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Il Corriere della Sera del 05.11.2019

Intorno ai 40 anni può essere utile una visita oculistica per prevenire una condizione che, se non riconosciuta e trattata, può condurre a una perdita irreversibile della capacità di vedere.

di Antonella Sparvoli

1. Che cosa è il glaucoma.
«Per glaucoma si intende un gruppo eterogeneo di malattie oculari, anche molto diverse fra di loro, nelle quali la pressione all’interno dell’occhio è sufficientemente elevata per danneggiare il nervo ottico a causa di un’inadeguata irrorazione sanguigna. Il danno al nervo ottico comporta a sua volta alterazioni del campo visivo fino alla cecità — spiega il professor Francesco Bandello, direttore dell’Unità di Oculistica dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano —. Esistono due tipi principali di glaucoma: la forma cronica, che è la più diffusa, e quella acuta, che rappresenta una vera e propria emergenza oculistica perché, se non trattata tempestivamente, può causare una perdita improvvisa (entro poche ore) della vista».

2. Quali sono i sintomi della forma acuta.
«Il sintomo più tipico è il dolore oculare, accompagnato da un offuscamento della vista e dalla visione di aloni colorati attorno alle luci. La pupilla in questo caso appare mediamente dilatata e la pressione oculare risulta molto elevata. Se la pressione non viene abbassata il nervo ottico non risulta più irrorato e va incontro a un infarto, danneggiandosi in modo irreversibile. A volte possono essere presenti anche sintomi sistemici (che riguardano il resto del corpo, ndr) come per esempio dolore addominale, pressione arteriosa bassa, nausea e vomito».

3. Quali sono i sintomi della forma cronica.
«Questa forma di glaucoma si sviluppa lentamente senza dare sintomi finché il danno al nervo ottico è già a uno stadio avanzato e ormai irreversibile. Proprio per questo motivo viene spesso definito “ladro silenzioso della vista”. Il paziente si accorge tardi del danno perché la visione centrale resta buona fino agli stadi avanzati. All’inizio infatti a essere danneggiate sono le porzioni laterali del campo visivo: il paziente vede bene, ma vede solo una piccola porzione. Poi quando la malattia si aggrava, spesso all’improvviso, si arriva a perdere molto rapidamente anche la visione centrale. La buona notizia è che nella maggior parte dei casi è sufficiente una visita oculistica ordinaria, che comprenda la misurazione della pressione endoculare e l’osservazione del fondo dell’occhio, per cogliere segnali sospetti. Se uno di questi due parametri è alterato si possono poi eseguire ulteriori indagini come l’esame del campo visivo e la tomografia a luce coerente (Oct) che permette di capire se c’è stata una perdita delle fibre nervose, anche se il campo visivo è ancora buono».

4. Che cosa si può fare?
«Nel caso del glaucoma acuto è fondamentale agire con prontezza per ridurre la pressione all’interno dell’occhio ricorrendo a specifici colliri, terapie sistemiche ed eventualmente laser o chirurgiche. Nelle forme croniche all’inizio si interviene con specifici colliri che mirano a ridurre la pressione. Ma non sempre questo approccio è sufficiente, allora si può ricorrere a terapie più invasive, per esempio con specifici laser con cui si va a trattare la zona deputata al deflusso dell’umore acqueo per renderla più permeabile. Se il glaucoma peggiora si può ricorrere alla chirurgia che ha lo scopo di creare una via alternativa di deflusso dell’umore acqueo. Lo stesso obiettivo può essere ottenuto anche impiantando delle specifiche valvole».

5. Fattori di rischio.
Il glaucoma non è una malattia genetica, ma è evidente una familiarità. Per cui se si hanno parenti che lo hanno sviluppato, è ancora più importante sottoporsi a controlli oculistici regolari, a partire dai 40-45 anni. Altri fattori di rischio sono miopia, diabete, traumi oculari, età avanzata, uso prolungato del cortisone (sistemico o locale). È più diffuso nelle persone di origine africana.

6. I colliri.
La terapia del glaucoma cronico con colliri che mirano ad abbassare la pressione intraoculare può dare ottimi risultati, ma è fondamentale che venga seguita con costanza. Purtroppo più di un terzo dei pazienti non effettua il trattamento con continuità. I motivi sono diversi, per esempio alcuni (soprattutto gli anziani) hanno difficoltà oggettive nell’instillare il collirio oppure temono possibili effetti collaterali legati a un uso prolungato (bruciore, arrossamento, riduzione della lacrimazione). «Ma il limite maggiore sta nel fatto che i pazienti non riescono a capire quanto quella goccia sia fondamentale per la propria salute oculare — fa notare Bandello —. Finiscono così per usare i colliri in modo non continuativo con ricadute negative sulla visione. È fondamentale una maggiore sensibilizzazione».

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A cura di Massimiliano Penna

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