Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS-APS
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Il Tirreno del 25-02-2019

Firenze, Careggi segna il primato mondiale di impianti di retina artificiale grazie al professor Stanislao Rizzo.

FIRENZE. La retinite pigmentosa è una patologia rara che appartiene a un gruppo di malattie ereditarie, caratterizzate da una degenerazione progressiva della retina in entrambi gli occhi, con un esito finale che spesso porta alla cecità. Una speranza per chi soffre di questa malattia arriva dall'impianto di retina artificiale sperimentato con successo in Oculistica a Careggi dall'equipe del professor Stanislao Rizzo, pioniere di questa tecnica chirurgica che ha consentito all'Azienda ospedaliero-universitaria fiorentina (e quindi alla sanità toscana) di raggiungere il primato mondiale nell'impianto di retine artificiali.

Perché professor Rizzo possiamo parlare di record mondiale per l'impianto di retine artificiali a Careggi?
«Sono circa 300 in tutto i pazienti che ad oggi hanno un impianto retinico e quaranta sono stati operati in Toscana, la maggior parte a Careggi, fra i pochi ospedali al mondo in grado di offrire questa sofisticata e innovativa tecnologia, attualmente l'unica possibilità di cura per le persone in condizione di cecità da grave ed avanzata retinite pigmentosa». Sembra quasi di parlare di fantascienza, invece che scienza. Ma che cosa è la visione bionica? «La visione bionica si sta affermando come unica terapia con efficacia relativa per questi pazienti e stiamo uscendo dalla fase sperimentale con un'esperienza ormai sufficiente a definire protocolli standard nella procedura di impianto, grazie anche alla stretta collaborazione con gli ingegneri per migliorare sia l'hardware (il macchinario) che il software (il programma). E solo il tempo necessario all'evoluzione tecnologica e le risorse finanziare per velocizzare questo progresso ci separano dall'obbiettivo di restituire una capacità visiva sempre più completa».

Professor Rizzo per quali altre malattie dell'occhio può andar bene la retina artificiale?
«Partendo dal presupposto che l'intervento non guarisce alcuna malattia ma sostituisce un complesso di strutture danneggiate e in particolare i fotorecettori (cellule retiniche c specializzate nel trasformare i segnali visivi in impulsi elettrici), oltre che per la retinite pigmentosa la retina artificiale è stata sperimentata sulle maculopatie atrofiche, seppur con risultati funzionali non apprezzabili e con una maggiore incidenza di complicanze post-chirurgiche».

Come si svolge l'operazione e quali sono le controindicazioni?
«L'intervento ha una durata di circa 2 ore e viene eseguito in anestesia generale. Il sistema è formato da una componente esterna con un'antenna miniaturizzata che riceve le informazioni da una telecamera posta su un occhiale che il paziente indossa. Inoltre c'è una parte interna, aderente alla retina, formata da 60 elettrodi, che trasmettono il segnale attraverso il nervo ottico all'area cerebrale destinata alla visione. L'integrità del nervo ottico ci fa, quindi, escludere dall'intervento tutte le patologie oculari in cui il nervo ottico sia interessato, quali il glaucoma e i grandi traumi oculari».

Quanti sono stati fino ad ora i successi?
«La nostra esperienza si basa su 43 pazienti operati tra Pisa (13) e Firenze (30). La maggioranza di loro è soddisfatta, ha recuperato una certa autonomia, può vedere le sagome degli oggetti e dei propri cari, in alcuni casi, con gli ultimi miglioramenti del software del sistema riesce a leggere qualche lettera molto grande o avere la percezioni di alcuni colori».

E pazienti non soddisfatti del risultato?
«Naturalmente abbiamo alcuni pazienti, molto pochi in verità, che si dicono insoddisfatti, e questo probabilmente perché non siamo stati abbastanza chiari sulle possibilità e le capacità del sistema, che riguarda comunque una visione artificiale rudimentale, molto lontana dalla nostra visione naturale. In tal senso è quindi molto importante il ruolo dell'immaginazione, ma anche la capacità di adattamento del paziente. Bisogna considerare infine che abbiamo operato pazienti con una vita completamente al buio da anni e quindi recuperare qualcosa, anche se con poca definizione, è già un grandissimo risultato».

Dopo l'intervento in quanto tempo si può capire se il risultato è positivo?
«Già dopo un mese dall'intervento. Diverso è per il risultato visivo che richiede molti mesi di riabilitazione prima di raggiungere l'obiettivo atteso».

Qual è l'età media dei pazienti operati in Toscana?
«È di 58 anni (il più giovane operato aveva 30-il più anziano 83 anni) e la frequenza tra uomini e donne è simile (21 uomini e 22 donne)».

La scienza e la tecnologia arriveranno un giorno a poter dare (o restituire) la vista a tutti i non vedenti?
«Probabilmente sì. Negli Stati Uniti hanno cominciato a sperimentare un impianto corticale, ossia un sistema di elettrodi che stimola direttamente l'area della visione a livello cerebrale, saltando così tutte le patologie oculari. Si tratta comunque di uno studio molto preliminare, che interessa pochi pazienti e di cui non possiamo prevedere assolutamente i risultati. Ma è pur sempre una piccola porta aperta sul futuro. A mio avviso in questa direzione ci aspetta un percorso ancora molto lungo da percorrere, ma i presupposti sono ottimi».

di Maria Antonietta Schiavina

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