discussione da tutte le recenti teorie pedagogiche. Riproporlo ora significa anche non tener conto che in questi 90 anni la scuola e la società sono profondamente mutate e, per questo semplice fatto, oggi, una simile proposta risulta "fuori dal tempo". La storia non si ferma, la storia va avanti con noi o senza di noi. Voler tornare a modelli del passato con l'illusione che essi hanno funzionato e quindi funzioneranno anche adesso, vuol dire semplicemente non essere stati capaci di leggere i segni dei tempi.

Cosa poi assolutamente discutibile è quella di voler fare una "scuola specialistica" per soli alunni altrettanto "speciali", con la sola disabilità visiva. Al di là di questa idea di "selezione preventiva" che richiama ideologie segregazioniste che poco hanno a che fare con l'inclusione, l'autore della proposta sembra conoscere poco le problematiche dello sviluppo socioeducativo del bambino con problemi di vista: egli dovrebbe sapere che, nel bambino non vedente, normodotato alla nascita, ma non educato correttamente nel "pre-scuola" non è difficile assistere al sorgere di "disabilità secondarie". Oltre che fuori dal tempo il modello proposto risulta essere anche fuori dalla realtà: anche in questo caso si fa riferimento ad un " disabile visivo ideale" anziché partire da "bambini reali".

Nel mio contributo "Sostegno o insegnante di sostegno?" pubblicato nelle pagine precedenti, muovendo dall'analisi del come si è venuto realizzando l'inclusione dei disabili visivi e quale sia attualmente lo "stato dell'arte", ho cercato di chiarire che per una corretta inclusione degli alunni non vedenti e ipovedenti non serve il "docente di sostegno" se non nei primi anni della scuola elementare; servono invece "centri di sostegno" e una figura capace di supportare i docenti titolari nel dare le giuste risposte ai bisogni specifici del disabile visivo.

Su quest'ultimo punto un grosso aiuto verrebbe dal definire il profilo professionale dell'"assistente alla comunicazione" (art. 13 comma C legge 104/92) ed il relativo percorso formativo, obbligando poi le cooperative e gli enti che svolgono il servizio di assistenza scolastica e/o domiciliare a servirsene. Noi nella proposta di legge FAND-FISH sull'inclusione scolastica, i cui principi sono stati tutti recepiti nella legge 107 ed i cui contenuti stiamo cercando di trasferire nell'emanando decreto delegato sull'inclusione, lo abbiamo previsto.

La modalità di realizzazione dell'inclusione degli alunni con disabilità visiva va corretta, non certo attraverso nostalgici quanto dannosi ritorni al passato, ipotizzando "modelli ideali" per "disabili visivi ideali" fuori dal contesto, dal tempo e dalla realtà, ma guardando alla scuola che sarà, attraverso una maggior specializzazione dei docenti ed una maggior consapevolizzazione della scuola sui bisogni specifici dei ciechi e degli ipovedenti, creando le condizioni perché il contesto diventi inclusivo e, a nostro parere, la legge 107 contiene tutti i principi perché ciò possa realizzarsi.

Luciano Paschetta

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Superando.it del 09-01-2016

Retorica dell'integrazione e cultura dell'inclusione

di Gianfranco Vitale

Si continua a discutere di scuole speciali per i bambini e i ragazzi con disabilità, fenomeno ancora tutt'altro che residuale, come aveva sottolineato l'interessante saggio "L'attrazione speciale", pubblicato lo scorso anno da Giovanni Merlo. Reso poi ulteriormente "caldo", un paio di mesi fa, dalla proposta proveniente dal Veneto di istituire una scuola paritaria specializzata per ciechi, il tema merita certamente di essere dibattuto in modo ampio e costruttivo, ciò a cui il nostro giornale sta cercando di contribuire, con opinioni di segno diverso. La prima cui diamo spazio oggi è quella di Gianfranco Vitale, cui ne seguirà una del citato Giovanni Merlo.

Di recente molto si è discusso di scuole speciali. È con curiosità ed interesse, come genitore di un soggetto disabile, ma anche - se mi è consentito - come ex insegnante (per inciso non sul sostegno) con trentasette anni di servizio nella scuola pubblica, che mi permetto di inserirmi in punta di piedi nel dibattito in corso, per provare a comprendere meglio le ragioni di un malessere che personalmente giudico ben più diffuso di quanto appaia a una prima lettura di alcuni autorevoli commenti, pubblicati sugli organi di stampa e sul web.

Ci troviamo di fronte a un profondo disagio che sarebbe riduttivo sottovalutare e peggio ancora banalizzare ricorrendo a semplici parole d'ordine, a cominciare dagli appelli all'"inclusione" e/o alla "scuola di tutti", refrain sicuramente utili a strappare consensi e applausi in occasione di iniziative allestite ad hoc, ma che, lo confesso, poco o nulla suggeriscono ormai a me e (forse) a tanti.

In effetti inclusione è una bellissima parola: dà l'idea, se riferita all'istituzione scolastica, di una scuola pronta ad accogliere in modo pieno e consapevole la diversità... Ma siamo sicuri che interpreti appieno il contesto reale che tanti disabili, e con loro le famiglie, vivono ogni giorno?

Altrettanto affascinante, ne convengo, è parlare di "scuola di tutti"... Peccato che molto spesso i nostri figli siano confinati nei corridoi o in angusti locali, cui ognuno assegna i nomi più bizzarri (a cominciare da "aule speciali"... Speciali in cosa?), dove si ritrovano non di rado soli, lontani da quei "tutti" retoricamente evocati a ogni piè sospinto, alla faccia di un'integrazione spesso solo di facciata.

Ebbene: se non iniziamo la nostra disamina da qui, da questo frame niente affatto irrilevante, il rischio è di non riuscire a comprendere fino in fondo l'intero film cui stiamo assistendo e di interpretare male le voci di protesta e la rabbia di tanti protagonisti, a iniziare da quei familiari che, delusi da una scuola che non riesce in modo giusto ad accogliere i loro figli "speciali", non possiamo certo condannare perché fuori dal coro. Sbaglieremmo a farlo, per la semplice ragione che raccontano la verità, quella fatta di mancanza di risorse umane e strumenti materiali, classi sovraffollate, docenti di sostegno precari che lavorano a incarico passando da una scuola all'altra, spazi inadeguati e, se esistenti, peggio strutturati, formazione carente, barriere architettoniche e culturali lontane dall'essere realmente rimosse, dirigenti scolastici che non conoscono la normativa o non vogliono applicarla, fingendo, ad esempio, di non sapere che l'allievo con disabilità va preso in carico da tutto il team scolastico (e non dal solo insegnante di sostegno), come prevedono le Linee Guida Ministeriali.

Si è davanti ad errori e contraddizioni che ogni anno si susseguono sempre uguali, fino a spingere i genitori alla disperazione, con frequenti ricorsi ai TAR [Tribunali Amministrativi Regionali, N.d.R.] quasi sempre vinti, tanto più comprensibile se si tiene poi conto dell'atavica scarsa continuità didattica, che scarica come ben sappiamo i suoi effetti perversi proprio sugli allievi più fragili.

Come ignorare che in dieci anni la percentuale degli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane è cresciuta del 40%? In un recente focus del Ministero è emerso che nello scorso anno scolastico essi erano poco meno di 235.000, rappresentando il 2,7% della popolazione scolastica, a fronte dell'1,9% del 2004-2005.

Primaria e secondaria di primo grado sono gli ordini di scuola con una maggiore presenza di alunni con disabilità. I maschi sono il 68,8% del totale. Il 95,8% degli alunni con disabilità ha un problema psicofisico, l'1,6% una disabilità visiva, il 2,7% una disabilità uditiva. Oggi abbiamo ancora un docente di sostegno precario su quattro. Che, detto in numeri, corrisponde ad appena 96.000 posti coperti con personale di ruolo, a fronte di quasi 230.000 necessari. Sono precari, non stabilizzati, oltre 33.000 posti di sostegno, il 26% circa.

A fronte di una crescita degli alunni con disabilità del 40% in dieci anni, i docenti di sostegno sono cresciuti solo del 12%!

Come ignorare, inoltre, che l'attuale normativa prevede che in una classe con 20-25 alunni possa essere inserito un solo studente con disabilità e se invece ce ne sono due la classe deve essere composta da meno di 20 ragazzi? Rivelo un segreto se dico che di fatto non è così e che le classi sovraffollate sono ovunque? No, non è un segreto...

Ricordo che secondo gli stessi dati del Ministero, sono ben 5.500 le classi in cui sono presenti più di 2 alunni con disabilità.

Sarebbe doveroso, a questo punto, fare una sana autocritica da parte di quelle forze politiche che si sono succedute al governo del Paese nel corso degli ultimi decenni, tutte più o meno incapaci di esprimere uomini e strategie in grado di aggredire efficacemente le tante contraddizioni e i tantissimi limiti dell'offerta formativa ed educativa.

E invece su «Vita.it» si legge una dichiarazione del sottosegretario all'Istruzione Davide Faraone in cui, lungi dall'avviare una seria riflessione sulla realtà del sostegno, apprendiamo che: «Abbiamo lottato per eliminare ghettizzazioni e per favorire un'inclusione a tutti i livelli della società; se qualcosa non va nel sostegno ai ragazzi disabili va solo migliorata». Ma davvero egli pensa che l'attuale "integrazione" offerta dalla scuola sia a misura dei bisogni speciali dei nostri figli? Che, in particolare, vi sia una formazione specifica da parte dei docenti di sostegno (e perché no? di quelli curricolari) nell'affrontare disabilità che una tale specializzazione, con tutta evidenza, richiedono in modo imprescindibile? Se fosse così, non ci resterebbe che prendere atto di quanto labili siano diventati i confini tra immaginazione e realtà!

La mia sensazione è invece che i genitori si convincono ogni giorno di più che le cose non stanno come avevano legittimamente sperato, e per conseguenza cominciano a valutare opzioni diverse. Sarebbe bello se davanti a questo scenario, anziché limitarsi a parole di circostanza, servizi, scuola e associazioni si sedessero attorno a un tavolo per chiedersi: «Dov'è che abbiamo fallito? Dov'è stato il problema?».

Eh già: perché non è sempre vero che il problema è la gravità della patologia che afferisce il bambino o l'adolescente con disabilità. Spesso il problema vero è che il contesto attorno a lui è stato, ed è, gravemente escludente. Se capiamo ciò, non faremo fatica a comprendere che più di ridondanti mozioni degli affetti, è importante che il mondo della scuola, dei servizi, delle associazioni sia immediatamente disponibile a mettersi in discussione, a modificare il proprio modo di lavorare, perché solo questo cambiamento permetterà, domani, all'allievo disabile di rimanere nella scuola di tutti. Dunque... o si realizza uno sforzo serio per rendere davvero inclusiva e integrante la scuola della Legge 104 oppure, volenti o nolenti, dovremo rassegnarci all'affermazione di altro!

Alla luce di queste considerazioni dico allora, molto umilmente, che è sbagliato avere preconcetti contro le scuole speciali. Naturalmente penso a scuole degne di tal nome, che siano davvero meglio di un'integrazione tutta "chiacchiere e distintivo", quale quella che molto spesso vivono i nostri figli.

Le famiglie non sanno che farsene di belle leggi e di intenzioni nobili che restano sulla carta. Vogliono efficacia. Vogliono una pedagogia speciale per i loro cari. Non si accontentano di tenerli parcheggiati, rivendicano - a ragione - scuole con supporti e personale qualificato, organizzate in classi ordinarie integrate e gruppi-classe di alunni disabili, con una programmazione "su misura" e momenti di integrazione con gli studenti normodotati ecc.

Avere questi obiettivi, e ricercarli in scuole speciali, non offende nessuno: siamo solo davanti a una più che legittima risposta da parte di chi non desidera essere messo sotto scacco rispetto agli apprendimenti e alla crescita educativa del proprio figlio. Se non vengono rimossi gli ostacoli e se le leggi non vengono applicate, il percorso scolastico risulta null'altro che una beffa e le parole inclusione e integrazione impronunciabili.

È arrivato il momento di sostituire la retorica dell'inclusione con la cultura dell'inclusione, e ciò va detto schiettamente, senza paraocchi , riconoscendo e denunciando le responsabilità ovunque e di chiunque.

Padre di una persona adulta con autismo, insegnante e scrittore, autore del libro Mio figlio è autistico (Vannini, 2013). Cura un blog dedicato anch'esso all'autismo (qui la pagina Facebook).

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Superando.it del 12-01-2016

Cani guida: quegli alberghi violano le leggi e discriminano

«Rifiutare l'accesso a un cieco con cane guida è come chiedere a un paraplegico di lasciare la carrozzina fuori della porta o a un miope di togliersi gli occhiali per entrare al cinema»: così Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), si esprime con amara ironia nei confronti di quegli alberghi che nonostante le Leggi rifiutano l'accesso ai cani guida delle persone con disabilità visiva, chiedendo anche, a nome della stessa FISH, un intervento al ministro competente Dario Franceschini.

Poco meno di un mese fa avevamo segnalato su queste pagine il forte impatto avuto da un videoservizio diffuso nel sito del giornale «Il Fatto Quotidiano», che aveva visto per protagonista Simona Zanella dell'Associazione Blindsight Project, e che aveva documentato un'ulteriore discriminazione legata a una questione spesso trattata nel nostro giornale, ovvero il diniego da parte di molti esercizi pubblici a fare accedere nei propri locali i cani guida che accompagnano le persone non vedenti o ipovedenti, nonostante, com'è ben noto, vi siano ormai da molti anni norme secondo le quali «il cieco con il cane guida può entrare in tutti i luoghi aperti al pubblico» (Legge 37/74, Legge 376/88 e Legge 60/06).

Nella fattispecie, il videoservizio riguardava gli alberghi di Milano, sin troppi dei quali avevano appunto espresso il proprio rifiuto a fare entrare nei propri locali il cane guida a fianco della persona con disabilità visiva.

Oggi sulla questione prende duramente posizione anche la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), registrando un dato prodotto ancora da Blindsight Project, dopo una verifica effettuata su alcuni siti particolarmente rilevanti per le prenotazioni alberghiere (venere.com, expedia.it, hotels.com e altri), dai quali risulta che circa un migliaio di strutture alberghiere dichiarano esplicitamente di rifiutare cani, con la precisazione «anche cani guida».

«Rifiutare l'accesso a un cieco con cane guida - annota con amara ironia il presidente della FISH Vincenzo Falabella - è come chiedere a me, paraplegico, di lasciare la carrozzina fuori della porta o a un miope di togliersi gli occhiali per entrare al cinema. Su questo fatto grave e dilagante, dunque, abbiamo inviato, come Federazione, una segnalazione al ministro competente, Dario Franceschini, chiedendo un intervento presso le organizzazioni degli albergatori, ma suggerendo anche di inasprire le sanzioni che attualmente sono solo pecuniarie. Forse, infatti, rischiando la revoca della licenza, qualche albergatore potrebbe ripensarci».

«Al di là della violazione di norme ormai decennali - aggiunge Falabella - atti del genere hanno anche l'aggravante della discriminazione, calpestando a piè pari i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, la dignità di queste ultime e il loro accesso a pari opportunità. E gettando anche un'ulteriore pessima luce sulla civiltà del nostro Paese anche fuori dai confini nazionali. Crediamo quindi sia doveroso alzare la voce verso comportamenti e atteggiamenti come questi, che non hanno solo una gravità in se stessi, ma ingenerano emulazione più o meno consapevole, e comunque devastante, per le persone con disabilità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it.

