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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


"Il Giornale di Vicenza " del 13 Novembre 2017

Il musicista cieco che ha imparato a spiegare le vele

Carlo Restello, 70 anni, di Lendinara (Ro), docente in conservatorio e nelle scuole, dalla nascita è affetto da un morbo che l'ha portato alla cecità

LENDINARA. Ha attraversato mezza Europa pedalando in un crepuscolo sempre più fioco, destinato a spegnersi in una notte senza fine. Archiviando volti e colori, accarezzando paesaggi e orizzonti, imprigionando nella memoria fotogrammi da sfogliare nel buio della cecità. L'ultimo "ciak" di Carlo Restello risale al 2010, ma quella personalissima cineteca resiste all'affanno del tempo. «Ricordo tutto di quei viaggi: ogni curva, ogni paesino, ogni campagna attraversata in bicicletta in Austria, Germania, Olanda, Danimarca...», assicura, mentre stringe l'oboe, fedele e prezioso compagno di una vita colma di musica.Ma se la malattia gli ha spento gli occhi, non gli ha certo rubato la voglia di misurarsi con sfide all'apparenza impossibili. Che ha fatto di tanto temerario? Salire a settant'anni suonati su una barca, imparare le leggi del mare e del vento, e conquistare un diploma di velista. Uno skipper non vedente, insomma, che ha appreso a fare i nodi, a muoversi nel pozzetto, a familiarizzare con la randa e il fiocco. Scoprendo, nel frangersi delle onde e nel gioco del vento, affascinanti varianti della colonna sonora che da sempre accompagna la sua vita.

Restello, come le è venuto in mente?

Da una notizia giuntami dalla rivista dell'Unione italiana ciechi: l'onlus "Due colori nel vento" di La Spezia organizzava dei corsi di vela per non vedenti. Caspita, mi sono detto: perché no? Ho preso il telefono e ho chiamato.

Così, d'istinto, senza pensarci?

Che c'era da pensarci? La montagna è bella, ci si può fare delle belle passeggiate, ma vuoi mettere il fascino che esercita il mare? Certo, in barca non c'ero mai andato, ma l'acqua mi ha sempre attratto. Sono anche un discreto nuotatore, se vado in piscina in tre quarti d'ora faccio 30-35 vasche.

Tornando alla telefonata?

Ho chiamato e mi sono iscritto. Il 28 maggio scorso mia moglie Sveva mi ha accompagnato alla fermata di un pullman Flixbus, e sono partito da solo per La Spezia, destinazione la guest house Santa Teresa di Lerici.

Cosa ha trovato?

Innanzitutto Claudio, un non vedente di Modena, che è diventato un mio amico e con il quale ho diviso la camera e le esercitazioni in barca. Il corso, è durato una settimana: una delle più belle della mia vita.

Concretamente?

Il primo giorno è stato dedicato alla teoria. Con l'ausilio di modellini di barche, in nostro istruttore ci ha insegnato a fare i nodi, a montare le vele e a chiamare ogni cosa col suo nome. Poi siamo passati alla pratica.

Cioè al mare.

Sì. Subito in una barca di nove metri, ormeggiata nel porticciolo dell'Assonautica, e lì ho montato la mia prima vela.

Com'è andata?

L'impatto, diciamo così, non è semplice per un neofita qualunque, figuriamoci per un non vedente. Ci sono operazioni che richiedono molta attenzione, anche perché la barca non è enorme e il fiocco va fissato in punta di piedi. Insomma, bisogna muoversi nel pozzetto e imparare a mantenere l'equilibrio per non cadere in acqua.Pagato lo scotto del debutto... Già nel secondo giorno abbiamo conosciuto il battesimo del mare. L'abbiamo affrontato sin dal primo mattino, e abbiamo navigato fino a sera. Uscivamo dal porticciolo con il motore acceso, poi Lorenzo, questo il nome del nostro istruttore, lo spegneva, e cominciava a darci delle istruzioni.

Concretamente?

Io e Carlo montavamo randa e fiocco, e l'istruttore si limitava a correggere gli errori. La settimana è proseguita così, con escursioni, dal mattino alla sera, nel raggio di tre chilometri dalla costa; di bolina all'andata e di lasco al ritorno.

Quale ricordo conserva?

Di una settimana bella e intensa. In mare sentivo tutti i minimi rumori, lo sciabordio e il silenzio, che però non è mai totale. Il tatto aiutava, e vedere è indispensabile solo per chi regge il timone.

Cosa le è piaciuto di più di questa esperienza?

