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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


"Cem Mondialita' " del 23 Luglio 2014

"Per altri occhi" il Docu-film di Silvio Soldini e Giorgio Garini

Recensione di Rocco Rolli e Lino Ferracin

La trama:

Nel film gli autori si accostano alla vita di dieci persone cieche provando a raccontare il mondo come questi lo vedono, cercando di evitare i luoghi comuni, il pietismo e i cliché tipici. Seguono Enrico, fisioterapista che va in barca a vela, Giovanni un piccolo imprenditore che ama sciare, Gemma la studentessa che suona il violoncello e gareggia sugli sci, Felice di professione scultore e che gioca a baseball; Luca musicista con la passione della fotografia, Loredana centralinista che tira con l'arco, Mario un pensionato tutto sportivo, Piero che fa il consulente informatico, e Claudio e Michela, una coppia nel quotidiano.

Dieci esistenze apparentemente imprevedibili, ritratte con allegria e leggerezza, che cambiano il nostro sguardo sulla condizione dei ciechi lasciandoci in un mare di dubbi: è possibile accettare quella condizione e addirittura essere felici? Che cosa significa non vedere, non poter godere di un paesaggio o dell’espressione di un volto, non poter capire attraverso il senso che più di tutti, nella nostra civiltà, è stato innalzato ad essere il più importante? Gli autori ci suggeriscono, forse, che ciò che conta sono le abilità delle persone e non le loro disabilità.

Il film:

Il sottotitolo del film Avventure quotidiane di un manipolo di ciechi fa pensare al libro La parabola dei ciechi di Gert Hofmann, ispirato all’omonimo dipinto di Pieter Brueghel, dove si racconta di sei mendicanti ciechi che sono in viaggio per rispondere alla convocazione di un pittore che vuole ritrarli. I ciechi sbagliano di continuo la direzione, tra loro e la realtà si erge un muro nero. Nel racconto i ciechi cercano, con l’aiuto di vedenti fra cui un bambino, il luogo scelto dal pittore per ritrarli. Chi dà loro indicazioni gli fa percorrere un tragitto tortuoso anziché mandarli direttamente a destinazione. Persino il bambino, che si suppone innocente, finge di condurli dietro al fienile perché possano espletare i propri bisogni corporali, ma li lascia invece sulla pubblica piazza dove i presenti ridono di loro e li sbeffeggiano. Mentre i ciechi stanno per cadere in uno stagno, l’artista li richiama in vita per farsi ispirare dalla loro caduta. L’artista in questo modo prova ad entrare nel profondo delle cose e a mettere davanti agli occhi degli uomini i particolari che essi non vedono e scuoterli alla consapevolezza.

Il film presentandoci dieci storie non vuole raccontare la vita di tutti i ciechi, né vuole essere una dotta riflessione sociologica sulla loro condizione, ma mira a farci guardare questa realtà in modo diverso e inusuale. Ci troviamo di fronte a dieci simpatici e ottimisti non vedenti, che affrontano con coraggio e a volte con impudenza la loro esistenza, fatta di sci, vela, canoa, tiro con l’arco, realizzazioni artistiche, senza comunque trascurare i problemi della quotidianità e della vita domestica. Il film non nega l’handicap, anzi fa vedere come è proprio la ricerca della normalità a spingere queste persone a fare cose eccezionali.

Ma, fra l’umorismo e la tenacia, nelle pieghe del quotidiano si affacciano il dolore e la consapevolezza del limite. Dice giudiziosamente Giovanni, l’imprenditore: «Essere ciechi è durissima, ma te ne fai una ragione»; oppure Piero, il consulente informatico: «Attraversare la strada può essere una lotta fra te e il mondo. E spesso tu perdi.»

E per alcuni secondi saggiamente gli autori ci lasciano al buio, senza immagini sullo schermo, sovrastati dai rumori del traffico. E per chi vuol capire è chiaro che fra le difficoltà del muoversi nella giungla del traffico cittadino e giocare a baseball, tirare con l’arco o sciare, le differenze sono enormi. Altro che l’eccezionalità dell’andare in barca a vela. L’eccezionalità bisognerebbe riconoscerla nel coraggio del muoversi in città, andare al lavoro o al cinema, entrare in un museo o fare la spesa.

Nel film si intravede la condizione delle nostre città, dei marciapiedi pieni di ostacoli, della merce esposta negli spazi di tutti. Ma non si vedono le cacche dei cani che se colpite dal bastone bianco, una volta chiuso, va a finire sotto l’ascella della persona. I percorsi pedo-tattili, quando esistono, sono troncati a caso o ostruiti da cantieri, invasi da automobili ed ostacoli vari. E la mancanza di semplici strisce di qualche euro sui gradini delle scale nei luoghi pubblici che aiuterebbero quel piccolo numero di ipovedenti, un paio di milioni, a farle con sicurezza. O la mancanza della data di scadenza degli alimenti in braille, come per le medicine, a costo zero per il produttore.

E come non ricordare l’odiosissimo divieto nei musei di toccare anche le opere in marmo o bronzo, senza la consapevolezza che ciò è come dire ai vedenti, vietato vedere: la mano del cieco è lo sguardo oculato sulle cose e sul mondo. E noi lo neghiamo.

Il rischio di un film come questo, organizzato sul talento di queste dieci persone, è che faccia trascurare le reali difficoltà di quelle migliaia che con questo deficit convivono nonostante i limiti imposti dalla nostra indifferenza o peggio ancora dalla quantità di ostacoli che frapponiamo fra noi e loro tutti i giorni alla loro vita, veri e propri muri che, nonostante le leggi, i principi universali sui diritti o le semplici dichiarazioni di buona volontà, creiamo rendendo quella condizione sempre più difficile.

Per altri occhi ha il pregio comunque, pur nella parzialità di una visione un po’ troppo ottimistica, di mettere lo spettatore di fronte ad una realtà dove le strategie individuali messe in atto per sentirsi liberi e autonomi si scontrano con quel bambino innocente della parabola descritta all’inizio, che oggi non conduce quei ciechi sulla cattiva strada, ma per ignoranza o diffidenza alza continui muri neri verso una società dell’inclusione e della responsabilità.

Come fosse un apologo finale, non bisogna scordare la storia vera vissuta da Felice Tagliaferri, lo scultore nel film, durante una visita a Napoli nell'aprile 2008, quando non gli fu consentito di vedere a suo modo, cioè con le mani, la celebre scultura di Giuseppe Sanmartino, Il Cristo velato esposta nella Cappella Sansevero. Tornato a casa pensò di realizzare una sua versione dell'opera, disponibile alla fruizione tattile, e da allora porta avanti il messaggio che l'arte è patrimonio universale e come tale deve essere accessibile a tutti secondo le proprie possibilità. Il nome dell'opera di Tagliaferri, Cristo rivelato, ha il doppio significato di "velato per la seconda volta" e "svelato ai non vedenti".

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"Per altri occhi"

Regia: Silvio Soldini

Italia- Svizzera. 95min. 2013. Lumière & co.

Il regista:

Silvio Soldini (Milano 1958) ha al suo attivo a partire dal 1982 una trentina tra corti, lungometraggi e documentari. Nel 1990 con L'aria serena dell'ovest raggiunge il grande pubblico; seguiranno poi tra gli altri Un'anima divisa in due (1993), Le acrobate (1997), Pane e tulipani (2000), Brucio nel vento (2002), Agata e la tempesta (2004), Giorni e nuvole (2007), Il comandante e la cicogna (2012). Un regista mai banale, capace anche attraverso la commedia di affrontare temi scomodi, mai solamente privati.

 



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