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Superando.it del 19-01-2016

Cani guida e alberghi: l'UICI chiede il rispetto delle leggi

Dopo la dura presa di posizione assunta dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), nel prendere atto che sin troppe strutture alberghiere continuano a violare la legge, rifiutando l'accesso ai cani guida delle persone con disabilità visiva, anche l'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) si associa in un comunicato «a tutti coloro che hanno intrapreso la battaglia con gli albergatori per chiedere loro di rispettare la legge che riguarda l'accesso dei cani guida negli alberghi».

«L'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) si associa a tutti coloro che hanno intrapreso la battaglia con gli albergatori per chiedere loro di rispettare la legge che riguarda l'accesso dei cani guida negli alberghi. A tal proposito si tiene a sottolineare che l'Unione si è battuta in Parlamento ottenendo con grande soddisfazione la legge che ha consentito l'accesso dei cani per ciechi negli esercizi pubblici e nei luoghi aperti al pubblico, impegnandosi fortemente per l'applicazione omogenea della normativa e dialogando in particolar modo con Federalberghi. L'UICI non può che condividere il merito del comunicato stampa emanato dalla FISH nazionale con cui da tempo collabora con sinergia di intenti rispetto ai temi di comune interesse, pur rimanendo, tuttavia, in prima linea per la tutela dei diritti dei non vedenti e degli ipovedenti italiani».

Lo si legge in una nota diffusa dalla Presidenza Nazionale dell'UICI, che fa esplicito riferimento alla dura presa di posizione assunta nei giorni scorsi dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) - segnalata anche dalla nostra testata - nel prendere atto dei dati prodotti dall'Associazione Blindsight Project, dopo una verifica effettuata su alcuni siti particolarmente rilevanti per le prenotazioni alberghiere (venere.com, expedia.it, hotels.com e altri), dai quali risultava come circa un migliaio di strutture alberghiere dichiarassero esplicitamente di rifiutare cani, con la precisazione «anche cani guida», nonostante, com'è ben noto, vi siano ormai da molti anni norme secondo le quali «il cieco con il cane guida può entrare in tutti i luoghi aperti al pubblico» (Legge 37/74, Legge 376/88 e Legge 60/06). (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ustampa@uiciechi.it.

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Avvenire del 19-01-2016

Studenti a quattro zampe

A Scandicci, una città in provincia di Firenze, anche i cani vanno a scuola. E dopo le lezioni prendono un voto, proprio come i bambini. Da quasi 90 anni, nella Scuola Nazionale Cani Guida per Ciechi maestri speciali insegnano ai cuccioli come accompagnare il proprio padrone non vedente nel traffico della città. Gli studenti a quattro zampe attraversano strisce pedonali e imparano a prendere l'autobus da soli; ma il direttore tecnico dell'accademia per cani Massimo Baragli assicura che solo i più preparati prendono il diploma.

Signor Baragli, perché una scuola per cani guida?

Nel 1929 l'Unione Ciechi decide di fare un centro d'aiuto per i non vedenti italiani. Di solito, queste strutture sono di associazioni private che si auto- finanziano. La scuola di Scandicci invece è pubblica e dal 1979 è gestita dalla Regione Toscana, anche se i nostri cani vanno a persone di tutta Italia.

Cosa fate?

Appena i cuccioli del nostro allevamento compiono due mesi, vengono affidati per un anno a volontari esterni. Con loro il cane socializza e impara ad andare per strada, in posta o al mercato senza agitarsi. Dallo scorso anno, affidiamo i cani alle detenute in semilibertà del carcere di Empoli. Lo abbiamo già fatto a Prato e i risultati sono stati ottimi, sia per i cani sia per i detenuti.

E l'addestramento?

Comincia dopo il primo anno di età. Il cane viene affidato a un istruttore, con il quale impara a gestire percorsi difficili come muoversi in linea retta, fermarsi all'angolo, attraversare la strada e rispondere ai comandi (in italiano, altri usano il tedesco). Alla fine dell'addestramento c'è un esame, un percorso in cui il cane deve segnalare ostacoli fissi e mobili.

Ogni cane può essere preparato per la guida?

Sì, anche se c'è sempre qualcuno che si rivela inadatto per salute o carattere. Noi preferiamo i socievoli Labrador e Golden Retriever.

E i padroni?

Li scegliamo in base alla capacità di farsi riferimenti spaziali. Prima dell'affidamento (gratuito) c'è un corso di due settimane in cui padrone e cane vanno insieme in ristoranti e negozi. Abbiniamo animale e uomo per età, dimensione e anche carattere, perché un cane guida è molto più di un bastone.

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Superando.it del 15-01-2016

La violenza interroga i modi di stare in relazione

di Simona Lancioni

«La violenza - scrive Simona Lancioni, soffermandosi approfonditamente su una recente pubblicazione monografica dedicata alla violenza sulle donne con disabilità -, chiunque ne sia il bersaglio e quando non si configura come un atto di difesa, sottende sempre l'idea di possesso, la persuasione che degli altri e - più spesso - delle altre si possa disporre discrezionalmente. La violenza interroga i modi di stare in relazione. Occuparsi di violenza, vuol dire occuparsi di questo».

La vie en rose. Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza: è questo il titolo della ricca monografia pubblicata qualche tempo fa da «HP-Accaparlante» [se ne legga anche la presentazione sempre nel nostro giornale Disabilità e violenza, N.d.R.], la rivista del CDH (Centro Documentazione Handicap) di Bologna, pubblicazione che ha raccolto gli atti dell'omonimo workshop nazionale svoltosi a Milano il 1° dicembre 2014, incentrato sul tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità.

La monografia è dedicata al compianto Franco Bomprezzi, già per anni direttore responsabile di «Superando.it», «giornalista a rotelle», come amava definirsi egli stesso, «l'amico e compagno di strada» (come lo definisce Martina Gerosa nel suo intervento introduttivo), scomparso il 18 dicembre 2014, e che di quell'evento avrebbe curato la moderazione, se solo la malattia gli avesse concesso di farlo.

«Non mi è mai passato per la testa di usare violenza fisica nei confronti di una donna, e non perché vivo in sedia a rotelle. Potrei riuscirci anche da qui, su questo non ho dubbi. È proprio perché l'idea di possesso, di proprietà sulla donna, non mi appartiene, non fa parte del mio bagaglio di viaggio nell'esistenza. So di non possedere del tutto neanche me stesso, dal momento che il corpo non sempre risponde ai comandi del cervello o del cuore. Figurarsi se posso immaginare una sorta di dominio su un essere diverso da me», aveva scritto Bomprezzi nell'estate del 2013 (in Dedichiamo il Ferragosto alle donne?, testo citato nella monografia), e coglieva l'aspetto centrale della riflessione sulla violenza: la violenza, chiunque ne sia il bersaglio, e quando non si configura come un atto di difesa, sottende sempre l'idea di possesso, la persuasione che degli altri e - più spesso - delle altre si possa disporre discrezionalmente. La violenza interroga i modi di stare in relazione. Occuparsi di violenza, vuol dire occuparsi di questo.

Curata da Martina Gerosa, Giovanna Di Pasquale e Valeria Alpi, "vestita" con una singolare copertina dell'illustratore Attilio Palumbo, e sdrammatizzata dalle sagaci e impietose vignette di Furio Sandrini alias Corvo Rosso, l'opera ospita le voci di quanti - uomini e donne, disabili e non - hanno accolto la sfida di cimentarsi con un tema ancora poco frequentato. Tanto poco frequentato che davanti alla domanda «dove si può orientare una donna con disabilità vittima di violenza?»" - rivolta dalla disability & case manager Martina Gerosa, una delle tre curatrici della monografia, allorquando, nella primavera del 2013, aveva intercettato una richiesta d'aiuto da parte di una giovane donna con disabilità che manifestava sofferenza per le condizioni in cui era costretta a vivere nell'ambiente familiare -, l'unica risposta ricevuta dalla moltitudine di esperti interpellati (psicologi, assistenti sociali, medici, ricercatori e formatori) era stata «un imbarazzante silenzio».

E non è certo il silenzio la risposta di cui hanno bisogno le donne con disabilità vittime di violenza. Nel momento in cui «ci sono arrivate segnalazioni di donne portatrici di disabilità vittime di violenza domestica, impossibilitate a fuggire a causa delle loro difficoltà e per questo costrette a subire terribili maltrattamenti», osserva Nadia Muscialini, presidente dell'Associazione Soccorso Rosa di Milano e già responsabile del Centro Antiviolenza Ospedaliero presso l'Azienda Ospedaliera San Carlo Borromeo di Milano, e i consueti protocolli e le linee guida si sono rivelati inadeguati ad affrontare l'urgenza e la complessità dei casi in questione, allora è stato necessario valutare e trovare percorsi alternativi, «ma per fortuna si incontra sempre qualcuno che è disposto a fare innovazione e a sperimentare strade nuove».

Speranza, innovazione, flessibilità, creatività, interventi personalizzati, multidisciplinari e interistituzionali, protezione e accoglienza delle vittime, unite ad una grande umanità, prevenzione e presa in carico: sono i concetti chiave del suo intervento. Concetti che dovrebbero diventare punti di riferimento per chi è chiamato ad operare in questo campo.

Ma prima ancora di dare una risposta, la violenza di genere è necessario riconoscerla. E per riconoscerla è essenziale acquisire che le donne con disabilità sono donne. È il disconoscimento dell'appartenenza di genere la prima forma di violenza a cui sono soggette le donne con disabilità.

Valeria Alpi, altra curatrice della monografia, caporedattrice di «HP-Accaparlante», spiega molto bene come sono considerate le donne con disabilità: «La donna con disabilità non è una donna, è una persona disabile. Punto e basta. Dovrà passare la vita a gestire la sua disabilità, ma non a gestire la sua femminilità. Ma se non si parte dall'educazione al proprio corpo, alla propria espressione della sessualità, come si può riconoscere la violenza?».

C'è poi anche il problema dell'accessibilità dei centri antiviolenza, delle case rifugio, delle caserme (presso le quali presentare le denunce), dei tribunali, ma anche - non è scontata - dei pronto soccorso, dei consultori e, ancora, delle campagne informative e di sensibilizzazione, dei numeri di telefono e degli sportelli antiviolenza... Càpita infatti che, anche quando ci si ricorda di pensarci - e non sempre ci si ricorda -, ci si fermi all'accessibilità per persone con disabilità motoria.

Un gradino, una porta stretta si vedono, e capire che possono essere d'ostacolo è abbastanza intuitivo. Più complesso è invece far comprendere che a volte l'ostacolo è costituito da una mancanza (ad esempio: della segnaletica, della sottotitolazione e dell'audiodescrizione dei filmati, del marcato contrasto cromatico, di un accesso ai servizi alternativo alla chiamata telefonica, dell'interprete della lingua dei segni ...).

Interrogata su quali siano i formati e i supporti più adatti a realizzare una campagna di sensibilizzazione al tema della violenza nei confronti delle donne disabili, accessibile anche a donne con disabilità sensoriali, Laura Raffaeli, presidente dell'Associazione Blindsight Project, ha risposto così: «Documenti accessibili (soprattutto i pdf) come vuole la "Legge Stanca" [Legge 4/04, N.d.R.], e pertanto fruibili anche da chi usa screen reader [letteralmente: "lettore di schermo", un'applicazione software, solitamente usata da persone cieche, ma non solo, che identifica e interpreta un testo in formato digitale e lo traduce tramite la sintesi vocale, o attraverso un display Braille, N.d.R.]. Audiovisivi di qualsiasi formato, ma necessariamente con sottotitoli, audiodescrizione e trascrizione in testo accessibile, come vuole la Convenzione ONU [sui Diritti delle Persone con Disabilità, N.d.R.]. Eventuali siti web costruiti anch'essi in conformità alla "Legge Stanca", e lo stesso vale per le applicazioni e tutto ciò che riguarda l'informatica, lo spettacolo e il web».

Vi è una tendenza, da parte dei professionisti, ad affrontare i problemi complessi con forme di "riduzionismo specialistico", ma questa è una modalità che non consente di dare risposte adeguate a questo tipo di problemi, precisa, introducendo ulteriori elementi su cui lavorare Raffaele Monteleone, docente di Politiche Sociali presso il Laboratorio di Sociologia dell'Azione Pubblica "Sui generis" dell'Università di Milano-Bicocca: «I servizi un po' dappertutto (a nord come a sud) lavorano per competenze d'intervento molto separate; questa separazione a volte si trasforma nel gioco dello scaricabarile: "se sei un disabile non certificato forse non devi parlare con me», "se sei una donna vittima di violenza forse non devi parlare con me". Ma sappiamo, per esperienza, che quasi tutte le situazioni che prevedono interventi da parte dei servizi sono, nel caso delle donne con disabilità vittime di violenza (ma non solo), delle situazioni assolutamente al confine, molto poco standard nella loro ordinarietà. Ecco, le politiche pubbliche dovrebbero costruire contesti e strumenti per intervenire in modo personalizzato: non si possono assumere i punti di partenza delle persone come eguali perché non lo sono affatto, e questa oltretutto rappresenta una forma di discriminazione istituzionale». Gli attuali sistemi istituzionali di presa in carico non considerano e non valorizzano le capacità degli individui e, pertanto, si rivelano incapacitanti. Le organizzazioni tendono ad offrire sempre gli stessi servizi e a non cambiare. Per superare questa situazione è necessario concepire le organizzazioni «come mezzi e non come fini in sé, mettendo al centro la complessità delle vite delle persone che dovrebbero sostenere e supportare».

Considerazioni, quelle di Monteleone, che sembrano riecheggiare l'imperativo categorico kantiano: «Agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo».

L'esigenza di stabilire chi debba fare cosa si presenta nel momento di valutare se sia «meglio (e più facile) avere nuovi servizi specializzati nella violenza sulle donne con disabilità, oppure estendere l'accessibilità dei servizi generali di supporto contro la violenza sulle donne e/o la specializzazione nella violenza di genere dei servizi generali di supporto per le persone con disabilità».

Questa fondamentale domanda è stata posta da Massimiliano Rubbi, componente della redazione di «HP Accaparlante», a Sabine Mandl, una delle direttrici del Progetto Access to Specialised Victim Support Service for Women with Disabilities who have Experienced Violence, svolto in quattro Paesi dell'Unione Europea (Austria, Germania, Islanda e Regno Unito) dal 2013 al gennaio del 2015, e guidato dall'Istituto Ludwig Boltzmann per i Diritti Umani di Vienna.