La sensazione di vastità. E soprattutto il vento. È un'emozione straordinaria sentirsi immersi nella natura.Ci ritornerà?Sì. In primavera conto di tornarci, di allenarmi e di fare delle regate. Quelle riservate ai non vedenti, naturalmente. E perché no, magari potrei fare un viaggio più impegnativo.

Tipo?

L'attraversata dell'Adriatico.

Augurandole "buon vento", riavvolgiamo il nastro e andiamo alla sua prima passione, che è stato anche il suo lavoro: la musica. Da dove arriva?

Mio padre era fotografo, però avevo i parenti da parte di mia madre che erano amanti della musica. Il nonno era un appassionato di lirica e uno zio suonava il flauto. Ho studiato un paio d'anni all'allora liceo musicale di Padova.Poi?A Venezia, con il famoso concertista Giovanni Zampini, dove mi sono diplomato nel 1972. Successivamente ho frequentato l'università di Cremona, la scuola di paleografia e filologia musicale, dove ho fatto parecchi esami ma non mi sono laureato.

Sbocco professionale?

La scuola. Prima con alcune sostituzioni al conservatorio di Venezia, poi alle scuole medie, per anni a Villafranca Padovana, e negli ultimi dieci, fino alla pensione, nella frazione di Taggì.

Ricordi?

Il più bello è stata la conquista del primo concorso nazionale di flauto dolce per le scuole medie, tenutosi nel 1988 a Paceco, vicino a Trapani. La gioia dei ragazzi e dei genitori è stata indimenticabile. Ancor oggi trovo genitori ed ex alunni che mi ricordano quel risultato.

Cos'è adesso per lei la musica?

Rimane ancora una gran parte della mia vita. Mi accompagna nella vita quotidiana. E quanto è possibile, continuo a suonare nelle manifestazioni locali, nelle iniziative di volontariato, nelle case di riposo.

Quanto ha pesato la sua malattia?

Poco all'inizio. Sono miope dalla nascita e finché si è giovani si va abbastanza bene. Nel 1980 ho perso un occhio per un distacco di retina, ma con l'altro ci vedevo benissimo. Ho guidato l'auto fino al 1995, poi ho dovuto rinunciare.

Ed è passato alla bicicletta.

Sì. Mi sono iscritto alla Fiab, la Federazione italiana amici della bicicletta, e ho girato mezza Europa. Ho anche scalato la vetta più alta della Danimarca.

Sa quant'è alta?

Mi trova impreparato.145 metri! (ride divertito). Una passeggiata, ma se tira vento, come capita spesso, è una faticaccia. Comunque, tornando alla mia malattia, sì, sapevo che sarei arrivato a questo punto, ne ero consapevole.

Come si è preparato?

Assaporando ogni istante degli ultimi giorni di luce. Ricordo tutti i viaggi che ho fatto. Tutti. Potrei anche descrivere i dettagli. La bicicletta ti dà la possibilità di guardare, di osservare, perché nello stesso tempo è lenta e sufficientemente veloce per far strada. Se vai a venti chilometri all'ora, ne fai ottanta in una giornata.

Poi, ad un certo punto...

Sì, piano, piano, tra il 2009 e il 2010 ho dovuto abbandonare anche la bicicletta.E così si è affidato a sua moglie.E anche a mia figlia. Entrambe sono diventate delle brave pilote. Sotto la mia direzione, s'intende.In che senso?Perché sono io che le guido. «Gira a destra, prendi quella strada...». Anche se non ci vedo, faccio io da navigatore. Sono comunque abbastanza autonomo. Ho l'abbonamento dell'autobus, e vado da anche al supermercato a fare la spesa.

Com'è cambiata la sua vita?

Io sono positivo, abbastanza allegro e non mi abbatto. Suono, leggo molti libri, più di un centinaio all'anno. Audiolibri, naturalmente. Con il telefonino, poi, posso accedere alla banca, ordinare al supermercato, prenotare un biglietto del treno, organizzare un viaggio...

Ha qualche altro sogno?

I miei sogni oggi sono indirizzati ai miei 5 nipoti.

Cosa teme?

Il clima che respirano, che li circonda, dove c'è tanta tecnologia e poco amore per la musica.

Sogna che il suo pianoforte e il suo oboe trovino un successore?

Sì, la mia grande speranza è che un nipote prenda il testimone.

Li incoraggia?

Ci provo spesso. «Senti che bella musica», suggerisco.

E loro?

«Nonno, è musica vecchia, non serve a nulla».

Sconfortante.

Sì, ma nonostante tutto la primogenita di mio figlio maggiore mostra qualche interesse...

Non ricorda?

Sono uno positivo, un ottimista.

 

 



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