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Corriere della Sera del 16.06.2020

L’operazione si fa in media a 70 anni, ma ora conviene anche prima (quando l’opacizzazione del cristallino è appena iniziata) così l’intervento è più semplice. Ed è possibile correggere anche altri difetti visivi.

di Vera Martinella

È l’intervento più eseguito nelle sale operatorie italiane. Con 650mila persone operate l’anno scorso, la rimozione della cataratta è anche una delle operazioni con i tassi minori di complicanze: efficace e sicura, la procedura standard pone rimedio a un problema tipico dell’invecchiamento e restituisce la capacità visiva che risultava ridotta offuscata e sbiadita per via del cristallino opacizzato, sostituito con una lente artificiale. Oggi, però, grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi dispositivi e alla ricerca scientifica sempre più spesso durante l’intervento di cataratta è possibile offrire anche nuove prospettive di recupero dei difetti della vista (miopia, ipermetropia, astigmatismo e presbiopia). A fare il punto sui progressi in quest’ambito è stato, nei giorni scorsi, un gruppo di esperti italiani ai quali abbiamo chiesto di rispondere ai quesiti più comuni che deve affrontare chi, generalmente attorno ai 70 anni, si trova a fare i conti con questo problema.

Innanzitutto, cos’è di preciso la cataratta?
«È il processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino che con il tempo si opacizza, determinando difficoltà nella visione — risponde Lucio Buratto, direttore scientifico del Centro Ambrosiano Oftalmico (CAMO) di Milano —. Si sviluppa con l’età e nelle fasi iniziali crea solo un modesto disturbo della vista che spesso comporta una variazione delle lenti che si usano. Agli esordi (intorno ai 60 anni circa) è frequente, ad esempio, accorgersi di vedere meglio senza gli occhiali da lontano o, invece, che è necessario usarli per vedere meglio. Progressivamente la vista peggiora, diventando sempre più disturbata e non si riesce ad ottenere alcun miglioramento neppure con le lenti. Statistiche dimostrano che attorno ai 75 anni di età il 70 per cento dei pazienti hanno la cataratta a uno stadio che interferisce con le normali attività. A 70 anni ne sono affette 3 persone su 4, ma a 80 anni tutti ne presentano i segni che progrediscono più o meno rapidamente».

Quindi è un disturbo esclusivamente degli anziani?
«In gran parte, ma non solo — spiega Rita Mencucci, oculista dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze —. La cataratta può svilupparsi anche in seguito a un evento traumatico e ci sono diversi fattori che possono favorirne l’insorgenza, come diabete, obesità, fumo (poiché i prodotti chimici inalati con il fumo determinano l’alterazione delle proteine naturali nell’occhio) e l’esposizione ai raggi infrarossi e alle microonde, così come l’abuso di alcol o l’uso prolungato di farmaci».

E quando va operata?
«Quando disturba la vista, cioè impedisce alla persona che ne è affetta di svolgere normalmente le sue attività visive e generali quotidiane — dice Ciro Tamburrelli, direttore dell’Ospedale Oftalmico di Roma —. Ma con i risultati che la chirurgia attuale consente di ottenere, la cataratta può essere rimossa durante un qualunque stadio di evoluzione: non è più necessario attendere la sua “maturazione”. Anzi, conviene operare precocemente (quando l’opacizzazione del cristallino è appena iniziata o non ha ancora avuto luogo) perché semplifica l’intervento e soprattutto evita al paziente di dover convivere per lungo tempo con i fastidi provocati dalla cataratta».

In cosa consiste, concretamente, l’intervento di cataratta?
«Esistono parecchie tecniche per operare la cataratta in base al tipo di situazione clinica e alle apparecchiature disponibili — chiarisce Daniele Tognetto, direttore della Clinica Oculistica all’Università di Trieste —: la più adoperata, quella meno traumatica e che fornisce i migliori risultati operatori e visivi è la facoemulsificazione ad ultrasuoni, soprattutto se utilizzata in associazione al femtolaser. L’operazione si compone sostanzialmente di due parti: la rimozione della cataratta vera e propria e la sostituzione con un cristallino artificiale».