Così ha risposto Mandl: «Dalle nostre esperienze, ci sono due elementi: la maggior parte delle donne raccomanda con forza di rendere i servizi generali di supporto alle vittime più accessibili (ridurre una grande quantità di barriere: es. ambientali - ascensori, bagni accessibili, sistemi di guida - e di accesso all'informazione - sito web, opuscoli anche in audio, lingua dei segni o scrittura semplificata, ecc.) e più consapevoli e sensibilizzati (personale formato su violenza e disabilità, più donne con disabilità che lavorano nei servizi...). Peraltro le donne hanno sottolineato pure l'interesse al fatto che, in aggiunta, occorrano anche "servizi specializzati per donne che hanno subito violenza", es. in Austria, come "esempio di buona pratica", NINLIL. Le donne hanno anche evidenziato che le organizzazioni per le persone con disabilità (centri residenziali, centri di cura, laboratori per persone con disabilità ecc.) e le organizzazioni di utenti dovrebbero essere più consapevoli della violenza specifica di genere e stabilire meccanismi per la protezione e la prevenzione della violenza. Le donne hanno affermato che al momento le donne con disabilità che subiscono violenza non sono supportate a sufficienza né dai servizi di supporto alla vittima (concentrati principalmente sulla violenza domestica verso le donne non disabili) né dalle organizzazioni per le persone con disabilità (non concentrate sulla violenza specifica di genere)».

Il messaggio, dunque, è chiarissimo: prima la risposta inclusiva - le donne con disabilità devono poter accedere agli stessi servizi antiviolenza realizzati per tutte le donne -, poi, in aggiunta, le altre risposte (servizi specializzati e dedicati, e coinvolgimento delle organizzazioni di persone con disabilità).

Sociologa. Il presente approfondimento è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo "Violenza sulle donne con disabilità, il filo del discorso", e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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Il Centro del 08-01-2016

Cataratta, minicristallino restituisce la vista in 24 ore

PESCARA. La cataratta? Si può curare con un intervento lampo, che in 24 ore restituisce la piena funzionalità della vista.

Michele Marullo, primario di Oculistica dell'ospedale civile di Pescara e Penne, in collaborazione con una multinazionale americana, ha messo a punto una tecnica chirurgica, che prevede una procedura di alta tecnologia e specializzazione.

NO ULTRASUONI. Questa nuova metodica rivoluzionaria si avvale di tre momenti principali: il primo consiste nell'asportazione della cataratta, senza il classico impiego di ultrasuoni, altamente dannosi per l'integrità e la trasparenza della cornea, secondo una procedura definita Zeus, ossia Zero emission ultrasound surgery; ciò è possibile sfruttando l'alta qualità strumentale in uso, che favorisce l'impiego del vuoto e della microframmentazione "Chop" di cataratte anche dure e avanzate, senza produrre calore all'interno dell'occhio, prerogativa invece degli ultrasuoni.

Il secondo elemento è l'utilizzo di sole due vie di accesso, entrambe attive, anziché 3 accessi, di cui una sola realmente attiva, secondo una tecnica bimanuale; questo richiede una "curva d'apprendimento" ed è quindi dedicata solo a chirurghi esperti.

CRISTALLINO ARTIFICIALE. L'ultimo e fondamentale elemento è l'innovativo cristallino artificiale, di particolare fattura, per design e materiale impiegato, la cui compressibilità e alta deformabilità ne consentono l'inserimento tramite un tunnel corneale appositamente costruito, con bisturi o femtolaser, di soli 1.3 millimetri. Per sfruttare al massimo la microincisionalità estrema, onde evitare lo stress meccanico del tunnel stesso, il suo ampliamento e l'edemizzazione da stiramento, la lente viene introdotta sfruttando il così detto effetto "kissing" tra il nuovo sistema di iniezione della lente, simile a una penna biro meccanizzata, appositamente ridisegnata, e la micro breccia chirurgica corneale.

OPERATI 500 PAZIENTI. Questa metodica chirurgica, già eseguita su più di 500 casi nella divisione di Oculistica dell'ospedale civile, senza alcuna complicanza, esalta ancora di più tutti i vantaggi della tecnica microincisionale classica, consentendo al paziente una restitutio ad integrum rapidissima.

ZERO ASTIGMATISMO. Uno dei vantaggi assoluti di questa tecnica è l'assoluto controllo dell'astigmatismo post operatorio, evenienza che si verifica per i tagli che superano i 2 millimetri di ampiezza; il taglio di dimensioni ridottissime, soli 1.3 millimetri, fa sì che non ci siano nella fase post operatoria modifiche della curvatura della cornea, quindi zero astigmatismo indotto, cosa che nuocerebbe al risultato funzionale visivo dopo l'intervento.

Inoltre, è facile comprendere che il minimo danno corneale derivante dalla combinazione Zeus/Supermicroincisione lasci la cornea, già a sole 24 ore di distanza dall'intervento, in un perfetto stato di trasparenza, tale per cui il recupero funzionale è talmente rapido da poter arrivare a una prescrizione della lente in tempi altrimenti impensabili.

Ciò, tradotto in termini pratici, comporta per il paziente, già poche ore dopo l'operazione, di eliminare totalmente il senso di annebbiamento indotto dalla cataratta e riacquisire una funzionalità visiva sovrapponibile a quella che si ottiene invece a distanza di giorni, anche trenta, se eseguita con tecnica standard. Inoltre, ai vantaggi funzionali, vanno aggiunti tutti quelli puramente chirurgici, che rendono questa chirurgia più efficace ed efficiente, seppure non scevra da rischi. La stessa tecnica è stata anche utilizzata in casi estremamente complessi, ossia in associazione alla chirurgia del distacco di retina, alla chirurgia delle maculopatie e soprattutto trova larghissimo impiego e indicazione nella oftalmochirurgia pediatrica.

ROBOT E COMPLICAZIONI. Prescindendo quindi dalla possibilità di utilizzare o no ulteriori strumenti, quali quelli robotizzati, modernissimi ma ancora in evoluzione, soprattutto perché aggiungono altre possibili complicanze, questa rappresenta l'unica possibilità di eseguire una tecnica di rimozione della cataratta attraverso una vera microincisione con grandi vantaggi per il paziente, quali il recupero funzionale pressoché immediato, e la possibilità dunque di riprendere immediatamente la normale attività di tutti i giorni, lavorativa o di hobby che sia.

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Quella "macchina fotografica" sempre più opaca.

L'intervento più eseguito al mondo, quello che può cambiare la qualità della vita delle persone, quello che ha subito il massimo dello sviluppo tecnologico negli ultimi 20 anni e che ha comportato l'impegno infinito di ricercatori, medici, chirurghi e dell'industria, è l'intervento sul cristallino quando questo sia affetto da cataratta. Il nostro occhio funziona come una macchina fotografica, al cui interno c'è un sistema di lenti, d i cui quella più importante, deputata alla focalizzazione delle immagini, da lontano e da vicino, sulla retina, è proprio il cristallino. Questa lente assolutamente trasparente alla nascita, perde progressivamente di trasparenza e di motilità limitando prima e penalizzando poi la qualità della vista, sia per la distanza che per la lettura. Tale processo di opacizzazione ed indurimento, identificato con il termine di cataratta, può essere tale da rendere anche totalmente cieco l'individuo e pertanto se ne rende assolutamente necessaria la sua asportazione.

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Notiziario Italiano del 29-01-2016

Taglia-incolla Dna corregge malattia retina che dà cecità

USA. La tecnica che riscrive il Dna, la Crispr, è stata utilizzata con l'obiettivo futuro di curare una malattia genetica che porta alla cecità, la retinite pigmentosa. La tecnica ha permesso di riparare la mutazione genetica, responsabile della malattia, nelle cellule staminali derivate da un paziente. Annunciato sulla rivista Scientific Reports, il risultato è stato ottenuto negli Stati Uniti dai ricercatori della Columbia University e dell'università dell'Iowa. Nell'esperimento i ricercatori hanno ottenuto le staminali dalla pelle di un paziente e poi hanno corretto la mutazione del gene che causa la retinite pigmentosa. Il prossimo passo sarà riprogrammare le staminali 'corrette' in cellule della retina e verificare se è possibile trapiantarle nel paziente. ''E' un approccio valido'' commenta Andrea Ballabio, direttore dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem), dove è stata sviluppata una terapia genica per curare la retinite pigmentosa. E' valido soprattutto, aggiunge, ''nei casi in cui vi è la morte delle cellule della retina, che possono essere sostituite con cellule nuove''. La terapia genica sviluppata al Tigem, sotto la guida di Alberto Auricchio, invece è diversa, spiega: ''non coregge la mutazione, prevede la presenza delle cellule, e si basa sull'introduzione, nella retina, di una copia del gene sano''. La tecnica che utilizza la Crispr, invece, è promettente per curare la malattia nello stadio avanzato ma, sottolinea il direttore del Tigem, ''ci sono ancora molti passi da fare: per esempio va verificato che le cellule staminali si differenzino in modo corretto in cellule della retina''. Va verificato, inoltre, che la Crispr non causi modifiche genetiche indesiderate nelle cellule. La tecnica infatti ha grandissime potenzialità ma non è precisa al 100%: ''mentre si corregge un gene - rileva Ballabio - si possono indurre errori in altre regioni del Dna''. Ed è questa la ragione, prosegue, ''per cui la tecnica non può essere usata direttamente nell'uomo, ma va usata sulle cellule in coltura, dove si può controllare se si sono verificati errori''. Fra i prossimi passi dei ricercatori vi è proprio dimostrare che la tecnica non introduca errori indesiderati e che le cellule siano sicure per il trapianto.

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Il Messaggero del 06-01-2016

Torna a vedere con il "nuovo" occhio bionico

Un occhio bionico di seconda generazione impiantato nella retina ha permesso a una donna inglese di 49 anni, Rhian Lewis, di tornare a vedere con il suo occhio destro. L'intervento è stato eseguito dai chirurghi dell'Oxford Eye Hospital. La paziente era stata colpita dalla retinite pigmentosa (una malattia ereditaria che porta alla cecità) all'età di cinque anni. La patologia l'aveva resa cieca all'occhio destro e quasi completamente non vedente al sinistro. L'occhio bionico dell'azienda tedesca Retina Implant Ag, è un chip di 3 millimetri quadrati con circa 1.500 sensori di luce che invia segnali elettrici alle cellule nervose. Il dispositivo è collegato a un piccolo computer che si trova sotto la pelle dietro l'orecchio. Quando il dispositivo viene acceso i pazienti vedono dei lampi di luce, ma nel corso di poche settimane il cervello impara a convertire quei lampi in forme e oggetti. Quando l'occhio bionico è stato attivato, la signora Lewis è esplosa di gioia: «Tutto a un tratto in pochi secondi ho visto delle luci con l'occhio che non vedeva più nulla». Il dispositivo come trattamento per la retinite pigmentosa è stato testato dal 2012. La signora Lewis è il primo paziente al di fuori della Germania a cui è stato impiantato l'occhio bionico di seconda generazione.

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Tribuna Economica Online del 25-01-2016

1,5 milioni di euro investiti nella start up D-Eye

PADOVA. Nata grazie all'intuito dell'oftalmologo Andrea Russo, D-Eye si propone come una piattaforma in grado di rivoluzionare lo screening di patologie della retina e il follow-up dei milioni di pazienti affetti da patologie croniche, rendendo possibile il tracciamento, la condivisione e il confronto di immagini retiniche raccolte attraverso un semplice smartphone dotato di ottiche D-Eye.

Innogest, Invitalia Ventures, Fondazione Giuseppe e Annamaria Cottino, insieme a Si14, attuale azionista della società e ai manager, hanno investito 1,5 milioni di euro in D-Eye, startup che ha sviluppato un dispositivo ottico brevettato, compatibile con i principali smartphone sul mercato, che permette di effettuare esami della retina sfruttando la telecamera e il sistema di illuminazione di cui ogni dispositivo è già dotato.

Oltre al dispositivo sviluppato, la soluzione D-Eye prevede l'utilizzo di una app proprietaria e una piattaforma cloud attraverso cui l'utente potrà gestire il proprio database di immagini secondo gli standard di sicurezza HIPAA ed accedere ai servizi di condivisione ed analisi delle stesse.

Con questa soluzione D-Eye mira a posizionarsi come punto di riferimento nel mercato delle patologie oftalmologiche - a partire dalla Age-Related Macular Degeneration (degenerazione maculare), il cui trattamento costa ogni anno oltre 6 miliardi di dollari nel mondo - un settore a caccia di innovazione al servizio dello screening, dell'accesso alla cura, della qualità e adeguatezza del follow-up.

Nel 2015, con il supporto del polo ingegneristico Si14 di Padova, la società ha completato lo sviluppo dell'hardware e ha avviato la creazione della piattaforma cloud tramite cui verranno erogati i servizi a supporto di medico e paziente. L'introduzione nei prossimi mesi della tecnologia cloud permette di completare la soluzione D-Eye costituita dal dispositivo e l'app, già acquistata e testata da oltre mille medici in tutto il mondo, rendendola uno strumento indispensabile per i professionisti che trattano quotidianamente patologie della retina.

A guidare la società è il CEO Richard Sill, che vanta una lunga esperienza in multinazionali di settore quali Bausch&Lomb e successivamente co-fondatore e CEO di Magellan, una delle prime società a realizzare un navigatore satellitare GPS dedicato al mercato consumer. La base operativa e di ricerca di D-Eye è basata in Italia, a Padova, mentre le attività commerciali e di business development sono localizzate negli Stati Uniti, a stretto contatto con la forte domanda di innovazione nel settore, e numerosi studi clinici saranno portati avanti in collaborazione con centri di ricerca ed università di tutto il mondo.

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La Stampa del 25-01-2016

Una telecamera nell'occhio destro: "E' il futuro, prepariamoci"

Eyeborg. È il nome dell'occhio bionico di Spence.

Il regista Rob Spence vuole riprendere così tutto ciò che vede.

Una telecamera montata dentro un occhio finto, per riprendere tutto quello che gli accade intorno. Quando il regista canadese Rob Spence aveva cominciato a parlare di questa sua idea, la risposta in genere era stata che doveva essere impazzito. Ora però il suo «Eyeborg Project» è diventato realtà, preannunciando un mondo completamente nuovo per la cinematografia e la privacy.

Rob ha 43 anni, e quando ne aveva nove aveva perso l'occhio destro in un incidente. Stava sparando con un fucile contro una montagna di sterco di vacca, aveva appoggiato l'arma in una posizione sbagliata, ed era finito in ospedale.

Crescendo aveva sviluppato la passione per il cinema, e qualche anno fa gli era venuta l'idea di trasformarsi in una telecamera vivente. Un «Eyeborg», ossia un «cyborg» con l'occhio bionico, per riprendere tutto ciò che «vedeva».

Nonostante la follia del progetto, ha trovato aiuto nell'oculista Phil Bowen, che si è impegnato nella sua realizzazione. Bowen ha costruito un occhio protesico composto di due parti, dove all'interno si poteva montare una telecamera. Quindi al progetto si è unito Kosta Grammatis, un ingegnere che ha disegnato lo strumento wireless da inserire nell'arto. Kosta ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Rf-links e del collega Martin Ling, che ha garantito la funzionalità dell'apparecchio. L'occhio bionico è stato provato sul tavolo della cucina di Rob, e funzionava. A quel punto il regista si è sottoposto all'intervento per montarlo nella sua orbita destra.

La telecamera non è collegata al nervo ottico, per il momento, e quindi Spence non vede quello che riprende: può controllarlo con un palmare, spegnendo e accendendo l'apparecchio. Il problema principale è che durante le riprese la telecamera si surriscalda, e quindi bisogna fermarla dopo pochi minuti. Finora, quindi, Rob ha registrato immagini limitate alla sua vita privata e l'uso di arti protesici.

È sicuro però che una soluzione a questo inconveniente verrà trovata nel giro di pochi mesi, e quindi lui sarà in condizione di riprendere quello che vuole tutto il giorno. Il passo successivo sarebbe il collegamento dell'occhio bionico col sistema nervoso, in modo da trasformarlo in uno strumento con cui vedere e registrare.

Il tutto è documentato nella serie Dark Net di Showtime, che lo trasmetterà nell'episodio di giovedì prossimo. Spence per ora ha fatto esperimenti limitati, ma non è impossibile immaginare un regista nelle sue condizioni che decide di girare un intero film così, o magari la polizia che chiede di poter usare la stessa tecnologia per garantire l'ordine pubblico.

Rob ha detto al New York Post che «le reazioni ricevute in genere sono due. La prima è: wow, che bella idea! E la seconda è: però è un po' raccapricciante». Lui dice di essersi posto il problema della privacy, come era già successo con gli occhiali di Google: «Mi sono chiesto: davvero vuoi un video che riprende in diretta tutta la tua vita? La risposta è no, non lo voglio. Però tanto arriverà, e quindi tanto vale prepararsi». (NC ND)

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La Repubblica - Affari & Finanza del 25-01-2016

Horus, la sua "visione" conquista gli Usa

MILANO. Ad affascinare gli americani è stata l'ambizione di dare occhi nuovi a ipovedenti e non vedenti, grazie a un dispositivo innovativo in grado di riconoscere volti, ambienti e oggetti, supportare gli spostamenti e leggere testi. Così Horus Technology, start up fondata nel 2014 da due studenti dell'università di Genova, ha ottenuto un investimento di 900 mila dollari dalla società Usa di venture capital 5Lion Holdings. Soldi che saranno destinati per l'80% alla Ricerca e sviluppo, per portare la tecnologia sul mercato il prossimo autunno.

L'idea alla base dell'azienda, racconta il ceo Saverio Murgia, 24 anni, è nata unendo la passione per gli umanoidi a una spinta sociale. "Io studiavo Robotica, il mio amico Luca Nardelli Ingegneria biomedica. Eravamo entrambe appassionati di visione artificiale. Poi a gennaio 2014 abbiamo incontrato una persona cieca che ci ha chiesto aiuto per andare dalla stazione di Brignole al terminal dei bus, e ci siamo resi conto delle sue difficoltà quotidiane". Lì si accende la lampadina: "Ci siamo detti: perché non applicare le nostre conoscenze sulla visione per fare qualcosa che migliori la vita delle persone ipovedenti e non vedenti? Nei primi mesi l'idea è stata più che altro un hobby, poi quando abbiamo vinto 15 mila euro alla Idea Challenge dell'organizzazione europea EIT Digital e abbiamo iniziato a raccogliere commenti positivi sia nel mondo del business, sia da parte da persone con problemi di vista, abbiamo fatto il salto". L'azienda nasce nell'estate 2014 e nei mesi successivi fa il pieno di premi: "Grazie a una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Tim WCap e ai riconoscimenti che abbiamo ricevuto, in un anno e mezzo abbiamo raccolto altri 150 mila euro", continua Murgia.

I due cofondatori si laureano nella seconda metà del 2015, ma già all'inizio dell'anno scorso il team passa da due a quattro persone, per poi arrivare a nove alla fine dell'anno scorso, tutti under 30. "L'idea è raddoppiare l'organico entro fine 2016, in concomitanza con l'arrivo sul mercato". Che partirà dall'Italia, per arrivare presto in Europa e Nord America. "Il nostro target non è così ampio come per un prodotto consumer, per questo è necessario avere fin da subito un piano di forte internazionalizzazione". Favorito dal fatto che il dispositivo indossabile di Horus, una sorta di auricolare dotato di sensori e connettività wireless per un continuo aggiornamento, non ha al momento concorrenti diretti: "Legge testi anche su superfici storte o curve e offre assistenza alla mobilità, avvisando l'utente della presenza i ostacoli, oppure guidandolo in un percorso in associazione con il Gps del telefonino". Non solo: "Il nostro sistema è anche in grado di riconoscere e descrivere oggetti, volti e situazioni: l'utilizzatore può domandare per esempio se un oggetto è presente sulla scrivania, oppure chiedere la descrizione di una cartolina che riceve o della stanza in cui si trova. La tecnologia riconosce i volti delle persone note all'utente e offre brevi descrizioni delle facce delle persone sconosciute". Funzionalità che si devono ad algoritmi molto avanzati, tutti elaborati all'interno dell'azienda. "Abbiamo avuto anche contatti con centri di ricerca, ma il loro obiettivo è fare studi fine a se stessi, mentre noi vogliamo veramente ottenere un dispositivo che cambi la vita delle persone".

Al momento a Horus si lavora per l'industrializzazione del prodotto: "I pezzi saranno realizzati in varie parti del mondo, ma per la maggior parte non nel Sudest asiatico. Il nostro obiettivo, infatti, è mantenere alta la qualità, unendola a un prezzo accessibile a tutti". E nel frattempo si moltiplicano le candidature da oltreconfine: "Riceviamo molte mail di persone che vogliono trasferirsi a Milano per lavorare con noi".

di Veronica Ulivieri

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COR.COM DEL 29-01-2016

GOOGLE, COSÌ LO SMARTPHONE DEL FUTURO RICONOSCERÀ IL NOSTRO VOLTO

Il colosso di Mountain View sta lavorando con la startup Movidius ad una nuova tecnologia hardware: il telefono riconoscerà volti e immagini, senza alcun bisogno di connessione Internet o appoggio a server remoti.

I nostri telefoni riconosceranno in modo autonomo chi li sta utilizzando e gli oggetti inquadrati tramite la telecamera. Ne è convinta Google che, secondo il Wall Street Journal, sta infatti lavorando a una nuova tecnologia di riconoscimenti di volti e immagini.

Lo sviluppo avverrà in collaborazione con la startup Movidius, specializzata in chip e alla quale il colosso di Mountain View chiederà di implementare la nuova soluzione a livello hardware e non software.

In Italia, dove Google è appena finita nel mirino del fisco per un'evasione da 227 milioni, e in Europa, viste le resistenze dei Garanti della privacy, difficilmente una tecnologia del genere avrà vita facile, ma negli Usa Google e Movidius non dovrebbero incontrare chissà quali problemi. Nei dispositivi mobili del futuro firmati da Google ci sarà dunque un sistema di "deep learning", ossia di "apprendimento" delle macchine possibile grazie all'intelligenza artificiale, che simulerà il comportamento del cervello umano. In questo modo Google punta a far svolgere ai dispositivi mobili tutte le elaborazioni complesse, come appunto il riconoscimento di volti e immagini, al proprio interno e senza appoggio a server remoti.

Google sfrutta già la tecnologia di riconoscimento delle immagini nella sua applicazione Foto, dove è possibile fare una ricerca per parole chiave ottenendo le foto raggruppate ad hoc. Tuttavia è sempre necessario aver caricato tali foto online e avere una connessione Internet che permetta al software di analizzare le immagini e restituire risultati.

Proprio per questo motivo Big G vorrebbe integrare la tecnologia direttamente nell'hardware, in modo che gli smartphone possano identificare oggetti in tempo reale anche senza essere connessi alla Rete. Gli utilizzi potrebbero essere molteplici, dall'autorizzazione di transazioni economiche all'aiuto per i non vedenti.

di Andrea Frollà

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SUPERANDO.IT DEL 15-01-2016

PER DARE LA VISTA AI CIECHI ATTRAVERSO IL SUONO

È questo il senso dell'innovativo progetto denominato "SoundSight Training", realtà virtuale acustica ideata da un team di esperti di cui fa parte anche la studentessa di Ingegneria Gestionale Irene Lanzi, con il coinvolgimento anche dell'UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Quest'ultima, allo scopo di finanziare lo sviluppo del prototipo, rendendolo libero e accessibile a tutti, ha organizzato per il 17 gennaio una cena al buio, che sosterrà ulteriormente la raccolta fondi già in atto nel web.

REGGIO EMILIA. In ogni stanza, in ogni ambiente, il suono si riflette in modo diverso e grazie a questo tutti possono capirne la conformazione, il materiale o la dimensione. Chiunque, cioè, può imparare ad ecolocalizzarsi nello spazio, ovvero schioccare la lingua e ascoltare l'eco di ritorno, percependo così la conformazione dell'ambiente e la presenza di oggetti.

Per riuscire a fare ciò, tuttavia, serve un adeguato allenamento ed è per questo che nasce SoundSight Training, progetto scientifico-educativo in fase sperimentale, che si pone il rivoluzionario obiettivo di "dare la vista ai ciechi attraverso il suono", ricreando con un software un ambiente virtuale basato unicamente sul suono, in grado di fare allenare le capacità percettive delle persone non vedenti.

In sostanza SoundSight Training è strutturato come un videogame, con diversi livelli di difficoltà crescente e sempre nuove sfide per l'utente. Grazie al microfono, il non vedente dà un input e ascolta il ritorno dell'eco in base all'ambiente simulato all'interno del software. Il principio è lo stesso del sonar, la "tecnica del pipistrello". Le sfide inizialmente sono all'interno di scenari statici in cui si deve capire la dimensione della stanza nella quale ci si trova, mentre poi si passa all'identificazione e alla localizzazione degli oggetti, per terminare infine con scenari più dinamici e spostamenti in ambienti esterni.

Attraverso l'esperienza diretta di SoundSight Training, le persone non vedenti possono quindi visitare stazioni, strade, musei, chiese e comprendere come risuonano questi spazi, evitando scalini, pannelli, cartelli e panchine, ostacoli che incontrano nella vita di tutti i giorni.

Attualmente è già online la campagna mondiale di raccolta fondi nel web (crowdfunding), all'interno della piattaforma Kickstarter, con l'obiettivo di raccogliere i 250.000 euro necessari - entro il prossimo mese di febbraio - a sviluppare il prototipo del software, per renderlo accessibile a tutti in open source ("accesso libero").

SoundSight Training è una realtà virtuale acustica ideata da un team di esperti di cui fa parte anche la reggiana Irene Lanza, studentessa di Ingegneria Gestionale all'Università di Modena e Reggio Emilia e anche assessore all'Ambiente, all'Educazione Civica e alle Politiche Giovanili del Comune di Rio Saliceto (Reggio Emilia). «Irene - spiega Chiara Tirelli, presidente dell'UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) di Reggio Emilia - ha collaborato con un gruppo di ragazzi della nostra Associazione, per testare in fase iniziale il suo prototipo dimostrativo. La sua idea è certamente innovativa e di grande valenza sociale ed è per questo che crediamo fortemente allo sviluppo del progetto scientifico e ci auguriamo che, grazie alla campagna di crowdfunding, si possa raggiungere l'ambizioso obiettivo di rilasciare il software in formula open source, perché l'educazione dev'essere prima di tutto libera, accessibile e non circoscritta solo ad alcune categorie».

In tal senso, l'UICI di Reggio Emilia, per sostenere e finanziare SoundSight Training, ha deciso di organizzare per domenica 17 gennaio, nella città emiliana (Circolo Arci Pigail di Via Petrella), una cena al buio aperta a tutti. (Alberto Sabatini)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: uicre@uiciechi.it.

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REDATTORE SOCIALE DEL 29-01-2016

LE NUOVE TECNOLOGIE "PER SUPERARE L'HANDICAP". RACCONTATE DA CHI NON VEDE

Intervista al trentenne Luca Spaziani, autore di "Digitabili". "Ho avuto la fortuna di crescere inseguendo lo sviluppo tecnologico". E oggi lo racconta in 130 pagine, illustrando caratteristiche e campi di applicazione per ogni tipo di disabilità. "L'invenzione che non c'è? Dispositivi indossabili per la mobilità dei ciechi".

ROMA - Le nuove tecnologie possono "modificare i connotati delle disabilità" e rivoluzionare "la percezione che ha di esse il resto della società": lo dice, anzi lo scrive, Luca Spaziani, nel suo recente libro "Digitabili. L'innovazione tecnologica come opportunità per superare l'handicap". E di lui ci si può fidare, perché parla di ciò che conosce e ha provato direttamente: 30 anni, non vedente dalla nascita, "ho avuto la fortuna di crescere inseguendo lo sviluppo tecnologico - dice - e cercando di cogliere le opportunità che può offrirmi, prima guidato dai miei genitori e poi da solo". E adesso, in 130 pagine, illustra le caratteristiche (dal funzionamento ai costi) delle tecnologie cosiddette "assistive" rivolte, rispettivamente, a persone con disabilità sensoriale (sordi e ciechi) o motoria, oppure con difficoltà comunicative. E dedica un'attenzione particolare ai "campi di applicazione" delle diverse tecnologie, soprattutto in età evolutiva, con uno sguardo rivolto anche al futuro e alle possibili invenzioni che verranno.

A Luca Spaziani abbiamo chiesto di raccontarci perché e come ha deciso di passare in rassegna il rapporto tra disabilità e tecnologie.

Alcune possibilità offerte dalla tecnologia hanno un impatto talmente significativo su determinate situazioni di handicap da modificarne i connotati, che potrebbero cambiarne la percezione che di esse ha il resto della società. Il problema è che la maggior parte delle persone non è a conoscenza di ciò che i disabili possono fare grazie all'innovazione tecnologica e continua ad avere di loro un'immagine che molto spesso non coincide più con la realtà. Molte cose stanno cambiando e anche in fretta. Ho voluto scrivere questo libro proprio per dare un piccolo contributo ad accendere una lampadina su questo tema: credo che se ci fosse maggiore consapevolezza in merito alle potenzialità dei disabili, si avrebbe una maggiore considerazione nei loro confronti.

Qual è la tua esperienza personale rispetto a questo tema?

Ho 30 anni e sono non vedente dalla nascita. Tra i miei giochi preferiti di bambino c'erano senz'altro i display Braille e i primi note takers, che ho iniziato ad utilizzare fin dalle elementari: ben prima quindi che il digitale facesse la sua comparsa nelle classi scolastiche. Utilizzo molto la tecnologia, ieri nello studio e oggi nel lavoro ma anche nel tempo libero e soprattutto come mezzo per compiere in autonomia molte azioni quotidiane che altrimenti potrei mettere in atto solo con l'aiuto di qualcuno (ad esempio fare la spesa o gestire il mio conto in banca). Non vorrei essere frainteso però: credo molto nella tecnologia e la utilizzo, ma non penso di esserne sopraffatto, non sono né uno smanettone né un nerd. Considero la tecnologia uno strumento prodigioso da sfruttare a nostro vantaggio ma i protagonisti della nostra vita dobbiamo essere noi. E il digitale può aiutarci ad esserlo.

Nel tuo libro esamini il contributo che diverse tecnologie possono portare a diverse disabilità. Quale credi che sia, in assoluto, quella più efficace e innovativa? E quale pensi che sia la disabilità che può trarre maggiore vantaggio dalle tecnologie?