Cosa si intende per rimozione tramite facoemulsificazione?
«Attraverso una incisione circa 2,5 millimetri viene rimosso prima l’involucro anteriore poi viene frammentata in piccolissimi pezzi la parte centrale della cataratta (il nucleo) e, infine, viene aspirata la parte periferica molle — prosegue Tognetto —. Attraverso la stessa incisione viene poi inserito un cristallino pieghevole (in tal caso non c’è quasi mai necessità di sutura) o, in alternativa, l’apertura può essere ampliata a 6 millimetri per introdurre un cristallino rigido (in tal caso si rendono necessari due o più punti). Il cristallino artificiale viene collocato esattamente nella stessa posizione di quello naturale rimosso».

Esiste solo un modo di sostituzione del cristallino?
«Il cristallino artificiale è fatto con una speciale plastica che ha dato ampie garanzie di tolleranza per l’intero arco di vita del paziente — spiega Buratto —, ma quello standard non consente di fare tutto ciò che un cristallino umano sano è in grado di fare: perciò dopo l’intervento sono quasi sempre necessari occhiali per aiutare l’occhio a ottenere la miglior visione da vicino o da lontano. In questi ultimi anni però la tecnologia delle lenti intraoculari ha fatto notevoli progressi e ora si possono anche migliorare le capacità visive del paziente, minimizzando o eliminando la dipendenza dagli occhiali, inclusi quelli da lettura. Sono infatti disponibili lenti intraoculari in grado di fornire visione a tutte le distanze (i cosiddetti cristallini “multifocali”): vicino, intermedio e lontano».

Cosa cambia con il nuovo laser a femtosecondi?
«Nella fase chirurgica dell’intervento arrivano sempre nuovi strumenti hi-tech mirati soprattutto a perfezionare accuratezza, precisione e ripetibilità — aggiunge Buratto —. Il femtolaser è lo strumento che prepara l’occhio alla rimozione della cataratta: attraverso un’accurata programmazione informatica consente ad un sistema digitale OCT di rilevare in maniera estremamente precisa le misure delle strutture anteriori dell’occhio, quindi successivamente di realizzare un’apertura dell’involucro anteriore della cataratta estremamente centrata e simmetrica favorendo un posizionamento ottimale della lente intraoculare. Solo per avere un’idea della grande sofisticazione tecnologica: il laser utilizza una luce infrarossi con impulsi della grandezza di pochi micron e di brevissima durata (femtosecondo = un miliardesimo di secondo), ha elevata velocità e produce bassa energia, non danneggiando i tessuti oculari».

L’anestesia è dolorosa?
«No, nella maggioranza dei casi è possibile eseguire l’operazione con la sola anestesia “topica” cioè con l’instillazione di semplici colliri anestetici — risponde Mencucci —. In altri casi è preferibile eseguire l’anestesia locale mediante iniezione di anestetici vicino all’occhio. Il paziente, pur non potendo muovere l’occhio e non sentendo dolore, rimane sveglio durante l’operazione. Solo in casi eccezionali, molto rari, è consigliabile fare l’anestesia generale».

In complesso, è una procedura lunga?
«L’intervento in sé dura oggi poche decine di minuti e, dopo un’ora circa dalla fine dell’operazione, il paziente rientra a casa — conclude Ciro Tamburrelli —. Dopo un paio di giorni può tornare al suo lavoro quotidiano. Le moderne tecniche chirurgiche consentono, mediante la facoemulsificazione, di operare attraverso una piccola incisione, inserendo un cristallino pieghevole ed evitando l’applicazione di punti: così la guarigione della ferita chirurgica avviene rapidamente e ciò consente al paziente un recupero visivo veloce e una ripresa precoce delle sue abituali attività quotidiane. Infine, le varie innovazioni introdotte negli ultimi anni fanno sì che i risultati siano sempre più a lungo duraturi».

Amici di Penna

penna stilograficaArticoli, interviste e servizi apparsi sui media che trattano i temi della disabilità visiva.
A cura di Massimiliano Penna

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