Non vorrei sembrare banale ma credo che la tecnologia migliore sia quella con cui ci si trova più a proprio agio. Oggi nel panorama digitale esistono infinite soluzioni in grado di offrire un supporto adeguato per una specifica situazione di handicap. Sebbene la cosa possa risultare disorientante per qualcuno, io la considero un'opportunità perché ciascuno può scegliere la soluzione che gli è più congeniale. Tutti sappiamo quanto individuali e personali siano i cosiddetti bisogni speciali e di conseguenza quanto debbano esserlo anche le risposte. Proprio per questo, non vedrei una sorta di "gara" tra le disabilità per stabilire quella che può trarre i maggiori benefici dalla tecnologia. Penso, infatti, che la tecnologia vada vista come uno strumento utile a mettere a frutto le proprie potenzialità che, come sappiamo, variano molto a seconda delle diverse situazioni di handicap ma non per questo non meritano di essere sfruttate. Non saprei dire, tanto per essere chiari, se valga di più un iPhone, che consente ad un non vedente di orientarsi in città; un rilevatore dei movimenti oculari, che permette ad una persona paralizzata dal collo in giù di scrivere; o un software studiato per consentire ad un bambino con grave deficit cognitivo di imparare le quattro operazioni...

Parliamo delle tecnologie per chi non vede: quali sono le novità? Quale personalmente trovi più utile? E qual è "l'invenzione che ancora non c'è"?

Nel campo delle tecnologie tifloinformatiche credo che le novità più rilevanti derivino dalla possibilità di sfruttare tutta la versatilità e la multifunzionalità di uno smartphone. Pensate a quante cose fate ogni giorno con il telefonino e considerate che oggi un non vedente può farle tutte: dalla gestione dei social network alla navigazione, dall'e-commerce alla riproduzione di contenuti multimediali. Non solo: ci sono applicazioni che, sfruttando la fotocamera, offrono la descrizione dei colori, delle immagini e perfino degli oggetti circostanti. Se penso ad un ambito della vita quotidiana nel quale c'è ancora spazio per future innovazioni, mi viene in mente la mobilità, intesa come la capacità di spostarsi autonomamente anche su percorsi poco conosciuti e poterlo fare in sicurezza. Sono in fase di sviluppo molti progetti sperimentali, basati su dispositivi indossabili dotati di telecamera, in grado di riconoscere ciò che il non vedente ha intorno e di guidarlo. Ma al momento non c'è ancora nulla di consolidato in commercio.

Tante sono le tecnologie oggi disponibili: ma sono anche "accessibili"? In altre parole, sono alla portata delle famiglie? C'è infatti il problema del nomenclatore tariffario non aggiornato: quante di queste tecnologie arrivano effettivamente nelle case di chi ne avrebbe bisogno?

L'accesso alle tecnologie è effettivamente un problema, specie nel nostro Paese. Vi sono ostacoli burocratici come il nomenclatore ma, a mio parere, anche ostacoli di carattere culturale e infrastrutturale, che pongono l'Italia agli ultimi posti in Europa per l'uso della tecnologia. Credo che un elemento positivo sia il fatto che sempre più dispositivi tecnologici di uso comune, facilmente reperibili sul mercato e a prezzi non proibitivi, sono progettati per essere d'aiuto anche ad utenti con disabilità. Un esempio sono i telefonini, i tablet e i computer di casa Apple, che montano già al loro interno programmi pensati per garantirne la piena accessibilità e usabilità da parte di non vedenti, non udenti e persone con difficoltà motorie.

Un tuo auspicio finale?

I miei auspici in realtà sono due: primo, che un numero sempre maggiore di persone disabili possa beneficiare dei vantaggi offerti dalla tecnologia; secondo, che coloro che ricoprono un ruolo di responsabilità offrano a chi ha una minorazione l'opportunità di mettersi in gioco e mostrare le proprie capacità. (cl)

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GIORNALE UICI DEL 20-01-2016

INTERVISTA A NUNZIANTE ESPOSITO

DI GIORGIA FILIPPI

Di seguito qualche domanda generale per indagare il campo degli ebook accessibili

Fin dall'inizio dell'anno 2000, l'unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ha messo in campo un gruppo di disabili visivi per verificare quello che stava ormai accadendo con la grafica spinta, per farlo presente alle autorità preposte.

La grafica che cominciava a farla da padroni, causava problemi insormontabili per le tecnologie assistive per l'utilizzo di tutto quello che si usufruiva tramite il computer: programmi graficamente accattivanti, Internet con molta grafica e con effetti speciali, e quanto di grafico si cominciava a programmare dando ampio spazio alla fantasia. Ovviamente, senza considerare il danno che si faceva a chi la vista non la possedeva, o per chi l'aveva molto carente. Ci siamo sempre battuti per far comprendere i problemi di accessibilità e, quasi sempre, aiutando i programmatori a programmare in modo accessibile.

Avendo avuto sempre un occhio di riguardo sull'accessibilità a 360 gradi, in qualsiasi occasione si riesce sempre a far capire quali sono i nostri problemi e, molto spesso, anche come risolverli.

. Oltre a fornire supporto a tutti i webmaster dei siti internet per far comprendere loro i problemi che avevano ciechi ed ipovedenti con la navigazione Internet, ci siamo sempre occupati dell'accessibilità anche per i software e gli applicativi Web.

Quando sono cominciati a circolare i primi E-book, sono cominciate anche le prime illusioni. Infatti, pensando ad un libro digitale, la mente è stata portata a pensare subito che avendo un libro digitale, non era più necessario usare un OCR, con tutti gli errori e i problemi di un riconoscimento ottico di caratteri. Ci eravamo sbagliati e anche di molto. Infatti, non essendoci un software accessibile per poter leggere un libro digitale, sono cominciati problemi seri con i produttori di questo tipo di libro. Oggi abbiamo la possibilità di leggere tramite il software di Adobe e, precisamente, tramite Adobe Digital Edition che da un paio di anni è stato prodotto anche in lingua italiana.

Tuttora, con i libri digitali i problemi si verificano ancora e, per lo più dipende dalla produzione di libri digitali che si possono aprire solo con il software proprietario e, generalmente, questi tipi di software non sono accessibili con le tecnologie assistive usate abitualmente dai disabili visivi.

Essendo cieco assoluto, utilizzo uno screen-reader con sintesi incorporata ed avendo perso la vista da adulto all'età di 43 anni, non uso il display Braille collegato al computer e comandato dallo screen-reader. L'utilizzo di questa periferica di Input/output, tante volte, aiuta a leggere anche quello che non viene riprodotto in voce con una sintesi vocale comandata dallo screen-reader, il che facilita non poco la fruizione dei libri e del computer in genere.

Comunque, pur essendo un dispositivo molto importante per avere un supporto alla lettura molto più efficace, e al di la che personalmente non utilizzo il linguaggio braille, questi ausili sono molto costosi e la spesa non è mai totalmente sostenuta dalle ASL di appartenenza, il che rende la disponibilità di questa tecnologia assistiva ad appannaggio solo di chi ha risorse economiche sufficienti, penalizzando tutti gli altri disabili visivi.

In ogni caso, se i libri digitali non sono leggibili con un software accessibile, i disabili visivi, e soprattutto i ciechi assoluti, non possono leggerli in piena autonomia e, tante volte, bisogna trasformarli in file leggibili, operazione che, oltre a comportare la perdita di tempo per eseguirla, non sempre è possibile.

Quello che oggi si addolcisce con il termine inclusione, per noi è il diritto di avere pari opportunità con chi, usando un termine che non gradisco molto, viene definito normodotato. Infatti, è difficile far capire che un cieco assoluto gli mancano solo gli occhi e che tutti gli altri sensi li usiamo come tutto il resto della popolazione.

Se ci fermiamo un attimo e pensiamo a chi, per essere ignorante in materia, ci procura tutti i problemi di accessibilità per tutte le cose digitali che usiamo, ci viene di pensare che molto probabilmente ci vogliono fare un dispetto. Ovviamente non è così, perché il più delle volte chi ci procura questi problemi, ignora le regole più banali per evitarlo ed addirittura se ne dispiace quando ne viene a conoscenza. Eppure, il lavoro per fare accessibilità non aumenta se si pensa in modo accessibile: per esempio, programmare un sito accessibile non comporta nessun lavoro in più se si fa accessibilità fin dalla progettazione. Lo stesso dicasi per tutte le altre cose digitali che usiamo e che, se non programmate accessibili, mettono in crisi le tecnologie assistive che usiamo.

Nonostante sono più di 10 anni che abbiamo la legge 4/2004 sull'accessibilità, oltre ad avere tanta attenzione e sensibilità intorno al mondo della disabilità, tutto ciò non si traduce in un vero vantaggio per i disabili e in particolare per noi disabili della vista.

Il vantaggio di cui parlo è solo quello di avere l'accessibilità, quindi nessun favore particolare, ma solo avere la possibilità di usare tutto come lo usano tutti, perché abbiamo delle tecnologie assistive che ce lo permetterebbero, e solo così potremmo anche noi veramente vivere l'inclusione sociale.

Soprattutto dopo la larga diffusione dei device mobili touch-screen accessibili, quali iPhone, iPad e gli smartphone Android, è tutto inglobato in un unico discorso, quindi, fare progettazione accessibile significherebbe per tutti, disabili visivi compresi, avere l'opportunità di non essere esclusi da un discorso globale di informazione ed accesso alla cultura.

Per questo motivo, tutto quanto elencato sopra fa parte di uno stesso discorso: progettare con l'accessibilità in testa per non escludere nessuno.

Quando si cerca di rendere accessibile qualche prodotto che non lo è, generalmente, si ha un costo in termini di lavoro, e quindi di spesa, molto più oneroso di quando si progetta direttamente accessibile. Però, in certi casi, ci vuole veramente poco a modificare e rendere accessibile quello che non lo è. Per esempio, anche se in ogni caso si spende di più, se si tratta di un sito: se programmato suddividendo contenuti e grafica tramite i fogli di stile (CSS), si può intervenire e modificarlo con poco lavoro.

Quando però un sito non è programmato con questa suddivisione, conviene farlo ex-novo e si spende sicuramente meno.

Comunque, rifare tutto nuovo non è sempre possibile, ma la valutazione va sempre fatta, anche perché si può fare in modo che, progettando il nuovo accessibile, lo si può mantenere accessibile anche quando si dovrà modificare in futuro, proprio perché viene fatto con una progettazione accessibile.

L'editoria accessibile è tuttora un punto interrogativo, perché non c'è ad oggi uno standard per tutti gli e-book, per cui si può acquistare un libro digitale e leggerlo senza problemi con le tecnologie assistive, tanto lo si può trovare completamente inaccessibile e non avere nessuna possibilità di leggerlo. Avere uno standard e, al contempo, avere un software unico ed accessibile come attualmente abbiamo Adobe Digital Edition in italiano, sarebbe ragionevolmente possibile parlare di editoria accessibile. In Italia è stato realizzato il progetto LIA (Libri Italiani Accessibili) che è importante, ma non risolve completamente il problema, proprio per la mancanza di uno standard di produzione.

Il discorso è già allargato a livello internazionale, perché, avendo la possibilità di acquistare via internet sui siti internazionali come Amazon, se non si realizza uno standard internazionale unico ed accessibile, non possiamo mai parlare di editoria accessibile.

Sono 23 anni che ho perso la vista e quando nel 1994 ho avuto il mio primo computer con uno screen-reader con sintesi vocale, pur se all'epoca si usava il sistema operativo MS-DOS, mi sono sempre adoperato per cercare di leggere i testi cartacei con il computer ed uno scanner, una fatica enorme, soprattutto per le correzioni, per non restare ignorante con tutte le evoluzioni che si sono avute a partire dagli ultimi anni di fine secolo scorso.

Ciò premesso, trovo oltremodo fuori luogo che tutto quello che nasce digitale e già accessibile, perché il testo che si scrive al computer lo è già e senza sforzi, per le necessità commerciali e di copyright si rendono i testi inaccessibili, ignorando completamente le esigenze di chi non vede.

Mi chiede se ha senso parlare di tutto questo e se ne vale la pena fare gli investimenti di energia in questo campo. Al di la del fatto che questi sono problemi reali che solo chi la cecità la possiede nel cervello può non rendersi conto dell'importanza che riveste l'accessibilità dei libri per disabili visivi ed anziani, in realtà, ne dobbiamo parlare molto, anzi, lo dobbiamo gridare a tutti che non si può impedire a chi ha avuto la sfortuna di non avere la vista di informarsi ed istruirsi con la possibilità di farlo senza nessuno sforzo. Infatti, basterebbe non nascondersi dietro al dito e consentire di avere il testo accessibile. E parlo di quello semplice, quello digitale che viene scritto al computer dall'autore.

Invece, si preferisce inventarsi il programma dedicato, quasi sempre inaccessibile alle tecnologie assistive e creare ai disabili visivi e agli anziani tutti i problemi di accessibilità che viviamo tutti i giorni.

Grazie per la collaborazione.

Giorgia Filippi

giorgia@filippiverdello.it.

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Giornale UICI del 12-01-2016

Leggibilità grafica - "Se non riesco a leggere non è solo colpa dei miei occhi"

Flavio Fogarolo

Molte persone con difficoltà visiva, non solo ipovedenti in senso stretto ma anche semplicemente anziani o con qualche generico problema di vista, si trovano spesso nella spiacevole situazione di dover decifrare dei testi che risultano per loro inaccessibili.

«È scritto troppo in piccolo, non riesco a leggere» è l'osservazione più frequente.

In realtà il problema della dimensione dei caratteri, pur fastidioso, è quello che in qualche modo si potrebbe anche superare ad esempio semplicemente avvicinando maggiormente il testo agli occhi o ricorrendo a qualche strumento compensativo come delle lenti appropriate o uno dei vari ingranditori elettronici, portatili o da tavolo, attualmente disponibili.

Ma non sempre queste soluzioni funzionano, e non solo a causa della minorazione visiva: a volte la lettura rimane impossibile perché il testo è stato scritto male, con una grafica confusa o inutilmente elaborata, usando colori assolutamente inefficaci, scrivendo su materiali inadatti, che abbagliano o confondono. "Se non riesco a leggere non è solo colpa dei miei occhi" è il sottotitolo che abbiamo dato a una pubblicazione edita qualche anno fa dal Progetto Lettura Agevolata del Comune di Venezia1: se non si riesce a leggere è anche perché qualcuno, spesso solo per fare il creativo, ha aggiunto inutili ostacoli.

Il problema rientra, in generale, nel concetto di leggibilità grafica, ossia nell'insieme di accorgimenti che devono essere adottati per consentire l'accesso alla comunicazione visiva al numero maggiore possibile di persone. Sono principi noti da tempo ai grafici professionisti e pienamente applicati, ad esempio, in campo pubblicitario (nessuno si sognerebbe di progettare un logo commerciale con tratti sfumati, confusi, colori difficilmente percepibili...) eppure spesso del tutto ignorati in altri contesti ove una discutibile ricerca dell'eleganza formale e la creatività fine a sé stessa, unite ad una scarsa attenzione alle esigenze di chi vede poco, danno spesso come risultato una comunicazione grafica che crea enormi problemi a tante persone.

Le conseguenze di questa disattenzione sono molto soggettive e possono andare da un semplice senso di fastidio o affaticamento, anche momentaneo, all'impossibilità totale di fruire dell'informazione. Anche se solo nel secondo caso potremmo parlare di vere "barriere", in realtà il problema coinvolge a diversi livelli moltissime persone con pesanti conseguenze: un testo che si legge con fatica diventa del tutto illeggibile quando l'illuminazione è carente, quando non ci si può avvicinare per vederlo meglio, se bisogna leggerlo al volo (pensiamo al nome della stazione in metropolitana) o semplicemente se gli occhi sono più affaticati del solito.

Il problema della leggibilità dei testi sta diventando negli ultimi anni sempre più rilevante, anche se ancora molto sottovalutato, per due ordini di motivi: da un lato l'aumento di popolazione, soprattutto anziana, con problemi di vista che non vuole però assolutamente rinunciare ad accedere all'informazione e ai servizi sia tradizionali (come leggere un libro) che innovativi (web e tecnologie, ad esempio), dall'altro le innumerevoli possibilità creative che hanno a disposizione oggi coloro che offrono, sia a livello professionale che amatoriale, comunicazione grafica e che, se mal usate, aumentano a dismisura i problemi. A tutti sarà capitato di strabuzzare gli occhi assistendo, magari dall'ultima fila, a una conferenza illustrata con slide dai colori assurdi, con elaborazioni che vorrebbero essere fantasiose ma che lasciano leggere poco o nulla.

A nessun editore, fortunatamente, è ancora venuta l'idea di stampare dei romanzi usando inchiostro grigio o carta colorata ma, chissà perché, nel web è considerato normale, oltre che molto elegante, proporre pagine con caratteri sfumati e lievi, colori tono su tono adatti forse per una cravatta o un foulard, ma improponibili in un testo destinato alla lettura.

Le regole della leggibilità grafica sono poche e tutto sommato abbastanza semplici.

Ecco, in breve, le principali:

1 - Evitare caratteri troppo piccoli e, tutte le volte che è possibile, dare la possibilità di leggere da vicino (come per un avviso, un orario ferroviario...) o di personalizzare l'ingrandimento (sito web, e-book...).

2 - Evitare i caratteri troppo sottili, inaccessibili a chi vede poco, ma anche quelli troppo grossi perché tendono a riempire i cosiddetti "occhi" delle lettere, ossia gli spazi interni, per cui gli utenti con difficoltà visiva riescono a cogliere bene solo il profilo esterno e confondono, ad esempio, una "o" con una "e".

3 - Garantire che il testo sia correttamente percepito e distinto dallo sfondo, sia in termini di "luminanza" (chiaro-scuro) che di contrasto cromatico. Alcune coppie di colori sono assolutamente improponibili per tutti, altre creano difficoltà a molte persone.

4 - Attenzione alle elaborazioni grafiche: colori o bordi sfumati, ombreggiature, retinature, caratteri bizzarri... Vanno usate con moderazione e, soprattutto, buon senso e intelligenza, altrimenti diventano una barriera.

5 - Molti problemi nascono dalla sovrapposizione del testo a immagini sottostanti, fotografie, disegni, sfondi grafici di vario tipo. Se non vengono progettate bene, i risultati di queste produzioni sono spesso disastrosi per la leggibilità.

6 - Evitare caratteri troppo vicini tra loro, righe troppo fitte o troppo lunghe. Sconsigliato, se non per titoli o brevissime frasi, il testo centrato perché risulta più difficile capire quando e come si va a capo.

7 - Attenzione anche ai supporti usati e, soprattutto nella segnaletica, anche all'illuminazione: un pannello troppo lucido e riflettente con illuminazione diretta, un supporto trasparente o traslucido, un cartoncino bianco abbagliante...

Da osservare che quasi mai la leggibilità incide sui costi di produzione. Stampare un testo chiaro non costa un centesimo in più di uno confuso e illeggibile, è solo questione di cura e progettazione. Fa eccezione, se vogliamo, il caso di caratteri minuscoli usati a volte per ridurre il numero delle pagine o il formato di una pubblicazione, anche se c'è da chiedersi se un testo che non si può leggere possa davvero costituire un risparmio, o non sia di per sé stesso un inutile spreco.

Immagini e didascalie.

Scegliete voi quelle che ritenete più efficaci, è importante però che conserviate quelle in coppia (1, 2 e 4)

1 In stazione o aeroporto è fondamentale poter consultare gli orari. Non si pretende che tutti siano a misura di ipovedente, basta ce ne sia qualcuno a cui ci si possa avvicinare, non solo quindi tabelloni appesi in altro e inaccessibili per chi vede poco (a destra stazione di Milano, a sinistra stazione di Padova).

2 Non è raro nei musei trovare didascalie quasi mimetizzate, con caratteri piccoli e colori lievi. Assolutamente inaccessibili per chi vede poco, sono di difficile lettura anche per i normali visitatori. (Museo Santa Giulia, Brescia)

Da evitare, soprattutto per segnalazioni importanti come in questo caso, la combinazione testo rosso su sfondo blu. Illeggibile per la maggior parte degli ipovedenti, lo diventano per tutti in caso di condizioni ambientali difficili o di pericolo, come oscurità e fumo. (Stazione Centrale di Bologna).

In molti casi la ricerca dell'eleganza formale va, purtroppo, a scapito della fruibilità dell'informazione, creando nuove e inutili barriere. Le foto rappresentano, prima e dopo, il recente intervento di restyling alle stazioni ferroviarie: il vecchio numero "6" del binario, ben contrastato e di discrete dimensioni, è stato sostituito da un pannello con un numero molto più piccolo e da uno enorme, ma illeggibile, con contrasti grigio-bianco troppo tenui (Stazione Santa Lucia di Venezia).

1 Il volume "Questione di leggibilità - Se non riesco a leggere non è solo colpa dei miei occhi", a cura di L. Baracco, E. Cunico e F. Fogarolo, si può prelevare gratuitamente dal sito dell'Associazione Lettura Agevolata (www.letturagevolata.it).

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Agenzia ANSA del 12-01-2016

Etichette per non vedenti anche per prodotti alimentari

Interrogazione di Fiorio (Pd) al Governo, non solo medicinali.

ROMA. Etichette per i non vedenti anche per i prodotti agroalimentari. E' quanto chiede Massimo Fiorio, deputato Pd e vicepresidente della Commissione Agricoltura di Montecitorio, in un'interrogazione ai Ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e della Salute Beatrice Lorenzin.

''Nel nostro paese l'etichettature in 'braille' è obbligatoria solo nei medicinali - spiega il deputato - e quindi le etichette degli alimenti, che si esprimono con testo e con immagini, non bastano a garantire ai non vedenti il diritto ad essere correttamente informati sulle caratteristiche dei prodotti in vendita e sulla corretta assunzione e conservazione''. Fiorio ricorda che sono già in corso alcuni progetti specifici per sviluppare un prototipo di etichettatura alimentare accessibile alle persone ipovedenti e non vedenti, basati sull'interazione tra il tradizionale sistema tattile e uno innovativo veicolato da supporti tecnologici, come quello avviato dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. ''Chiediamo al Governo di collaborare attivamente con le istituzioni pubbliche e private che hanno già intrapreso progetti in questo settore - conclude Fiorio - prevedendo incentivi economici per le imprese alimentari coinvolte in modo da promuovere il pieno diritto all'alimentazione consapevole anche alle persone con disabilità visiva''.

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Giornale UICI del 25-01-2016

Il judo può migliorare l'autonomia delle persone non vedenti?

di Samantha De Rosa

Su questo interrogativo nel 2010 una laureanda in scienze motorie praticante il judo voleva fare una tesi, così grazie al coinvolgimento del presidente dell'associazione Sport Team judo Udine, il maestro Luigi Girardi, con il supporto della locale sezione Uici, è nato il progetto di avvicinamento al judo da parte di atleti con disabilità visiva. Il primo anno venivano tenute dal maestro Girardi e dal maestro Aggio, assieme ad altri atleti della società, lezioni specifiche per insegnare le cadute, gli spostamenti all'interno del tatami e le tecniche da eseguire sia a terra sia in piedi. All'inizio gli atleti non vedenti e ipovedenti aderenti al progetto erano 7, ma procedendo nel percorso di allenamenti, alcuni non hanno proseguito. Al termine del primo anno di lavoro, il maestro Girardi che tutti chiamiamo Gigi ha deciso di inserire gli atleti con disabilità visiva all'interno del gruppo degli amatori, quindi gli allenamenti erano uguali per tutti, ciechi e vedenti, dato che le basi erano già state acquisite. Allenamento dopo allenamento, dopo quattro anni dalla cintura bianca siamo giunti alla cintura marrone. Abbiamo partecipato a diverse dimostrazioni per lanciare il messaggio che il judo è un'arte marziale che non ha limiti per nessuno! Ogni anno all'interno del corso federale per aspiranti allenatori, viene inserita anche la lezione con gli atleti non vedenti.

Dopo un anno di preparazione tre atleti non vedenti della società: Luca Samantha e Riccardo, si sono preparati assieme ad altri atleti della società: Giuliano e Fabrizia, per conseguire l'idoneità alla cintura nera primo dan. E' stato un lavoro di squadra in cui è stato determinante il ruolo dei maestri e dei compagni di corso che ci hanno aiutati in questo percorso non semplice, e così il 3 gennaio 2016 la commissione federale, dopo averci esaminati su tutte le materie richieste dal programma, ovvero, Kata, storia e filosofia del judo, nozioni di arbitraggio, quesiti sulla federazione a cui il judo appartiene, tecniche libere a terra e in piedi, ci ha riconosciuti idonei ad indossare la cintura nera primo dan.

Alla fine di questo percorso, ci sentiamo di ribadire la grande valenza formativa del judo per persone con disabilità visiva, sia per i noti benefici legati a questo sport, quale il potenziamento della percezione del proprio corpo nello spazio, dell'equilibrio e dell'autocontrollo, sia per le dinamiche di gruppo che si instaurano; questo soprattutto perché il judo, a differenza di quasi tutti gli altri sport praticati dai non vedenti, non ha sostanzialmente bisogno di alcun adattamento per essere praticato con profitto.

Samantha De Rosa

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La Gazzetta dello Sport del 05-01-2016

Corre veloce la Durand Ma ha bisogno della guida IAAF e CIO cosa diranno?

di Claudio Arrigoni

Toccherà a lei abbattere un'altra barriera. Ci è abituata. Ha cominciato da piccola. Prima a Cuba, poi in giro per il mondo. Omara Durand è la nuova, grande emozione dell'atletica mondiale. Una straordinaria paralimpica: ai Mondiali di Doha, in Qatar, lo scorso ottobre, ha vinto tre medaglie d'oro (100, 200 e 400) con quattro record del mondo della sua categoria, la T12. È ipovedente grave. Una malattia degenerativa la sta portando verso la cecità. Le sue prestazioni però potrebbero di nuovo aprire un caso nel mondo dello sprint, non solo paralimpico.

FATTO STORICO. Per capire occorre partire dai suoi ultimi risultati. Ha corso i 400 in 53"05. Record del mondo. Poi arrivano gli altri. I 200: prima 23"38, poi un sensazionale 23"03, miglior prestazione cubana del 2015 e ottava ogni tempo. Soprattutto, è molto al di sotto del minimo che serve per l'Olimpiade di Rio, 23"20. Infine i 100. Anche qui Omara ha ritoccato il record del mondo paralimpico: 11"48, che è a 16 centesimi dal minimo olimpico. Facile pronosticare che potrebbe arrivare la doppia qualificazione. Un fatto storico. Oltre Pistorius. Qui non ci sono protesi, solo le sue gambe. Ma Omara non può correre da sola: non vede abbastanza. Lo fa insieme a Yuniol Kindelan, la sua guida. È collegato a lei con una cordicella che entrambi tengono in mano. La guida non può tirare o superare l'atleta. Ecco che nasce un problema: Yuniol ha bisogno di una corsia libera vicino a lei. Vuol dire che all'Olimpiade occupa il posto di un'atleta. Occorre aggiungere una corsia. O limitare il numero delle partecipanti alle gare. La Iaaf e il Cio devono fare delle scelte. Certamente sarà impossibile negare a Omara di partecipare ai Giochi, sarebbe una evidente discriminazione.

SCUOLA SPECIALE. Omara è nata a Santiago di Cuba il 26 novembre 1991. Sta seguendo un corso di laurea in psicologia. Ha una figlia, Erika. Per lei ha smesso di gareggiare per tre anni dopo la Paralimpiade di Londra, dove vinse 100 e 400, ma in una categoria diversa da quella attuale. Allora era fra i T13, ipovedenti meno gravi. Correva senza guida. Poi la vista è peggiorata, portandola quasi alla cecità. La sua strada è costellata d'oro, fin da quando iniziò a praticare sport. «Ero in una scuola speciale, di quelle per chi ha problemi di vista. A 7 anni mi fecero iniziare con l'atletica». Ottima idea: non perdeva mai. Non solo per questo: «Lo sport mi ha dato vita, riabilitazione, possibilità di socializzare meglio. Ero una bambina timida e chiusa, imparai ad aprirmi. Mi è servito per capire come affrontare la vita». Nel 2007 la prima gara internazionale, ai Mondiali per ciechi a San Paolo: oro in 100 e 200. Una settimana dopo a Rio si svolsero i Panamericani paralimpici: oro in 100, 200 e 400. «Ero giovane ed emozionata, ma pensai già a Pechino: è un orgoglio vincere per il popolo cubano». Non andò così: un infortunio le fece perdere le medaglie alla Paralimpiade cinese. Ci vollero i Mondiali in Nuova Zelanda prima (nel 2011: oro in 100, 200 e 400) e Londra 2012 poi (oro in 100 e 200) a ridarle fiducia.

MADRE. «Londra mi rimarrà nel cuore non solo per le vittorie: non correvo da sola». Erano in due infatti. Non per la guida (non l'aveva ancora), ma perché aspettava già Erika, che ora ha poco meno di tre anni. Suo marito, Noleysis Bicet, è un ex martellista cubano di buon livello. Riprese le gare nel 2015. «Erika mi dà la forza di continuare con lo sport. Voglio sia orgogliosa di sua madre». Ma c'è anche altro: «Chi ha disabilità e magari è depresso deve capire che si può fare tutto. Lo sport lo mostra bene: noi campioni possiamo essere un esempio». Ecco perché Omara vuole esserci due volte a Rio: Olimpiade e Paralimpiade. Non solo per lei, Erika e Cuba.

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CinemaItaliano.info del 15-01-2016

Anteprima nazionale a Torino per "Il colore dell'erba"

Anteprima nazionale 18 gennaio 2016 a Torino per "Il colore dell'erba" di Juliane Biasi Hendel, delicato road-movie da guardare a occhi chiusi che sarà poi in sala a febbraio nelle principali città italiane.

TORINO. Prodotto da Indyca e da Kuraj, con il sostegno del Mibact, di Trentino Film Commission, Piemonte Doc Film Fund e Rai 3 (Doc 3) e con il patrocinio dell'UICI - Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, il film è frutto di un lavoro di oltre quattro anni, Il colore dell'erba racconta la storia vera di Giorgia e Giona, due giovanissime ragazze non vedenti in cammino verso l'indipendenza.

Non possono vedere ciò che le circonda, ma le paure, le emozioni, gli impegni che la vita impone sono eguali a quelle di tutti i loro coetanei. Una passeggiata da sole fino a un lago diventa una sfida appassionata che le porta a misurarsi con loro stesse ed è metafora dell'adolescenza, età rivoluzionaria e delicata in cui si lascia per la prima volta l'uscio di casa per affrontare il mondo in modo indipendente. Giorgia e Giona mostrano come la "paura del buio" riguardi tutti, e diventano un esempio di come questa paura possa essere affrontata, qualunque sia la sfida, per riscoprirsi ancora più forti.

"Mi piace scoprire nuovi mondi e anche l'adolescenza lo è", afferma la regista. "È un'età in cui la paura dell'ignoto invade e al tempo stesso spinge a conoscere il mondo. E Giorgia e Giona hanno un valore aggiunto per farci scoprire ancora di più queste emozioni".

Edizione speciale per le sale, il film offre una esperienza sensoriale unica grazie alla costruzione di un vero e proprio "paesaggio sonoro" che rende il film visibile "a occhi chiusi". Ideato per essere percepito anche da un pubblico di non vedenti, il film si avvale del contributo del sound designer Mirco Mencacci, istituzione nel mondo del sonoro, già collaboratore di Marco Tullio Giordana, Ferzan Ozpetek, e Michelangelo Antonioni. Mencacci ha creato assieme alla regista e il team Indyca un universo sonoro che riproponesse il mondo non solo fisico ma anche emotivo delle sue giovani protagoniste nel quale immergere gli spettatori e che, per la prima volta al cinema, permette di unire nella visione persone vedenti e non vedenti.

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Superando.it del 14-01-2016

Le persone con disabilità che fanno turismo sono turisti!

È questo il motto di Village for all (V4A®), la nota rete che conferisce il marchio internazionale di qualità dell'ospitalità accessibile, che dopo un 2015 decisamente importante, per se stessa e in generale per il turismo accessibile in Italia, con il monitoraggio di ben mille strutture in quasi tutte le Regioni del nostro Paese e coprendo ogni tipo di offerta turistica, si prepara a un impegnativo 2016, a incominciare dalla partecipazione all'ETIS di Bruxelles, dove si farà anche il punto sul turismo accessibile in Europa.

È stato un anno decisamente importante, il 2015 appena trascorso, per Village for all (V4A®) - la nota rete che conferisce il marchio internazionale di qualità dell'ospitalità accessibile - e più in generale anche per il turismo accessibile nel nostro Paese. «Credo lo si debba soprattutto - sottolinea Roberto Vitali, fondatore e presidente di V4A® - al nostro software di verifica V4AInside, impiegato in progetti importanti come il portale ExpoFacile.it, realizzato a supporto dei visitatori dell'Expo di Milano, iniziativa voluta da FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali di Persone con Disabilità), gestita da un pool di Associazioni, in sinergia con il Comune di Milano e la Regione Lombardia. È infatti grazie anche ai servizi forniti da Expofacile.it che la città di Milano si è vista riconoscere, nel dicembre scorso, l'Access City Award da parte dell'Unione Europea».

Ma non solo: V4AInside, infatti, è stato anche alla base di EasyVeneto, progetto della Regione Veneto che ha portato a monitorare circa 400 strutture turistiche e di interesse turistico, di Puglia for all, realizzato da PugliaPromozione (300 strutture monitorate) e Distretto Valle dei Templi for all di Agrigento (circa 200 strutture monitorate). «Ad oggi - ricorda Vitali con soddisfazione - abbiamo la presenza di strutture con il Marchio V4A® in quasi tutte le Regioni Italiane, e coprendo ogni tipo di offerta turistica, dagli hotel ai resort, dai villaggi ai campeggi, dai bed and breakfast agli agriturismi».

Da ricordare infine che anche in questo 2016 proseguirà la collaborazione di V4A® con l'ADAC, l'Automobil Club Tedesco, con 17 milioni di soci, dei quali quasi un milione con disabilità, organismo che evidenzierà per il secondo anno consecutivo, nella propria Guida Campingführer 2016, tutti i campeggi con il Marchio V4A®.

Il primo impegnativo appuntamento per il 2016 è già alle porte, con la partecipazione, il 28 gennaio prossimo, all'ETIS di Bruxelles (European Tourism Indicator System), evento durante il quale si farà il punto anche sul turismo accessibile in Europa. Per l'occasione V4A® porterà la propria esperienza imprenditoriale, analizzando le opportunità che il turismo accessibile rappresenta per le imprese turistiche, sempre naturalmente all'insegna del proprio motto (Le persone disabili che fanno turismo sono turisti!) e perseguendo la propria mission, che è quella di «garantire a ciascuno la sua vacanza». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@villageforall.net.

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La Stampa del 25-01-2016

Damiano, il tour operator che porta sull'Etna i turisti in sedia a rotelle

«I miei clienti hanno tutti delle storie straordinarie alle spalle. Fin dall'inizio ho pensato che avrei dovuto proporre loro qualcosa che non si limitasse a una semplice vacanza, ma che li aiutasse a vivere meglio». Damiano La Rocca ha ventinove anni, è siciliano ma da un decennio vive a Londra. Qui, come molti suoi coetanei, ha svolto mille attività: receptionist, organizzatore di eventi, venditore di divani da Harrods, supervisore in un ristorante giapponese. Col tempo e l'intenzione di migliorare la propria posizione, ha deciso di iscriversi all'università in un corso di management turistico. Fin qui la sua storia potrebbe essere comune a quella di molti italiani all'estero, ma a renderla davvero unica è stata una sua idea: inventarsi tour operator per disabili.

EFFETTO NOSTALGIA.

«In realtà - ci spiega - tutto è nato dalla nostalgia di casa. Cercavo un modo che mi consentisse di passare del tempo in Sicilia, dove mio padre lavora come istruttore di subacquea per portatori di handicap. Dopo una ricerca di mercato proposi l'idea a un incubatore della mia università, che mi ha premiato sostenendo i costi iniziali e dandomi un ufficio per due anni».

Nasce così «Seable», una «social enterprise» no profit che da circa tre anni offre ai suoi clienti vacanze sportive e sensoriali. Aventi come meta principalmente la Sicilia, i pacchetti proposti da Damiano includono attività come la canoa, il windsurf, la guida per non vedenti. «All'inizio - ci spiega ancora - avevo in mente di cominciare subito con le vacanze sportive, ma il mio primo cliente fu un ottantaquattrenne inglese non vedente che voleva semplicemente compagnia durante la sua vacanza. Così ho scoperto l'esistenza di un mercato di "individual travellers", persone che vivono da sole e che, lontano da casa, hanno bisogno di qualcuno che le segua in ogni momento della giornata. Iniziai quindi a pensare ad attività diverse per arricchire la mia offerta, come escursioni sull'Etna o la raccolta delle olive».

LA STARTUP.

La startup di Damiano coinvolge oggi, a vario titolo, parecchi collaboratori e lavora per persone con diversi tipi di disabilità (motoria, visiva, uditiva). Dallo scorso anno, ai viaggiatori singoli e i piccoli gruppi si sono aggiunte - grazie al coinvolgimento di alcune Onlus - comitive più grandi, provenienti in particolare dal Regno Unito. «Il mercato inglese - continua Damiano - è uno dei più difficili ed esigenti e, in questo senso, decidere di rendere accessibile un luogo come la Sicilia è stato tutt'altro che facile. Nella scelta dei partner sono stato molto rigido, perché gli italiani tendono a parlare molto, ma non sempre garantiscono quanto promesso. Allora ho smesso di lavorare con chi non offre servizi flessibili al cento per cento». La sfida, specie in assenza di procedure standard, è mantenere un livello qualitativo alto. «Il punto è che, ad esempio, quando una persona non vedente si affida a te lo fa in maniera totale, una responsabilità enorme». Per molti clienti di Damiano l'esperienza con «Seable» rappresenta il primo viaggio della propria vita e spesso si traduce in un'esperienza che li cambierà profondamente. «La maggior parte di loro torna a casa con una rinnovata sicurezza e alcune storie mi sono davvero entrate nel cuore. Recentemente mi hanno scritto due ragazzi che si sono conosciuti durante un nostro viaggio: oggi sono diventati una coppia e, forti di quell'esperienza, hanno deciso di organizzare autonomamente una vacanza in Spagna».

LE DESTINAZIONI.

A partire dal 2016 «Seable» offrirà due nuove destinazioni: i Paesi Baschi, con un'offerta simile a quella siciliana e la Slovenia, dove l'attività clou sarà lo sci per disabili. «L'idea - conclude Damiano - è quella di creare un modello replicabile. Spesso vengo invitato a conferenze internazionali sul turismo accessibile e spiego come i miei servizi possano essere applicati ad altri mercati, creando pacchetti ad hoc o fornendo consulenze. Dal punto di vista imprenditoriale, poi, mi trovo di fronte a un bivio: ho già ricevuto un paio di offerte per far crescere l'azienda in maniera più veloce e a breve deciderò se trasformarla da "charity" a "for profit". In ogni caso lo spirito rimarrà immutato».

di Giorgio Romeo

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Redattore Sociale del 26-01-2016

Viaggiare senza barriere in tutto il mondo: Lonely Planet punta sui turisti disabili

"Sappiamo tutti che il primo ostacolo a viaggiare per chi ha una disabilità o esigenze specifiche è la mancanza di informazioni, combinata con la paura di ciò che non si conosce. Spero che questa raccolta di risorse online, disponibile gratuitamente dallo shop di Lonely Planet, possa permettere di superarla".

Martin Heng vive a Melbourne, Australia, lavora per la Lonely Planet e si occupa di turismo accessibile. È l'autore di "Accessible Travel Online Resources" (Risorse online sul turismo accessibile), una guida realizzata da Lonely Planet che raccoglie risorse dai governi locali e nazionali, organizzazioni turistiche e associazioni di disabili suddivisi per Paese, esperienze di viaggio da quasi 50 blog personali, dozzine di agenzie specializzate nei viaggi accessibili e tour operator di 40 Stati, consigli di viaggio per chi ha difficoltà di accesso o esigenze particolari, suggerimenti da viaggiatori disabili esperti.

Sfogliando l'e-book si può scoprire che nel Parco nazionale di Yosemite, negli Stati Uniti, ci sono navette gratuite che accompagnano i visitatori con difficoltà di movimento nei punti panoramici o a vedere le cascate, che in Giappone i trasporti pubblici sono molto efficienti e consentono l'accesso alle sedie a ruote, così come le stazioni che sono dotate di ristoranti e servizi accessibili, che a Barcellona, in Spagna, ci sono tour operator specializzati in visite guidate alla città per persone con disabilità che includono immersioni subacquee e un giro in mongolfiera, e che in Svezia ci sono circa 3.900 strutture accessibili. Per l'Italia una delle risorse che viene citata è Village4All. La guida sarà aggiornata ogni 2 anni ed è scaricabile dal sito della casa editrice, gratuitamente, in formato pdf. "Questa raccolta di risorse online non pretende di essere esaustiva - si legge nell'introduzione - ma è un buon punto di partenza e può essere di aiuto non solo per programmare un viaggio ma anche per trovare strutture adatte una volta arrivati a destinazione".

Le persone disabili sono circa il 15 per cento del totale della popolazione mondiale e molte di loro viaggerebbero di più se avessero a disposizione informazioni sull'accessibilità di luoghi, strutture, Paesi. Per questo già nel 2013 Lonely Planet aveva iniziato a interessarsi dei viaggiatori con disabilità con la creazione di una piattaforma on line in cui erano gli stessi turisti a condividere le loro esperienze. (lp)

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Redattore Sociale del 21-01-2016

Truccarsi senza vedere: così i ciechi imparano i segreti del make up

Al via la seconda edizione dei corsi di trucco dell'Uici Torino: a volerli, anche stavolta, è stata Titti Panzarea, vicepresidente dell'ente, non vedente dalla nascita. Per quest'anno si parlerà di cura a tutto tondo: "Porte aperte, inoltre, anche agli uomini e ai vedenti".

TORINO. I tempi cambiano, le mode passano e le differenze di genere si vanno assottigliando: ma ombretto, matita e fondotinta restano tra le migliori armi di seduzione per quasi ogni donna. Lo sanno bene anche all'Unione italiana ciechi (Uici) di Torino, dove per il secondo anno consecutivo sta per partire un corso di make up dedicato in primis a non vedenti e ipovedenti. Si chiama semplicemente "La cura di sé" e a volerlo, nel settembre del 2014, fu la vicepresidente della sezione sabauda dell'Uici, Titti Panzarea: che, pur essendo cieca dalla nascita, riesce a truccarsi in totale autonomia da oltre quarant'anni. "La maggior parte delle donne non vedenti - spiega - tende spesso a rinunciare alla cura del viso. Ma, seppur non facile, imparare il make up non è impossibile; io stessa lo feci nella maniera più naturale, quando una collega iniziò a darmi delle piccole lezioni durante le pause pranzo: tutto ciò che ho dovuto fare è stato lasciarmi truccare da lei, memorizzandone i gesti e imparando a replicarli. Qualche tempo dopo andai da un'estetista, chiedendo di potermi truccare di fronte a lei, così che correggesse eventuali errori: ma già allora trovò impeccabile il mio lavoro"

"Esistono dei semplici accorgimenti - continua - come comprare pochi prodotti e ricordarsi sempre di etichettarli in braille, che permettono di acquisire sempre più sicurezza, imparando col tempo anche a sfumare il trucco". Di questo, e molto altro si parlerà nel corso delle dieci lezioni che, a partire dal prossimo mercoledì, avranno luogo nella sede Uici di corso Vittorio Emanuele II. A tenerle, ancora una volta, sarà Vesselina Soldatova, professionista nel campo della cosmesi e della cura della pelle: la stessa estetista che, qualche decennio fa, assistette Nunziata Panzarea durante quella prima prova di trucco. Ai partecipanti, Soldatova svelerà i segreti non soltanto del make up, ma della cura del corpo a tutto tondo. "Si parlerà, ad esempio, di automassaggio - continua Panzarea - di trattamenti anti-età, e perfino della creazione di prodotti fai-da-te con ingredienti naturali come l'argilla o gli oli essenziali. Per questa edizione, inoltre, le porte saranno parte a tutti: anche le donne vedenti e perfino gli uomini potranno iscriversi".

Il primo incontro de "la cura di sé" è fissato per il 27 gennaio alle 16.30. Le successive lezioni avranno luogo ogni mercoledì nei locali dell'Unione ciechi Torino (corso Vittorio Emanuele II n 63) Per informazioni: 011.53 55 67 (ams)

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Redattore Sociale del 03-01-2016

L'arte nelle mani. Felice Tagliaferri e la sua lotta per una scultura da toccare

Era cieco da oltre dieci anni quando decise di frequentare un corso di scultura per non vedenti. Una scelta che gli ha cambiato la vita e ha fatto dell'artista bolognese una figura unica nel panorama internazionale. Celebre per il suo Cristo rivelato, e non solo.

ROMA. L'indipendenza per lui rappresenta il valore supremo. Tanto che a un certo punto è riuscito a emanciparsi dai suoi stessi occhi. Con un centinaio di opere esposte in tutto il mondo, Felice Tagliaferri è oggi noto come lo scultore cieco "che lotta perché chiunque possa toccare le opere d'arte", come lo ha definito la Bbc in un'intervista di qualche tempo fa. La vista lo aveva abbandonato ormai da un decennio, quando iniziò a lavorare la creta. A portargliela via, a 14 anni appena, fu un'atrofia del nervo ottico, una condizione che in nessun modo poteva essere fermata.

Figlio di una famiglia operaia che dalla Puglia era emigrata a Bologna, Felice iniziò quindi una gioiosa e complicata lotta per l'autonomia. "Uscii di casa a diciotto anni - ricorda nell'intervista su SuperAbile Inail, la rivista per la disabilità - e feci di tutto per mantenermi: lavorai come centralinista, aprii una bottega d'antiquariato, fui perfino attore in una compagnia di giro". Finché, a 25 anni, l'incontro con lo scultore bolognese Nicola Zamboni gli cambia l'esistenza: "Teneva un corso per non vedenti. Io mi iscrissi, e dopo tre mesi avevo già capito che sarebbe stata la mia vita. Quell'esperienza aveva mosso qualcosa di potente dentro di me: fu esattamente questo che dissi a Zam- boni, spiegandogli che volevo mi prendesse a bottega e che non avrei accettato un rifiuto".

Lei a quel punto era cieco da oltre dieci anni. Come ha fatto a confrontarsi con un'attività che richiede un così intimo rapporto con l'immagine?

All'inizio fu un lavoro introspettivo. Mi tuffai nella memoria, per scovare e ricostruire tutte quelle immagini che avevo visto nei primi anni della mia vita. La Nonna del Sud, per esempio, rappresenta una donna che avevo visto a Foggia, da bambino. Nei primi anni ho scolpito quasi ogni immagine che mi era rimasta impressa durante l'infanzia. A un certo punto, però, quel repertorio ha iniziato a esaurirsi, e c'è stato bisogno di un cambiamento. Qualche anno fa, un centro carni mi chiese di raffigurare una mucca, e io dovetti arrendermi al fatto di non ricordare assolutamente come fosse fatta. Il problema più grande sono i dettagli: anche i vedenti tendono a dimenticarli, ma loro una mucca possono rivederla in qualsiasi momento. Io invece dovetti andarmene in una stalla, per poterne toccare una. E ci rimasi per due giorni, prima di riuscire a ricostruirla dentro di me.

È così che è iniziato il suo percorso con l'arte tattile?

Più o meno sì, perché un artista ha bisogno di rapportarsi anche alle opere altrui, oltre che agli oggetti che vorrebbe raffigurare. Per un cieco, l'unica possibilità è rappresentata dal tatto, ma la maggior parte dei musei sono totalmente insensibili a questa esigenza. L'arte dovrebbe essere patrimonio dell'umanità, ma di fatto tre milioni di ciechi si ritrovano praticamente esclusi dalla fruizione artistica.

La sua opera più celebre è proprio il Cristo rivelato, una reinterpretazione del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, che lei iniziò a scolpire dopo che alla cappella Sansevero di Napoli le fu impedito di toccare l'originale. Quella scultura nasce come una provocazione?

Non esattamente. Lo scopo era stimolare una riflessione genuina rispetto al rapporto che le persone cieche hanno con l'arte. La maggior parte dei musei motiva il divieto alla fruizione tattile con la necessità di preservare le opere dall'usura, ma in realtà si tratta spesso di un argomento pretestuoso. Il Cristo che ho realizzato può essere toccato da chiunque, e in questo modo ho voluto dimostrare che un blocco di marmo non può rovinarsi solo a causa dello sfioramento, specialmente da parte di dita esperte. Certo, ci sono opere che presentano particolari necessità di conservazione, ma anche in quei casi si potrebbe far molto, per esempio realizzando copie degli originali. Invece le cose vengono lasciate semplicemente come sono.

Come si riflette tutto questo sul panorama artistico?

Di certo non è positivo. In Italia esiste una produzione da parte dei ciechi, ma è ancora molto limitata. Di scultori ce ne sono quattro o cinque, alcuni molto bravi, ma non riescono a vivere della loro arte. Tutto questo non fa che rafforzare stereotipi negativi sui limiti legati alla disabilità, quando di fatto è vero il contrario: la mia storia e quelle di tanti altri dimostrano che, se c'è una forte volontà, tutto è possibile. Anche a livello di musei siamo ancora al grado zero. Se si escludono l'Anteros di Bologna e il museo tattile Omero di Ancona, non c'è praticamente nulla. Dal canto mio, col tempo ho cercato di rendere le mie opere sempre più ricche dal punto di vista tattile: nelle teste di cavallo che ho scolpito, ad esempio, la consistenza dei dettagli è assolutamente realistica. Toccandole, si ha la sensazione di avere tra le mani una criniera, delle orecchie, un muso.

È per questo che ha iniziato a insegnare ai non vedenti?

Questo non è esatto. Con la mia scuola, la Chiesa dell'arte (Chiesadellarte.it), io insegno la scultura a delle persone: tra loro ci sono ciechi, come disabili motori e normodotati. Ho lavorato anche con ragazzi tetraplegici, che non potevano muovere né braccia né gambe: per scolpire usano il naso, la bocca, a dimostrazione che nulla è impossibile se si ha una forte motivazione.

Recentemente, Silvio Soldini ha realizzato il documentario Un albero indiano sulla sua esperienza come insegnante in una scuola per ragazzi disabili e svantaggiati a Shilong, in India. Com'è finito a lavorare lì?

L'idea fu della ong Cbm Italia onlus. A una mia mostra milanese incontrai Massimo Maggio, il direttore: fu lui a chiedermi di andare lì. Quei ragazzi non avevano mai avuto il benché minimo contatto con l'arte, e Maggio era genuinamente convinto che potessimo cambiare loro la vita. Oggi so che aveva ragione, perché ci siamo preoccupati anche di formare degli insegnanti, che a loro volta saranno in grado di formarne altri. In questo modo, sappiamo che per i prossimi 50 anni in quella scuola ci sarà qualcuno che insegnerà l'arte. Soldini mi aveva già voluto in Per altri occhi, il suo primo documentario sui ciechi: quando ha saputo di questa iniziativa è stato entusiasta, e ha deciso di farne un altro film.

Cosa ricorda di quel viaggio?

È stata un'esperienza molto intensa. In India tutto è dopato, amplificato: suoni, odori, sensazioni. Per un cieco è qualcosa di incredibile.

di Antonio Storto

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Corriere Adriatico del 29-01-2016

Fermo, il museo accessibile ai disabili vince il primo premio nazionale

FERMO. Importante riconoscimento per la Città di Fermo. Il progetto "Il museo di tutti e per tutti - Sviluppo del sistema museale marchigiano", che dallo scorso mese di luglio consente alla Sala del Mappamondo (a Palazzo dei Priori) di essere fruibile, per la prima volta dal 1688, da coloro che sono affetti da disabilità motorie e sensoriali (vista e udito), ha infatti vinto, con encomio, il Premio Nazionale "Persona e Comunità" per la valorizzazione dei migliori Progetti finalizzati allo Sviluppo, al Benessere ed alla Cura della Persona nella sezione Cultura, socialità e tempo libero, segnalandosi per il buon esempio, e verrà consegnato il prossimo 26 febbraio nel corso di una cerimonia pubblica al Palazzo della Regione Piemonte a Torino.

Il Comune di Fermo fu il primo ad aver concluso, nei tempi previsti, gli interventi di accessibilità fruitiva contemplati da un progetto della Regione Marche nel prezioso e affascinante spazio, facente parte del Polo museale del Palazzo dei Priori e principale sito di attrazione turistica della rete museale cittadina.

Gli interventi vennero realizzati con il contributo della Regione Marche - Assessorato alla Cultura, con la collaborazione del Museo Tattile Statale "Omero" di Ancona, del Conservatorio Statale di Musica "G.B. Pergolesi" e del Liceo Artistico "U. Preziotti" e "O. Licini" di Fermo.

Per il sindaco Paolo Calcinaro "questo premio è un attestato dell'attenzione che abbiamo voluto porre alla cultura ed al sociale, aspetti che devono necessariamente viaggiare sullo stesso binario. Un passo di civiltà che abbiamo voluto perseguire proprio nell'ottica di dare la massima possibilità di fruizione dei beni culturali senza barriere architettoniche. Un ringraziamento va al settore Biblioteche e Musei del Comune di Fermo per aver aderito a suo tempo al bando e per il lavoro che quotidianamente svolge".

"Questo riconoscimento ci inorgoglisce e ci onora. I beni culturali della città di Fermo stanno avendo la loro meritata ribalta. Il Rubens a Milano, l'invito all'Assemblea Nazionale del Comitato Giovani Unesco a Roma per presentare le Cisterne Romane ed ora questo premio alla fruibilità della Sala del Mappamondo rappresentano tasselli di una progettualità composita che stiamo realizzando proprio per far sì che le bellezze culturali siano ambasciatrici della Città anche al di fuori del territorio comunale" - ha dichiarato il vice Sindaco e Assessore alla Cultura e al Turismo Francesco Trasatti.

Per la direttrice della Biblioteca Civica R. Spezioli Maria Chiara Leonori "vogliamo condividere questa soddisfazione con la Città ed il territorio, i primi e veri destinatari dei beni e delle attività culturali di Fermo. Questo progetto va a beneficio dell'intera collettività, dimostrando che come costituzionalmente contemplato, la cultura va fruita da tutti, adottando quelle misure possibili e necessarie per poter permettere tutto questo".

La Sala del Mappamondo si trova al piano secondo del Palazzo dei Priori ed è raggiungibile tramite ascensore, ma l'accesso alla Sala presentava l'ostacolo di una rampa di 8 scale per raggiungere il livello rialzato sul quale si affaccia la sala e di due scalini antichi che immettono immediatamente nella stanza.

In particolare, quindi, gli interventi per agevolare l'accessibilità a chi è portatore di disabilità motorie hanno riguardato la posa in opera di ausili per il superamento dei dislivelli.

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Il Mascalzone.it del 21-01-2016

Il Museo Omero sfiora le 25.000 nel 2015

ANCONA. Il Museo Tattile Statale Omero di Ancona conferma anche per l'anno 2015 il suo trend positivo grazie ai suoi 24.209 ingressi: è il museo più visitato in città e, a livello regionale, si posiziona dopo il Castello di Gradara, il Palazzo ducale di Urbino e la Rocca di Senigallia.

Un museo per tutti dalla forte valenza didattica con un 70% del pubblico formato da scuole e famiglie, nonché operatori e studenti dall'Italia e dall'estero.

Un Museo al servizio della città e del territorio e un modello unico al mondo in termini di approccio multisensoriale all'arte capace di richiamare l'interesse del turista mantenendo una costante attenzione per le fasce più deboli della popolazione.

Tra gli eventi del 2015 che hanno contribuito al risultato si ricordano per la loro importanza le mostre Dirà l'argilla di Paolo Annibali e Il Rinascimento oltre l'immagine in collaborazione con il Museo Bellini di Firenze.

Recenti riconoscimenti sono venuti proprio dalla stampa e dal pubblico internazionale: il Museo Omero è stato segnalato come meta turistica nelle Marche per il 2016 (agenzia stampa www.blastingnews.com sulla scia di un articolo del The Guardian); è stato premiato da un importante sito asiatico di viaggi (www.lianorg.com) come attrazione turistica "top choice 2016" in Italia ed è fra le prime cose da fare in Ancona su www.tripadvisor.it , il sito turistico di riferimento per molti viaggiatori.

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L'agenda: appuntamenti del mese di FEBBRAIO

- 4 UICI Lombardia - Riunione Referenti e Coordinatori delle Commissioni Regionali

- 6 Riunione Consiglio Regionale UICI Lombardia

ORDINE DEL GIORNO

1. approvazione del verbale della seduta precedente;

2. ratifica delle delibere adottate dall'Ufficio di Presidenza e dal Presidente;

3. comunicazioni della Presidenza Regionale e del componente la Direzione Nazionale;

4. approvazione rendiconto quarta Giornata Regionale sulla Prevenzione della cecità e la Riabilitazione Visiva;

5. progetti avanzati dalle Commissioni e/o dai Gruppi di Lavoro regionali: valutazioni e determinazioni;

6. Documento Programmatico sulla Sicurezza (DPS) anno 2016: valutazioni e determinazioni;

7. Assemblee Annuali Ordinarie dei Soci: definizione calendario e aspetti organizzativi;

8. Contributo Ordinario LR 1/2008, Capo VII - definizione dei nuovi parametri di rendicontazione: valutazioni e determinazioni;

9. delibere di carattere amministrativo;

10. delibere di carattere organizzativo;

11. varie.

- 13 UICI Lombardia - Riunione d'insediamento della Commissione Regionale per le Problematiche degli Universitari

ORDINE DEL GIORNO

1. Insediamento della Commissione;

2. comunicazioni della Presidenza e del Referente Regionale;

3. nomina del Coordinatore;

4. definizione del programma per il mandato;

5. varie ed eventuali.

- 20 Firenze - celebrazione IX Giornata Nazionale del Braille

- 21 Cagliari - celebrazione IX Giornata Nazionale del Braille

- 27 UICI Lombardia - incontro regionale dei giovani

- 29 Riunione Comitato Regionale di Coordinamento della FAND Lombardia

12-13-14 Irifor Lombardia - Corso di aggiornamento per Fisioterapisti ipo e non vedenti

27 UICI Lombardia - Incontro Regionale dei Giovani

PROGRAMMA

27 UICI Lombardia - riunione Commissione regionale Centralinisti

ORDINE DEL GIORNO

1. Comunicazioni della presidenza

2. Circolare della sede centrale per le nuove liste provinciali per il collocamento legge 113.

3. Linee guida dei centralinisti telefonici emerse dal XXIII congresso nazionale.

4. Varie ed eventuali.

27 UICI Lombardia - riunione Commissione regionale Cani Guida

ORDINE DEL GIORNO

1. Comunicazioni della presidenza.

2. Linee programmatiche emerse dal XXIII congresso nazionale per i cani guida

3. Relazione sul convegno di Bologna del 12 ottobre 2015.

4. Varie ed eventuali.

29 UICI Lombardia - Commissione premio di lettura "Louis Braille" della Biblioteca Italiana per i Ciechi di Monza - Fase regionale

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Flashback: nel mese appena trascorso

Nel mese di gennaio si sono riuniti i seguenti organi regionali:

- 23 Commissione Regionale Istruzione

ORDINE DEL GIORNO

1. Comunicazioni della Presidenza e del Referente Regionale;

2. Dati forniti da Unione Province Lombarde: osservazioni e riflessioni;

3. Predisposizione dei criteri, delle modalità e degli strumenti per consentire ai referenti territoriali di contattare i gestori del servizio di integrazione scolastica al fine di accertarne l'effettiva ed efficace erogazione;

4. Eventuali segnalazioni dei referenti territoriali circa situazioni problematiche o anomale;

5. Varie ed eventuali.

- 23 Commissione Regionale Turismo Sociale

ORDINE DEL GIORNO

1. Eventuali comunicazioni della Presidenza, del Referente e del Coordinatore regionali;

2. Lettura e approvazione del verbale della seduta del 18 settembre 2015;

3. Individuazione di un programma di massima da sviluppare e realizzare dalla commissione durante il mandato appena iniziato;

4. Quarta giornata regionale: il punto sulla programmazione;

5. Stato dell'arte sulle gite sociali e sulle attività turistico culturali delle sezioni;

6. Criticità organizzative sezionali e nei rapporti con le agenzie di viaggi;

7. Varie ed eventuali

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